IL CAPOVOLGIMENTO DELLE LOGICHE

Il “capo” dei 5S  (si fa per dire: ancora in gestazione dopo mesi di palude) ha dichiarato che vuole portare il non-partito di nuovo al rango di “primo partito”.

Dalle prime mosse sembra che la strategia per ottenere questo risultato sia quella di fare il partito “di governo e di opposizione”. Ovvero piantare grane al governo con irragionevoli ricattuali demagogiche proposte finalizzate ad accontentare la base del movimento di puerili incompetenti.

In una logica politica corretta i voti si guadagnano governando bene approvando leggi utili e indispensabili ma non sempre gradite alla linea demagogica populista: esattamente l’opposto del progetto dell’avvocato che arriva dopo mesi di contorsioni a una ipotetica leadership della banda di bambocci arroganti incapaci di progetto e di visione e affascinati solo dalla demagogia più criminale.

Tempi duri per la ragione.

Sarà da vedere se i mesi di sciagura del governo Lega-5S dominato dalla stupidità e dall’arroganza avranno insegnato qualcosa agli elettori italiani.

Sarà anche da vedere se Mario Draghi aka whateverittakes consentirà agli sfasciati 5S lo spazio per le loro demagogiche esercitazioni e quanti voti perderanno per farle.

Salvini ha capito che con Draghi non c’è molto spazio per fare il doppio gioco e sta tentando un’altra strada: assorbire Berlusconi per bloccare la marcia trionfale di Meloni e andare al governo con un partitone di “destra italiana”.  

Una mossa con molte incertezze: 

  1. quanto resta di Forza Italia dopo che Salvini la risucchia? Forse un 3%.
  2.  Quanto perde la Lega di Leghisti in fuga da Meloni perchè non tollerano il pacchetto con Berlusca? Forse il 6-8%.
  3. Quanto guadagna il PD da quelli che non l’hanno mai votato ma non vogliono un governo Salvini 2.

lorenzo matteoli

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Salvin* e le asterische.

Somar*

Non posso certo essere accusato di simpatie salviniane, ma la stupidaggine  delle asterische  proposte dal Liceo Cavour di Torino è una provocazione insopportabile per il buon senso e per il solido pragmatismo Torinese.

Mi onoro di essere stato allievo del Cavour in Terza Liceo (A) nel 1955-56,  pochi anni dopo Raf Vallone, anche lui un ex Cavourrino che, sono sicuro, si sganascerà dalle risate per l’insulsa iniziativa (insuls* inziativ* di gender correctness  della grammatica secondo il bislacco preside).

Di seguito propongo alcune iniziative all’attenzione dei disponibili imbecilli: 

Line* ferroviari*, Zupp* di pesce, Frittat* di Spinac*, Aul* Scolastic*.

Restano aperti alcuni importanti problemi: mutand*?, pigiam*? cravatt*?

E  che dire di Vaff*?

Il problem* è recuperare il senso comune. 

È vero che nomina substantia rerum, ma anche  sunt certi denique fines … (latino).

Quelli che non hanno fatto il classico…si arrangino.

Lorenz* Matteol*

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I conti Farlocchi della Juve

CHI ? IO??

Non è che Gianni Agnelli fosse onesto e suo nipote Andrea, più volpone che agnello, sia un imbroglione come si potrebbe credere dalla vignetta sulla prima pagina del Corriere di oggi.

La storia vera è che la magistratura di rito Sabaudo degli anni 60-70 non si azzardava a toccare il Principe di Torino, mentre la magistratura post-Principato, non ha nessun riguardo nello strapazzare il giovane pollo Andrea, nipote pasticcione dell’elegante e intoccabile Gianni. Infatti, in quegli anni il Sindaco Novelli cedeva (senza gara pubblica) la concessione per la pubblicità allo stadio comunale al suo amico Bastino (Publimondo) in cambio di 300 milioni di vecchie lire. La stessa pubblicità che nel 1981 la Città (Sindaco Maria Magnani Noja, Assessore competente Lorenzo Matteoli) ha ceduto (dopo regolare gara pubblica) a Pubbligest per 2,7 miliardi di vecchie lire. L’ampio margine veniva gestito nella spartingaglia (copyright Diego Novelli) fra le squadre (Juventus e Torino) e altri diagonali aventi causa  di tutto l’arco costituzionale. Con la completa disattenzione dei magistrati di allora. Tranquilli: è tutto documentato e tutto prescritto.

Lorenzo Matteoli

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La rivoluzione implicita di Mario Draghi

È interessante quello che sta succedendo nel teatrino della politica italiana. I 5 Stelle si stanno spappolando (ultimo sondaggio sono all’11%, fra poco cominceranno le percentuali da codice telefonico) l’effetto Conte non c’è stato, la fronda Raggi-Dimaio-Spadafora serpeggia, Grillo dileggia. … Continua a leggere

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L’italiano prima di tutto!

Approcciare all’albero

Ha detto l’avvocato pugliese che almanacca per controllare la poltiglia dei raffazzoni 5Stelle, parlando di Renzi e di Italia Viva: “…Mi chiedo con che stato d’animo Italia Viva possa aver approcciato alla cosa”. (Giuseppe Conte su La Repubblica).

Approcciare alle cose è l’Italiano che Conte ha appena imparato frequentando i 5Stelle.

L’avvocato Conte si scandalizza perché Matteo Renzi prende soldi da  committenze straniere per tenere conferenze e lectures.

Come se le parcelle dell’Avvocato Conte possano tutte passare lo “smell test” famoso.

lorenzo matteoli

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DECIDO IO!

decido io

Quello dei “pieni poteri” ha detto “Decido io”. Le controparti mugugnano in silenzio e fanno finta di sottoscrivere.  La cultura della prepotenza e dell’abuso arrogante, quella che sottoscrive la linea provinciale  e gretta  di Polonia e Ungheria è stata imposta al dibattito interno della Lega. La linea del doppio gioco furbo, “di lotta e di governo” che si struscia con i no-vax, i no pass,  e con i vari rappresentanti del puerilismo nostalgico neofascista (…Presente!). I bigotti che sbavano sul rosario si candidano per controllare la RepubblicaLa frangia di Trump in Italia “deciderà” le strategie della Lega.

Finalmente la premessa del sicuro declino: l’Italia, anche quella di destra, non è quella.

Giorgetti, in silenzio, aspetta e accarezza il formidabile arco di Ulisse.

lorenzo matteoli

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Il Milite Ignoto cento anni dopo

soldati americani? o “ignoti”?

Grande scandalo per l’immagine di due soldati americani sulla locandina pubblicata dal Governo per i cento anni dell’Istituto del “Milite Ignoto”. Un errore e gli uffici competenti si sono scusati e “prenderanno provvedimenti”.

Ma, io mi chiedo, dove sta scritto che il “milite ignoto” debba obbligatoriamente essere “italiano”? Se è veramente ignoto come si fa a certificarne la nazionalità?

Lo scandalo dei moralisti nazionali  “temporibus acti”, a mio avviso, non solo non è giustificato, ma è offensivo. Gravemente offensivo infatti.

Nella Prima Guerra Mondiale, ma specialmente nella Seconda Guerra Mondiale per la liberazione dell’Italia dal nazifascismo sono morti più giovani soldati stranieri che italiani e sicuramente, fra questi, migliaia di “ignoti” spappolati da bombe, squartati dalle mine tedesche, falciati dalle mitraglie mentre combattevano per la nostra libertà non per la loro. Venuti da tutto il mondo: Stati Uniti d’America, Inghilterra, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Francia, Marocco, Tunisia, Brasile, Israele, Gurka Indiani…(140 000 morti stranieri 44 000 italiani nella Campagna d’Italia isecondo il Ministero della Difesa).

La locandina “sbagliata” forse sarà un errore, ma riconosce una realtà che non è mai stata riconosciuta nelle cerimonie ufficiali della “Resistenza”, in una di queste a Milano, la Brigata Ebraica venne addirittura fischiata dal pubblico settario e ignorante.

Forse questo “errore” servirà a rimediare una colpevole, offensiva negligenza che va avanti da 76 anni.

lorenzo matteoli

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I documenti scritti dal 1981 al 1986

I documenti scritti tra il 1981 e il 1986
in occasione
delle due votazioni per la carica di Preside della Facoltà di Architettura


Riedizione 2021 con una breve introduzione  

Breve introduzione 2021

Il libro fondamentale di Paola Mastrocola e Luca Ricolfi “Il Danno scolastico” (Edizioni Nave di Teseo, Milano,  2021) che ho recensito su questo blog il 15 Ottobre c.a. mi ha sollecitato la curiosità di verificare cosa scrivevo negli anni 1980 quando stavo appunto “vivendo”, dalla parte “contro”, il massacro demagogico che il “pensiero unico” dominante stava facendo dell’Istituto Universitario italiano, con l’equivoca complicità delle migliori menti dell’Accademia italiana di allora. Massacro eseguito sia con riforme “letali” a Roma (da Berlinguer a Gelmini), sia con comportamenti accademici di ferocia demagogica scontrollata, nelle varie sedi.
Osservavo e subivo la vicenda, come docente prima e come Preside poi, della Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino. Leggere il libro di Mastracola/Ricolfi e rileggere le mie note e i miei racconti di quegli anni è stato interessante e sorprendente per i riscontri e le conferme che si trovano fra le due esperienze.
Se, come io credo, il libro aprirà una fase di revisione e correzione degli errori commessi in cinquanta anni di aggressione demagogica all’Università italiana, la memoria di cosa è successo “sul campo” può essere utile a chi avrà la forza di affrontare l’impresa. Questo il motivo della mia decisione di riproporre la lettura di documenti scritti più di quaranta anni fa che, per le specifiche attuali circostanze, acquistano oggi un significato ulteriore rispetto a quello originale di quasi mezzo secolo fa.

LM

P.S. Promemoria per chi ha la vocazione del riformatore: l’aggiornamento del curriculum di studi e dei contenuti delle discipline è un lavoro continuo, quotidiano, affidato alla dialettica e al dibattito interno fra ricercatori, docenti, studenti e utenti dell’Istituto Universitario (industrie, professionisti, amministratori, referentio politici…).  lm

      Premessa ai documenti da “preside” 1981-1986.
Ero entrato in Facoltà nel 1962 appena laureato come assistente volontario del prof. Cesare Bairati: insegnava Elementi Costruttivi, piccoletto, severo, appassionato studioso della sezione aurea e delle somme geometrie pitagoriche ed euclidee, formazione scientifica di matrice tedesca anni 30, era noto per le improvvise e feroci collere e soffriva, come molti architetti torinesi e docenti della Facoltà, di un esplicito complesso nei confronti di Carlo Mollino, genio sregolato di marca favolosamente decadente, che usava il conformismo della Facoltà come stimolo di provocazione antagonista, divertendosi molto, e facendo inferocire molto i suoi colleghi e piangere i suoi assistenti sottoposti a colorite sevizie baronali.
Dopo due anni il prof. Bairati passò ad un altra cattedra e a lui subentrò il prof. Ciribini milanese che, con molta generosità, accolse tutti gli assistenti del. prof. Bairati: “in questo Istituto, disse con accento meneghinissimo, ci diamo tutti del tu perché è una famiglia e dobbiamo stare insieme prima di tutto come amici e poi come colleghi…….. Lei Matteoli …..”
Per conto di Ciribini mi occupai in un primo tempo di problemi molto astratti (ricordo una ricerca sui sistemi di classificazione che in qualche modo ci eravamo impegnati a fare per il Conseil International du Batiment) e poi, “siccome sapevo le lingue”, venni assegnato ai “rapporti internazionali”. Dopo due anni mi venne affidato l’incarico di realizzare un laboratorio per le prove sui serramenti esterni e per i successivi 10 anni mi occupai praticamente solo di quello sviluppandolo e curando per conto del CNR e dell’UNI i rapporti con altri laboratori europei sui problemi di normativa e controllo della qualità. Il laboratorio era una comoda nicchia: non mi occupavo di didattica se non in termini marginali, viaggiavo in tutto il mondo per seguire i lavori ICITE/CNR e UNI, le prove per conto terzi consentivano una gratificazione economica minima, ma rendevano il posto relativamente autonomo dalle logiche perverse del Consiglio di Amministrazione. Passai nella mia tana gli anni dal 64 al 74: nel 68, dopo la fantasiosa e provocante ‘primavera’ vinse l’arroganza dei ‘cinesi’ e dei ‘katanghesi’, subentrò la modestia della demagogia e poi venne la paura. 
Non partecipai se non come osservatore critico della stupidità, della paura, della demagogia: la mia rivoluzione non era quella. Pochi documenti e personaggi si riscattano dalla modestia del 68 torinese, nessuno in Facoltà di Architettura. Il CdF concesse, utilizzando una illecita interpretazione del concetto di esame ‘biennale’, una riduzione degli esami del Corso di Laurea da 36 a 24. La decisione venne accolta con incredulo entusiasmo dagli studenti rivoluzionari e no: in pratica metà della popolazione studentesca non aveva più nulla da fare se non attendere che passassero gli anni del corso avendo già sostenuto 24 esami. E’ di quegli anni la formazione e il consolidamento della cellula BR del Politecnico per la quale qualcuno ha poi pagato con anni di galera delitti commessi da non si è mai saputo chi. Nel 1975 mi venne dato l’incarico sullo sdoppiamento della cattedra del prof. Ciribini: avevo fatto domanda senza molte speranze. La Facoltà sotto la presidenza di Roggero era governata dal compromesso cattolicocomunista e io non corrispondevo a nessuna categoria conforme (anzi ero della specie più riprovevole un liberal/radicale o radical/liberale): credo che non ci fossero alternative e venni nominato. 
Andando avanti negli anni l’attività di ricerca e sperimentazione diventava sempre più interessante: fui il primo a sperimentare i collettori solari su larga scala. Avevo contratti di ricerca con il Ministero della Pubblica Istruzione (1976) e con il Ministero dei Lavori Pubblici (1980-1981) e li svolgevo, insieme al mio piccolo gruppo di ricerca, con grande autonomia ed efficacia. Subivamo la persecuzione del Consiglio di Amministrazione dominato dal PCI/CGIL che sospettava, nella nostra attività di ricerca, lucri indebiti e deviazioni privatistiche: eravamo solo entusiasti, ma questo non rientrava nelle categorie interpretative dei “compagni”. Chi lavorava ed era contento doveva essere sospettato. 
Da questi limiti il CdA del Politecnico non si è ancora riscattato: crollano i muri di Berlino, ma il conformismo è ancora sovrano in quel collegio. Ricordo ancora l’interrogatorio al quale venni sottoposto, convocato dal Rettore Rigamonti, dal tecnico esecutivo Fiegna, incaricato dal CdA del quale era un autorevole ‘commissario del popolo’, di verificare perché avevo chiamato come collaboratori dei giovani architetti esterni senza sottopormi alla verifica e al controllo del Consiglio. Il contratto che il Rettore aveva stipulato con il Ministero prevedeva la mia responsabilità scientifica e mi autorizzava ad avvalermi di collaboratori esterni. Fiegna evocò sospetti di interesse privato, ‘gestione clientelare’ e minacciò cupo ‘possibili interessamenti della magistratura’ secondo lo stile che era consueto alla sua cultura. Assunsi i collaboratori esterni che volevo sostenendo che, come responsabile di ricerca, non tolleravo che mi si imponessero collaboratori scelti da altri totalmente ignari di necessità ed esigenze. Fra tutti gli episodi di amministrazione ideologicamente condizionata di quegli anni ne ricordo uno particolarmente significativo. Nell’ambito delle nostre attività di ricerca volevamo comperare dei calcolatori elettronici Apple: piccoli, efficaci stavano rapidamente dimostrando come per la maggior parte del lavoro di calcolo corrente il piccolo calcolatore da tavolo è molto più adatto della enorme macchina centralizzata. Il Consiglio di Amministrazione del Politecnico, dominato dalle ideologie della centralizzazione a tutti i costi, aveva fatto il contratto con il CSI Piemonte e vietava sistematicamente a tutti i gruppi di ricerca l’acquisto di piccole macchine autonome (la prassi era bollata come individualismo sciocco e dispersivo, la gazzarra elettronica, anarchia, caos incontrollato). L’ordine era: collegarsi al CSI con terminali compatibili. Il servizio del CSI era una barzelletta: attese lunghissime, collegamenti fortunosi e aleatori, procedure estenuanti, disponibilità di programmi minima, linguaggi impossibili, assistenza zero. 
Resistemmo convinti: alla fine abbiamo comperato un Apple (il primo del Politecnico di Torino) alla ridicola condizione imposta dal CdA di ‘usarlo come terminale di collegamento al CSI’. Più o meno come collegarsi a uno schiacciasassi con una bicicletta. 
Questo modesto episodio illumina sulle ragioni del ritardo nel campo dell’informatica che ha caratterizzato la gestione del Politecnico in quegli anni e che ancora oggi provoca conseguenze negative: le scelte privilegiano sempre la grande macchina centralizzata quando anche i boy scouts sanno che la piccola macchina ha oramai una tale potenza di calcolo da poter svolgere il 98% del lavoro di ricerca corrente. .
Nel 1978 feci il concorso per diventare professore ordinario: insieme a me concorreva la professoressa Giovanna Guarnerio moglie del professor Ciribini. Avevo poche speranze di essere portato dal mio ‘capo’, nè potevo dargli torto. Mi fece da ‘babbo’, in extremis, Pierluigi Spadolini tecnologo ordinario a Firenze, entrai nella graduatoria e nel 1980 venni chiamato a Torino sulla cattedra sdoppiata del “Maestro” Ciribini.
Con il 1981 scadeva il quarto triennio di presidenza Roggero che non poteva essere rieletto perché la legge imponeva ai candidati il tempo pieno. Con atteggiamento assolutamente impertinente e ‘non torinese’ dichiarai la mia disponibilità inviando a tutti i colleghi il documento ‘Appunti per un preside’ (cfr). La cosa disturbò profondamente il gruppo degli storici/compositivi e la cellula del PCI interprete e fedele esecutrice delle logiche accademiche di questi. Avevo quindi contro il PCI, gli storici ‘organici’, i compositivi : facendo i conti con molta attenzione potevo essere eletto dalla maggioranza silenziosa ‘al filo di lana’. Il PCI non aveva candidati e i compositivi giuravano che il Ministero avrebbe abrogato il vincolo sul tempo pieno: era questione di giorni, al massimo settimane e il prof. Roggero avrebbe potuto essere rieletto. Quando il Decano della Facoltà prof. Goria nel luglio del 1982 convocò l’assemblea per la elezione del Preside il prof. Gabetti inviò una lettera a tutti i docenti invitandoli a disertarla. Un gesto gravissimo. Vennero all’assemblea 21 docenti: 2/3 più uno e l’assemblea era tecnicamente valida. Giorgio Ceragioli, amico e maestro, la invalidò uscendo prima della votazione perché non riteneva dignitosa l’elezione in quelle condizioni. I presenti mi votarono comunque all’unanimità e io scrissi al Ministro Bodrato chiedendo che la nomina non venisse ratificata. Il Ministro impose la ripetizione della liturgia: anche altri avevano fatto la mia stessa istanza. L’assemblea venne ri-convocata nel novembre 82 ad Anno Accademico iniziato. Il PCI con il gruppo degli storici e compositivi organici aveva trovato un candidato disposto a fare da testa di legno: il prof. Simoncini, storico di Roma che era a Torino quasi come un “turista”.
Venni eletto con una maggioranza di pochi voti. 
La Facoltà era distrutta dopo 12 anni di gestione demagogica e di cultura “organica”. Si laureavano architetti che non avevano mai sostenuto un esame di scienza delle costruzioni: molti ordini professionali non ammettevano i laureati di Torino. Da Reggio Calabria e dalla Sicilia venivano a Torino centinaia di studenti per laurearsi con la ‘rapida’. I docenti e i compositivi “organici” sostenevano che il fenomeno era dovuto alla grande qualificazione del nostro Corso di Laurea e forse ancora oggi c’è qualche irriducibile di questa opinione. Il nodo venne al pettine un anno dopo quando il nuovo Rettore Stragiotti mi chiese come mai avevamo, unica sede Italiana, un corso di laurea in architettura con soli 24 esami rispetto ai 36, 32, 30 delle altre sedi. Domandai informazioni ai “vecchi”, Roggero, Gabetti, Varaldo: nessuno ricordava nulla. Cominciai allora a consultare sistematicamente tutto l’archivio della Presidenza e trovai in una cartella nascosta in fondo a un armadio, (un vero colpo di fortuna) non protocollata in arrivo, una lettera del Ministro della Pubblica Istruzione Misasi che respingeva la proposta della Facoltà di darsi uno Statuto con un corso di laurea di 24 esami, chiedeva la immediata “rideliberazione” pena l’annullamento del titolo: la data era del 1970. Per più di dieci anni la Facoltà non aveva riscontrato l’ingiunzione del Ministro e aveva continuato una pratica illegittima. Con il nuovo Rettore Stragiotti chiedemmo istruzioni al Ministero. L’allora direttore generale della Istruzione Universitaria dr. Fazio dettò lapidario: adeguarsi immediatamente. Chiesi un riscontro scritto e mi disse che se scriveva qualcosa doveva anche nominare una commissione di inchiesta. Esposi il problema al CdF chiedendo l’indispensabile supporto per riparare il guasto in tempi rapidissimi. Il CdF approvò, ma la cellula del PCI e il gruppo di docenti “organici” speravano che l’incidente opportunamente gonfiato avrebbe potuto portare alle mie dimissioni. Nelle riunioni della cellula si parlava con entusiasmo di ‘cavalcare la tigre della ribellione studentesca’. L’incidente fu difficilissimo da chiudere: il momento più triste fu quello del Consiglio di Facoltà aperto agli studenti nel quale il prof. Roggero affermò di non conoscere e di non avere mai ricevuto la comunicazione del Ministero.
L’incubo dei 4000 piani di studio da mettere a posto e dei 16.000 esami da far sostenere consumò il triennio della presidenza durante il quale riuscii peraltro a cambiare parecchie altre cose: mostre, seminari, conferenze, dibattiti, docenti stranieri, riaccesero il dibattito e animarono una Facoltà che era stata addormentata dal conformismo degli organici al PCI. Qualcuno, nostalgico, diceva che era il ‘supermercato della cultura’ e non nascondeva il più totale disprezzo. Le riunioni del Consiglio di Facoltà erano però diverse: rinasceva la dialettica, le opinioni si potevano esprimere liberamente e il Preside si poteva liberamente contrastare. Era finita la ‘paura’. Fu in quel periodo che riuscii a innescare due strutture fondamentali per la Facoltà: il Centro di Calcolo e il Laboratorio Audiovisivi. Per il Centro di Calcolo avevo ottenuto un finanziamento su una legge per attrezzature del Ministero della Pubblica Istruzione: volevo comperare una macchina piccola ma dell’ultima generazione. Il Consiglio di Amministrazione mi obbligò a rilevare un vecchio PDP 11/23 che la Facoltà di Ingegneria aveva comperato da diversi anni e non aveva mai usato: anzi aveva cercato di usare per fargli compilare …… i diplomi di laurea. Senza successo: i diplomi non vennero compilati per 5 o 6 anni perché ……’tanto li avrebbe fatti il computer!…'( se ne accumularono più di 15.000). La macchina, oramai obsoleta, era una evidente testimonianza del ‘centralismo democratico’ applicato dagli ingeneri agli acquisti nel campo della informatica: nonostante la mia resistenza mi venne imposta ‘de vi’. Durò poco servì a meno e costò carissima alla Facoltà (e al Poli) in termini di manutenzione Digital: il Consiglio di Amministrazione del Politecnico trovò il modo di associare nel suo ritardo informatico anche la Facoltà di Architettura e si mise a posto la coscienza per un evidente malaccorta spesa. Il PDP 11/23 venne abbandonato dopo poco più di un anno e La Facoltà venne adeguatamente e finalmente attrezzata con un laboratorio………. di tante, efficacissime piccole macchine, apprezzatissime dagli studenti e dai docenti, accessibili e ‘user friendly’. Finalmente anche il CdA del Politecnico aveva capito quali strategie si dovevano seguire per una efficace politica di informatizzazione dell’Ateneo. 
Costosamente e con 10 anni di ritardo che però non si configurano come motivo di attenzione per la magistratura.
Alla scadenza del primo triennio decisi di ripresentarmi e inviai un documento di programma e riflessioni (cfr): questa volta il PCI comprese che opporsi non conveniva. Biagio Garzena comunicò l’astensione del gruppo di docenti ‘organici’ riconoscendo come positiva la mia gestione del primo triennio, i compositivi e gli storici ‘organici’ non avevano rinunciato e avevano convinto il prof. Ciribini, oramai fuori ruolo, a presentarsi come candidato, nella convinzione che, di fronte al “maestro”, avrei ritirato la disponibilità. Ciribini mi venne affettuosamente ad avvertire che avrei fatto una figuraccia: gli avevano garantito una solida maggioranza. Dissi al “maestro” che non potevo ritirare la candidatura e che era un preciso dovere per me sottoporre al giudizio della Facoltà l’operato dei tre anni trascorsi. 
Venni confermato per il secondo triennio con una grande maggioranza: tre voti al prof. Ciribini e una manciata di astenuti PCI. 
Dopo un anno e mezzo, eletto nel Consiglio Comunale e nominato Assessore, mi dimettevo dalla Presidenza e cominciavo un’altra esperienza di servizio pubblico.
Durante il mio servizio come Preside sono stato responsabile di due importanti operazioni: gli adempimenti previsti dalla legge 382/83 (Riordinamento dell’Università) e l’adozione del nuovo Statuto: complessivamente ho gestito più di centoventi Consigli di Facoltà verbalizzandoli e preparandoli accuratamente con un promemoria su tutti i punti all’odg che veniva inviato a tutti i docenti con la convocazione: prassi mai seguita prima e di notevole utilità per garantire una partecipazione critica dei docenti al CdF. La legge 382/83 e l’adozione del nuovo Statuto hanno richiesto un enorme lavoro amministrativo: la ricostruzione di tutte le carriere e la ricollocazione dei docenti sui nuovi insegnamenti e sulle nuove titolarità, la ristrutturazione di tutti i piani di studio. 
Dopo dieci anni il documento per la candidatura alla presidenza dell’81 ha il sapore dell’ingenuità : la mia fiducia nella ‘dialettica interna’ come motore di autoregia dei processi culturali è espressa con grande candore, si sente rileggendo anche lo sforzo che avevo fatto per evitare polemiche e antagonismi eccessivi ed è forse da questo sforzo che deriva una relativa banalità del documento. Questo sforzo non ebbe molto successo, o, forse, non era poi così svolto, visto l’antagonismo che la mia candidatura provocò.
Nel documento per la candidatura del 1983 si sente il peso della vicenda ‘esami’, il tono però è cambiato e l’esperienza dell’ufficio è evidente. Anche la ‘dialettica interna’ alla Facoltà era però molto cambiata e potevo essere relativamente più sereno.
Nell’ultimo documento che invio ai docenti (febbraio 86) richiamo l’attenzione sulla necessità di attendere la ‘dialettica quotidiana’ e il dibattito continuo e diffuso: come spesso succede nel nostro paese il fascino di rivoluzioni che nessuno è capace di fare supera quello per il lavoro sistematico e quotidiano e l’agitazione degli studenti, provocata dalla messa a regime difficoltosa del nuovo ordinamento del Corso di Laurea, strumentalmente esaltata da qualche nostalgia del 68 dei ‘leaderini’ rischiava di sfuggire di mano.
Era già cominciata la mia esperienza nell’Amministrazione di Torino e i problemi dell’Università si stavano allontanando dai miei interessi immediati: i colleghi professori mi sembravano astratti, disinformati e, a fronte dell’astrazione e della disinformazione troppo sicuri e garantiti. La campagna elettorale per le Amministrative del 1985 era stata una esperienza a forte contenuto di formazione: a poco a poco cresceva la mia sensazione che la categoria dei professori universitari vive in una situazione di grande privilegio, poco verificati nella produzione scientifica, negli adempimenti, nella preparazione, godono di una autorità che la grande maggioranza è lontana dal meritare e spesso si comportano con arroganza. 
Questa sensazione viene sistematicamente confermata negli anni successivi. 

Gli appunti per un preside del 13 ottobre, 1981.
Documento con il quale comunicai ai colleghi della Facoltà di Architettura la mia autocandidatura alla presidenza della Facoltà nell’ottobre del 1981 (venni eletto un anno dopo nel novembre 82). Un gesto profondamente “antitorinese”. Il gruppo che controllava la Facolta’ (una alleanza tra PCI e DC sotto la guida carismatica di Roberto Gabetti) fu provocato e disturbato profondamente dalla mia iniziativa. Roberto Gabetti invio’ una lettera a tutti i docenti pregandoli di non partecipare all’Assemblea indetta dal Decano (Prof. Goria) per l’elezione del Preside. Un gesto da Consiglio di Disciplina. L’assemblea ando’ semideserta parteciparono solo i docenti a me favorevoli, fui eletto e rifiutai il risultato scrivendo al Ministro Bodrato di chiedere alla Facolta’ di “rivotare”. Le nuove elezioni si tennero a Dicembre: la coalizione PCI/DC (storici e compositivi) presento’ un candidato “finto” (prof. Simoncini uno storico di Roma assolutamente insignificante) e io vinsi con il 65% dei voti. Tre anni dopo la coalizione PCI/DC presento’ come candidato il mio Maestro Ciribini pensando che di fronte alla candidatura del “capo” io mi sarei ritirato. Ciribini, cortesemente avvertendomi di avere la maggiranza garantita da Gabetti, mi chiese con paterna benevolenza, di ritirarmi per non fare brutte figure. Lo avvertii che avrebbe avuto tre voti e non la maggioranza promessa da Gabetti. Il risultato fu umiliante per il mio Maestro: ebbe tre voti. Io venni eletto dal resto della Facolta’ meno 13 astenuti: lo zoccolo duro del PCI. Biagio Garzena aveva annunciato l’astensione del PCI ammettendo a malincuore che io ero stato un “bravo preside”.Ecco il mio documento le note in calce sono riflessioni dieci anni dopo:             


Appunti per un Preside.
Ottobre 1981 

I problemi che dovrà affrontare la Facoltà con il Preside del prossimo triennio si possono, a mio avviso, organizzare nelle seguenti categorie:
. dialettica interna
. dialettica esterna
. ricerca nella facoltà
. lavoro nella facoltà
. didattica
. adempimenti 382 e messa a regime della ristrutturazione approvata dal CUN
. routine burocratica
LA DIALETTICA INTERNA
La Facoltà di Architettura negli ultimi 12 anni ha subito una trasformazione radicale vedendo moltiplicato per un fattore 5 il corpo studentesco e per un fattore non ben precisabile e forse superiore il numero di corsi ai quali dà accesso in modo diretto o indiretto.
Sul piano ideologico la complessità del servizio didattico e di ricerca che si svolge è sfuggita, da tempo, ai normali strumenti di gestione e coordinamento e le diverse forme di didattica evoluta sperimentate e in corso di sperimentazione sembrano sempre trovare le maggiori difficoltà proprio nella correlazione interna e contestuale, oltre che nei limiti oramai cronici della struttura organica e logistica. (1)
Non è possibile controllare fenomeni così complessi solo in termini di normativa e di strumentazione gestionale. Se questo atteggiamento è accettabile in una gestione aziendale, nel caso della Università appare riduttivo e grezzo. Nell’Università, infatti, per motivi connessi all’Istituto ed ai fini che è tenuto a perseguire, ogni discorso di normativa e di strumenti di gestione deve essere subordinato, o, quanto meno, accompagnato, da una cultura della comunicazione fra tutti coloro che operano al suo interno. Cultura che deve essere istruita. La cultura, il costume, l’abitudine e il piacere della comunicazione e del confronto interno, informale, diffuso, continuo sono la base indispensabile per tutte le successive operazioni di struttura e di organizzazione. (2)
Quando esiste, e sia effettiva, una comunicazione e una informazione interna, intensa e viva, molti problemi di coordinamento trovano naturale e immediata soluzione. La definizione delle aree disciplinari, delle discipline specifiche, dei campi di ricerca e di azione didattica e delle diverse interazioni e connessioni logiche e strutturali, ne sarà la conseguenza.
La dialettica interna è la condizione fondamentale che consente identificazione, collocazione critica e presenza sui problemi emergenti e sulle diverse priorità, ed è uno strumento insostituibile di ‘autoregia’ per un sistema complesso come quello nel quale operiamo. 
Non esistono modelli o formule che consentono l’innesco di questo costume in modo automatico e immediato e, anzi, è necessario fare molta attenzione ad ogni forzatura perché si rischia il rifiuto e il rigetto categorico. (3) L’istruzione di un comportamento comunicazionale aperto è un programma a lungo termine che, peraltro, ha il suo momento fondativo nella posizione immediata della sua necessità. Ogni atto compiuto e decisione all’interno della Facoltà deve avere presente questo obbiettivo.
Le iniziative immediate e a breve termine in questa area di problemi sono tutte quelle che danno alla Facoltà una maggiore conoscenza di se stessa: luoghi, occasioni e servizi di confronto e comunicazione interna, fra i diversi utenti e operatori. Si tratta in genere di potenziare l’attività e la capacità operativa di organismi esistenti: centro stampa, servizio di documentazione, biblioteca e attività connesse, assistenza agli studenti, consulenza sui piani di studio etc.
Una attenzione continua e sistematica al profilo sociale degli studenti, rilevato con adeguata competenza, potrebbe essere matrice di indicazioni più originali e consistenti.
LA DIALETTICA ESTERNA
Un sistema caratterizzato da intensa comunicazione interna si pone, nei confronti dell’ambiente esterno, in termini di massima ricettività e di massima potenzialità espressiva: i segnali del mondo vengono percepiti con maggiore sensibilità, precisione e immediatezza, la presenza critica e attiva sui problemi in essere e in emergenza risulta quindi rafforzata e consolidata. La Facoltà avrebbe inoltre una identità, se non più precisa, più esplicita per il ‘referente esterno’ e questo faciliterebbe il colloquio e la interazione. Anche se la struttura complessiva della Università italiana verrà profondamente modificata, per quanto concerne i collegamenti istituzionali, interdipartimentali e interfacoltà, da graduale innesco delle diverse configurazioni previste dalla legge 382 e dalla ristrutturazione del Corso di Laurea in Architettura recentemente elaborata dal CUN e approvata dal Ministero, è opportuno che il modello di relazioni burocratico e istituzionale da istruire venga perseguito, e criticamente facilitato, attraverso una attenta e continua attività di collegamento con il mondo universitario nazionale, con quello internazionale, con le professioni, le industrie, le istituzioni pubbliche responsabili del territorio e con tutti gli attori sociali. Le possibilità e le occasioni di collegamento con istituti stranieri, sia a livello di studenti che a livello di corpo docente, sono ora sfruttate in modo relativo: solo l’occupazione dello spazio attualmente disponibile (borse di studio, visiting professors, programmi di ricerca intereuropei promossi dalla CEE) potrebbe avere conseguenze significative sulla vita culturale della nostra scuola. (4)
Di particolare importanza è in questi anni la revisione del collegamento culturale e scientifico con la Facoltà e il Corso di Laurea in Ingegneria: la nostra Facoltà ha subito un rapporto subalterno (5) che ha conseguenze negative per tutto il Politecnico e che sarebbe bene risolvere anche nelle implicazioni di servizio strutturale e amministrativo. 
Il collegamento con le altre Facoltà degli Atenei Torinesi chiaramente istruito dalla possibilità che i nostri studenti hanno di sostenere esami e seguire corsi praticamente ovunque, deve trovare un riscontro operativo e sistematico anche a livello di docenza. 
La dialettica esterna, e cioè il collegamento vivace con il contesto e con tutte le forze che vi operano, è la base per una continua finalizzazione del servizio didattico e di ricerca alle esigenze storicamente emergenti e, in ultima analisi, la struttura fondamentale per garantire ai nostri laureati lavoro e competenza. (6) E’ da questa dialettica che si consolida e si definisce il ruolo di ‘guida’ che è fondamentale responsabilità dell’Istituto Universitario rispetto alla Società per la quale vuole operare.
Anche in questa area di problemi le iniziative specifiche dipendono da un atteggiamento culturale generale che deve essere istruito su tempi medi: affidare una responsabilità specifica per la promozione della interazione culturale della Facoltà con enti e organismi nazionali e internazionali nei vari settori di competenza e interesse potrebbe essere un suggerimento da vagliare.
LA RICERCA NELLA UNIVERSITA’
Una delle connotazioni caratteristiche della ricerca svolta dalla cultura degli architetti, e quella maggiormente qualificante e originale,è di affrontare con una visione complessa e umanistica i problemi riducendo in tal modo il pericolo di tecnicismo deterministico e dell’approccio specialistico; ciò consente una maggiore coerenza con la realtà che è sempre complessa. Mentre fino a pochi anni fa questo atteggiamento non veniva accettato dalla cultura dominante, per l’offerta di ricerca della cultura degli architetti c’è oggi, invece, una forte disponibilità e domanda in campi svariatissimi di committenza sia pubblica che privata. La Facoltà ha difficoltà a rispondere in modo adeguato a questa domanda per diversi motivi primo fra tutti è la mancanza di un quadro procedurale e normativo con il quale gestire i rapporti con le committenze e i rapporti con i ricercatori. Per una serie di circostanze che dovranno essere, in opportuna sede, analizzate e dibattute. La politica dell’Università italiana negli ultimi dieci anni è stata, di fatto, quella di scoraggiare l’iniziativa di coloro che volevano svolgere ricerca con l’esterno. L’organico di ricercatori si è andato assottigl

iando da una parte (i precari esterni che non si possono pagare) ed è andato invecchiando dall’altra (i contrattisti e gli assegnisti non rinnovati dal blocco dei concorsi. La Facoltà ha perso un importante alone di operatori che svolgevano un ruolo di collegamento con il contesto e costituivano un spazio di qualificazione e preparazione per il successivo inserimento nella Università o nella professione. Eliminando radicalmente quest’area (7) si sono, è vero, eliminati molti problemi del precariato e situazioni di sfruttamento scorretto, ma si sono anche perduti posti di lavoro e potenzialità operativa: una azione di recupero degli aspetti positivi sembra quindi proponibile e in tal senso dovrebbe essere interpretata una serie di dispositivi della 382.
Se si vuole fare ricerca oggi ci si può impegnare solo in linea strettamente personale ed essere disposti a grossi sacrifici sul piano della remunerazione: e d’altra parte se si vuole sopravvivere culturalmente e didatticamente, si deve fare ricerca. Lo spazio è quindi limitato al volontarismo sacrificale, alla militanza o a coloro che, godendo di altre rendite, possono mantenersi l’hobby della ricerca universitaria.
Tutto il problema della ricerca nell’Università quindi, insieme a quello del lavoro, necessita di profonda revisione e un dibattito sulla interpretazione del disposto normativo della 382 è urgente e indispensabile e deve essere fatto insieme ai sindacati (8) e agli ordini professionali per poter definire in modo realistico e attuale la figura dell’operatore di ricerca Universitario.
Sono stati eliminati dalla Facoltà (e da tutta l’Università italiana) i ricercatori laureati negli ultimi dieci anni accademici che in qualche modo devono venire recuperati, così come deve essere recuperata la possibilità di lavorare e di essere presenti nelle zone di committenza in modo analogo a quello che caratterizza altre aree di offerta di ricerca (grandi enti dello Stato, grande industria privata). La ricerca condotta nell’Università per committenze esterne deve essere vista e adoperata come uno strumento fondamentale di integrazione del servizio didattico e di consolidamento e aggiornamento della competenza dei docenti. Tutte le componenti attive (9) devono poter accedere agli spazi di ricerca con formule contrattuali adeguate alle specifiche esigenze di sicurezza e di flessibilità della domanda e della offerta di prestazioni, la formazione dei gruppi di lavoro deve consentire la sinergia derivante dalla affinità sul piano umano e culturale e deve controllare i fenomeni di chiusura clientelare e parrocchiale. 
Chi dirige e si assume la responsabilità e l’onere di svolgere i contratti di ricerca deve poter essere adeguatamente pagato con integrazioni che siano significative del lavoro svolto (10) e del tempo impegnato: la integrazione con il 30% dello stipendio equivale spesso a pagare 1000 ore annuali di prestazioni ad elevata qualifica in ragione di 3 o 4000 lire all’ora. I conflitti con gli Ordini professionali devono essere gestiti nell’assunto fondamentale che la ricerca, anche progettuale, svolta nella Università non è una concorrenza illecita, ma è di solito una azione che apre nuovi sbocchi professionali, nuove occasioni di lavoro sia per i giovani che per la professione affermata. Alla innegabile evidenza del fatto che il bilancio di ricerche e convenzioni del Politecnico di Torino supera di tre o quattro volte il bilancio della dotazione ministeriale deve corrispondere una struttura normativa e di organico coerente. La gestione della ricerca nell’Università e in particolare nella nostra Facoltà dovrebbe anche tenere presenti criteri di ridistribuzione interna dei fondi acquisiti con ricerche applicate (facilmente commerciabili) per promuovere e sostenere in modo adeguato quelle ricerche di matrice umanistica e sociali per le quali è più difficile trovare committenze esterne, perché è proprio per la presenza di quelle nella nostra Facoltà che la nostra offerta si qualifica e si differenzia. Con questo problema si interseca quello del ‘tempo pieno’: nodo centrale e determinante per il significato complesso della legge di riforma dell’Università che il dettato della legge stessa ha peraltro tradito: il ‘tempo pieno’ non può essere riscontrato dalle 350 ore, dovrebbero essere almeno 1200, così come è assurdo il limite di 250 ore per il tempo definito. Ridicola quindi la differenza discriminante di 100 ore. Questa carenza della legge ha originato e sarà fonte di non poche distorsioni e ambiguità. Nonostante questa obbiettiva debolezza della norma il ‘tempo pieno’ deve essere incoraggiato, incentivato e promosso. Nella nostra Facoltà ciò deve poter avvenire in modo aderente ai suoi specifici problemi: chi fa il ‘tempo pieno’ (vero e non finto) deve poter operare con la scuola nella realtà e cioè deve avere la possibilità di gestire e partecipare in modo completo e responsabile ai processi progettuali e di definizione ambientale vedendo riconosciuto in modo congruente l’impegno, il tempo e la competenza: il problema è senz’altro di griglia più ampia di quella coerente con questi appunti e richiede un collegamento con la normativa professionale europea e con i modelli di esercizio della professione in ambito universitario sperimentati in altri paesi, deve inoltre essere verificato con le intenzioni della responsabilità centrale nel merito specifico
Nell’affrontarlo si dovranno tenere presenti gli scopi fondamentali dell’Istituto Universitario che sono ricerca e didattica senza peraltro accedere a suddivisioni manichee (11) o consentire equivoci di comodo: anche in sede professionale spesso il progetto è ricerca e sempre l’esperienza qualificata contribuisce alla didattica: è una continuità di campo che distingue la nostra Facoltà rispetto ad altre aree del mondo universitario e per la quale si dovranno trovare soluzioni sia sul piano ideologico che su quello della normativa. 
La Università in Italia e, nel suo ambito, la Facoltà di Architettura di Torino contengono oggi competenze e potenzialità di offerta di ricerca e di servizio culturale, che sono indubbiamente pari e spesso superiori, per qualità e per aggiornamento, a quelle delle altre aree di offerta di ricerca del settore industria privata e a partecipazione statale: si devono trovare le configurazioni operative, le forme contrattuali e le procedure per sfruttare questa potenzialità nel modo più completo possibile perché questo significa e comporta quasi immediatamente sbocchi professionali, occupazione a breve e medio termine, qualificazione della didattica e coerenza con quelli che da sempre sono gli scopi fondamentali dell’Università.
IL LAVORO NELLA UNIVERSITA’
Il problema non si differenzia sostanzialmente da quelli trattati in precedenza qualora si ammetta la continuità che collega molti aspetti delle nostre ricerche con la pratica progettuale o di definizione e critica ambientale.
Si può assumere come indicazione per questo problema la posizione che si intravede nel documento della Commissione CUN del Politecnico di Torino:
“…. il modo di strutturare un dipartimento non è affatto indipendente dal desiderio di incentivare o meno il tempo pieno. E se incentivare chi desidera operare all’interno dell’Università va considerato compito prioritario degli organi di governo e come premessa per uno sbocco positivo della sperimentazione organizzativa e didattica, occorrerà un serio approfondimento di questo tema a breve scadenza.” (12)
E’ interessante rilevare come, giustamente, la Commissione CUN abbia indicato questo come problema ‘cerniera’ tra didattica, assetto dipartimentale, ristrutturazione. E’ un problema difficile, attualmente gestito con molte riserve dalle diverse responsabilità, sul quale, con sindacati, Ordini Professionali e organismi centrali si dovrà impostare un dibattito di chiarimento, e per la soluzione del quale dovranno essere sfruttate le occasioni fornite sia dalla 382 che dalla ristrutturazione delle Facoltà di Architettura.
Il contenuto, determinante per una didattica efficace nel nostro campo, che viene dall’operare
con la scuola nella realtà, non può essere ignorato da atteggiamenti evasivi o da comportamenti di specifica contingenza: si deve poter lavorare nell’Università e il lavoro che in questa si svolge deve essere adeguatamente informato da normativa congruente, sia per quanto concerne gliaspetti di responsabilità professionale, che per quanto concerne quelli relativi alle competenze.
LA DIDATTICA.
Uno dei problemi fondamentali della didattica nella nostra Facoltà è quello dato dalla necessità di svolgere (in modo contemporaneo e non distinto) la funzione di educazione sociale conseguente alla scelta fatta nel 1968 con la massima apertura dell’accesso alla Università e la preparazione qualificata degli operatori tecnici e professionali. Mentre è necessario confermare il significato e la insostituibile funzione culturale della Università (13) a larghissima partecipazione sociale, fenomeno, e, oggi, patrimonio peculiare italiano dalle implicazioni determinanti sul lungo termine, è anche necessario riconoscere che, senza adeguata struttura, la Università di massa resta una utopia o, peggio, un gesto puramente demagogico. Mancare questa distinzione e non fare sforzi per risolverla, significa non coglierne i vantaggi e aprire uno spazio enorme alla qualificazione postuniversitaria gestita in termini privati e strumentali da forze più o meno controllate da finalità specifiche se non riduttive di logiche aziendali. Né si può affermare che il dispositivo del dottorato di ricerca della 382 contribuisca in qualche modo a risolvere questa conttraddizione essendo di portata relativamente ridotta rispetto al problema.
Le recenti sessioni dell’esame di Stato hanno chiaramente denunciato la necessità di un chiarimento in questo settore: la Facoltà svolge un servizio didattico assi più ampio di quello necessario per l’esercizio della professione di architetto e solo una aliquota dei curricula sono coerenti con questa logica di preparazione. (14)
E’ una situazione chiaramente conflittuale che richiede la verifica partecipata di molti operatori e componenti del mondo politico, professionale, sindacale: anche su questo spettro di problemi è necessario un ampio dibattito e un impegno che sono senz’altro ulteriori rispetto alla specifica occasione e alle responsabilità della Presidenza, ma che ne dovranno informare spesso l’azione e la posizione.
L’avvio di una soluzione di questo problema (che è strutturale) richiede attenzione in sede nazionale, interpretazioni coerenti del dispositivo di ristrutturazione delle Facoltà di Architettura e maturazione culturale dei referenti ideologici e sociali. Una condizione preliminare è la chiarezza del rapporto fra la Facoltà e le sue diverse utenze, quindi distinzione modale e organica delle condizioni relative ai diversi servizi.
Una delle critiche ricorrenti che viene fatta dagli utenti della Facoltà è la scarsa coordinazione che caratterizza il ‘servizio’ didattico: lo strumento fondamentale per risolvere il problema è quello della ‘autoregia’ che conseguirebbe al potenziamento della comunicazione interna. E’ uno strumento che, come si è detto, richiede tempi relativamente lunghi e vigore ideologico per l’innesco e la gestione, ma che è sicuramente più efficace, sul lungo termine, di qualunque iniziativa normativa o regolamentare. La istituzione di una segreteria di consulenza agli studenti, sul modello degli ‘advisors’ delle università inglesi o americane potrebbe facilitare, nel breve termine, la preparazione dei curricula e semplificare il processo di decrittazione della struttura per gli studenti dei primi anni. I nuovi assetti e le precisazioni dei campi disciplinari e delle materie, che la 382 impone, potranno essere una forte occasione di razionalizzazione con effetti relativamente leggibili sul breve termine: il dibattito su campi disciplinari, aree e temi, dovrebbe costituire una attività centrale del Consiglio di Facoltà che su questo, come su altri argomenti, dovrebbe ridurre la delega a gruppi e commissioni specifiche. Una didattica aggiornata e coerente con le esigenze del contesto, in genere consegue ad una attività di ricerca aderente alla realtà contingente e ad un dibattito relativamente continuo ed istituzionale che coinvolga tutti gli operatori e gli utenti della Università.

ADEMPIMENTI 382 E MESSA A REGIME DELLA RISTRUTTURAZIONE DELLE FACOLTA’ DI ARCHITETTURA APPROVATA DAL CUN
La nuova configurazione strutturale della Università italiana è delineata dalla legge 382 con molta precisione formale, spesso a questa non corrisponde altrettanta precisione sui contenuti dei diversi istituti e dei diversi organismi. Emblematico è l’esempio dei dipartimenti che sono stati interpretati da diverse sedi universitarie in modo affatto diverso a seconda delle diverse preesistenze culturali di ogni specifica situazione. Indirizzi di laurea e corsi di laurea e le relative interazioni avranno analoghe difficoltà di interpretazione e istruzione, così come non sarà semplice la gestione operativa dei corsi di dottorato di ricerca. La gestione dell’innesco della riforma dell’Università si presenta quindi come uno dei problemi più gravi e difficili sul quale la competenza dell’ufficio della Presidenza (ufficio che in pratica è destinato a scomparire nella nuova Università) sarà impegnato, sia per le implicazioni organizzative che per i molti problemi di gestione transitoria, insieme agli organismi appropriati del CUN in sede locale e in sede centrale. Sarebbe errato pensare di risolvere il problema in termini puramente burocratici: la 382 può essere una formidabile occasione di innesco per un modello di Università moderna e dinamica, ma può anche essere l’occasione di consolidamento delle distorsioni che hanno caratterizzato l’azione legislativa in questo settore negli ultimi anni, o, peggio ancora, può essere l’occasione di innesco per operazioni di conservazione più o meno evidente.
Una critica attenzione del Consiglio di Facoltà e una costante e documentata discussione sulle diverse fasi di adempimento formale sono fra le poche garanzie per ridurre i rischi in questo campo e spetta alla Presi
denza fare in modo che questo spazio sia disponibile ed effettivamente occupato da tutti gli operatori della Facoltà.
PROBLEMI LOGISTICI, SPAZIO FISICO, ATTREZZATURE E ASPETTI ORGANIZZATIVI.
Il trasferimento della sede della Facoltà in Corso Unione Sovietica deve essere collocato nella prospettiva corretta di tempo e non deve distrarre attenzione e sforzi dalla gestione e dall’adeguamento dello spazio attualmente a disposizione: esigere l’attenzione dell’Ateneo e i fondi necessari per il riassetto dei servizi esistenti (biblioteca, centro stampa, centro di documentazione), e per riorganizzare lo spazio in funzione della dipartimentalizzazione in atto ed emergente, promuovere la acquisizione di strumenti attuali di studio, ricerca e comunicazione, aggiornare le attrezzature degli spazi didattici, accelerando i tempi di esecuzione dei lavori già progettati e praticando una manutenzione continua ed una adeguata pulizia.
Il dibattito nel CDF dovrebbe essere incentrato e privilegiare i problemi di fondo ( dipartimenti, piani di studio, responsabilità culturale della Facoltà, analisi e critica delle norme di riforma, identificazione delle discipline e dei relativi modelli didattici…) mentre gli aspetti di gestione corrente (15) dovrebbero essere affidati a documenti scritti e circolati con la convocazione. Nei limiti della scarsa probabilità che connota la dinamica operativa degli organismi centrali (Ministero, CUN, etc.) sarà anche necessario tentare una programmazione e un calendario delle attività del CDF. 
Le strutture di servizio alla Presidenza non dovranno comunque alienare la verifica e la presenza del CDF che deve venire consolidato come luogo e centro di gestione. (16)
ROUTINE BUROCRATICA E GESTIONALE

Tutti i programmi e tutte le ipotesi di gestione della Presidenza nel prossimo triennio, da quelle più riduttive di semplice gestione burocratica degli affari correnti, a quelle più ampie di servizio attivo e critico alla fase di ristrutturazione e all’innesco degli adempimenti della legge 382, dovranno comunque vedere una assunzione di responsabilità diretta e precisa nella persona del Preside con una assistenza organica e strutturata all’ufficio e una partecipazione attenta del Consiglio di Facoltà senza le quali ogni prospettiva è sterilmente velleitaria.Torino 13 ottobre, 1981             


 Note 19991. l’apertura è volutamente eufemistica: in realtà la Facoltà era nel caos più completo, i contenuti dei corsi non erano controllati dal Consiglio e i programmi erano lasciati alla fantasia dei singoli docenti. La lettura della guida dello studente di quegli anni è un buon riscontro di questa affermazione.
2 comunicare quello che si faceva era ritenuto un gesto di presunzione e non il più elementare debito di chi ha una pubblica responsabilità, così importante come quella didattica
3 chiedere ai docenti di informare sulla loro attività nella anarchia di quegli anni era veramente una manifestazione di grande ottimismo
4 la non conoscenza delle lingue, che è una delle note caratteristiche della università italiana e della generazione allora in carica, aveva inquadrato nel più totale disinteresse ogni potenziale scambio con l’estero e con gli organismi internazionali
5 gli ingegneri consideravano la Facoltà di Architettura come una specie di legione straniera: il sospetto era l’atteggiamento più affettuoso
in realtà i rapporti con l’esterno esistevano, ma erano gestiti in termini abbastanza riservati dal gruppo dirigente della Facoltà: le modalità con le quali venivano pubblicizzati i contratti di ricerca e i rapporti con la Amministrazione Civica di Torino erano un incredibile inviluppo di burocrazia e silenzi
6 i ricercatori e i gruppi di ricerca che operavano con l’esterno erano assoggettati ad una serie di pesantissimi oneri: le modalità di suddivisione dei proventi delle ricerche erano chiara incentivazione della nullafacenza e forte punizione per chi cercava di operare che vedeva forti aliquote dei proventi ridistribuite alla ‘cassa comune’
7questo invito era letto come una minaccia e interpretato come premessa per riacquistare autonomia operativa dalla cultura politica dominante nel CDA
8 questa preoccupazione riscontra il fatto che l’accesso agli spazi di ricerca era tutt’altro che facile con procedure assurde di pubblicizzazione delle proposte e che le formule contrattuali erano perverse
9 molti professori universitari non si preoccupavano affatto di questi problemi perchè operavano come consulenti e fare la ricerca nell’Università era l’ultimo dei pensieri
10 a lungo il CDA del Politecnico si era divertito a distinguere varie tipologie di ricerca (di base, applicata, di sviluppo….) cercando di stabilire quale era legittimamente svolgibile all’interno del Politecnico, sempre per la paura essere accusati di interesse privato dal costume delatorio che la cellula del PCI aveva istruito nel Politecnico
11 il problema è lontano da soluzione ancora oggi
12 leggendo dopo più di dieci anni sono sorpreso dal linguaggio prudente: i sostenitori della Università di massa notarono però un sapore decisamente diverso dal consueto peana
13 il rituale massacro dei nostri laureati all’Esame di Stato disturbava molto i sostenitori della didattica postsessantotto: anche i più entusiasti quando facevano il servizio nella Commissione restavano traumatizzati dal generale squallore culturale
14 era diventata una abitudine corrente perdere ore per discussioni di bassa cucineria in CDF mentre i problemi di quadro didattico venivano gestiti in riunioni di vertice
15 il cenno si riferisce alla moltiplicazione di ‘commissioni’ che aveva oramai svuotato il CDF di funzioni e competenza: tutto arrivava predigerito dalle commissioni e la discussione collegiale era in pratica annullata         

 Gli impegni e i principali problemi
della Facoltà di Architettura
nei prossimi anni
La Facoltà nel triennio di transizione
all’assetto 382
e nella fase di innesco del
nuovo Statuto
Luglio 1984


Gli impegni e i principali problemi della Facoltà di Architettura nei prossimi anni.
Premessa
Due sono stati gli episodi significativi nella vita della nostra Facoltà, degli ultimi tre anni: l’applicazione del DPR 382/80 (Riordinamento della docenza) e l’elaborazione del nuovo Statuto a seguito del DPR 806/82. 
Gli adempimenti, le scadenze, il dibattito, i confronti all’interno e all’esterno, connessi con questi due importanti avvenimenti nella vita dell’Università italiana, e delle Facoltà di Architettura in particolare, hanno assorbito gran parte della capacità di elaborazione e proposta dei docenti, ricercatori e studenti. 
Nei prossimi anni dovremo verificare in modo più compiuto la effettiva portata in termini di struttura organizzativa, di contenuti culturali e sulla didattica, di queste due leggi e sarà questo il luogo più importante di critica e di elaborazione propositiva.
La Facoltà, relativamente libera da scadenze pesanti ed impellenti come quelle comportate dalla elaborazione dello Statuto, dalla revisione del Manifesto degli studi e dalla ristrutturazione dei curricula, dalle procedure di associazione e ridenominazione degli insegnamenti, potrà finalmente riprendere la effettiva cura dei ‘contenuti’ della didattica e rilanciare quella azione di ricerca che è indispensabile terreno per l’aggiornamento e la vitalità dell’Istituto Universitario.
Il commento che si può fin d’ora fare è che i due dispositivi di legge sono di grande portata potenziale: il pericolo è che questa potenzialità venga annullata dalla gestione corrente e burocratica o soffocata dalle condizioni di prassi nelle quali ci si trova ad operare (carenze strutturali, edilizie, di organico, viscosità amministrativa, etc.) 
Restano ancora alcuni impegni connessi all’applicazione del DPR 382/80 ma, per quanto importanti, sono impegni che iniziano ad essere più correnti. Sotto questo aspetto le scadenze più significative del prossimo triennio sono quelle relative alla seconda tornata dei giudizi di idoneità all’associazione, ed ai concorsi a cattedra di ruolo ordinario e associato.
La Facoltà ha avuto dall’assestamento seguito al decreto Falcucci due posti di ruolo ordinario e tre posti di ruolo associato che si andranno ad aggiungere a quelli di ruolo ordinario vacanti per effetto di trasferimenti più o meno recenti e di recenti uscite di ruolo. Al completamento di queste scadenze e dei conseguenti movimenti di docenti l’organico nel Corso di Laurea potrebbe aumentare di 31 unità (16 ordinari, 3 associati, 12 assistenti e ricercatori sotto concorso) se i ruoli previsti dalla 382/80 per le varie categorie non risulteranno completi. Un aumento del 40% circa rispetto alla attuale situazione di organico docente. 
Il vantaggio per la didattica sarà effettivo solo se all’incremento di organico corrisponderà un consolidamento dei contenuti programmatici e un adeguamento della struttura edilizia e dei servizi infrastrutturali indispensabili per mantenere, con l’elevato numero di iscritti, la caratteristica ‘interattiva’ dell’insegnamento che è una qualificante peculiarità della nostra Facoltà.
Questa breve premessa indica, come categoria generale dominante per l’organizzazione di molti dei problemi da affrontare, la qualità dell’offerta didattica. E’ questo l’obbiettivo nodale per il quale la Facoltà dovrà svolgere una precisa azione di spinta propositiva esprimendo volontà programmatiche e individuando supporti, luoghi, strumenti e responsabilità.
La qualità della offerta didattica è il risultato di una azione complessa e diffusa, richiede un impegno continuo associato ad iniziative puntuali: una organica azione nel campo della ricerca dove, nell’ambito dei Dipartimenti, i docenti si formano, si aggiornano, pubblicano, si verificano con l’esterno e con l’interno, è presupposto determinante, come determinante è il consolidamento della struttura per indirizzi del Corso di Laurea, insieme al razionale impiego di tutte le risorse di organico con specifico riferimento alla categoria dei ricercatori. Su questi aspetti: Dipartimenti, indirizzi, ricercatori, interazione con l’esterno, innovazione strumentale, partecipazione, di connotazione non omogenea e di livello diverso, ma tutti consistentemente determinanti agli effetti della qualificazione dei contenuti didattici, conviene definire una posizione più precisa.
I Dipartimenti
La ricerca dipende dai Dipartimenti e solo in modo mediato interessa il Consiglio di Facoltà, è però il luogo fondamentale di formazione e aggiornamento dei docenti e di contatto con la realtà esterna territoriale, sociale e industriale: nel merito si deve riscontrare il progressivo chiarimento, avvenuto con la applicazione del DPR 382/80, del rapporto tra il Ministero e Università per quanto concerne la erogazione e la distribuzione dei fondi di ricerca, chiarimento che ha un preciso riscontro anche in sede locale. 
Dopo anni di suddivisione burocratica dei fondi fra le due Facoltà dell’Ateneo , la struttura dipartimentale sta innescando un atteggiamento più critico: il recente episodio della Commissione Scientifica chiesta dal Senato Accademico ai sensi del DPR 382/80, risolto in modo affrettato e non soddisfacente, ha però avuto il merito di aprire una linea di attenzione e di costringere l’Ateneo ad analisi più complesse e meno settoriali della sua strategia complessiva di spesa e investimento nella ricerca. In questo senso sarà necessario che i Dipartimenti svolgano, con la massima presenza, i loro compiti valorizzando il significato e le implicazioni della struttura dipartimentale ‘per problemi’, che ha connotato le scelte a suo tempo fatte all’atto della loro costituzione nella nostra Facoltà, e che è nota specifica e qualificante.
Gli Indirizzi
La organizzazione per Indirizzi è stato uno dei luoghi più evidenti dove i cambiamenti rispetto al precedente assetto sono avvenuti: la comunicazione interna si è innescata ed i suoi risultati è sperabile si possano leggere in modo sempre più preciso nel futuro sviluppo della didattica.
Mai prima di questo istituto (degli Indirizzi di Laurea) la verifica ed il confronto fra docenti e programmi avevano avuto svolgimento così intenso e luogo specificamente delegato.
Certo si può e si deve fare meglio: comunicare è una cultura che richiede tempi per la sua formazione e terreno sul quale impostarsi.
La prima cosa da fare è istruire i luoghi e quindi essere presenti e critici. La fase sperimentale attualmente in corso dovrà consentire una soluzione più adeguata ai problemi di ‘identità’ e di definizione di obbiettivi e scopi degli indirizzi, problemi questi che, all’atto della applicazione del DPR 806 (nuovo Statuto della Facoltà di Architettura), si sono rivelati particolarmente acuti per l’indirizzo di ‘progettazione architettonica’ a causa della evidente, tautologica, sovrapposizione con il Corso di Laurea in Architettura. La distribuzione degli insegnamenti negli anni, attualmente specifica per ogni indirizzo, ma non radicalmente diversa, potrebbe essere riveduta rendendo più netta la distinzione fra preparazione generale e insegnamenti di indirizzo.
Questi e altri problemi dovranno trovare luogo di verifica nei Consigli di Indirizzo che possono finalmente garantire quello spazio di dibattito sui ‘contenuti’ che nel Consiglio di Facoltà oramai non può svolgersi se non in termini di grande generalità.
Le ipotesi di coordinamento orizzontale e verticale, che attualmente sono allo stadio di mera enunciazione e di prima incerta verifica pratica, sono forse il modello iniziale di una didattica nella quale risolvere, in modo consistente, organico e dinamicamente continuo, le molte proposte emerse dalla esperienza delle Facoltà di Architettura e, più in generale, dell’Università italiana nei passati quindici anni.
Dal punto di vista organizzativo si dovrà procedere alla definitiva elaborazione del regolamento per la gestione degli indirizzi’: elezione dei direttori, formazione dei collegi e degli organismi rappresentativi. Il problema è stato mantenuto aperto in attesa della ultima ratifica da parte della Corte dei Conti dello Statuto, ma ora è di urgente scadenza. 
I ricercatori
Un particolare aspetto della qualificazione della didattica è quello connesso con la definizione dello stato giuridico dei ricercatori: categoria problematica nel disegno di università delineato dal DPR 382/80; compiti e doveri incerti e approssimativamente definiti, responsabilità totalmente dipendenti dalla personale interpretazione del ruolo, prospettive di carriera quasi esclusivamente affidate al ricambio naturale degli organici di docenza di prima e seconda fascia.
La potenzialità di offerta didattica e di ricerca della categoria si scontra con una implicita resistenza delle responsabilità accademiche, amministrative e politiche.
La carenza del quadro normativo per i ricercatori è una responsabilità centrale: è indispensabile in sede locale agire per risolvere al meglio il problema, fornendo ai ricercatori un contesto nel quale svolgere ricerca e didattica e, in sede nazionale, è necessario sollecitare la definizione dell’assetto istituzionale della categoria per risolvere le possibilità di alibi e di evasioni. 
Interazione con l’esterno
Per aggiornare le proprie conoscenze e il contenuto della didattica è indispensabile confrontarsi con l’esterno, portare in Facoltà e nei corsi esperienze e competenze di varia matrice e origine, integrare l’insegnamento istituzionale con esperienze professionali e di ricerca attinenti agli svariati campi nei quali la cultura del progetto di architettura si svolge e si verifica, per la stessa ragione è necessario essere presenti, all’esterno, nelle iniziative e nel dibattito culturale e professionale, collegare la Facoltà con il contesto scientifico, tecnico, politico e amministrativo a scala internazionale, nazionale e locale: questo settore è molto legato alla ricerca e alla azione dei singoli, vincolato da carenze strutturali dell’Ateneo e da uno specifico di Torino che non è limitato all’Università e che si può, forse e con prudenza, fare risalire alla forte connotazione monoculturale automobilistica della industria e della ricerca che per molti anni ha caratterizzato la città e nei confronti della quale la Facoltà è rimasta quasi impermeabile.
I corsi a contratto secondo l’articolo 25 del DPR 382/80 sono uno strumento che può essere usato meglio di quanto non si sia fatto finora: dare a questi corsi un campo più centrale, un calendario di Facoltà e non di corso specifico scegliere per i corsi operatori di forte qualifica o impostarli su problemi di forte emergenza possono essere modi con i quali gradualmente sfruttare al meglio il dispositivo dell’art. 25. In questo senso va richiamata l’attenzione dei Dipartimenti e degli Indirizzi che possono informare con maggiore vigore scelte e proposte.
Sempre in quest’area va consolidata l’azione propositiva e di servizio per assicurare la presenza in Facoltà di contributi estemporanei (conferenze, convegni, mostre e seminari, dibattiti e cicli di lezioni): è oggi possibile sfruttare per queste attività il Centro Interdipartimentale di Documentazione, nel cui mandato è stato a suo tempo inserito questo compito.
Le qualificate iniziative di singoli devono trovare spazio anche su scala più specifica, sempre con l’informazione e l’approvazione del CDF, ma senza aumentare la viscosità che già si incontra nell’operare in un contesto che rischia l’asfissia da eccesso di controllo burocratico.
L’innovazione strumentale.
Un’altra direzione nella quale si può agire per migliorare l’offerta didattica è quella della innovazione strumentale.
La didattica interattiva, il rapporto diretto tra docente e studente, non può certo essere surrogato, ma può essere relativamente evocato, nell’università del grande numero, solo con nuove tecnologie di comunicazione e di supporto dell’informazione. Il ritardo con il quale le scuole di architettura, e fra queste la nostra, affrontano il campo della innovazione degli strumenti per la didattica è gravissimo e non sono purtroppo disponibili ricette per recuperi facili e a breve termine: anche se avessimo a disposizione molto denaro ci mancano quadri e competenze per un innesco veloce. L’ipotesi di lavoro che deve essere fatta in questo campo è prima di tutto quella della sua ‘ineludibilità’: è troppo potente lo strumento di elaborazione elettronica di dati e immagini per poter essere ignorato in qualunque momento del processo progettuale. 
Seconda ipotesi da tenere presente, nella predisposizione di programmi e strategie, è quella della difficoltà di spendere in tecnologie e attrezzature senza una parallela e consistente spesa in competenze e in cultura e senza la contemporanea disponibilità di organico. L’informatica, la telematica e in genere il campo dell’EDP (elaborazione elettronica dei dati) devono essere impiegati nel progetto e nella sua didattica per alleggerire i compiti di routine e di elaborazione manuale e per aumentare la disponibilità di pensiero e di tempo sulla concezione, gli strumenti per la creazione di immagini e per il loro trattamento interattivo potranno consentire, nell’arco dei prossimi dieci anni, una qualità didattica superiore a quella possibile in termini tradizionali anche nell’università del grande numero. 
In linea strategica l’accesso del Corso di Laurea in Architettura a questi strumenti si deve impostare subito: attrezzandosi con pazienza e con determinazione per superare le enormi incertezze, i problemi specifici e i tempi frustranti della lentissima fase che ci separa dai primi significativi risultati.
Questa strategia non si deve impostare sull’assunto mitico della onnipotenza elettronica e informatica, ma sulla forza di uno strumento che può moltiplicare enormemente l’esercizio critico e concettuale.
Disponibilità ad apprendere e attenzione a linguaggi per noi impervii sono indispensabili strumenti: investire con prudenza, ma investire subito perché questo è un campo dove quasi esclusivamente facendo si impara.
L’Ateneo sta acquistando, anche in risposta ad una istanza avanzata dalla Facoltà tre anni or sono, una attrezzatura per l’insegnamento della informatica di base ed è prevista un’aula di trenta posti (attrezzati) che sarà pronta per il prossimo anno accademico nel Castello del Valentino. La Facoltà nel triennio di transizione all’assetto 382 e nella fase di innesco del nuovo statuto.1981/1982
La situazione della Facoltà all’inizio dell’anno accademico 81/82 può essere così ricordata:
la Facoltà con l’Ateneo stava riorganizzando la sua struttura per Dipartimenti secondo le indicazioni del DPR 382/80;
gran parte della docenza era alla vigilia della prima tornata di associazione;
si attendeva la approvazione del decreto di riordinamento del Corso di Laurea alla conclusione di un iter che aveva impegnato, dalla sua impostazione ideologica e culturale alla sua procedura in sede istruttoria legislativa, il Ministero e le sedi per oltre dieci anni;
gli studenti privi di indirizzo programmatico, subivano il disagio dell’incertezza ministeriale e di quella, conseguente, della Facoltà;
il carico didattico e l’affollamento delle aule non contribuivano alla serenità della complessa situazione; 
La Facoltà impegno l’anno 81/82 nei seguenti adempimenti:
definizione e completamento dell’assetto dipartimentale;
elaborazione e stesura dello Statuto ai sensi del DPR in corso di approvazione;
revisione dei 4000 piani di studio secondo le delibere di anticipazione del nuovo ordinamento votate dal Consiglio di Facoltà;
predisposizione della Guida ai Programmi per l’Anno Accademico 82/83
Il Consiglio di Facoltà spingeva la formazione degli ‘indirizzi’ e dei relativi consigli, allo scopo di consentire una gestione della Facoltà basata sui seguenti organismi e collegi:
Consiglio di Facoltà
Consigli di Indirizzo
Comitato di coordinamento interindirizzo
Dipartimenti e relativi organismi di gestione
Questo organigramma era in pratica operante alla fine dell’Anno Accademico 81/82 e relativamente consolidato per l’Anno Accademico 82/83.
Dopo il primo anno, il compito di aggiornamento dei piani di studio veniva svolto da una commissione Piani di Studio formata attraverso gli Indirizzi, adeguata nel numero di docenti e, nei limiti di incertezza normativa allora correnti, dotata di criteri relativamente definiti dal CDF. Il problema era reso difficile dall’anticipo con il quale la Facoltà aveva assunto il modello didattico che il Ministero, sulla base della proposta del CUN, avrebbe dovuto decretare fin dal 1980.
1982/1983
Il secondo Anno Accademico, al quale la Facoltà arrivava con programmi rinnovati e con una normativa più precisa, strutturata sul dispositivo del nuovo Statuto, ma nell’ambito della legge vigente (la 995/69), venne impegnato dall’episodio più grave del triennio: la mancata approvazione del DPR relativo al riordinamento del Corso di Laurea in architettura impediva di gestire l’adeguamento del numero di annualità, anomalo nella nostra sede rispetto ai dispositivi di legge in vigore, in modo simultaneo al passaggio al nuovo assetto. 
Era necessario procedere all’aggiornamento a 28 annualità di tutti i curricula in corso con la sola eccezione (negoziata con il Ministero) degli studenti del quinto anno.
Dopo una fase di lacerazione e di scontro, resa più difficile dalla comprensibile opposizione degli studenti e da qualche posizione strumentale, la Facoltà trovò unità e risposte adeguate alla gestione della transizione.
Il problema impegnava la capacità propositiva della Facoltà per tutto l’Anno Accademico che ne risultò fortemente sacrificato.
Il lavoro di aggiornamento dei piani di studio, intrinsecamente difficile per le doppie denominazioni, veniva appesantito dalla gestione del passaggio da 24 a 28 annualità.
Si concludeva in questo anno la prima tornata di associazione, l’organico dei docenti di ruolo passava da 25 (ordinari e straordinari) a 79 (ordinari, straordinari, associati).
1983/1984
Il terzo anno accademico (in corso alla data di stesura del documento) veniva affrontato in condizioni di maggiore chiarezza: il DPR 806 approvato nel settembre 1982 aveva consentito alla Facoltà di procedere più serenamente con le disposizioni del nuovo Statuto (approvato dal Ministero il 28/10/83) mettendo a punto una normativa di transizione completa e definita per tutti gli anni di corso grazie al lavoro degli indirizzi, dei loro Consigli e del Comitato di coordinamento interindirizzo.
Lo Statuto approvato dal Ministero della Pubblica Istruzione il 28/10/1983 dopo il parere del CUN e adottato dalla Facoltà con esplicita delibera del 12 novembre 83, consentiva di definire i dettagli organizzativi dei curricula e la completa ristrutturazione dei codici di corso: di nuovo la commissione piani di studio si è trovata a dover risolvere i problemi di adeguamento.
Sia la approvazione da parte del CUN che quella Ministeriale, implicavano vicende complesse, non sempre di facile lettura dalla nostra sede che, unica fra tutte le Facoltà di Architettura italiane, aveva anticipato l’assetto normativo del DPR 806, nel rispetto della legge vigente, fin dal 1981 e si trovava quindi particolarmente esposta alla tortuosità dell’iter burocratico e amministrativo di approvazione dello Statuto.
Con la delibera di inquadramento del 3 febbraio 1984 la Facoltà di Architettura di Torino chiude un capitolo importante degli adempimenti connessi con l’adozione del nuovo Statuto: tutti i docenti sono collocati sugli insegnamenti di competenza a partire dall’anno accademico 83/84 (1° novembre, 1983). 
I rapporti con l’Ateneo e con il Consiglio di Amministrazione.
Alcune acquisizioni molto importanti testimoniano il buon rapporto che si è sviluppato nel corso dei tre anni tra la Facoltà e l’Ateneo e, nello stesso tempo, sono emblematiche delle difficoltà che si devono superare per portare i progetti e le idee sul piano della prassi.
Molte di queste difficoltà dipendono da una logica di funzionamento relativamente rigida del CDA e dalla tradizionale limitata possibilità di autoprogettazione dell’Ateneo e della Facoltà:
nuova sede per la biblioteca centrale
Progettata da molti anni e portata a termine nel 1981 ha consentito nel 1982 il trasferimento: si pongono già ora i problemi per le future espansioni data la estrema vitalità di questa istituzione e la continua crescita della sua importanza per la ricerca e per la didattica del Corso di Laurea.
biblioteche di settore
Sono state approvate due biblioteche di settore con sede al Castello: una di Storia presso il Dipartimento Casa Città e una Territorio/Ambiente coordinata fra i Dipartimenti Territorio e Scienze e Tecniche per i processi di insediamento.
Mentre quest’ultima verrà insediata nell’ala ottocentesca senza particolari problemi edilizi, quella di Storia che deve essere collocata nei locali di Casa Città al primo piano dell’ala sud del Castello (ex aula dei tecnigrafi), ha implicato la soluzione di delicati problemi connessi con il consolidamento della struttura portante orizzontale.
area ‘laboratorio’ del Castello
Il processo di aggregazione dipartimentale ha provocato la disaggregazione dell’Istituto di Scienza delle Costruzioni: le macchine e le attrezzature sperimentali a suo tempo in dotazione a questo Istituto sono state in parte mantenute al Castello e raccolte in una area che potrà dare luogo in futuro ad un centro interdipartimentale per il servizio di sperimentazione e prove su materiali e componenti e prove sulle condizioni ambientali fatte nella specifica ottica della informazione del progetto. Il trasferimento delle attrezzature ha consentito l’inizio dei lavori di ristrutturazione dell’ala ottocentesca.
le aule prefabbricate
Proposte al CDA alla fine del primo anno accademico sono finalmente in funzione: sotto un certo aspetto sono state una occasione perduta per la Facoltà che avrebbe potuto esercitare in questo episodio la sua competenza per progettare se stessa. 
l’attrezzatura di calcolo e il collegamento con terminali dei 4 Dipartimenti in ‘locale’ e con il CSI
Proposta al CDA fin dal 1981 e completata solo nel mese di febbraio di quest’anno: la Facoltà ha dovuto accogliere una forte indicazione della commissione appositamente incaricata dal CDA e acquisire una macchina già in carico al SED (Servizio Elaborazione Dati del Politecnico) e da questo servizio non utilizzata. La potenza per l’uso ‘locale’ è decisamente insufficiente, fatto peraltro anticipato e ampiamente previsto, ma che non venne ritenuto rilevante dalla commissione del CDA, e fin dalle prime settimane la macchina è stata saturata.
Il centro di calcolo è quindi qualificato solo per il collegamento con il CSI utilizzando il PDP 11/23 Digital come concentratore. Si deve però riconoscere che l’impiego in ‘locale’, per quanto limitato, ha già consentito alcune importanti esperienze di docenti, ricercatori e studenti ed ha ampiamente dimostrato quanto questa iniziativa fosse necessaria. La futura crescita delle attrezzature informatiche dei Dipartimenti dovrà seguire logiche diverse con configurazioni di macchine di media dimensione o con collegamenti a cluster o a ring di piccole macchine assistite con memorie ausiliarie e, in futuro, con moduli in grado di pilotare gli specifici pacchetti di software che interessano le varie aree di ricerca.
La sostituzione del PDP 11/23 con un modulo espandibile potrebbe modificare questa prospettiva. In questo senso si è istituito un collegamento fra i Dipartimenti di Architettura.
l’attrezzatura di un aula con audiovisivi
Chiesta anche questa nel 1981 sui fondi per le attrezzature didattiche dell’Ateneo, ottenuta e acquistata quest’anno, ha già dimostrato la sua significativa potenzialità;
il recupero dell’ala ottocentesca
Progetto quasi decennale e impostato prima del riassetto dipartimentale non è stato possibile aggiornarlo per non perdere l’occasione di realizzarlo. I lavori saranno finiti nell’autunno e il nuovo spazio consentirà di risolvere i problemi edilizi dei Dipartimenti Territorio e STPI. 
Anche in questo caso la complessità delle procedure amministrative e di licenza edilizia hanno implicato non pochi problemi. La soppalcatura del vano, che non divide completamente il livello superiore da quello inferiore comporterà notevoli difficoltà per organizzare lo spazio interno dei diversi gruppi di ricerca e ‘ateliers’ in modo che questi non si disturbino a vicenda. Le ipotesi iniziali in base alle quali è stato redatto il progetto differiscono infatti rispetto alla destinazione che nel corso degli anni si è dimostrata più coerente con le esigenze della Facoltà.
Altre attività
La Facoltà ha espresso e promosso durante questo triennio una serie di iniziative culturali e di generale sollecitazione dei rapporti interni ed esterni: senza la iniziativa e la collaborazione fornita dai docenti, dai ricercatori, e da molti studenti, nessuna di queste manifestazioni si sarebbe potuta realizzare.
Tutte le occasioni sono state luogo di confronto e di esperienza oltre che di significativo contatto con enti e operatori esterni.      

 
Elementi per una analisi della situazione didattica e
delle tendenze evolutive in atto
nel Corso di Laurea in Architettura

del Politecnico di Torino
Torino, 6 gennaio 1986
 

L’apprezzamento per la dialettica quotidiana.
Gli studenti della Facoltà contestano il nuovo ordinamento del Corso di Laurea, ritengono che l’organizzazione per indirizzi sia riduttiva rispetto alla complessità del mondo reale e astratta rispetto alle effettive esigenze del mercato del lavoro. Sostengono che i curricula consentiti e dettati dal nuovo Statuto, che la Facoltà ha assunto per effetto della legge 806/83, siano qualifiche nominali e non sostanziali del corso di laurea e indicative di specializzazioni professionali senza effettivo riscontro nella prassi.
Da questi argomenti di fondo si articolano una serie di altre richieste
di ordine più specifico e di connotazione normativa e logistica particolare (abrogazione delle norme per la distribuzione del carico didattico sui corsi, istituzione di corsi serali, risoluzione di alcune contraddizioni organizzative nei piani di studio di indirizzo).
Nel riconoscere alla attuale struttura del Corso di Laurea per indirizzi una serie di problemi aperti e non risolti dal DPR 806/863, è opportuno richiamare l’attenzione e la responsabilità della Facoltà sia sui rischi che possono derivare da semplificazioni eccessive e da analisi imprecise, sia su quelli della disattenzione e dell’inerzia.
Credo che molte delle critiche espresse dagli studenti siano frutto di una lettura incompleta degli attuali contenuti del Corso di Laurea e dei suoi modelli di uso, lettura non facile, che non dovrebbe però sfuggire ad una analisi più attenta.
La posizione degli studenti richiede una risposta non limitata alla grammaticalità di normative sui piani di studio o di loro interpretazioni, anche se questa fosse sufficiente: ritengo che nella Facoltà, oggi, ci siano argomenti più validi e sostanziali per riscontrare l’obiezione dei suoi utenti.
Questo documento vuole verificare la situazione del dibattito e del confronto interno alla Facoltà sui problemi della didattica, sugli obbiettivi e sugli strumenti dell’insegnamento nel campo della architettura, sulla evoluzione del Corso di Laurea, sui rapporti fra formazione universitaria e mercato del lavoro, sui rapporti tra discipline, insegnamenti, indirizzo e Corso.
Si tratta del dibattito istituzionale, corrente e continuo che si svolge, nella Facoltà e fuori, in una pluralità diffusa di sedi, di modi e di occasioni, che difficilmente può trovare uno spazio e un luogo collettivo e corale, sia per motivi logistici che per motivi ideologici. La continuità logica e temporale che connota la dialettica diffusa è un elemento problematico per una sua efficace comunicazione. I luoghi del dibattito continuo e diffuso sono i corsi, i seminari, i corsi coordinati, le tesi di laurea, dove i docenti con gli allievi esprimono, svolgono, verificano le rispettive poetiche, grammatiche e sintassi e si collocano con la loro storia nella storia della Facoltà e nel dibattito corrente, rilevante per la disciplina, e riferito a contesti più ampi. Le cadenze temporali di questo lavoro sono quelle, poco eludibili, dell’esperimento didattico: un corso deve essere svolto per dare luogo all’esperienza con la quale si istruisce il suo aggiornamento. Analogamente un seminario, un lavoro in comune, devono arrivare alla maturazione che ne consente la valutazione, la revisione e l’aggiornamento. Un lavoro di tesi, come un lavoro di ricerca, si conclude, in genere, con la chiara percezione che dovremmo ricominciare da capo utilizzando le cose apprese……è alla conclusione di ogni progetto che si coglie la nostalgia per le alternative non percorse. La tessitura dialettica diffusa non è facile da percepire: richiede documentazione, attenzione, sensibilità e memoria, ma è sicuramente attiva, valida e vitale come dimostrano le modifiche di contenuto, metodo e struttura che il Corso di Laurea accoglie in modo continuo, riscontrando e, spesso, anticipando posizioni critiche e culturali del contesto nazionale e internazionale.
La dialettica che chiamo continua e diffusa emerge in modo significativo ed esplicito in alcune occasioni sia interne alla Facoltà che esterne: forse conviene ricordare alcuni avvenimenti che ne sono stati segnali negli anni recenti.
I cicli di conferenze che la Facoltà e l’Ordine degli Architetti hanno organizzato nell’83/84 e nell’84/85, sono stati i più significativi episodi esterni, nei quali la Facoltà era criticamente attiva e presente.
I “discorsi sul progetto” ciclo organizzato da Piero Derossi nell’81/82 portò in Facoltà gli elementi allora più attuali del dibattito sulla architettura e sui problemi di formazione didattica.
I corsi a contratto che la Facoltà dal 1981 regolarmente accoglie hanno portato in Facoltà 40 esperienze critiche, italiane, europee ed americane su una molteplicità di argomenti rilevanti per la formazione culturale degli architetti e sulla sua evoluzione specifica. Il seminario organizzato dall’Indirizzo Tecnologico nell’anno 83/84, il seminario sul progetto del Dipartimento di Progettazione Architettonica, la serie continua di dibattiti e seminari organizzati dal Dipartimento Territorio e dall’Indirizzo di Urbanistica sui problemi specifici della strumentazione per la gestione e il governo del territorio hanno visto ospiti della Facoltà relatori e referenti di valore nazionale e internazionale.
Modesto come partecipazione di studenti (gli stessi che si lamentano ?), ma molto significativo per i contributi, il seminario sulla didattica della progettazione organizzato nel 1985 in Facoltà. Non elenco una molteplicità di altre iniziative (conferenze, viaggi di studio, mostre, seminari, incontri con altre sedi,etc.) promosse da docenti singoli e da gruppi di docenti, dai Dipartimenti, dal CID e dalla presidenza, che sono state significativi luoghi di comunicazione e di espressione di quel lavoro continuo e diffuso di verifica dell’Istituto con i suoi obbiettivi e con gli strumenti per raggiungerli: si tratta di uno spessore di lavoro critico che continua a riversare le sue conseguenze sui corsi, sui contenuti, sulla struttura stessa della didattica, che è bene non ignorare. La Facoltà, attraverso questo lavoro è collegata sul piano culturale e scientifico sia a livello nazionale che a livello internazionale in termini non schematizzabili e che non possono, comunque, essere semplificat
i, nè ignorati.
Nel Consiglio di Facoltà si svolse negli anni dal 1978 al 1983 in termini serrati un dibattito sul nuovo Statuto e sulla organizzazione del Corso di Laurea per Indirizzi, dibattito che si espresse in molti documenti di lavoro e risultò nella formulazione e nella seguente adozione dello Statuto. Il dibattito e il lavoro di analisi e critica è proseguito dopo l’adozione dello Statuto nei Consigli di Indirizzo.
Ho citato episodi relativamente recenti: non si dimentichi che la vita della Facoltà è stata da sempre connotata da forte interazione con il contesto alle diverse scale, in modo diffuso, articolato e continuo. Da sempre a questa attività dialettica specifica è mancato un luogo di verifica complessiva: per la noia dei luoghi comuni, per il naturale pudore che è caratteristico degli operatori “creativi”, per la frustrazione nei confronti degli eccessi di verbalità che spesso connotano le liturgie assembleari. Gli episodi dirompenti del 1968 e la didattica degli anni 70 possono essere inquadrati come fasi eccezionali di questa dialettica continua. La ricerca istituzionale, e quella condotta nell’ambito di contratti e convenzioni, sono altre occasioni nelle quali la didattica trova riscontro applicativo, critica e aggiornamento continuo con la realtà esterna.
Il processo di verifica e aggiornamento non si svolge sempre con quella rapidità ed efficacia che tutti desideriamo: gli Istituti e le organizzazioni burocratiche sono organismi soggetti a fasi di riflessione e di relativa stanchezza dalle quali devono essere richiamati. Non sempre, d’altra parte, processi evolutivi e adattivi rapidi e imposti sono positivi: i limiti di elasticità dei sistemi vanno sollecitati senza rottura, e ciò per evitare il rischio di reazioni fortemente involutive.
Cogliere in modo sintetico ed essenziale il significato di tutta questa elaborazione agli effetti dell’aggiornamento strutturale e di contenuto dei corsi specifici e del Corso di Laurea nel complesso, non è semplice: lo studio di sistematizzazione storica della didattica per la formazione degli architetti potrebbe essere un utile esercizio da svolgere e non di poco impegno.
Proposta per una analisi delle tendenze emergenti.
In termini molto ridotti e nell’economia di questo documento di lavoro, può essere utile tentare di delineare alcune delle tendenze più significative accolte e svolte dal corso di laurea a Torino avendo in mente gli ultimi cinque anni e tenendo presente il quadro degli ultimi venti. Dalle tendenze accolte e in fase di svolgimento si potranno avere sensazioni sui possibili futuri sviluppi della didattica per la formazione degli architetti. Scelgo, per organizzare questa analisi, quattro rapporti fra la didattica e il Corso di Laurea che ritengo particolarmente significativi:
(a) il rapporto con la storia 
(b) il rapporto con le tecnologie 
(c) il rapporto con la scienza delle costruzioni 
(d) il rapporto con le discipline socioeconomiche 
Di seguito per ognuno di questi rapporti esprimo, in termini molto concisi, una mia valutazione specifica; per le altre aree svolgo solo qualche generica citazione. La storia
La storia dell’Architettura era una volta un elemento della cultura generale di un architetto: indispensabile e fondamentale, ma sempre elemento di complemento culturale e conoscitivo. Nel Corso di Laurea, come si è venuto formando negli ultimi dieci anni, per effetto di spinte complesse e non solo interne alla Facoltà, la storia è divenuta uno strumento progettuale, assumendo, per questo cambiamento profondo, caratteri e connotazioni didattiche sostanzialmente diversi, nuovi e attualmente ancora in fase di definizione sia strumentale che disciplinare. La storia è sempre stata momento fondamentale di differenza e di specificità del corso di laurea in architettura: per decenni è stata l’unica disciplina che introduceva un elemento critico e culturale diverso rispetto ad un corso di laurea in ingegneria civile. Nel Corso di Laurea attuale la storia ha assunto una ulteriore responsabilità, responsabilità che ho definito progettuale e che si pone come l’elemento dominante di tutti i cambiamenti avvenuti nell’ultimo decennio e specificamente, negli ultimi 5 anni.
Ritengo che questo sia il riflesso di una tendenza culturale assai più ampia dello specifico del nostro Corso di Laurea: per questa tendenza, a causa della nostra appartenenza ad un Politecnico, registriamo un certo ritardo rispetto ad altre sedi.
Il rapporto con il Corso di Laurea delle discipline storiche è quindi passato da una funzione complementare ad una funzione progettuale operativa: la piena espressione delle implicazioni didattiche di questo cambiamento è attualmente in emergenza e, per me, difficile da qualificare in modo più specifico. E’ certo la tendenza emergente più importante e significativa e quella che sta determinando le più forti conseguenze sulla struttura complessiva della formazione degli architetti.

Le tecnologie
Dopo un tentativo di unificazione (negli anni 60) degli insegnamenti tecnologici (Elementi Costruttivi e Chimica generale e applicata) sotto il titolo di “Tecnologia della Architettura”, tentativo che ha comportato, per la nostra Facoltà, non indifferenti problemi di ambiguità, oggi sono di nuovo distinti gli insegnamenti di Tecnologia dei Materiali da Costruzione e di Tecnologia dell’Architettura. Quest’ultima disciplina ha espresso due piani di svolgimento e di elaborazione didattica: quello della tecnologia concettuale (soft technology) e quello della tecnologia materiale (hard technology). Il primo studia gli strumenti concettuali e di metodo per il controllo dei processi di progettazione e produzione dei beni edilizi e di modifica ambientale, il secondo studia gli strumenti conoscitivi e operativi per la espressione delle scelte progettuali e per la esecuzione degli interventi insediativi.
L’evoluzione del campo disciplinare della Tecnologia dell’Architettura è stato luogo di profonda innovazione nella didattica della progettazione architettonica: il rapporto tra progetto e suoi strumenti (concettuali e materiali) come nodo di elaborazione critica e creativa è ancora oggi momento vitale e di forte spinta potenziale. Il dibattito in questa area ha come riferimento fondamentale il lavoro didattico e di ricerca del prof. G. Ciribini e la nostra Facoltà ha svolto, per questo dibattito, un ruolo di guida non solo in campo nazionale. Dalla definizione della tecnologia concettuale sono derivati gli insegnamenti delle tecnologie appropriate e la filosofia della “adeguatezza” che sono connotazioni originali della Facoltà di Torino.
La Tecnologia dell’Architettura, che con la didattica degli Elementi Costruttivi aveva una connotazione relativamente grammaticale, è divenuta una struttura sintattica della progettazione ed ha originato programmi disciplinari di forte contenuto innovativo agendo criticamente sulla formazione complessiva degli architetti e consentendo un inquadramento generalmente più corretto di tutti i rapporti fra le discipline dette una volta “propedeutiche” e il corpo progettuale e compositivo del Corso di Laurea.
La fase evolutiva di quest’area non è esaurita e si sta consolidando con proposte di nuova specificità portate anche dal nuovo Statuto come, ad esempio, quelle consentite dalla accensione del corso di “Cultura Tecnologica della Progettazione”. 
Sempre come linea potenziale emergente va indicato il campo della tecnologia ambientale che dovrebbe rappresentare l’anello di collegamento della tecnologia con i problemi e la didattica della gestione del territorio.La scienza delle costruzioni
Nella cultura della formazione progettuale degli anni 50 e 60 le discipline “strutturali” avevano una connotazione esclusivamente utilitaria. La “firmitas” di Vitruvio era una categoria tollerata in quanto necessaria e non molto di più. Il Corso di Laurea in Architettura ha sempre sofferto, e ancora oggi soffre, di un rapporto involuto con questo campo disciplinare: un amore non ricambiato, una potenzialità non espressa. I docenti che insegnano materie strutturali nelle Facoltà di Architettura sono sacrificati in sede nazionale: è una considerazione obbiettiva e non vuole essere polemica. Il salto qualitativo desideratissimo, e in tutte le Facoltà già anticipato, che dovrebbe portare anche la sensibilità strutturale al livello di “strumento progettuale”, non è ancora maturato nel dibattito nazionale: un dibattito che fa fatica a recepire indicazioni addirittura leggendarie nella storia del costruire.
E’ auspicabile che in questo settore la strumentazione di calcolo automatico consenta di accelerare una evoluzione che la obbiettiva pesantezza del calcolo tradizionale ha fortemente ritardato: in questo senso la Facoltà sta facendo sforzi non indifferenti per darsi strumenti e assistenze adeguate e in questo senso sono stati utilizzati sia i corsi a contratto ex articolo 25 del DPR 382/80 che i contratti previsti dall’art. 26 della stessa legge. Non senza difficoltà.
Il campo disciplinare tende dunque a questa maturazione, la docenza del Corso di Laurea di Torino insieme a quella delle altre sedi italiane, ne anticipa i tempi: non sempre con la necessaria comprensione da parte delle responsabilità accademiche nazionali di questo settore (il riferimento è al massacro dei candidati provenienti dalle Facoltà di Architettura che venne fatto nell’ultimo concorso per posti di prima fascia).
L’offerta didattica dell’Area della Scienza delle Costruzioni ha riscontrato, quest’anno, due linee di specifica esigenza segnalate dal campo professionale: quella relativa alla competenza nel settore della geotecnica e quella relativa al consolidamento e adattamento degli edifici.
Le discipline socioeconomiche
Area disciplinare con offerta nulla o esigua nel curriculum del Corso di Laurea degli anni 50 e 60, quando era rappresentata solo dall’insegnamento, molto tradizionale, di Estimo ed Etica Professionale, la Sociologia Urbana è stata introdotta nella Facoltà di Architettura negli anni 60 e, con l’adozione del nuovo Statuto, è divenuta nell’83, per la Facoltà di Torino, una delle materie caratterizzanti il Corso di Laurea.
La Facoltà ha inoltre completato la sua offerta didattica con un insegnamento di Geografia Urbana e Regionale: disciplina che, fino a due anni or sono, gli studenti erano costretti a frequentare fuori dal Politecnico e che è indispensabile nella formazione delle competenze necessarie alla gestione del territorio, oltre che base fondamentale nella cultura generale di qualunque professionista della progettazione.
L’area socioeconomica si arricchirà ancora, al completamento della attuale fase dei concorsi nazionali, di un insegnamento di antropologia culturale. Le intenzioni, per i successivi sviluppi, sono di rafforzare questa area, con un insegnamento di carattere classicamente economico.
Questo settore è quello nel quale si sono verificati i cambiamenti più radicali del curriculum di studi negli ultimi anni e che, per la spinta dell’Indirizzo Urbanistico, avrà nel futuro a breve termine ulteriori sviluppi e innovazioni. Rispetto al curriculum degli anni 60, in questa area la cultura del progetto architettonico ha spinto e subìto una drastica innovazione: come già si è verificato per l’area delle discipline storiche, l’analisi sociologica e la critica economica diventeranno strumenti progettuali indispensabili. 
Mi pare questa la tendenza più significativa in emergenza, non ancora espressa compiutamente, ma precisamente indicata dalla evoluzione degli ultimi dieci anni del nostro Corso di Laurea.

Altre aree
Altri rapporti fra il Corso di Laurea e aree disciplinari hanno subito significativa evoluzione negli ultimi anni, ricordo brevemente l’attenzione per la integrazione ambientale, edilizia e costruttiva che ha governato l’aggiornamento dell’insegnamento della Fisica Tecnica, la specificità sui problemi di progettazione che ha preoccupato le matematiche, il completamento concettuale e strumentale degli insegnamenti dell’Area della Rappresentazione con l’attenzione per il rilievo percettivo e con il recupero delle applicazioni di geometria come strumento espressivo e supporto fondamentale al linguaggio dell’architetto.
Ognuno di questi settori meriterebbe una analisi approfondita che certamente qualcuno potrà svolgere forse con maggiore informazione e competenza della mia.
Tutte le aree hanno comunque visto, negli ultimi cinque anni, una dinamica evolutiva e di innovazione continuamente trasferita dalla ricerca alla didattica e ai suoi moduli.
Discussione
Le dinamiche evolutive rapidamente delineate e quelle semplicemente citate dei rapporti fra aree disciplinari e corso di laurea si associano fra di loro, si sovrappongono e interagiscono in modo complesso, si realizzano nei lavori di tesi, nei seminari, nei corsi coordinati e nella semplice evoluzione dei singoli corsi: la tendenza aggregata e complessiva non è immediatamente percepibile e certamente oscura per le nostre matricole e per molti studenti dei primi anni.
Una revisione accurata del complesso di manifestazioni che si svolgono nel corso di laurea e a suo lato, l’ascolto non insofferente della presentazione dei corsi, una attenta lettura dei lavori di tesi, forniscono però un segnale chiaro e percepibile del modo complesso, diffuso, continuo e spesso drammaticamente rapido con il quale la struttura della formazione professionale degli architetti si aggiorna e si evolve. Le tesi eccezionali, poche purtroppo, e quelle di buona e media qualificazione, dimostrano che un Corso di Laurea evoluto, attuale e dinamico, esiste ed è operante e che esistono molti studenti in grado di leggerlo e di praticarlo, e dimostrano anche che molto meglio si può sempre fare.
La Storia struttura oggi la nostra didattica con una consistenza ben diversa da quella che connotava il Corso di Laurea negli anni 60 e 70. Sulla struttura della Storia la Tecnologia dell’Architettura aggancia il progetto e gli studi sociali; la sensibilità che gli studenti acquisiscono con le Istituzioni di Matematica, insieme alla informazione sui materiali, alla Fisica Tecnica e alla Scienza delle Costruzioni concorrono alla visione della complessità del processo progettuale e al suo controllo , le discipline della Rappresentazione educano l’occhio alla lettura e la mano alla descrizione, nello spazio, delle prime intuizioni. La separazione fra disegno architettonico e disegno della città è svolta nel “continuum” istruito dalla concezione della città per parti, legate da una strategia per la quale la Pianificazione del Territorio, l’Urbanistica, e la Geografia stabiliscono le regole di inquadramento generale nel grande gioco economicoambientale.
E’ su questa struttura di sperimentazione dinamica ed evolutiva che la Facoltà ha istruito, negli scorsi anni, l’organizzazione per Indirizzi del Corso di Laurea, per la quale, da parte degli studenti, non c’è stata molta comprensione e sulla quale si sono costruiti molti equivoci. Gli Indirizzi non sono una specializzazione, non sono una riduzione culturale della formazione, non sono una formula meramente burocratica e astratta. Rappresentano in termini di organizzazione didattica le modalità con le quali un percorso formativo alla professione di architetto può essere strutturato e risultano da prassi già consolidate nella Facoltà degli anni 70. Come ogni formalizzazione organizzativa risentono di iniziale irrigidimento e richiedono messe a punto: la loro negazione sarebbe limpidamente regressiva.
I Corsi stanno sperimentando, nei tempi propri di ogni sperimentazione didattica, quale nuovo rapporto deve essere istruito per il collegamento con i diversi Indirizzi: la partecipazione degli studenti alla messa a punto della didattica non è priva di contenuti e di apprendimento, a questo scopo devono però essere superati gli atteggiamenti di rifiuto grezzo, che non sono giustificati nemmeno dalla relativa inefficienza organizzativa della macchina dei Consigli di Indirizzo. Il modello risultante, effettivo, dell’insegnamento risulta da una precisa, articolata interazione tra la cultura utente, il servizio di docenza e il contesto economico e sociale nel quale si lavora, del quale gli studenti sono componente rilevante e non solo per il numero, come spesso si tende a sostenere.
Il singolo insegnamento universitario appare diverso e viene utilizzato in modi profondamente diversi da studenti di varia provenienza e cultura: la sua associazione con altri insegnamenti dà luogo ad ulteriore, articolata complessificazione del messaggio.
A questo proposito, anche se la notazione è impopolare, si deve notare che uno dei limiti che la Facoltà di Torino deve gestire nella applicazione dello Statuto è quello del numero di insegnamenti annuali: le altre sedi italiane che hanno per Statuto 30 insegnamenti riescono a temperare e a smussare le rudezze del dispositivo statutario meglio di quanto non sia possibile fare con un curriculum con 28 insegnamenti annuali.
Lavorare per una precisa individuazione della “facoltà reale” e collocare curricula, corsi, modi di svolgerli e modi di utilizzarli rispetto agli obbiettivi delle molte ipotetiche “facoltà ideali” mi sembra un buon programma di lavoro: il programma corrente e di continuo impegno della Facoltà.
A valle della verifica svolta, che certamente è da ampliare e da approfondire, questo è il dibattito che propongo di impostare e condurre, senza liturgie, convegni, assemblee, manifestazioni per le quali credo sia giustificata una certa diffidenza. E’ meglio lavorare in modo diffuso, attento allo specifico di ogni situazione, nella dimensione quotidiana strategicamente informata, nei corsi, nei laboratori, nell’assistenza agli studenti, nelle commissioni di tesi, nei Consigli di Indirizzo e nel Consiglio di Corso di Laurea e di Facoltà.
Sono questi i luoghi delegati, nei quali si deve svolgere e nei quali si è sempre svolto questo lavoro in termini più o meno smaglianti, rapidi, leggibili ed efficaci. A questi luoghi e a questo lavoro è però necessario prestare una maggiore e più critica attenzione.
I temi specifici per questo dibattito non mancano e in parte sono esposti in questo documento: altri se ne possono proporre e di seguito ne elenco alcuni, che non sono certamente nuovi per la Facoltà.

Argomenti di riflessione e dibattito
In quale modo le categorie delle “aree disciplinari”, forte innovazione del nuovo Statuto, forse assai più incisiva della organizzazione per indirizzi, si sono correlate al Corso di Laurea e agli indirizzi stessi?
Per quali insegnamenti si può pensare ad una neutralità rispetto all’indirizzo di laurea nel quale sono svolti e per quali invece questa non è pensabile, accettabile o attuabile ?
Il modulo didattico è cambiato dal 60 ad oggi. Così come è cambiato il modulo di utenza dell’insegnamento. Una analisi e una critica, più ampie e meditate di quella evocata in questo documento, dei cambiamenti avvenuti, o non avvenuti sono da condurre.
Il modulo didattico attuale era l’obbiettivo del lungo e tormentato dibattito che formò la legge per il riordinamento del Corso di Laurea in Architettura? Come potrebbe oggi essere ridefinito quell’obbiettivo, e come potrebbero essere definiti gli scostamenti dal medesimo ?
Esiste, è mai esistita, una progressione dell’insegnamento progettuale? In Facoltà ne viene praticata una, esplicitamente o implicitamente ? Ci sono modelli più sintetici di insegnamento (e di apprendimento) rispetto alla simulazione progettuale ?
Il cambiamento del modulo didattico è avvenuto insieme ad una evoluzione dell’insegnamento progettuale (struttura, progressione, sequenza, metodologia, logica …), o no?
Oltre al progetto di edifici, quali sono le molteplici professioni alle quali noi diamo, o crediamo di dare accesso ? Il nostro corpo docente dispone delle competenze disciplinari necessarie a queste ipotetiche nuove e diverse professioni di architetto ? O non è proprio il progettare edifici e il controllare la costruzione di edifici con la cultura della storia, della sociologia, della geografia urbana e della tecnologia concettuale e materiale, che costituisce la nuova specificità degli architetti ?
Fino a che punto può esistere questa nuova specificità fuori dalla prassi del progettare edifici ?
La domanda di professionalità nella formazione è riduttiva in termini culturali, o può comportare risposte didattiche avanzate?
Conclusione
La professionalità, il mercato del lavoro, l’Esame di Stato sono gli argomenti conclusivi di questo documento e quelli sui quali vi è, allo stato attuale, la maggiore incertezza conoscitiva. Ogni anno, di fronte ai risultati dell’Esame di Stato (dove vengono bocciati in genere dal 60% al l’80% dei nostri neolaureati), la Facoltà si rifugia su una serie di intelligenti e acute osservazioni: non è l’Esame di Stato che ci verifica, noi prepariamo per molte altre cose e non solo per disegnare casette e scuolette, la cultura del progetto e la formazione conferite dalla Facoltà non si possono esprimere in un “extempore” di otto ore etc. etc.
Che l’Esame di Stato sia un istituto da riformare è un fatto sul quale tutti sono d’accordo, ma chi è stato commissario o presidente della commissione non può non avere, oltre a queste certezze, anche altri acerbissimi dubbi. I risultati dell’Esame di Stato sono sicuramente da rifiutare come categoria di vaglio del Corso di Laurea in Architettura, ma il vuoto conoscitivo e culturale che l’Esame denuncia è preoccupante, scomodo da analizzare anche per i più volenterosi difensori.
La Facoltà non conosce il mercato del lavoro attuale ed emergente: non sono mai state effettuate indagini sistematiche per classificare i percorsi postlaurea dei neoarchitetti. Varrebbe la pena di investire una rispettabile cifra di denaro per acquisire questa conoscenza. Sappiamo che una percentuale elevatissima di studenti nutre forti aspettative per la libera professione di architetto, intesa questa nella forma agiografica più tradizionale. Sappiamo anche che a questo tipo di professione arriva una percentuale che non supera il 6% dei nostri laureati dopo un periodo di tempo che difficilmente è inferiore ai 67 anni. Sappiamo che la quota di PNL relativa all’edilizia è circa il 25%, ma che in termini di domanda per la professione di architetto il dato è pochissimo significativo perché solo lo 0,025% è l’aliquota relativa ai servizi terziari per questo investimento ed una sua ancora più modesta aliquota è quella relativa a servizi progettuali delle libere professioni di architetto, ingegnere civile, geometra.
L’università italiana ad elevata partecipazione sociale è un fenomeno anomalo, anche se si riportano dati fortemente controversi: la correlazione con il mercato del lavoro del nostro prodotto si articola in modi che sarebbe opportuno conoscere meglio senza l’alea della strumentalizzazione politica (leggi: della demagogia).
La gestione del territorio e la gestione urbanistica potrebbero rispondere molto meglio all’offerta di laureati architetti, se la loro domanda non fosse filtrata e contenuta dai limiti che il Governo impone sulla assunzione di personale, l’industria (non solo quella delle costruzioni) assorbe una forte percentuale dei nostri laureati per compiti e funzioni diffusi su una ampia gamma di conoscenze specifiche che richiedono tempi di apprendimento e integrazione su competenze per le quali il Corso di Laurea non è attrezzato e non ha la possibilità di attrezzarsi, la scuola è una offerta di lavoro in fase di riduzione e sulla quale può contare una quota minima di nuovi architetti.
Il settore terziario e dei servizi è in forte emergenza: le competenze necessarie sono anche in questo caso molto ampie e specifiche e il Corso di Laurea può solo servire come base culturale senza una immediata praticabilità.
La Facoltà non può, d’altra parte, dilatarsi in modo eccessivo per adattarsi a tutte le ipotesi di mercato del lavoro emergenti, senza correre il rischio di allontanarsi dai suoi compiti istituzionali che sono e rimangono quelli della professione di architetto. Il sospetto che le nuove professioni possano comunque correlarsi alla fondamentale competenza della evoluta capacità di “progettare edifici” è un aspetto da considerare con attenzione e riguardo. Rischiando anche in questo caso l’accusa di essere riduttivo (o di presumere troppo).
In questo settore almeno tre modi di operare professionalmente sono abbastanza bene identificati: il modo di coloro che si occupano della gestione urbanistica e del territorio, il modo di coloro che si occupano dei processi costruttivi, il modo di coloro che si occupano dell’intervento sui tessuti esistenti: tre accezioni modali della progettualità architettonica, articolate, con forti interazioni e connotate da ampia mutualità, che difficilmente si possono accusare di irrilevanza o inattualità.           

Quelli del 68 e quelli dell’85
scritto per la rivista torinese ‘Trend’
28 dicembre 1985

L’Italia si chiede ansiosamente chi siano e cosa vogliano ‘i ragazzi dell’85’. Il fantasma di un 1968 mai analizzato e ancora oggi poco compreso, rende nervosi e la paura di un nuovo tunnel come quello del decennio che seguì, è motivo di giusta preoccupazione.
L’attenzione della stampa per la protesta giovanile è trepidante: ognuno teme di perdere la registrazione esatta della nuova scintilla storica, giornali e televisioni inseguono belanti il mondo giovanile pronti a cogliere (e, se necessario ad inventare) il primo slogan del Capanna modello 85, e il primo vagito del risorto ‘movimento’.
Tutti si affannano comunque a dire e a ripetere che ‘quelli dell’85’ sono diversi da ‘quelli del 68’: seri, non inquinati dalla politica e dai partiti, chiedono solo di studiare. Senza accorgersene, per contrasto, si lasciano sfuggire il giudizio mai espresso sul 68. Analisi e comprensione a parte. Pochi sanno se l’Italia del 1985 sia diversa da quella del 1968. Molti ne dubitano. 
I Provveditorati e i Presidi della scuola media osservano le ‘autogestioni’ senza intervenire, Prefetti, Questori, Procuratori della Repubblica si domandano (insieme ai massimi livelli dei rispettivi competenti Ministeri) cosa fare: una ‘autogestione’ di liceo, o una ‘occupazione’ di Facoltà possono ragionevolmente configurarsi come ‘interruzione di pubblico servizio’? e quindi giustificare l’intervento della forza pubblica?
L’intervento della polizia potrebbe costituire innesco di reazioni più o meno consulte e dare l’avvio ad una perversa spirale di incomprensioni e sciocchezze burocratico/giovanili? dove si fermerebbe, oggi, questa spirale?
Occupare e autogestire è un primo segno di violenza o espressione di giovanile e impetuosa dialettica? 
Tollerare è debolezza o saggezza? Il negoziato diminuisce il prestigio degli Istituti oppure è indice di maturità ?
Io stesso mi pongo queste domande.
L’analisi del 1968 manca, come sono mancate a questo Paese le analisi vere e non conformi o stereotipe di molti recenti e non recenti momenti di contrapposizione nella sua storia. 
A questa carenza non si può certo rimediare con poche cartelle di ‘colore’ su un episodio relativamente marginale: è però interessante ritrovare in questo tutti gli elementi della nostra cultura storica, tutte le sovrastrutture ideologiche che impediscono in questo Paese di impostare e condurre un discorso ‘laico’ e che, in definitiva rendono disagevole la gestione dialettica dei contrasti che sono elemento vitale e necessario per la costruttiva evoluzione dei rapporti tra utenze e istituzioni. 
Il primo elemento è quello della ‘ruolizzazione’: le parti vengono inquadrate nei ‘ruoli’ che ‘devono’ avere, qualunque cosa dicano o facciano è riferita a questa etichetta e viene ascoltata nei modi che il ruolo attribuito impone.
Ecco il quadro dei ‘ruoli’ che emerge leggendo i ritagli di stampa.
Gli studenti sono ‘i buoni’ della Commedia. Portatori di innovazione e di cambiamento, vittime del burocratismo ebete e ottuso, si ribellano ‘giustamente’ a una situazione assurda della quale sono responsabili solo ed esclusivamente le ‘autorità accademiche’. Queste ultime si dividono in professori ‘illuminati’, intelligenti e capaci , in genere prevaricati e tenuti in sofferto silenzio dalla maggioranza dei docenti che sono, sempre nel copione corrente, i ‘baroni’, esclusivamente dediti al perseguimento di vantaggio personale e alla strumentalizzazione (a fini di lucro personale) dell’Istituto Universitario, assenteisti e reazionari.
Il preside (socialista ed ex radicale) appartiene a questa parte e si copre di ridicolo assumendo atteggiamenti grottescamente borbonici 
per il puro gusto di esercitare la sua modesta aliquota di potere in termini di gretta fiscalità.
La stampa, dispensatrice di obiettività e serenamente al di sopra delle parti, giocherella con tutti e pretende di analizzare, comprendere e spiegare la complessità e i problemi della situazione con una telefonata di tre minuti e con un trafiletto di due cartelle. 
Le rettifiche, richieste a norma di legge vengono, con qualche commento di irrisione, furbescamente pubblicate nelle rubriche di colore locale insieme alle lettere delle brave massaie.
Il copione è scontato: gli studenti si riuniscono in assemblea ed esprimono una serie di richieste, le portano in Consiglio di Facoltà dove i professori ‘buoni’ e illuminati vengono sopraffatti dalla maggioranza bovina e reazionaria plagiata dal preside, gli studenti offesi e giustamente irritati dal comportamento sordo e ottuso del Consiglio di Facoltà occupano la sede e iniziano una intensa attività di elaborazione critica in commissioni, comitati, gruppi di lavoro, ‘attivi’ e seminari, più o meno permanenti e continui. 
La stampa riferisce al pubblico ciò che i giornalisti ritengono il pubblico voglia che gli venga riferito, stravolgendo problemi, richieste, risposte, dichiarazioni, norme, regole e leggi: tutta roba che per capirla va letta e magari un po’ studiata e non c’è tempo prima della ‘chiusura’, ammesso che ce ne sia la voglia e la disponibilità intellettuale. 
Dopo qualche giorno di ‘occupazione’ il preside reazionario, viene preso da motivata paura e ‘molla’ accogliendo tutte le richieste degli studenti. La stampa riporta il trionfo della ragione e del buon senso. I buoni hanno vinto, i cattivi hanno perso, la reazione è stata travolta e la storia può di nuovo avviarsi verso i suoi splendidi destini e progressivi. I problemi sono risolti e tutti sono contenti.
Proverò ora a descrivere una versione meno limpida, meno grammaticale degli avvenimenti, assai meno agevole da sintetizzare e noiosissima per i lettori della stampa di regime conforme e per i telespettatori con capacità di attenzione inferiore ai 15 secondi di tempo. Da rifiutare in blocco come base letteraria e giornalistica.
La Facoltà di Architettura è sempre stata esposta alla aggressione della contestazione studentesca per una serie di valide e positive ragioni. L’insegnamento del progetto è insegnamento del dubbio sistematico e del continuo rifiuto di ogni acquisizione. 
Il rifiuto dell’acquisito è la condizione indispensabile per il suo superamento: è quasi la definizione per contrasto del progettare. La formazione alla progettazione avviene ‘progettando’: pochi ammettono che vi sia altro modo o ‘metodo’, anche nella scuola detta di massa. 
Questa ineffabilità della metodologia è, ovviamente, luogo di grande disponibilità intellettuale e nello stesso tempo di grande fragilità disciplinare. 
Nella Facoltà non si insegnano ‘certezze’: si cerca con illuministico pessimismo, di insegnare a gestire l’incertezza, a muoversi con competenza e capacità critica nel cambiamento continuo e nell’incerto. Non c’ una soluzione corretta, ce ne sono moltissime, ammesso che sia noto il problema. Non ci sono i ‘criteri obbiettivi’ che tanto piacciono agli ingegneri e ai giornalisti, ci sono molte buone ragioni soggettive, le basi ‘scientifiche’ della decisione ti conducono, ragionevolmente, solo alla soglia di una vasta area di alternative più o meno valide. La differenza tra un edificio che funziona e una bella architettura non è diagrammabile, ma è mostruosamente evidente. Lo stesso vale per una città.
La Facoltà insegna anche, o ci prova, che per muoversi criticamente nell’incertezza è necessario un grande rigore, che tanto più incerto e complesso è il contesto, tanto più elevata deve essere la competenza e la intelligenza conoscitiva di chi lo vuole modificare o integrare, tanto più sofisticati gli strumenti professionali, tanto più sottile la critica e tanto più vigorosa la spinta ideale.
La grammatica è indispensabile, ma scarsa, la sintassi vasta e articolata, con molte contraddizioni, le case non sono poesie, ma ne partecipano l’intuito. In più non devono crollare, devono funzionare e durare nel tempo, costare poco ed essere belle. 
Disponibilità per l’incertezza e rigore: sembrano concetti antinomici e contraddittori, ed è questa contraddizione che ne rende difficile la comunicazione, la comprensione e la pratica. Figuriamoci la didattica.
La prima categoria viene letta e intesa come alibi culturale per approssimazione e pressapochismo, la seconda come tecnicismo ottuso, grammaticalità e pedestre fiscalismo. 
Questo equivoco è un luogo comune anche all’interno della Facoltà e fra gli studenti: l’educazione certa e positiva della nostra scuola media e, in particolare, quella degli Istituti Tecnici, non è una base con la quale accogliere, senza grossi problemi, la filosofia del progetto, come sopra ho tentato di descriverla schematicamente.
Il ‘progetto’ è inteso nelle Facoltà di Architettura come valore di riferimento complessivo: non si dimentica che oggetto della attività progettuale sono le case degli uomini, gli edifici e le città. Alla confusione che dentro e fuori dalle Facoltà si è fatta su questi due aspetti della didattica del progetto si possono ricondurre molti dei problemi che, con regolare periodicità, vengono riportati al dibattito attuale. 
La disponibilità eclettica di un buon progettista viene assunta in se come scopo dell’iter formativo: l’architetto è un operatore intellettuale che si può occupare pressoché di tutto e che può accedere ad un continuum indistinto di professioni, tutte, nella fantasia popolare, ricche e prestigiose. Il fatto che per progettare e costruire bene le case sia necessario sapere molte cose (sociologia, storia, economia, antropologia, psicologia, energia, impianti termici, scienza delle costruzioni, tecnologia etc.) è stato polarizzato sul ‘sapere molte cose’ e separato dal ‘progettare e costruire case’.
La forza e la grande originalità della progettualità architettonica è invece intimamente collegata alla prassi: sapere associare idee a materiali, forme e oggetti, saper disegnare e prefigurare gli oggetti, saperne organizzare e controllare la realizzazione. Questo è il mestiere di architetto, dove gli oggetti sono gli oggetti dell’abitare. Questo è il mestiere che la Facoltà deve insegnare a fare: se coloro che hanno questa laurea fanno, bene o male, anche altri mestieri, ciò non significa che la Facoltà debba orientarsi ad insegnare gli altri mestieri: nessun docente li conosce, né siamo attrezzati per assumere organico diverso da quello che i programmi prevedono. Lo Stato, dettaglio non trascurabile, si attende dalle Facoltà di Architettura la formazione di architetti, così come si attende dalle Facoltà di Medicina la formazione di medici. 
Se 70 laureati in medicina su 100 facessero i venditori di cosmetici questa non sarebbe una buona ragione per modificare i programmi della Facoltà di Medicina e orientarla sulle tecniche per la commercializzazione dei cosmetici. Avrei qualche dubbio su una Facoltà dai programmi ‘market oriented’. 
La chiarezza sugli scopi e sui metodi di un programma di insegnamento universitario è un impegno preciso e dovuto da chi è responsabile delle istituzioni. 
Assumere con responsabilità un obbiettivo e uno scopo, limitare il proprio programma di azione su una precisa di competenza, non è rinuncia o rifiuto della evoluzione e della innovazione: vuol dire fare il proprio mestiere. L’aggiornamento attento e continuo, culturale, tecnico, tecnologico, strumentale dell’insegnamento e dei suoi programmi e metodi, non è in discussione: è il debito elementare della nostra professione di docenti. 
Credo che questi siano i problemi sui quali confrontarsi, e sui quali in Facoltà ci si confronta correntemente, svolgendo i corsi, negli incontri su problemi e temi specifici, nel lavoro di tesi e nelle commissioni di laurea.
Statuti e regolamenti sono scarsamente rilevanti: lo spazio di aggiornamento, modifica, cambiamento e riscontro all’interno di questi è molto più ampio e accessibile di quanto non siano le loro radicali riforme o le loro improbabili, profonde ristrutturazioni, calate su una realtà di strutture e di organico difficilmente eludibile.
Gli studenti della Facoltà di Architettura rifiutano gli ‘indirizzi’ di laurea come stabiliti dalla legge, a fronte di una complessità del mercato del lavoro che rende questi indirizzi ridicolmente riduttivi? La Facoltà garantisce già il maggiore riscontro di questa complessità con la libera articolazione della scelta di 9 insegnamenti su 28, e inoltre consente di scegliere ben 8 insegnamenti su 28 fuori dalla Facoltà stessa. Pochissimi studenti utilizzano questa potenzialità. Ulteriore e non indifferente riscontro, è quello che viene correntemente offerto consentendo ampie scelte di tesi su temi di progettazione architettonica, di restauro, di tecnologia dell’architettura, di critica, di storia, di scienza delle costruzioni, di tecnologia dei materiali, di sociologia, di geografia urbana, di pianificazione territoriale e di urbanistica……
Gli studenti rifiutano il ‘tetto’ numerico che la Facoltà ha stabilito per evitare il sovraffollamento specie ai primi anni? 
La Facoltà ha difficoltà a credere che il corso di un docente bravissimo sia molto qualificante quando il docente è travolto da 500 studenti in aule che ne possono ospitare 200.
La Facoltà ritiene che giovani docenti, meno noti e popolari, più difficili da seguire perché meno esperti didatticamente, siano potenzialmente più interessanti delle vecchie e consolidate glorie accademiche. 
Vi sono docenti assenti, inadempienti, incapaci ? Nessuna indicazione di questo genere, nemmeno anonima, è mai stata formulata in sede competente, nè dagli studenti, nè dai loro rappresentanti.
Ecco dunque il problema che non è nuovo: una realtà complessa e dai contenuti molto articolati viene affrontata in alcuni suoi aspetti ‘formali’ e di ‘regolamento’. 
Il confronto si porta sui dettati delle leggi: proprio sulla area per la quale è minima se non nulla la competenza in sede locale, il rifiuto è sul ‘curriculum’ imposto dallo Statuto (che è una legge dello Stato), ma i curricula aperti e consentiti dalle norme della Facoltà non sono praticati. 
L’ampiezza delle libertà consentite non è riconosciuta, nè praticata, mentre si contestano i vincoli posti dalla legge.
Lo spazio di dialettica e di confronto quotidiano e specifico (nei corsi, con i docenti, nel lavoro di tesi, sui contenuti) è luogo di inerzia e silenzio per stessa ammissione degli studenti, il rapporto tra individuo e struttura viene mediato, sostituito, dall’assemblea: questa malattia è vecchia e purtroppo conosciuta.
Come preside e funzionario delegato alla applicazioni di leggi, dalle leggi non posso derogare nè lasciare che si deroghi, posso operare per il loro aggiornamento e per la loro modifica e lo faccio continuamente con tutti gli strumenti disponibili. 
Come neosocialista, ex radicale (credo che la notazione ‘ex’ non sia compatibile con l’aggettivo ‘radicale’) ho un profondo timore e robusti sospetti per ogni manifestazione di supplenza e di alienazione dei rapporti individuali. 
Il luogo della democrazia, oggi, è luogo diffuso, la sua forza è nelle migliaia di rapporti tra individui, rapporti quotidiani, correnti, specifici, esatti, che nessuna assemblea può sostituire o mediare. E’ il luogo del cambiamento continuo, adatto, appropriato (reticolare). Nessuna rivoluzione può essere più efficace. 
Difficile da praticare per il costume italiano per il quale l’espressione della propria opinione è sempre stata, per storia documentata, soggetta a rischio e pericolo, imbarazzo e timore.
La mia raccomandazione a ‘quelli dell’85’ è quella di occupare tutti gli spazi dialettici e di confronto ‘diffuso’ prima di occupare licei e facoltà, e di non commettere lo stesso errore che cercano di combattere impegnando gli istituti sui ‘regolamenti’ e sulle ‘leggi’. 
Di burocratismo si muore.
La strada delle occupazioni è una strada ‘datata’, di facili contingenti vittorie per la naturale debolezza delle istituzioni che rifiutano la violenza, e per la disponibilità alla demagogia e al conformismo ideologico della cultura delle assemblee, ma di efficacia strategica dubitabile, con potenziale grosso pericolo di involuzione sterile e di imprevedibili, devastanti, effetti collaterali.
Una esperienza che in questo Paese abbiamo già fatto, diverse volte.

Roma capitale

Mi ha sempre affascinato la  cultura del potere dei romani, il modo apparentemente strascicato e disinvolto con il quale la gestiscono, subiscono, usano, interpretano e la impongono. Una cultura chiaramente sedimentata da un paio di millenni di esperienza e di consumo. Distacco, scetticismo, strafottenza, ironia, sarcasmo tutto impastato insieme e, alla fine, quello che risulta è una arroganza serena che sfuma in raffinata professionalità. Fare della burocrazia un’arte, della gestione amministrativa un gioco e del sottogoverno un elegante, distaccato, modo di vivere.
Nessun milanese ci potrebbe riuscire e dei piemontesi meglio non parlare: come schiacciasassi in un allevamento di lumache.
Non vorrei esagerare, ma se l’Italia, con la sua armata brancaleone di politici puerili, litigiosi, verbosi e inconcludenti, riesce in qualche modo a funzionare lo si deve proprio alla cultura del potere della grande burocrazia romana. Palude o materasso, oppure sublime e risolvente manipolatore della incapacità degli eletti dal popolo: l’informe gazzarra prodotta dal “teatrino della politica” e dai suoi goffi attori viene trasformata, dalla “machina” burocratica romana, in qualcosa di descrivibile e talvolta anche di apprezzabile.
A ben guardare una opera d’arte: trarre forme ed espressioni comprensibili e significative dal caos e dall’insipienza.
Certo non ci si può aspettare che da sola la burocrazia rimedi a errori e cantonate strategiche, ma molte sciocchezze correnti sono state evitate e rimediate dalla ineffabile “machina” romana.
So bene che questo “incipit” non troverà molto apprezzamento nella cultura “padana”, ma chiunque abbia avuto a che fare con la burocrazia romana non potrà che condividere, magari con un po’ di nervosismo e di invidia. Devo dare prove o fornire documenti a supporto della mia affermazione? Quando mai! Basta seguire per un paio di giorni o tre il dibattito “politico” italiano e confrontarlo con qualche dato statistico corrente o con qualche “indicatore” macroeconomico. La conclusione non potrà che essere una sola: “nonostante” tutto l’Italia funziona. In qualche specifico settore funziona anche molto bene. Ho detto “nonostante”, ma forse sarebbe bene dire “grazie a” qualcosa. Questo qualcosa sono gli Italiani insieme alla morbida “machina” burocratica romana. Unica entità capace di dominare e regolare, con qualche utilità, un mostro assurdo e pericoloso.
Va anche detto che oggi dopo le incursioni dei Lanzinechecchi del 92, 94, 2005 con lo spoil system applicato all’Italiana di quella “machina” è rimasto poco e quel poco sta scomparendo: vivremo tempi interessanti. 
Nella mia esperienza amministrativa nell’Università e per la Città di Torino ricordo molti episodi, ma uno è particolarmente significativo e lo ritrovo sempre con un brivido di affetto.

Ero stato eletto preside della Facoltà di Architettura nel novembre del 1981 dopo una vicenda bislacca e ai limiti del grottesco. La mia candidatura, proposta da me medesimo con un gesto blasfemo per i canoni dell’Accademia sabauda, era stata duramente contrastata dal gruppo di potere cattolico-comunista che da dodici anni controllava la Facoltà. Ero un “radicale” e quindi egualmente inviso alla DC e al PCI, non ero torinese, non avevo fatto una carriera accademicamente ortodossa, venivo dalla ricerca e non dalla didattica, e non avevo “babbi” o referenti baronali, ero un tecnologo e non un storico né un compositivo: le due “baronie” che da sempre controllano le Facoltà di Architettura in Italia. Candidarmi era stato letto come un insulto dal gruppo di potere che controllava la Facoltà al punto che il suo massimo e più autorevole rappresentante prof. Roberto Gabetti (†) aveva preso la estemporanea iniziativa di mandare una lettera a tutto il corpo docente invitandolo a disertare la assemblea indetta dal decano prof. Mario Goria (†), per l’elezione del preside. Un gesto da Consiglio di Disciplina, decisamente “bulgaro” come cultura politica, ma che nessuno si azzardò a criticare, tanto era dato per scontato e accettato il potere della coalizione DC/PCI della quale Gabetti era leader autorevole ancorchè ufficioso. In ossequio al “dettato” del Prof. Roberto Gabetti l’assemblea venne disertata da due terzi degli aventi diritto al voto. Una prova vuoi della “potenza” del gruppo di potere, della “paura” che incuteva, oppure della pavidità dei colleghi. O le tre cose insieme. Certo non una cosa della quale andare fieri. All’Assemblea vennero in venti docenti (su sessanta) e teoricamente era una assemblea valida data la presenza di un terzo degli aventi diritto al voto. Venni eletto all’unanimità, ma rifiutai il risultato scrivendo al Ministro (allora Guido Bodrato) pregandolo di invitare la Facoltà a procedere a nuove elezioni. Non so se per effetto della mia richiesta o di quella, contemporanea e ben diversamente motivata, degli amici di Roberto Gabetti, il Ministro Bodrato scrisse alla Facoltà di procedere a nuove elezioni, senza motivare la richiesta. Le nuove elezioni si tennero una settimana prima dell’inizio dell’Anno Accademico in condizioni di emergenza. Il Gruppo di potere presentò una candidatura fittizia, ma omologa alla linea politica (il prof. Simoncini di Roma era uno storico PCI). Venni eletto con il 65% dei voti. Gabetti e la “cellula” rimasero sconcertati: avevano grossolanamente sbagliato i conti, cioè non conoscevano la Facoltà che credevano di poter controllare, ma si ripromisero di “farmi fuori” mediante una opposizione sistematica e al limite del boicottaggio, fedelmente attuata dalle truppe cammellate nel Consiglio di Facoltà.  Le cose andarono diversamente. Dopo tre anni di Presidenza per il secondo “termine” venni rieletto con il 90% dei voti e il 10% di astenuti. La dichiarazione di voto del “capo” della cellula PCI della Facoltà, prof. Biagio Garzena (†) fu un riconoscimento positivo della mia azione, ma, disse Biagio, per “coerenza” noi Matteoli non lo possiamo votare. Non ho mai capito a quale coerenza si riferisse.

Comunque quella che voglio raccontare è un’altra storia.
Dopo tre settimane dalla mia elezione venni convocato dal Rettore Stragiotti, anche lui appena eletto alla guida dell’Ateneo, che mi chiese se fossi al corrente delle ragioni per le quali la Facoltà di Architettura di Torino, unica in Italia, laureava architetti con un piano di studi che comprendeva solo 24 esami invece dei 28 prescritti dalla legge di Statuto Nazionale per le Facoltà di Architettura e dei 36 esami che costituivano il curriculum torinese prima del 1969.
Confessai la mia ignoranza e assicurai il Magnifico Rettore che avrei fatto una indagine sul problema. “Fai presto, perché sono molto preoccupato, Amplissimo! ” disse con garbata ironia il Magnifico.
Con orrore scoprii che la Facoltà nel 1969, sotto la pressione della rivolta studentesca, aveva ridotto motu proprio il numero degli esami e aveva mandato a Roma la “creativa” delibera che era stata respinta dal Ministro (in allora Misasi) con una durissima lettera nella quale imponeva alla Facoltà di ri-deliberare quanto prima nel rispetto della Legge Nazionale, pena l’annullamento delle lauree conferite sulla base di piani di studio chiaramente illegittimi: lo Statuto del Corso di Laurea in Architettura è una Legge dello Stato e non era modificabile dal Consiglio di Facoltà, ma solo con una legge del Parlamento. 
Il Consiglio Ristretto della Facoltà di Torino, con enorme ingenuità, aveva trascurato il piccolo dettaglio. Ricevuta la bacchettata dal Ministro Misasi, perseverando, a questo punto in modo irresponsabile, il CdF aveva preso atto della lettera del Ministro e aveva deciso ….di non fare nulla, con la brillante argomentazione che “…quando a Roma modificheranno lo Statuto, tutto andrà a posto automaticamente…”.
Dopodichè la Facoltà aveva operato fuori dalla legge per ben dodici anni laureando, in modo illegale, circa 5000 architetti.
L’irresponsabilità, a questo punto criminale, del gruppo di potere, incapace di riconoscere l’errore per arroganza e per paura dell’ira studentesca, era tale che il mio predecessore, Mario Federico Roggero, nel passaggio  delle consegne, non ritenne nemmeno opportuno informarmi su questo mostruoso problema: un enorme cadaverone nell’armadio.
La mia indagine era stata facilitata dalla competentissima segretaria della Presidenza che, quando le avevo fatto la richiesta di trovarmi la documentazione, era rimasta in rigoroso silenzio, solo per farmi trovare l’esplosivo dossier sul tavolo un’ora dopo.
Alla fine del mio drammatico rapporto il Magnifico, serissimo, disse “Amplissimo, vai subito a Roma dal direttore del Ministero, esponi la situazione e risolvi il problema.” 
Era allora Direttore dell’Istruzione Universitaria al Ministero il dr. Domenico Fazio (†) (Cavaliere dell’Ordine della Minerva), che rappresentava per la colorita arrabattante accademia delle Facoltà di Architettura italiane post-sessantotto, una moderna, satanica, personificazione del feroce Saladino, in realtà un funzionario di eccezionale valore e provata competenza.
Chiesi l’appuntamento al dr. Fazio e due giorni dopo entravo, non senza qualche tensione al basso ventre, nel suo monumentale ufficio nel Palazzo di Viale Trastevere.

Ed ecco quello che io ritengo un sublime esempio della cultura del potere romano.
Domenico Fazio ascolta con attenzione il mio racconto.
Rimane in silenzio per circa trenta secondi: per me una eternità in quella situazione e poi, lentamente scandisce il seguente verdetto:

Preside Matteoli, lei non è mai venuto a Roma, non mi ha mai incontrato, non mi ha mai raccontato questa storia, se me la ha raccontata io non l’ho sentita e, per cortesia, eviti di scrivermela.”

Vedendo l’orrore sul mio volto “verde” il dottor Fazio mi gratificò di questo supplemento di spiegazione:
“Questo Ministero ha scritto alla Facoltà nel 1969 respingendo la delibera con la quale il CDF modificava illegalmente lo Statuto, la Facoltà non ha mai riscontrato la lettera del Ministro Misasi, e il Ministero riteneva che la Facoltà avesse operato di conseguenza e si fosse messa a posto. Se dovessi prendere atto ufficialmente di questa cosa dovrei deferire a una Commissione Disciplinare il Preside suo predecessore e tutto il Consiglio di Facoltà di allora, dovrei annullare tutte le lauree rilasciate sulla base di un curriculum illegale e dovrei sospendere la didattica  nella Facoltà fino a quando tutti gli studenti non siano stati inquadrati nel rispetto della legge in vigore.”
“Preside, torni a Torino e metta a posto la sua Facoltà, le faccio i migliori auguri e…non mi scriva!”

La porta dell’armadio era spalancata e il cadaverone era uscito, dopo dodici anni, alla luce del sole e si apprestava a ballare felice. Fra le mie braccia, appassionatamente, un tango letale.
Mi ci vollero diverse ore e tutto il viaggio di ritorno a Torino per assorbire l’enormità del guaio che mi trovavo per le mani. Non riuscivo nemmeno ad immaginare una linea risolvente. Scartavo l’idea di recuperare le cinquemila lauree “illegali” già conferite, ma anche l’idea di “mettere a posto” gli iscritti attuali al Corso di Laurea faceva paura.
Convocai un Consiglio di Facoltà e comunicai la cosa ai colleghi: vidi il viso color cenere di Mario Federico Roggero e degli ordinari che avevano fino a poche settimane prima governato la Facoltà, tutti probabilmente al corrente dell’esistenza del “cadavere”, e finalmente compresi le ragioni della loro disperata resistenza all’avvento di un preside “non omologo”. Istituii una commissione con l’incarico di studiare possibili soluzioni. La “sinistra”, alias gruppo di potere accademico, iniziò un fuoco di sbarramento irresponsabile e sciocco, la “cellula PCI” accolse con piacere la notizia perché secondo loro “…lo faremo andare via [Matteoli] cavalcando l’ira degli studenti…”per loro il problema della Facoltà non aveva importanza, l’unica cosa che contava era “farmi fuori”.
Il momento cruciale della crisi fu quando, proprio con l’idea di scatenare la massa studentesca, mi costrinsero a convocare un CdF “aperto” agli studenti, prassi illegale, nel quale esposi il problema e gli elementi documentali a mie mani.
Gli interventi degli studenti e di molti docenti “omologhi” erano al limite della demenza, tipo: “24 esami sono molto più qualificanti di 28 esami”, “il numero degli esami è irrilevante, quello che conta è la qualità”, “vengono a Torino da tutta l’Italia per laurearsi da noi perché siamo la Facoltà più qualificata”. Che il curriculum fosse una “legge dello stato” non contava nulla, che venissero a Torino solo per laurearsi con dodici esami in meno non era una ipotesi considerata, i “vecchi” docenti tacevano. Tutti meno l’ex preside prof. Mario Federico Roggero che, nel suo intervento giurò di “non avere mai visto” la lettera di Misasi. Per carità di patria  e per la tutela dell’Istituto, come suggerì il segretario del CdF prof. Cesare Macchi-Cassia, non lo esposi alla vergogna: lo convocai subito dopo nell’ufficio della presidenza per metterlo di fronte alle sue innegabili responsabilità insieme agli altri due autorevoli membri del CdF “responsabile” del pasticcio, i professori Giuseppe Varaldo e Roberto Gabetti: ci fu un lungo, significativo e penoso silenzio.
Ogni volta che prendevo la parola in quella tragica assembea, 600 studenti scandivano la cantilena “scee-eemo, scee-eemo, scee-eemo…” sembrava di vivere una scena del fienile di orwelliana memoria (due gambe cattivo quattro gambe buono). 
La “cellula” sorrideva compiaciuta, godendosi quello che, per loro, era un trionfale successo. Ricordo in particolare il sorriso soddisfatto di Riccardo Roscelli, ex liberale trasferito al PCI che anni più tardi divenne preside della Facoltà e credo che abbia in seguito fatto una luminosa carriera nella zona gelatinosa del danaroso “spin-off” della ricerca subappaltata dal Politecnico secondo linee di colorito privilegio.

Mi ci vollero due anni per “mettere a posto” la Facoltà organizzando seminari di compensazione per gli esami non dati ed esami  ad hoc, corsi ad hoc. Il direttore Fazio mi fece un unico, enorme favore: non mandò nessun “ispettore” del Ministero a verificare cosa era successo e cosa stava succedendo. L’operazione che stavo conducendo era un colossale “falso ideologico” e non avrebbe retto nemmeno cinque minuti di seria analisi da parte del più benevolo degli ispettori. Tutta la operazione è ampiamente documentata nei verbali del Consiglio di Facoltà, ma ebbi cura di non scrivere mai nulla al Ministero rispettando il consiglio/ordine del Dr. Fazio.
Gli architetti laureati a Torino tra il 1969-70 e il 1980-81 hanno una laurea che potrebbe essere impugnata: ce ne sono ancora oggi circa 5000 attivi. Alcuni sono oggi capaci e validi docenti nella Facoltà di Torino e in altre Facoltà Italiane. Altri sono rappresentanti di medicinali o di materiali edilizi, molti insegnano “applicazioni tecniche” nella Scuola Media, qualcuno guida gli autobus dell’Azienda Trasporti Torinesi…Pochi sono bravi e competenti professionisti architetti e sono la prova del fatto che, per gli studenti intelligenti e capaci, i professori, i corsi e gli esami sono inutili. Parliamo del 2% dei laureati e forse meno.
Molti si laurearono in quegli anni con “esami di gruppo”: una truffa consentita dal CdF demagogico degli anni ‘70, che consentiva di passare quattro o cinque esami con una sola tesina, i gruppi erano talvolta di venti trenta allievi. In pratica con quattro, o al massimo cinque, tesine si arrivava alla laurea.  Ovviamente nei gruppi di 20 o 30 studenti quelli che lavoravano erano forse 3 o 4.
Un disastro dal quale l’Università Italiana non si è ancora ripresa dopo 40 anni. 
È chiaro che, in quell’ambiente e in quel contesto storico e culturale, la mia preoccupazione di rispettare la legge doveva apparire ridicola e ingenua. Strampalata mania e, per alcuni, un bieco strumento per agggredire una precisa parte accademica/politica. Che il dovere del  preside fosse quello di fare rispettare la legge e gli Statuti di legge non passava per la mente a nessuno. Per il PCI, decisamente bulgaro della Torino di Novelli, era più importante il “controllo” della Facoltà (concorsi, cattedre, incarichi di ricerca) che la legittimità della gestione, della quale si ritenevano esclusivi depositari, in virtù del consunto teorema della “diversità” del PCI.
Nel 1986 lasciai la Presidenza e venni eletto nel Consiglio Comunale. Se fossi rimasto per altri due o tre mandati forse sarei riuscito a cambiare in modo più radicale la Facoltà: è destino dell’impegno di un “liberal” quello di iniziare le cose sperare che vadano avanti da sole. Pare che  non succeda mai.
Dopo di me l’ombra della subalternità al modello “conforme” riprese e credo che sia ancora così nel 2007 . Con poche apprezzabili eccezioni.

Magnifico è la qualifica Accademica del Rettore di Ateneo, Amplissimo quella del Preside, Chiarissimo quella del Professore Ordinario, il Rettore Stragiotti ed io ci trattavamo con esplicita ironia con il nostro qualificativo Accademico.

Scrivevo questa nota nel  2007, non sono al corrente di quello che succede nel 2010, il prof. Riccardo Roscelli ha fatto una splendida carriera ed è oggi una personalità a livello mondiale nel campo dell’estimo edilizio e, come molti altri nel suo campo, ha scoperto la “sostenibilità”. Un po’ tardi, ma con buon profitto.

Gli esami di gruppo 
alla Facoltà di Architettura di Torino
nei dodici terribili anni 1969-1981

Nel 1973 o 1974 la Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino, preside Mario Federico Roggero, decise con una fantasiosa delibera del CdF di modificare lo Statuto del Corso di Laurea eliminando dodici esami. Una concessione demagogica alle avanguardie di “una risata vi seppellirà“. Il curriculum del Corso di Laurea in Architettura nella Repubblica del Castello del Valentino passava da 36 esami a 24 esami.  Da un giorno all’altro.
La delibera venne accolta come grande pacchia dagli studenti e descritta come una illuminata conquista culturale dal coretto adorante dei docenti “omologhi” al PCI, doverosamente compiaciuti e rigorosamente “diversi”. I professori che esprimevano seri dubbi sulla legittimità e sulla opportunità della delibera vennero derisi e sbeffeggiati dalle avanguardie culturali e dalle “guardie rosse” maoiste. Ridotti al silenzio dall’arroganza delle punte avanzate della cultura demagogica del PCI allora rappresentata in Facoltà da Biagio Garzena, Manfredo Montagnana, Piergiorgio Tosoni, Riccardo Roscelli, Carlo Olmo, con l’autorevole patrocinio di Roberto Gabetti e l’assistenza compiaciuta di Aimaro D’Isola, Piero Derossi, Vera Comoli, Micaela Davico Viglino, et al.e la protezione del preside Roggero: tutti molto apprezzati come “utili-idioti” dallo “studente massa” e tutti lusingati da questo apprezzamento del quale non afferravano il contenuto di spregio e che comunque cercavano ansiosi di compiacere e senza nessun pudore.  Tutti si sciacquavano la bocca con dichiarazioni di pseudocultura, inneggiando alla illuminata visione che informava la sbilenca delibera (“è la qualità che conta non la quantità”). Nesssuno sfiorato dal minimo dubbio, compiaciuti della loro “diversità” che li esimeva da qualunque preoccupazione e li garantiva di avere sempre e comunque ragione proprio perchè “diversi”. E quindi sicuramente migliori.
La delibera, oltre che vergognosa, era un mostro di stupidaggine oltre ad essere pavimentalmente illegittima: lo Statuto del Corso di Laurea in Architettura è infatti una legge dello Stato e può essere modificato solo dal Parlamento con una Legge dello Stato. A nessuno venne in mente questo banale dettaglio eppure erano tutti laureati, molti erano anche professori ordinari con decine di anni di carriera accademica alle spalle. La paura fa novanta e lo scatenamento degli studenti nel 1968 aveva fatto perdere a molti il senso del limite e della decenza. La lusinga demagogica  di compiacere i leaderini delle assemblee aveva condito il tutto con un entusiasmo dove la leggerezza faceva a gara con la stupidità irresponsabile e l’arroganza dei “diversi” della cellula del PCI. Gli altri in servile silenzio. Come le pecore nel granaio di Orwell.
La delibera venne quindi inviata ufficialmente a Roma perchè il Ministero ne prendesse atto e la ratificasse: sembra di raccontare una barzelletta o una storia allucinata di ragazzini incoscienti, ma questo era un intero Consiglio di Facoltà, professori ordinari, incaricati e assistenti di ruolo.  Molti oltre ad essere professori erano anche stimati e potenti professionisti, urbanisti e architetti di chiara fama. Stupisce oggi che non ci siano state verifiche  da parte del Rettore e degli uffici legali dell’Ateneo in genere attentissimi e diligenti: evidentemente la Facoltà non aveva segnalato la portata della delibera agli uffici del Rettorato e la cosa passò inosservata.
Non così a Roma dove al Ministero della Pubblica Istruzione ai dirigenti della Direzione Istruzione Universitaria (direttore generale Domenico Fazio) non sfuggì la immane castroneria torinese. Il Ministro Riccardo Misasi, informato dal direttore Fazio, inviò immediatamente a Torino una durissima lettera nella quale, avvertendo il Consiglio di Facoltà e il Preside dell’enormità commessa, intimava la immediata rideliberazione pena l’annullamento del titolo conferito dalla Facoltà di Torino. Un imbarazzato e quasi carbonaro CdF prese atto della lettera del Ministro e decise … di non fare nulla, debitamente verbalizzando, con una vena di orgoglio sabaudo (che traspare dal verbale del CdF), la diabolica perseveranza. Nella algida certezza che, “quando a Roma avessero cambiato lo Statuto delle Facoltà di Architettura, Torino sarebbe andata automaticamente a posto”. Nessun cambiamento di Statuto venne fatto a Roma e Torino continuò, con Sabauda incoscienza, per dodici anni a conferire diplomi di laurea illegittimi. Qualcosa come 5 o 6000 architetti con una laurea impugnabile in quanto conferita a compimento di un corso di laurea che violava grossolanamente la legge della Repubblica Italiana. Senza contare dodici  cattedre perse per centinaia di anni-uomo-accademia: migliaia di ore di insegnamento che potevano essere erogate, decine di posti di ruolo e migliaia di ore di ricerca svaniti.
Questa storia l’ho raccontata un’altra volta, ma non fu la sola follia che i “diversi” del PCI accademico imbastirono a Torino.

La travolgente demagogia/arroganza della combinazione letale PCI/DC che dominava la Facoltà in quell’assurdo decennio non era però ancora contenta. Sotto la pressione “illuminata” dello “studente massa” si inventarono altre istituzioni interessanti. Fra le più note il “30 politico” e “l’esame di gruppo”.  Spesso i due istituti si associavano in una terza combinazione di “esame di gruppo con 30 politico”.
L’esame di gruppo venne poi portato a superiori livelli di raffinatezza quando venne inventato il “seminario pluricorso”:  4 o 5 professori si associavano per svolgere un seminario annuale su un tema specifico. Gli studenti che seguivano il seminario si qualificavano per avere registrati sul libretto i quattro o cinque esami dei professori consorziati. Ovviamente  con un “trenta politico” e un “esame di gruppo”, de rigueur.
In parole povere trenta o quaranta studenti, assistiti da 4 o 5 professori, formavano un seminario  e alla fine del seminario discutevano i risultati con la commissione composta dai 4 o 5 professori consorziati che registravano il trenta politico per i 4 o 5 esami a tutto il gruppone. La “fabbrica di esami”.
Siccome poi era impossibile che tutti discutessero e prendessero la parola la discussione veniva delegata a due o tre fra i più brillanti studenti del gruppo mentre gli altri stavano a sentire rigorosamente muti.
Con cinque o sei seminari ti laureavi comodamente senza problemi, molti  “compravano” la partecipazione al seminario finanziando il leaderino di turno, non venivano nemmeno in Facoltà se non per la liturgia finale e raccogliere i voti sul libretto.
Così funzionò la Facoltà per 12 anni o quasi: un regime e una gestione PCI/DC totalmente “bulgara”. Nessuno discuteva in Consiglio di Facoltà che si limitava a ratificare  le delibere preconfezionate  dalla ristretta cupoletta di potere, PCI, “diversa” e intoccabile. Convinta della sua sovrana superiorità. Nessuna verifica, nessuna opposizione.
Solo nel 1982 questa pesante vicenda con il suo bagaglio di presunzione, arroganza, servilismo e compiaciuta ipocrisia doveva rovesciarsi sul nuovo preside: cioè su di me.
E veniamo alla mia specifica esperienza in quell’ambiente. Nel 1976 venni invitato dal mio “capo” Giuseppe Ciribini a partecipare con il mio corso (ero stato incaricato di Tecnologia dell’Architettura l’anno prima) a un seminario che lui aveva organizzato e al quale aveva fatto aderire altri quattro o cinque professori “omologhi”. C’era una liturgia di presentazione del seminario nella quale i docenti aderenti dovevano comunicare agli studenti come e qualmente avrebbero svolto il lavoro seminariale di competenza del loro corso: tutti insieme appassionatamente.
La liturgia avveniva in una enorme aula del Castello (detta ancora in quegli annni “l’aula dei tecnigrafi”). Presenti forse centocinquanta o duecento studenti. Organizzati in vari gruppetti più o meno agitati e maneschi. Arrogantissimi e strafottenti con nomi da banda giovanile (i katanghesi, i mau-mau etc., barriera Milano…) Ascoltavano compiaciuti come i diversi docenti gli avrebbero regalato un 30 politico senza colpo ferire, non senza interrompere con lazzi e battute,  ammiccamenti osceni, risate e pernacchie, che i docenti facevano finta di non sentire per ridurre l’offesa alla loro stracciata dignità. Arrivato il mio turno spiegai molto brevemente che il corso si sarebbe svolto sul campo disciplinare descritto nella Guida dello Studente, che esigevo la presenza alle lezioni e che gli esami si sarebbero svolti individualmente e avrebbero avuto come oggetto gli argomenti trattati nelle lezioni. Inoltre fornivo un elenco di una ventina di libri che a mio avviso erano lettura obbligatoria per acquisire la cultura necessaria a seguire le lezioni.
La platea ci mise qualche secondo per assorbire il senso delle cose che avevo detto dopodichè si scatenò in berci , urla, insulti, vaffa, e quant’altro.
Ciribini cercava di mediare, ma la sua voce era completamente travolta dalla gazzarra generale. Il gruppo dei katanghesi stava per passare alle vie di fatto quando uno studente in mezzo all’aula si alza e alza le braccia per chiedere silenzio e attenzione. Magro, affilato, ottiene il silenzio per il naturale rispetto che la sua persona, anche se minuta, imponeva. Dopo qualche secondo, finiti i brusii della maraglia scandisce con voce chiara e ferma: 
La richiesta di leggere dei libri e commentarli mi sembra sensata in un seminario universitario. Tanto più che i libri proposti mi sembrano interessanti…”
Lo “studente massa” tace sbaccalito per qualche secondo  e quindi si scatena un putiferio. L’autore dell’intervento  rimane seduto e non si scompone. Non prova nemmeno a rispondere cosciente della totale inutilità di qualunque dialettica.
L’assemblea di presentazione del seminario viene interrotta. Ci ritroviamo nello studio del “capo” Ciribini dove  vengo severamente redarguito per la mia assurda proposta reazionaria e assolutamente incongruente. Fuori dal tempo. Confermo la mia posizione e, anch’io cosciente della inutilità di qualunque dialettica lascio lo studio del “capo”  per ritirarmi nel mio laboratorio.
Per la cronaca lo studente temerario si chiamava e si chiama tuttora, Bruno Caudana. Forse, in assoluto, il mio migliore studente in 30 anni di carriera universitaria.
Bruno si è poi laureato con me e abbiamo lavorato insieme in molti progetti. La sua specialità  la logica dei computer, il software di processamento dei dati,  e, soprattutto,  il “rigore dell’impostazione”. Parlato e praticato.

Ricordando il Professore Ingegnere Giuseppe Ciribini 
il mio maestro ovvero: il rigore della impostazione

Il Corso di tecnologia nostro nasce dalla didattica degli ‘elementi costruttivi’ di Bairati e di Muzio (anni 50): vi si insegnavano i dettagli della costruzione organizzati secondo lo schema classico:

opere controterra e di fondazione
strutture portanti verticali
strutture portanti orizzontali
coperture
tamponamenti esterni
serramenti esterni
infissi
finiture esterne
finiture interne
rivestimenti
pavimentazioni
integrazione delle principali reti di impianto

Nel 1964/65 con l’arrivo a Torino del prof. Ciribini il corso venne radicalmente cambiato e la tecnologia venne insegnata come ‘strumentazione per il progetto’. Sotto questo titolo Ciribini insegnava e lasciava insegnare quasi tutto: le sue lezioni erano sostanzialmente evocatrici di ‘metodo’, filosofia della progettazione, filosofia della normazione, filosofia del design, filosofia della concezione, management . Dire esattamente cosa insegnasse Ciribini e come lo insegnasse è molto difficile anche per i suoi migliori allievi. I temi che si possono ricordare sono quelli cari al dibattito sulla industrializzazione dell’edilizia anni 60: coordinazione modulare e dimensionale, la teoria delle ‘tolleranze’ (meglio delle ‘deviazioni dimensionali ammesse’), ergonomia, programmazione di processi complessi, il ‘pert’ (Program Evaluation and Review Technique)……. Tutte queste cose però non venivano insegnate da Ciribini, che probabilmente nemmeno le conosceva nella loro grammatica e sintassi, ma ‘evocate’ come strumenti di un ipotetico rigoroso processo edilizio utopico, purtroppo, ahinoi, inesistente e comunque non praticato in Italia e forse nemmeno altrove. Alla evocazione seguivano sempre intelligenti critiche e commenti fatti da chi presumeva di conoscere i contenuti per allievi che si presumeva li conoscessero.

All’esame il Ciribini interrogava allievi che non sapevano cose che lui non aveva mai insegnato e che, comunque, si guardava bene dal sapere: gli allievi bravi erano capaci di ‘evocare’ la concezione delle cose non insegnate dal ‘maestro’ e di ripercorrere i suoi commenti e le sue critiche. Per la maggior parte degli allievi il corso era enigmatico e l’esame un terno al lotto. C’erano dei trucchi per passare con entusiastici 30 e consistevano nel simulare una sensibilità ‘problematica’: se lo studente era capace di imbastire una conversazione qualunque, ma decente, su un qualunque ‘problema’ Ciribini si affezionava immediatamente. Uscito l’allievo ci ammaestrava dicendoci in italo-ambrosiano stretto ‘Uella sveglia ragazzi, qui si dorme, t’è vist l’allievo che ha capito…tratta l’argomento il giovane e voialtri sembrate tutti imbambolati. Bene bravo questo gli diamo un bel trenta. Anche la lode ? Ma si valà che ci vuole anche la lode. Quando si trovano quelli bravi vanno incoraggiati…..’ Dopo una sequenza di allievi ‘problematici’, esente da dubbi, il Ciribini diceva ‘Ma guarda che bravi, questi si che pensano, si pongono il problema, non l’avrei mai detto, han proprio colto il senso …..’

Noi assistenti, vigliaccamente lo incoraggiavamo nella sua illusione, aspettando un allievo ‘non problematico’ per scatenare le sue feroci vendette. Che non scendevano mai sotto il 27. Erano anni duri per le accademie!

Le lezioni erano sempre interessanti perché sostanzialmente strutturate sugli aneddoti personali del ‘maestro’ e sui suoi commenti di attualità: ogni aneddoto valeva, comunque, un capitolo di intelligenza e di scetticismo.

Ciribini non approfondiva mai i suoi argomenti: oltre la concezione tutto lo annoiava come ‘grammaticale’ e ‘meccanico’. Ovviamente consumava una enorme quantità di ‘concezione’, frustrando allievi e assistenti costretti sempre a inseguire l’ultimo ‘trip’ del ‘capo’: Wachsmann, la scuola di Ulm, Heidegger, Husserl, la semiotica, Christopher Alexander, il ‘performance concept’, la coordinazione modulare, le teorie della classificazione, i giunti, messaggio/comunicazione/rumore, teoria della informazione, matematica operativa, la matematica binaria, i calcolatori, l’automazione, l’industrializzazione dell’industrializzazione, la cibernetica (ovviamente ridenominata dagli allievi ‘ciribinetica’), il caos, i modelli ‘icastici’, i modelli ‘analogici’, la matematica binaria, la teoria della ‘normazione’……..

Ciribini oltre che un grande riciclatore e ravvivatore di ‘concezioni’ era anche un fertile ‘inventore’: resta ancora insuperata la sua invenzione del ‘componenting’. Aveva attribuito agli inglesi e in particolare al GLC (Greater London Council) una teoria della industrializzazione edilizia che aveva chiamato con il termine ‘componenting’. Quando vennero in Italia gli inglesi del GLC, molto interessati e totalmente ignari, chiesero in che cosa consisteva questa nuova concezione e decisero di studiarla a fondo. Suggerirono un nome più praticabile in inglese: ‘component approach’.

Troppo tardi per il SAIE di quell’anno che aveva già stampato libri, cataloghi e manifesti con il termine in Ciribinglish di ‘componenting’.

Sul ceppo degli elementi costruttivi e con la forte tendenza pragmatica dei piemontesi (ancorché oriundi lombardi come il sottoscritto) l’insegnamento di Ciribini ha dato luogo a due correnti didattiche: quella di Ceragioli sostanzialmente basata su una intelligente estensione del concetto di prestazione alle condizioni ‘limite’ del costruire (self help, barriadas, favelas etc.) e quella mia che sul ‘performance concept’ ho poi innescato il discorso della coerenza energetica, climatologica e ambientale degli insediamenti.

Molte battute didattiche e di saggezza quotidiana Ciribini le traeva dalla sua esperienza militare: ‘il tavolo del comandante deve essere sempre sgombro, se ci sono sopra carte, pratiche fogli vuol dire che non è un bravo comandante’

Rapidamente scorreva le carte che trovava sul suo tavolo durante la sua giornata settimanale a Torino e le smistava ai diversi assistenti con qualche sinteticissimo commento sulle modalità di evasione. Il suo tavolo era sempre ‘pulito’ e i nostri, ovviamente, sempre ingombri.

‘Il bravo sottufficiale (i.e. assistente) deve sempre avere qualcosa da fare, se non ha qualcosa da fare se lo deve inventare, se non se lo sa inventare non è un bravo sottufficiale e rischia di dover fare le cose che gli comandano…’

In effetti era pericoloso farsi trovare ‘scoperti’ dal ‘capo’ che ti appioppava subito qualche compitino in genere rognoso: le traduzioni di suoi scritti in inglese erano la mia condanna. Ciribini non è traducibile in inglese o meglio lo è tanto quanto Fichte.

Di fronte a qualunque ‘novità’ di pensiero o di concezione inevitabilmente commentava con forte ‘drawl’ milanese:’Io l’avevo detto……’

In effetti era molto probabile che l’avesse detto, o che potesse ragionevolmente sostenere di averlo detto.

Tutti i suoi allievi sono andati in cattedra se non ‘contro’ di lui certamente con il ‘maestro’ freddissimo: per tutta la vita ha riconosciuto le caratteristiche di allievo solo nei soggetti meno rappresentativi del suo pensiero e della sua intelligenza.

Il suo più grave difetto è stata la sensibilità alla lusinga gratificante. Probabilmente la conseguenza di una sistematica, esistenziale e mai appagata avidita’ di essere compreso.

Il suo insegnamento piu’ importante, ricordato e utile: il rigore della impostazione. Ancora e sempre: il rigore della impostazione.

***

Due episodi sono interessanti della esperienza di Ciribini ‘milanese’ in terra sabauda: uno relativo ai primi mesi della sua attività accademica nella Facoltà e il secondo relativo alla breve cerimonia di addio in occasione del suo definitivo pensionamento.

In un Consiglio di Facoltà per soli ordinari nel 1964-65, uno dei primi ai quali partecipava, Ciribini rimase molto meravigliato di apprendere che l’allora preside Giuseppe Maria Pugno (uno dei fondatori e secondo preside della Facoltà stessa dopo il prof. Cerradini) non era un architetto (nè poteva esserlo avendo appunto fondato la scuola), ma bensì un ingegnere. Chiese ai colleghi, torinesissimi, in strettissimo italo-ambrosiano:’ Uella, ma tu Pugno sei un ingégnére o un architètto?’ alla risposta imbarazzata dell’ingegnere Pugno, Ciribini sbottò ‘Impussibil….propongo immediatamente di conferire al Pugno una laurea ‘H.C.’ in architettura !’ Nessuno ci aveva pensato per vent’anni e probabilmente nessuno ci avrebbe pensato per altri vent’anni e la proposta suscitò notevole imbarazzo in tutti i membri del CDF. Con torinese riservatezza e cortesia nessuno si oppose e dopo pochi mesi il prof. Giuseppe Maria Pugno riceveva la laurea H.C. di architetto dalla Facoltà della quale era stato, fino a quel momento, il secondo preside dopo la fondazione (io sono stato il quarto).

La differenza fra i torinesi e i milanesi si valuta bene raccontando questo aneddoto: il gesto di Ciribini ai torinesi sembra ancora oggi assolutamente inqualificabile, i milanesi lo trovano normalissimo e domandono cosa ci sia di strano nell’episodio.

Personalmente, essendo milanese, ho sempre trovato la proposta di Ciribini apprezzabilissima e corretta, ma mi sono anche sempre reso conto, abitando a Torino dal 1956, del suo sapore blasfemo per le ineffabili categorie sabaude.

In occasione dei diversi discorsi fatti per il saluto dopo venticinque anni di servizio a Torino, Ciribini si illustrò come un ‘ignorante’: ‘Io sono un ignorante, disse, non so niente o poche cose al massimo. E son sempre stato un ignorante, non sono come il Gabètti (ordinario di Composizione e grande Guru della Facolta’ Torinese ovviamente presente al discorso) che ha la cultura e sa un sacco di cose. Però se nella mia vita avessi saputo tante cose non avrei combinato niente: le cose che ho fatto e scritto le ho fatte e scritte perchè ero un ignorante, se avessi saputo tutte le cose che sa il Gabétti non avrei mica combinato niente. Perchè quando uno sa tante cose è difficile che faccia qualcosa o pensi delle altre cose: le confronta con le cose che sà e gli viene paura………!’


 

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IL DANNO SCOLASTICO

Finalmente!

Il Danno scolastico
La Scuola progressista come macchina della disuguaglianza, (editore Nave di Teseo)

Un libro da leggere, studiare, riflettere e operare di conseguenza per un recupero che richiederà generazioni e forse sarà impossibile.

Paola Mastrocola e Luca Ricolfi  hanno finalmente scritto e documentato la catastrofe che 50 anni di demagogia della consociazione PCI/DC hanno prodotto al sistema della pubblica istruzione in Italia.

In sintesi: la sistematica strategia di dequalificazione della didattica, della selezione dei docenti, della frammentazione delle discipline, della riduzione delle verifiche sulla effettiva formazione acquisita dagli studenti, ferocemente perseguita dal fanatismo demagogico dei soi disant “riformatori” ha ridotto, in mezzo secolo di aggressione, la Scuola italiana, dalle elementari all’Università, a un mostro parassita che produce pochi, ricchi e privilegiati studenti come qualificati competenti professionisti e la massa degli studenti dei ceti medi bassi come ignoranti, inutili diplomati.

Questa la brutale sintesi dell’opera nella quale la critica che propongo è documentata  con rigore scientifico e statistiche ineludibili.

Una sintesi che chi ha operato e vissuto nella Pubblica Istruzione e nell’Università italiana  dalla parte sbagliata dell’onda trionfale della demagogia soi disant “riformatrice” conosce anche troppo bene.

Paola Mastrocola racconta poi la sua esperienza dalle elementari al Liceo Classico e all’Università (Laurea in Lettere all’Università di Torino) e parte dalla critica della famosa “Lettera a una professoressa” di Don Milani. La tesi di Don Milani viene smantellata con logica stringente: è proprio con l’abbandono degli insegnamenti che la “lettera”  qualifica come “elitari” e “antidemocratici”  che la scuola è diventata una “macchina della disuguaglianza”. Erano proprio quegli insegnamenti fondamentali, umanistici, (letteratura italiana, storia, latino, grammatica e sintassi della lingua italiana),  che davano agli allievi contadini e operai le “basi” per scattare fuori dalla gabbia sociale. La lettera di Don Milani venne presa come manifesto da un a linea di sinistra demagogica ed ebbe conseguenze devastanti nella promozione delle riforme che hanno portato alla attuale catastrofe (come la riforma Berlinguer del 1962

Lo studente della borghesia agiata usa l’università e le sue strutture integrandole con la capacità della famiglia di fornire determinanti complementi di ricerca, studio e formazione, in Italia e all’estero.

Lo “studente massa” (copyright 1968) non se lo può permettere e subisce il servizio didattico dequalificato risultato effettivo di 50 anni di aggressione “progressista” al sistema.

La mia personale esperienza.

Ho personalmente vissuto nel Politecnico di Torino, Facoltà di Architettura (dalla parte sbagliata) la lunga vicenda. L’ubriacatura post 1968 quando il Consiglio di Facoltà dei professori ordinari  approvò una modifica illegale dello Statuto del Corso di Laurea che riduceva gli esami del curriculum da 36 a 24. (pur non essendo per legge competente perché lo Statuto del Corso di Laurea è una legge dello Stato sulla quale il CdF non ha competenza)  Il ministro della P.I. nei Governi Colombo e Andreotti (1970-1972) Riccardo Misasi ingiunse con lettera raccomandata alla Facoltà di “rideliberare” pena l’annullamento del titolo.

Mi chiedo ancora oggi come abbiano fatto 11 professori ordinari illustri accademici e professionisti a commettere un errore così marchiano. Travolti, o forse troppo ansiosi di partecipare all’orgia demagogica del 1968-69. Responsabile anche l’hybris della consociazione DC/PCI allora imperante in Facoltà. Se lo chiese anche il dott. Fazio, Direttore del Dipartimento Istruzione Universitaria del Ministero della Pubblica Istruzione che non intervenne disciplinariamente sugli ordinari responsabili e, di fatto,“protesse” la fragile restaurazione da me condotta, “impunita” grazie al suo non intervento (cfr Roma Capitale). Fazio, che prima di accomiatarsi si raccomandò: “…e non mi scriva!”. Evidentemente anche al suo livello di potere c’erano pesanti condizionamenti e Fazio non mise sotto disciplina 11 professori ordinari. Fu probabilmente un grave errore, ma sarebbe diventato un caso nazionale che avrebbe implicato di necessità l’annullamento di 6000 lauree di “dottore architetto” illegalmente conferite.

Il CdF  prese atto dell’ingiunzione del Ministro e archiviò la lettera  senza fare nulla.[1] La Facoltà per 13 anni continuò ad applicare un curriculum illegale fino a quando, eletto preside, nel 1981, non ristabilii la legalità con una operazione difficilissima e pesantemente osteggiata dai “progressisti” PCI/DC.[2]

In quei 13 anni vennero conferiti diplomi di laurea in Architettura tecnicamente illegali a circa 6000 studenti.

Fra gli episodi sgradevoli e significativi venni invitato dal mio “maestro” e “capo” prof. Giuseppe Ciribini a partecipare a un “seminario pluriesame” [3]. Comunicai all’assemblea  di presentazione che per quanto concerneva la mia materia (Tecnologia dell’Architettura) l’esame avrebbe verificato la conoscenza della materia da me trattata nelle lezioni del corso e inoltre prescrivevo la lettura propedeutica di una serie di testi indispensabili per seguire il corso. Venni violentemente contestato sia dagli studenti che dal mio “capo”. [4]

Corollario

È facile prevedere tre cose:

  1. Il libro di Mastrocola e Ricolfi verrà aggredito dall’establishment accademico attuale che oggi è sostanzialmente formato dal personale prodotto dalla catastrofe che descrivono e documentano. Ma non sarà facile per i reduci della sistematica aggressione demagogica truccata da “riforma” confutare i dati dei due autori.
  2. Il libro, finalmente, apre il percorso di una revisione degli errori commessi, ma il recupero del rigore e della qualità didattica e formativa non sarà facile e forse impossibile perché sul campo mancano competenze ideologicamente e culturalmente e oggettivamente capaci di affrontare la pluri-generazionale impresa: il danno scolastico molto probabilmente si dimostrerà irreparabile.
  3. Si sono quindi poste le basi per la fondazione di un futuro sistema  di Università private, altamente qualificate, competitive e costose. Non male come risultato di una riforma emisecolare che doveva avere come scopo l’istituzione di un Sistema Scolastico socialmente aperto e interclassista. Riforma tradita dalla implementazione di fatto demagogica e sistematicamente dequalificante.

lorenzo matteoli


[1] La motivazione messa a verbale di quel surreale CdF fu “quando a Roma modificheranno lo Statuto della Facoltà noi saremo già a posto”. Nel CdF illegalmente aperto agli studenti quando feci presente al l’ex-Preside la lettera del ministro Misasi, Federico Mario Roggero giurò non non averla mai vista. Consigliato dal mio segretario prof. Cesare Macchi Cassia di “salvare l’Istituto” non denunciai pubblicamente il “falso” dell’ex Preside. In quell’assemblea (non CdF aperto) la massa degli studenti mi aggredì verbalmente sobillata dalla cellula del PCI della Facoltà, quasi impedendomi di parlare. Un episodio vergognoso che ancora oggi mi offende profondamente.

[2] Per ulteriori informazioni sulla vicenda cfr le mie cronache a:

http://www.matteoli.iinet.net.au/html/Articles/preside81.html

http://www.matteoli.iinet.net.au/html/Articles/Romacapitale.html

http://www.matteoli.iinet.net.au/html/Articles/esamidigruppo.html

I membri professori ordinari del CDF in quegli anni erano: il preside: prof. Ing. Giuseppe Maria Pugno,  professori: Mario Federico Roggero, Cesare Bairati, Carlo Mollino, Mario Goria, Roberto Gabetti, Giuseppe Ciribini, Paolo Verzone, Cesare Codegone, Armando Melis de Villa, Alessandro Molli-Boffa.

[3] 6 o 7 professori seguivano un tema sul quale si iscrivevano 80 o 90 studenti. All’esame il tema veniva presentato da 4 o 5 studenti  e gli altri assistevano muti:  tutti prendevano il 30 “politico” per i sei sette esami partecipanti anche se non avevano fatto assolutamente nulla, molti pagavano ai leaderini del seminario una “tassa” per partecipare, con 5 o 6 “seminari multiesame” si laureavano in architettura praticamente senza aver aperto un libro, seguito una lezione, sostenuto un esame. All’Esame di Stato per l’abilitazione all’esercizio della professione venivano regolarmente bocciati il 95-98%  dei laureati.

[4] Fra le letture prescritte c’erano la “Fattoria degli Animali”  e ”Omaggio alla Catalogna” di George Orwell. Il primo una metaforica favoletta ad elevato potenziale politico-didattico e il secondo un resoconto sulla Guerra di Spagna “non omologo” né alla versione del regime fascista di Mussolini né alla versione del regime Stalinista il cui ispettore italiano in Spagna fu Luigi Longo. Orwell denuncia le pesanti responsabilità dei “commissari” politici stalinisti che in Spagna “eliminarono” (molti fisicamente) dalle brigate internazionali soggetti socialisti e socialdemocratici invisi ai comunisti di rito stalinista sovietico.

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SALVINI FRIGNA, MELONI FARNETICA.

PRIMA PROVOCA POI FRIGNA

Dopo aver provocato con atteggiamenti arroganti, battute strafottenti, volgarità gestuali, dichiarazioni offensive, Salvini continua a negare la documentata evidenza della sua associazione con soggetti mafiosi in Calabria, con teppisti degli stadi a Milano, provocatori no-vax, no-pass, boss del neofascismo (Jonghi Lavarini) e quant’altro nel catalogo della feccia politica della destra criminale più squallida e del populismo d’accatto.

Presumendo di essere molto furbo.

Punito da una batosta elettorale epica (la lega perde il 60-70% dei suoi voti), Salvini scopre il piagnisteo e si dichiara “vittima” della sistematica aggressione dei media.

Ha la spudoratezza di chiedere aiuto a Mario Draghi perché  intervenga per moderare la più che meritata canizza da lui provocata in modo voluto e sistematico.

Classico comportamento del bullo che prima provoca, insulta, calunnia e poi, quando le sue vittime reagiscono, frigna.

Analoga, più macchinosa, la tattica di Giorgia Meloni, di fronte alla competente e responsabile decisione della polizia di non arrestare il suo sodale Cappellini, noto  delinquente fascista, in mezzo a migliaia dei suoi fanatici picchiatori, Meloni accusa il Ministro, con implicita prudenza,  di avere strumentalmente istruito la polizia in modo che la feccia squadrista dei suoi amici, procedesse alla devastazione della CGIL.

Nessuno dei due capi della destra si assume la responsabilità della criminale adiacenza con le frange eversive di Forza Nuova, adiacenza documentata da foto, dichiarazioni e continue  sistematiche aggressioni.

Meloni si nasconde attaccando con insinuazioni surreali e spudorate e Salvini dietro il piagnisteo del bullo vigliacchetto.

Sarà interessante vedere quali iniziative prenderà il Guardasigilli sul magistrato (GIP) che ha bloccato a suo tempo l’arresto del Cappellini: una toga che se non è sporca è pericolosa a sé e agli altri.

lorenzo matteoli

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LA SCELTA SUICIDA DI GIORGIA

Grezzi, violenti e pericolosi

Si chiede Miguel Gotor su La Repubblica di oggi come mai Giorgia Meloni non ha fatto la cosa più ovvia che avrebbe dovuto fare dopo l’attacco squadrista alla CGIL: andare alla CGIL e dichiarare la sua solidarietà a Landini. Avrebbe perso una manciata di  voti di vecchi o nuovi fascisti, ma avrebbe guadagnato una bella fetta di voti della borghesia moderata-conservatrice che non la vota proprio per la sua adiacenza con quella pericolosa, grezza, violenta area ideologica.

Miguel Gotor propone e analizza diverse ipotesi: fedeltà identitaria, ricatto della famiglia di origine dalla quale non riesce a staccarsi, effettiva convinzione sovranista antieuropea…

Da escludere il calcolo elettorale: da quel punto di vista la scelta è stata sicuramente perdente .

Quindi Giorgia, in sostanza, “ci crede” nell’ipotesi antieuropea ungherese di Orban, nell’ideologia post-franchista di Vox, e in fondo, nel provinciale pasticciato, contorto e malconfessato noEuro di Borghi/Salvini.

Bisogna riconoscere l’onestà di Giorgia Meloni che, per fede e coerenza, ha fatto una scelta politicamente suicida: se fino all’altro ieri poteva avere qualche speranza per la sua candidatura al governo dell’Italia, dopo la clamorosa, violenta cantonata dei suoi “camerati”, da lei viscosamente avallata,  le sue speranze di poter essere al governo sono oggi meno di zero.

lorenzo matteoli

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