TRACCIA PER LA SOLUZIONE STRATEGICA E STRUTTURALE DEL PROBLEMA DELL’ILVA E DI TARANTO

never again

Proviamo a pensare fuori dalla scatoletta di tonni

TRACCIA PER LA SOLUZIONE STRATEGICA
E STRUTTURALE
DEL PROBLEMA DELL’ILVA E DI TARANTO

Andrea Aparo von Flüe, Lorenzo Matteoli, Roberto Pagani
18 Novembre 2019
in progress

Premessa

La reversione ambientale delle cattedrali tecnologiche sporche del passato è un lavoro immane, un mercato di scala mondiale in emergenza, che richiede competenze professionali di nicchia e di vertice, producendo un know-how di ingegneria e di impresa esportabile nel mondo. Un mercato che esploderà quando anche India, Cina, Nordafrica, Sud Est Asiatico, Messico, dovranno risanare e rimediare i loro massacri degli anni dal 1960 al 1990 e oltre. Il che accadrà domani.  Reversione ambientale significa dunque occupazione, conoscenze tecniche e scientifiche transdisciplinari, recupero di potenziale economico del territorio, riduzione della morbilità endemica ambientale, riduzione della spesa per la sanità, qualità del futuro, miglioramento della qualità di vita… Se si guarda all’Italia, la reversione ambientale degli errori del passato sarà il più importante capitolo di spesa dei Lavori Pubblici italiani dei prossimi 50 anni insieme all’altra opera immane, in emergenza da troppi anni e di drammatica attualità in ogni autunno italiano, quella del riassetto idrogeologico del Paese

Quadro storico e priorità conseguenti.

Per definire una strategia occorre, nell’ordine, esplicitare la visione, definire la missione e quindi fissare gli obiettivi. Per evitare errori semantici, quindi per condividere le denominazioni, è opportuno chiarire i contenuti dei termini utilizzati. Visione significa rispondere alle domande “Per chi e per cosa” si vuole attivare un processo di generazione di valore, o di soluzione di un problema, Missione risponde alla domanda “Chi?” ovvero chi sono le persone, quali le loro competenze, abilità, esperienze e talenti che si ha a disposizione in termini operativi. Gli obiettivi rispondono alla domanda “Cosa?”, quindi definiscono la macro- aree di intervento. Un esempio per chiarire, si spera il tutto. Soggetto: il Presidente degli Stati Uniti. Problema: Iraq. Visione: Democracy. Missione: Army, Navy, Air Force e Marines”. Obiettivi: controllo dello spazio aereo, presidio del territorio e dei ponti sull’Eufrate, conquista del porto di Bassora via mare, di notte.

Vediamo di applicare quanto appena esposto al caso della più grande azienda siderurgica d’Europa. Quindici milioni di metri quadrati di superficie nella zona Tamburi di Taranto. Una storia che parte nel 1961 quando a Genova le Acciaierie di Cornigliano si fondono con l’ILVA – Alti Forni e Acciaierie d’Italia dando vita a Italsider – Alti Forni e Acciaierie Riunite ILVA e Cornigliano che diventerà Italsider nel 1964.

L’Italsider è un’azienda pubblica. Viene deciso, scelta squisitamente politica e non economica, come è storicamente il caso della grande industria italiana –dall’Ansaldo alla Fiat, alla Montedison- di costruire il più grande polo industriale del sud Italia: lo stabilimento Italsider di Taranto. Inaugurato nel 1965 diventa il più grande e importante polo del ferro e acciaio d’Europa. Taranto rifornisce le industrie del nord Italia e buona parte di quelle europee, genera ricchezza, occupazione, orgoglio dell’Italia del boom economico.

Una bolla che si sgonfia negli anni ’80, gli anni della grande crisi. Nel maggio del 1995 l’Italsider viene acquisita per 2500 miliardi di lire dal gruppo Riva e assume il nome attuale di Ilva. Lo stato si sfila, si tira indietro, vuole fare cassa. Il tutto prende il nome di privatizzazione anche se in molti parlano di scandalo e di inciucio perché è una “svendita” visto che la società era stata valutata 4.000 miliardi.

Comunque i fratelli Riva investono soldi propri per rilanciare l’Ilva, ma si ritrovano ad affrontare una nuova crisi, imprevista oppure tenuta nascosta. L’Ilva uccide. Studi epidemiologici rilevano un impressionante numero di casi di tumore (spesso infantile) di abitanti nella zona del polo siderurgico. Malattie legate a inquinamento industriale: tumore del polmone, mesotelioma della pleura, malattie respiratorie corniche; tra i più piccoli (nella fascia 0-19 anni) si segnalano un eccesso per leucemie e anomalie congenite.

Ci vogliono sette anni, nel 2012, perché la magistratura tarantina metta sotto sequestro per “gravi violazioni ambientali” l’acciaieria, definita “”fabbrica di malattia e morte”. Le perizie disposte parlano di 11.550 persone morte a causa delle emissioni in sette anni. Vengono indagati il vertice aziendale e i presidenti Emilio Riva (in carica fino al 2010) e il figlio Nicola.

12.859 persone, più tutti coloro che erano coinvolti dall’indotto della fabbrica, rischiano di ritrovarsi per strada. Il Governo, scelta squisitamente politica e non economica, decide di non chiudere lo stabilimento, ma di emettere un decreto che autorizzi la prosecuzione della produzione. Ovviamente per proteggere occupazione e produzione industriale

A maggio 2013 il gip Patrizia Todisco dispone un maxi-sequestro da 8 miliardi di euro sui beni e sui conti del gruppo Riva. Soldi indebitamente incassati invece di essere usati per rendere la fabbrica più pulita. La corte di Cassazione annulla il sequestro. I Riva lasciano il CdA. Il Governo commissaria l’azienda. A gennaio 2015 l’azienda, con legge firmata ad hoc dall’allora governo Renzi, passa in amministrazione straordinaria. Nel gennaio 2016, viene emesso il bando per acquisire l’Ilva, vinto dalla multinazionale franco indiana Arcelor Mittal che assume onori e oneri di rilanciare l’Ilva. Dopo 5 governi e 4 commissari nel 2018, Arcelor Mittal prende l’ex Ilva con l’obiettivo di rilanciarla. Storia già vissuta con molti cadaveri in più. Il che giustifica la subordinazione della firma dell’accordo con l’Italia alla concessione alla Arcelor Mittal di un’immunità penale, il cosiddetto scudo penale di cui molto si parla oggi. Cosa buona e giusta perché si vuole evitare che attuando il piano ambientale, normato da un Dpcm di settembre 2017, i commissari o gli acquirenti del siderurgico restassero coinvolti in vicissitudini giudiziarie derivanti dal passato. Del resto quale soggetto sano di mente si sarebbe accollato un’industria con la storia dell’Ilva senza un minimo di tutele?

Luglio 2018. Il ministro per lo sviluppo economico Luigi di Maio, grande esperto di questioni industriali e di politica industriale chiede di verificare la legittimità dell’assegnazione dell’Ilva ad Arcelor Mittal. L’Avvocatura dello Stato non riscontra gli estremi per l’annullamento, ma l’ineffabile di Maio in conferenza stampa, il 23 agosto 2018, dichiara: “Se oggi, dopo 2 anni e 8 mesi, esistessero aziende che volessero partecipare alla gara, noi potremmo revocare questa procedura per motivi di opportunità. Oggi non abbiamo aziende che vogliono partecipare, ma se esistesse anche solo una azienda ci sarebbe motivo per revocare la gara”. Con buona pace dell’Avvocatura di Stato e del suo parere.

Maggio 2019, si parla di eliminare lo scudo penale e di mettere i vertici Ilva, presenti e passati, di fronte alle loro presunte negligenze e responsabilità in termini di vita umana. Ancelor Mittal getta la spugna: “Non si possono cambiare le carte a partita in corso” dice nel novembre 2019 rimettendo la patata bollente nelle mani del Conte bis. Affermazione del tutto condivisibile, anche se dovevano aspettarsela: cambiare le regole del giovo a partita in corso è prassi normale nei palazzi della politica italiana

Se questa è la storia, come si sarebbe dovuta svolgere in una logica di modo perfetto di decisioni razionali e soprattutto economiche?

Una volta dimostrata la relazione di causa-effetto fra le attività dell’acciaieria e i dati epidemiologici, la fabbrica andava chiusa. Senza ritardi o reticenze.

Il polo di Taranto oggi continua a inquinare. Meno che in passato, ma siamo lontani dalle emissioni zero.

La chiusura è oggi, dunque, priorità ineludibile perché ineludibile e immediata deve essere la protezione della salute degli abitanti e dell’ambiente di Taranto.

La sottovalutazione di questa condizione, che si è consolidata e protratta per 60 anni, dall’iniziale discutibile ignoranza degli anni del progetto (1960-1964), alla criminale negligenza degli ultimi 20-30 anni diventata una vera “cultura negativa”, alla attuale catastrofica situazione, sia un dato di fatto che impone la immediata chiusura della acciaieria.

Abbiamo a che fare con un’emergenza tragica, con una situazione letale che non ammette dubbi sulle azioni da intraprendere, sull’intervento tecnico necessario: chiusura. Ogni ritardo è criminale.

Seguono due conseguenze immediate:

  1. Continuità salariale degli organici.

Ovviamente l’organico attuale non può essere abbandonato: in parte dovrà lavorare sulla complessa operazione di decommissioning dell’enorme impianto, in parte dovrà essere ricollocato, in parte dovrà essere messo a carico di una misura finanziaria ad hoc.  (CIG, prepensionamento, clausola speciale del reddito di cittadinanza)

  1. Progettazione e gestione del processo di riallocazione dell’indotto.
  2. Continuità dell’approvvigionamento al downstream.

L’impianto di Taranto serve al 70%-80% la domanda downstream del manifatturiero italiano: auto, elettrodomestici, cantieri navali, edilizia etc., impiantistica, ferrovie, opere infrastrutturali. Parte della produzione di Taranto alimenta anche una serie di successive attività industriali: la produzione, a partire dal grezzo di altoforno, di acciai speciali.

Garantire questo approvvigionamento è indispensabile per la continuità dell’occupazione dell’indotto downstream (d’ora in avanti downstream = a valle”) dell’acciaio e per garantire l’esportazione di prodotti finiti del manifatturiero italiano.

Questa operazione richiede in tempi brevissimi l’organizzazione di un strategia centralizzata di acquisto dell’acciaio grezzo e semilavorato (lingotti, bramme, coils, tondo …) dal mercato internazionale (Turchia, Germania, Serbia, Cina, India…) in modo da sfruttare la dimensione della domanda che si mette sul mercato e la sua programmabilità e flessibilità tattica finalizzata allo sfruttamento ottimale delle dinamiche di mercato.

La strategia di acquisti centralizzata potrà diventare una istituzione privata (un consorzio di acquisto) controllata dagli operatori interessati e sarà operativa per un periodo di tempo che dovrà coprire gli anni necessari a ricostruire la capacità produttiva italiana nelle forme che sarà più conveniente organizzare (cfr).

Nota: È anche possibile che l’approvvigionamento tramite il consorzio di acquisto e lo sfruttamento ottimale della sua operazione sui mercati di offerta si dimostri economicamente competitivo nei confronti della situazione gestita da un impianto obsoleto, processualmente costoso, e insostenibile sul piano sociale e ambientale.

Il futuro della infrastruttura italiana di produzione dell’acciaio

Nel garantire la continuità salariale degli organici attuali e la continuità degli approvvigionamenti ai processi “a valle” della produzione di acciaio primario, sarà necessario anche garantire le funzioni di:

  1. ricerca e aggiornamento delle tecnologie per evitare che la sospensione della attività produttiva comporti perdita di know-how
  2. formazione degli organici a tutti i livelli del complesso processo a monte e a valle della fase siderurgica. Mantenere le competenze consolidare la professionalità

Queste due funzioni potrebbero venire seriamente danneggiate dalla sospensione per un periodo pluriennale della produzione siderurgica di base. È necessaria sul problema una specifica attenzione progettuale, investimento e struttura.

Nel disegnare la strategia per la ricostruzione della nuova struttura nazionale per la produzione siderurgica e dei processi avalle dell’acciaio andranno tenute presenti una serie di condizioni che allo stato attuale possiamo solo elencare in modo generico e qualitativo, ecco un elenco non gerarchizzato.

  • verificare se il modello da perseguire sia ancora quello della grande acciaieria “generalista”… I modelli vincenti in questo settore sono quelli di piccole acciaierie ad alta tecnologia che producono acciai speciali in un’integrazione molto stretta con il resto della filiera, sia a valle che a monte;
  • verificare i probabili fattori che potranno modificare la domanda: la crisi dell’acciaio è dovuta a una serie di fattori: la crisi dell’edilizia e della grande ingegneria, in particolare quella esportata da soggetti quali Astaldi, Condotte, Saipem, la modifica dei materiali utilizzati in molti settori industriali, l’uso sempre più diffuso di alluminio e di materiali compositi, la contrazione della cantieristica, dell’industria chimica, della meccanica più o meno raffinata: dai tubi alle calandrature
  • valutare gli sviluppi tecnologici: la manifattura additiva e l’uso di polveri altamente ingegnerizzate. Siemens considera oggi economicamente vantaggioso produrre per lotti da diecimila pezzi in manifattura additiva piuttosto che con i mezzi e i processi tradizionali.
  • Valutare la storia recente: come i grandi produttori della siderurgia hanno modificato le loro strategie, localizzazioni, processi e prodotti per uscire dalla crisi generata dall’emergere di nuovi attori, soprattutto nell’est asiatico: prima Giappone, poi Corea, India, Cambogia, Vietnam… una dinamica alimentata solo e unicamente dal costo unitario che dipende dal costo dell’energia, dell’inquinamento, dei salari, dei trasporti, delle materie prime, del finanziamento, ammortamento impianti e assicurazione rischi. Solo chi ha integrato la filiera verticalmente riesce a rimanere competitivo.
  • In Italia siamo e rimaniamo un paese di trasformazione. Cresciamo e prosperiamo se siamo in grado aggiungere valore in modo sostanziale così da poter avere dei prezzi di vendita che consentano un qualche margine. In alternativa si deve fare parte di una rete di creazione di valore in una logica a somma positiva che supera il concetto di competitore e introduce quelle di complementatore: vedi “Co-opetition” di Adam J. Branderburger e Barry J. Nalebuff.
  • Tenere presente che la protezione a tutti i costi dei posti di lavoro ha troppo spesso avuto come conseguenza il mantenimento in vita di attività che avrebbero dovuto essere chiuse, innovate e poi riprese con logiche attuali.
  • Integrare nel disegno della strategia e nella successiva implementazione operativa i sindacati, è necessario che superino i limiti del loro ruolo passato e delle responsabilità relative, devono evolvere per aggiungere valore all’economia. Aggiungere, non sottrarre.
  • Ci sono dubbi su Taranto che vanno superati privilegiando con forza la condizione delle priorità: Taranto è un vaso di Pandora. Se si toglie il coperchio nessuno sa cosa può accadere. Se si chiude che si fa? Sarcofago di cemento armato modello Chernobyl? Oppure bonifica? Fino a che profondità si deve scavare per essere sicuri di avere eliminato tutto lo strato inquinato? Come si ripulisce? Con che processo? Continuare a produrre con commesse certe e nel frattempo mettere il tutto a norma per quanto possibile? Tutti questi dubbi e gli altri che si possono esprimere cercando di difendere una linea passiva e attendista sono travolti dal categorico kantiano: non si può continuare a negare la tragedia dell’errore commesso.
  • Privato o pubblico? Bisogna oggi riflettere sull’esperienza, vincente dei tre paesi che hanno perso la seconda guerra mondiale e che sono risorti grazie a una economia mista – ovvero Italia, Germania e Giappone- forse, con le dovute modifiche, adattamenti ed evoluzione, è da riprendere, da riprogettare. Il privato puro se ne frega totalmente dei problemi di infrastruttura. Lascia che sia lo stato a pagare e poi se ne avvale. Peccato che non ci sia più nessuno stato che paga. Se non ci fosse stata la rete telefonica mondiale con capacità residua disponibile, il protocollo internet sarebbe rimasto una curiosità da accademici perversi.
  • La tragedia ILVA/Taranto è un magnifico pretesto per mettere in piedi un gruppo di persone con qualche neurone ancora attivo e una documentata capacità di innovazione e invenzione, a livello per lo meno europeo e preferibilmente mondiale, per ragionare sul prossimo futuro da progettare e costruire, mettendo in comune le risorse disponibili, in una logica di economia mista, dove lo stato amministra e lascia i politici a divertirsi nel loro “sand box“.
  • L’ottimismo della volontà.

Altri punti da sviluppare:

  • La vita statisticamente certa degli abitanti della città va garantita. I morti per tumore devono essere contenuti nel numero della statistica media italiana;
  • La sussistenza occupazionale o meno della forza lavoro attuale va finanziata;
  • La continuità del sistema industriale italiano dipendente dall’acciaio va garantita;
  • Il risanamento ambientale della regione intorno a Taranto è condizione ineludibile;
  • La ricostruzione della capacità produttiva della siderurgia controllata dall’Italia è l’obbiettivo finale;
  • Progetto della nuova visione economica per Taranto: il più grande e attrezzato porto turistico/sportivo del mediterraneo, cantieri, manutenzione, ospitalità, servizi
  • Organizzazione politica e logistica dell’intera operazione con un Commissario ad Acta.
  • Il programma pluriennale lanciato su 15-20 anni va negoziato con i vertici dell’Unione Europea, con la Banca Centrale Europea, con il Fondo Monetario Internazionale e con la Banca Mondiale.

 

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Traccia per la soluzione del problema dell’ILVA di Taranto

Taranto

Traccia per una soluzione
del problema dell’ILVA di Taranto

Lorenzo Matteoli
18 Novembre 2019

 

L’eredità tragica di una cultura degli anni 1950-60 che oggi sembra assurda, acefala, mostruosa, ma allora era l’emblema dell’impresa italiana di Stato. Nessuna preoccupazione ambientale, nella committenza Italsider, nella committenza politica, nell’amministrazione cittadina. L’unica spinta /motivo era l’occupazione, e le tonnellate di acciaio che la cultura Italsider passava come parametro di modernità: la civiltà di un paese si misurava in tonnellate di acciaio per abitante prodotto.

La responsabilità dell’errore è politica e nazionale.

Così si è costruito e si è fatto funzionare per 60 anni il Quarto Centro Siderurgico Italiano a Taranto: nel centro della città.  Che è stato per 60 anni il mostro cancerogeno della città (i.e regione),  il luogo di 15 mila posti di lavoro (più l’indotto), la struttura portante del manifatturiero italiano a valle della siderugia (auto, edilizia, elettrodomestici, ferrovie, treni, …). In gergo downstream.

Chiuderlo oggi vuol dire mettere in crisi tutto il sistema industriale italiano.

Mantenerlo in funzione significa migliaia di morti per tumori vari per i prossimi n anni.

Una decisione che richiede visione e progetto lanciati su una prospettiva di 15 anni almeno del valore di qualche migliaio di miliardi di Euro. Vanno stabilite le priorità e su quella base va  disegnata una traccia risolvente. Da lì bisogna andare avanti. Ecco la mia proposta per pensare.

 

Le priorità?

  1. La vita statiscamente certa degli abitanti della città. I morti per tumore devono essere contenuti nel numero della statistica media italiana.
  2. La sussistenza occupazionale o meno della forza lavoro attuale va finanziata
  3. La continuità del sistema industriale italiano dipendente dall’acciaio va garantita
  4. Il risanamento ambientale della regione intorno a Taranto è condizione ineludibile.
  5. La ricostruzione della capacità produttiva della siderurgia italiana è l’obbiettivo finale

 

Traccia di soluzione proposta:

  1. chiusura immediata dell’impianto di Taranto
  2. garanzia della continuità del downstream industriale con contratti pluriennali di fornitura dell’acciaio da Cina, Russia e Giappone o altri potenziali produttori di acciaio nel mondo
  3. salario di emergenza alle maestranze sospese, riqualificazioine, ricollocazione, prepensionamento.
  4. progettazione e costruzione della capacità produttiva della siderurgia italiana con standard attuali di assoluta coerenza ambientale a Taranto o altrove, non necessariamente in Italia, noi necessariamente in Europa.
  5. Organizzazione dell’appalto dell’intera operazione.

 

Il programma pluriennale (10-15 ) anni va negoziato con l’Unione Europea, con il Fondo Monetario Internazionale con la Banca Centrale Europea e la Banca Mondiale.

 

Lorenzo Matteoli

 

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ILVA: I neosessantottari al potere

 

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Non ho tempo di elaborare.

Ma leggendo quello che succede  in Italia sull’ILVA la mia sintesi è questa:

I neosessantottari sono finalmente arrivati al potere  (con 50 anni di ritardo) e i vecchi logorati sessantottari cercano di resistere.

Mala tempera currunt…

Lorenzo Matteoli

 

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L’altra faccia dell’evasione fiscale

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90 miliardi di euro immessi nella circolazione liquida ogni anno

 

Il Governo spera di recuperare un certo numero di miliardi di euro dalla “lotta all’evasione” scrivo “un certo numero di miliardi” perché le cifre comunicate variano da 3 a 7 miliardi e non si sa (ad oggi) quale sia quella vera. È troppo facile prevedere che qualunque sia la cifra, l’“obbiettivo” non sarà raggiunto. Non sapremo mai quale sarà stato il risultato perché i numeri verranno manipolati e falsificati…per ovvie ragioni.

Ma il problema è irrilevante, almeno nei termini nei quali viene posto, per vari, scivolosi motivi e ne elenco tre (i principali e strutturanti):

  1. Il gettito fiscale recuperato consoliderà (e aumenterà) lo spreco che è la marca fondamentale della spesa pubblica.
  2. Il gettito fiscale recuperato non diminuirà le tasse dei contribuenti onesti
  3. Le maggiori entrate promuoveranno maggiori spese e maggiori sprechi e costringeranno i futuri governi ad aumentare la pressione fiscale per farvi fronte

Esiste una verità storica documentata che viene ignorata per compiacere la demagogia con la quale viene sbandierata la “lotta all’evasione”: per diminuire l’evasione l’unico strumento è ridurre la pressione fiscale perché l’eccessiva pressione è la molla che motiva (per alcuni addirittura giustifica) l’evasione. Anche questo aspetto viene usato demagogicamente per cui è necessario fare attenzione ai numeri, alle misure accessorie, alle modalità di implementazione. (per inciso le tasse non progressive come la c.d. flat tax sono un classico della demagogia disonesta).

Nell’ampia letteratura sul tema è quasi impossibile trovare documenti e analisi su come vengono spesi (dagli evasori) i soldi “guadagnati” con l’evasione. Una conoscenza precisa di come vengono re-immessi nel ciclo macroeconomico i 107 miliardi all’anno di evasione potrebbe essere utile per orientare la legislazione e la regolamentazione finalizzata a ridurre il fenomeno senza danneggiare l’economia del Paese. Perché una azione indiscriminata di lotta all’evasione potrebbe non solo essere inutile, ma risultare di danno all’economia del Paese.

Non ho trovato analisi che consentano di disaggregare le voci che connotano qualitativamente e quantitativamente la “spesa” dei soldi che gli evasori sottraggono allo Stato e che costituiscono la loro “posta attiva”. Posso cercare di elencare quali potrebbero essere alcune di queste voci, ma il loro peso quantitativo nel bilancio generale di come vengono gestiti i 107 miliardi all’anno richiede ricerche e studi di portata non indifferente. È auspicabile che qualcuno queste ricerche e questi studi l faccia e i risultati saranno sicuramente utili e sorprendenti.

La caratteristica principale dell’enorme “malloppo” in mano agli evasori è che si tratta di denaro “nero” che difficilmente può essere speso in modo rintracciabile e ufficiale.  Ci deve quindi essere un mercato una domanda di fondi “neri” di dimensione consistente con il “malloppo” in offerta. Non è cosa da poco: si tratta di una forza economica pari a circa l’11% delle entrate dello Stato nel 2019. (competenza e cassa, entrate totali nel 2019: 1152,61 miliardi di euro).

L’altra caratteristica di questa massa di denaro è la sua distribuzione polverizzata. A parte i pochi “grandi evasori” che quantitativamente sono quasi irrilevanti: intorno al 10% forse. Mentre il 68.3% del “malloppo” è nelle mani di 765 000 lavoratori autonomi. Il rimanente 22% circa è spalmato sul consumo al dettaglio (senza scontrino) di milioni di italiani.

Mentre i “grandi evasori” investono il frutto della loro evasione sui mercati finanziari internazionali attraverso agenzie e banche compiacenti nei cosiddetti “paradisi fiscali”, tutti gli altri evasori italiani rimettono in circolazione il denaro sottratto al governo (e ai contribuenti onesti) in via breve, comprando beni e servizi con modalità in parte non rintracciabili (cash) polverizzate.

Mentre la cifra investita sui mercati finanziari dai grandi evasori difficilmente ritorna in Italia e quindi viene di fatto sottratta alla economia domestica del Paese, il malloppo detenuto dai lavoratori autonomi e dallo scambio al dettaglio (il 90% circa della evasione totale quindi più di 90 miliardi di euro) costituisce e una importante immissione di liquidità nell’economia italiana con cadenza annuale.

Questa liquidità diffusa si ri-concentra poi attraverso i canali commerciali correnti e viene di fatto “lavata” dal sistema di circolazione monetario e dagli scambi che lo connotano.

Si tratta di una significativa immissione di liquidità nel sistema, di efficacia importante. Non sono in grado di valutarla, ma non mi risulta che, oggi in Italia, ci sia una legge di connotazione sociale-economica (keynesiana) che immetta ogni anno nella economia italiana 90 miliardi di euro. Non sono nemmeno in grado di valutare quanti di questi miliardi finiscano per contribuire fiscalmente (tramite l’IVA) alle entrate dello Stato, ma potrebbe, anche in questo caso, essere una quota significativa.

Le considerazioni svolte per sottolineare alcuni aspetti dell’evasione fiscale che non compaiono nel dibattito corrente e sui quali varrebbe la pena svolgere qualche seria ricerca.

Lorenzo Matteoli

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I HAVE A DREAM!

2 bartali coppiquando l’Italia sognava e costruiva l’Autosole

Ho ri-pensato alla mia proposta di Ministero per la Promozione del Pensiero Utopico e alla accusa a questo governo di non avere una visione, un progetto, un sogno…e mi sono chiesto:” ma quelli che lanciano questa accusa, che sogno hanno?”.

Mi piacerebbe avere qualche risposta dai giornalisti, dagli elettori del PD, dagli elettori 5stelle, dai giovani con i jeans tagliuzzati a cazzo…

Il fatto drammatico è che non è il governo e i suoi uomini PD/5S che manca di visione, progetto, sogno. È questo Paese intero: quasi 60 milioni di soggetti giovani, vecchi, uomini, donne, bambini che sono schematicamente nudi di “sogno”, progetto, visione.

Per una serie complicata di motivi, fatti, vita vissuta, telefonini, toksciò, TVsquallor, squola, calcisteria, dipietro, berlusca, buynowpaylater, jeanstagliuzzati, gilettigruberbianchi, conte1+2, sgarbivittorio, russiagate, mafia, vaticano, cardinali, ladri,  augias, casapound, trenitalia, alitalia, capitani coraggiosi, ILVA, Whirlpool,dimaio, metropol, savoini, salvini, bugiardi, santanché, juventus, ronaldo, MPS, Raggi, grillo, casaleggio, rousseau,…abbiamo perso la capacità di sognare un’Italia “altra”, diversa, decente, pulita, che funziona. Senza demagogia cialtrona, senza incompetenti al timone, senza ladroni nella stanza dei bottoni. Che fa anche rima.

Certo, chi non l’avrebbe persa la capacità di sognare sotto la violenta aggressione delle parole chiave sopraelencate e delle migliaia di altre che non provo nemmeno a scrivere, a pensare. Viviamo in pieno nella letale previsione di Karl Mannheim: con la fine dell’utopia…[1] siamo diventati semplici oggetti e viviamo di impulsi da telefonino.

Per rimediare o contribuire in qualche modo, ecco un elenco di plausibili sogni che mi permetto di suggerire a noi e ai vari livelli di s-potere politico:

  • Un’Italia senza demagogia cialtrona
  • un’Italia senza cialtroni che credono alla demagogia
  • Una scuola e un sistema di istruzione qualificato, giustamente e rigorosamente meritocratico
  • Maestri elementari pagati bene
  • Un sistema giudiziario giusto, rapido, efficace
  • Suffragio qualificato: elettori ignoranti eleggono politici ignoranti.
  • Competenti e responsabili al governo: i bugiardi buttati fuori
  • Il problema dei migranti affrontato a livello Europeo con l’Italia che si faccia carico di un progetto plurigenerazionale che non sia basato sull’affogamento delle decine di migliaia nel Canale di Sicilia e delle decine di migliaia nei campi di tortura libici Minniti/Serraj/Bija
  • Una politica italo-europea per l’incentivazione del rientro delle industrie delocalizzate
  • Un’Europa Federale socialdemocratica senza “assi” privilegiate
  • …in progress.

lorenzo matteoli

[1] La fine dell’utopia porterà la totale immobilità di tutto e in questa immobilità l’uomo diventerà un semplice oggetto. Ci troveremmo di fronte al più grande paradosso immaginabile: l’uomo che ha raggiunto il massimo livello di controllo razionale dell’esistenza, lasciato senza ideali, diventa una mera creatura di impulsi. Così, dopo un lungo tortuoso, ma eroico sviluppo, allo stato di massima consapevolezza, quando la storia cessa di essere fato cieco, e sta diventando sempre più opera dell’uomo, con l’abbandono delle utopie, l’uomo perderebbe la sua volontà di formare la storia e con essa la sua capacità di comprenderla.” (da Karl Mannhei “Ideology and Utopia” traduzione del brano citato di l.matteoli)

 

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Ministero per la visione utopica MINVISUT©

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Ci lamentiamo tutti perché questo governo manca di “progetto”, di “visione”. Qualcuno dice poeticamente che: “manca il sogno”. Vero. Ma dobbiamo anche onestamente chiederci come fanno a sognare questi: senza soldi, attanagliati dai debiti, costretti a racimolare 23 miliardi per evitare la “punizione” della clausola di aumento dell’IVA. Forse è meglio che non sognino e che si diano da fare nell’operazione “raschiare il fondo del barile”.

Sui 23 miliardi c’è da dire una cosa: sono dovuti perché lo scorso anno per andare in deficit hanno dovuto sottoscrivere la clausola di “aumento dell’IVA”. Detto in termini espliciti si tratta del caso patologico del debitore che per pagare precedenti debiti è costretto a contrarre nuovi debiti. Un ciclo notoriamente perverso e fatale che in genere finisce in un solo modo: tragico.

Non hanno quindi scelte e non si possono permettere sogni grandiosi e follie keynesiane per “rilanciare” l’economia, si attengano quindi al cosiddetto “shop Keeper budget” con tutto il rispetto dovuto alla categoria dei bottegai. Gente solida.

I nostri politici hanno anche la preoccupazione di essere rieletti alla prossima scadenza elettorale e l’unica cosa che sanno fare per garantirsi i voti, al loro livello di cultura, è la demagogia. Alla quale si dedicano con poco pudore. Non sapendo cosa fare di meglio.

C’è anche da dire che i sogni costano poco e se dichiarati come tali possono anche essere onesti. Come dicono i critici di questo governo sono anche necessari: in breve la produzione di “sogni”, di ”visioni utopiche”, “visione di lungo termine”…”progetto” è una precisa funzione di governo e deve essere attrezzata di opportune strutture.

Ecco la ragione della mia proposta per un ministero per la promozione della visione utopica o, più in breve Ministero per la Visione Utopica, acronimo MINVISUT (©l.matteoli)

Per ora mi limito alla anticipazione dell’idea, ma la cosa è densa di implicazioni sulle quali intendo ritornare quanto prima.

Nella figura il Duomo di Milano un’opera realizzata fra Medioevo e Rinascimento   quando gli strumenti erano vanghe, picconi, martelli e scalpelli e rozzi argani per il sollevamento di pesi, ma non mancò a quel tempo la “visione utopica” per fare un’opera “impossibile” che di fatto ha strutturato la moderna Lombardia. Oggi un’opera paragonabile potrebbe essere quella di impostare la transizione a un pianeta sostenibile, la transizione al capitalismo decente, porre le basi per una società civile….tornerò presto sull’argomento.

Lorenzo Matteoli

 

Su tecnologie e utopia vedi:

http://members.iinet.net.au/~matteoli/html/Articles/UtopiaEngItal.html

 

Così scrive Karl Mannheim alla fine del suo libro Ideology and Utopia:

… The disappearance of utopia brings about a static state of affairs in which man himself becomes no more than a thing. We would be faced then with the greatest paradox imaginable, namely, that man, who has achieved the highest degree of rational mastery of existence, left without any ideals, becomes a mere creature of impulses. Thus, after a long tortuous, but heroic development, just at the highest state of awareness, when history is ceasing to be blind fate, and is becoming more and more man’s own creation, with the relinquishment of utopias, man would lose his will to shape history and therewith his ability to understand it (K.Mannheim, Ideology and Utopia))

…La fine dell’utopia porterà la totale immobilità di tutto e in questa immobilità l’uomo diventerà un semplice oggetto. Ci troveremmo di fronte al più grande paradosso immaginabile: l’uomo che ha raggiunto il massimo livello di controllo razionale dell’esistenza, lasciato senza ideali, diventa una mera creatura di impulsi. Così, dopo un lungo tortuoso, ma eroico sviluppo, allo stato di massima consapevolezza, quando la storia cessa di essere fato cieco, e sta diventando sempre più opera dell’uomo, con l’abbandono delle utopie, l’uomo perderebbe la sua volontà di formare la storia e con essa la sua capacità di comprenderla. (traduzione l.matteoli)

(Karl Mannheim, Ideology and Utopia)

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Matteoli scrivi qualcosa di ottimistico

 

camaleonte

CAMALEONTE

 

Molti mi fanno questa richiesta e ho deciso di fare una analisi attenta per vedere nel quadro politico-culturale corrente qualcosa che faccia sperare un po’ meglio della minestra quasi quotidiana dei toksciò spesso con forti dosi di truffa ideologico-spudorata del cazzaroverde (copyright Scanzi) oppure con insulsa compiacenza gilettiana o scontato banale di Lilli. A margine dei toksciò da notare una cosa: fatti salvi pochi (Carofiglio, Scanzi, Cacciari, Cuzzocrea, qualche volta Calenda) nessuno ha ancora capito che quando tutti abbaiano insieme e cercano di prevaricare gli altri i telespettatori non capiscono nulla. Anche Gruber spesso fa parte della canizza invece di dominarla come sarebbe suo compito.

Ma veniamo all’ottimismo: stanno cambiando un sacco di cose e ci sono le premesse per ulteriori interessanti cambiamenti del teatrino. La tendenza generale è che i “partiti” (quello che ne è rimasto) hanno capito che la loro offerta ideologica non corrisponde più alla domanda di ideologie della platea votante (e non votante) e faticosamente si stanno adeguando.

I grillini (alcuni di loro) hanno imparato la lezione dei primi 18 mesi di governo e si stanno facendo domande drammatiche (alcuni, altri continuano ad abbaiare “onestà tatatàtatatà” e forse moriranno abbaiando) il capo politico Di Maio nella sua esperienza di ministro è riuscito a sballare qualche decina di tavoli di trattativa critica aziendale per qualche decina di migliaia di posti di lavoro (Alitalia, Ilva, Whirlpool…per citare i più eclatanti) ed è attualmente oggetto di pesante opposizione interna. Nel mondo grillino serpeggia frustrazione, incazzatura, riflessione critica, e nella nebbia si possono individuare alcune ipotesi evolutive: alcuni rimpiangono le sberle prese da Salvini e ne vogliono ancora, altri apprezzano la tranquillità del PD, alcuni scoprono antiche esperienze pannelliane, anarchiche, staliniste, altri vanno ancora più in là (o in qua) ma non sanno bene dove. Tutto è pronto per un grande esodo e alla prossima sconfitta elettorale come l’ultima ci sarà con molta probabilità un grande spappolamento chiarificatore. Grillo sta studiando come pilotarlo, ma anche lui comincia ad avere dei problemi di credibilità. Perché questa analisi di sfascio mi ispira ottimismo?  Perché la direzione delle confuse dinamiche è verso un “chiarimento”. Come dice Piketty “ogni regime politico è un fenomeno di apprendimento collettivo” i grillini hanno imparato qualcosa dalle sberle di Salvini e dagli errori della stupida affermazione che “l’importante è fare le cose non con chi le fai” perché poi finisci per farle con Salvini e mentre gridi “onestà tatatatatataà” lui affoga migranti, chiede i pieni poteri (e se li prende), copre i tardofasci di Casa Pound, irrita con volgari scemenze l’Europa, provoca danni da decine di miliardi (che pagheremo noi)con dichiarazioni puerili sull’euro, pasticcia con Orban, con Putin, con Savoini etc. e tu firmi decreti polizia 1 e polizia 2, scatena il razzismo italiota etc. etc.

IL PD ha imparato (alcuni) che non basta la “ditta”, e la gloriosa storia alle spalle, bisogna avere idee, progetto, convincere, capire cosa succede e governare il grande fiume di idee del minestrone Paese per non esserne travolti. Qualcuno ha anche capito che il merdaio attuale è la conseguenza del loro sonno ventennale. Renzi ha fatto la prima operazione di chiarimento e di scossone togliendosi di mezzo, ma anche senza di lui il PD sta ancora cercando di capire “chi è”. Ma si vedono le prime bollicine del grande bollore che deve scoppiare in quella pentola e di nuovo sarà un cambiamento verso la chiarezza…per cui anche in questo caso è giustificata una aspettativa di ottimismo.

La sinistra-sinistra ha imparato il piacere dello 0,2% che risulta dall’essere molto più intelligenti di tutti gli altri e verrà metabolizzata dal grande digestore. Anche questa non è una cattiva notizia. È vero che per ogni sinistra-sinistra che viene metabolizzata ne nascono altre due ancora più intelligenti, ma il processo dovrebbe essere ad esaurimento generazionale.

Nell’ala destra del teatro abbiamo una finta compattazione guidata da Salvini ma con molti bachi dentro.

Bachi ex grillini che sono andati da Salvini e si sono pentiti, difficile sapere dove andranno quando alla fine decideranno di andarsene, ma non resteranno con Salvini, forse una delle frazioni in uscita dai 5stelle li accoglieranno

Bachi ex Berlusconiani forse andranno con Mara Carfagna che sta preparando un luogo per raccogliere i vari pentiti, ma anche loro non resteranno con Salvini e con Casa Pound

Bachi ex PD torneranno al PD o da Renzi

Bachi Toti instabili anche questi e forse destinati a restare senza fissa dimora a disposizione del grande digestore

Bachi ex Leghisti della prima ora ai quali il Salvini cazzaro verde (copyright Scanzi) non piace, non piacciono i pasticcetti con Savoini, non piacciono i pasticcetti con i 49 milioni spariti, non piace la Lega Ladrona Romana, non piace Salvini con Casa Pound.

Ecco una breve sintesi della bollitura corrente: quando succederanno tutti i cambiamenti?  Possono avvenire in diversi modi, con chiarimenti interni, con scissioni, con abbandoni criptici… non sempre leggibili come si è letto Italia Viva di Renzi, con le prime sconfitte o con le prime vittorie e questo è un altro cambiamento avvenuto e ancora in corso: mentre una volta i numeri dei partiti cambiavano per percentuali minime (0 virgola) oggi l’elettorato non è più quello dell’eterno scontro DC/PCI oggi  gli abbandoni e gli incrementi sono per percentuali 10%, 20%, 30% e più (cfr. le recenti esperienze di vario segno dei 5S, del PD e della Lega).

Ultima analisi: i non votanti. Potrebbe cambiare qualcosa anche in questa area.  Ci sono due possibilità: aumenteranno o diminuiranno.

Tesi aumento dei non votanti: giustificato disgusto per la offerta ideologica degli attori attuali del teatrone politico, pigrizia, tanto sono tutti uguali, chissene…, per votare quelli lì meglio andare al mare…

Tesi diminuzione dei non votanti: basta! Non possiamo lasciare che Salvini vinca, non possiamo lasciare che l’insulso Conte 2 vinca, mandiamo a casa i grillini incapaci, mandiamo a casa lo stanco PD, e vabbè andiamo a votare non ho altro da fare…

Come potrebbe tornare a votare il 40% di assenti è un interessante problema sul quale ci vorrebbe l’attenzione dei pollsters.

La tesi corrente sul probabile voto degli assenti è che si suddividerebbero in percentuali uguali a quelle dei votanti.

Già…ma quali sono queste percentuali visto che tutto sta per cambiare?

Ragazzi! …più ottimista di così

Lorenzo Matteoli

 PS Augias: qualcuno è rimasto curioso su cosa doveva ricordare: la sua segretaria la pagava in nero, il furbetto di Bruxelles, oggi fa il moralista.

 

 

 

 

 

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