Ricordo dell’Onorevole Giuseppe La Ganga

Onorevole Giuseppe La Ganga

Giusi aveva una superiore intelligenza. Era cresciuto nella politica italiana e nel Partito Socialista dal quale era stato educato fin da “bambino”. Conosceva le regole: tenere i rapporti, rispettare la prassi, riconoscere i rapporti di potere. Tutto nel tratto umano, cortese e della naturale empatia che era suo. Per queste sue caratteristiche le sue “analisi” erano sempre magistrali. Nel PSI torinese guidava con naturale autorevolezza la corrente riformista craxiana. Lo contrastava una corrente “di sinistra” più vicina al PCI stalinista di allora che al socialismo di Filippo Turati.

Giusi ha vissuto con rigore l’esperienza politica italiana degli anni 50, 60, 70, 80 quando i partiti, tutti i partiti, venivano finanziati dalle grandi banche, grandi istituti finanziari, grandi industrie. Era la prassi, la normalità precisamente codificata e rispettata come Bettino Craxi spiegò nello storico discorso alla Camera dei Deputati  del 29 Aprile 1993.

Di quella esperienza e di quel rigore  Giusi La Ganga ha pagato il prezzo con altrettanta correttezza e rigore. Nel rispetto delle “regole” che era la sua grammatica fondamentale.

Lo incontrai nel 1980 quando mi offrì la candidatura nelle Amministrative del “dopo Novelli”. “Ti facciamo eleggere, disse, ma devi fare la campagna elettorale per rispetto al Partito e ai compagni che ti voteranno.” Feci la campagna elettorale: tutte le bocciofile torinesi, i dopolavoro, i cancelli della Fiat, i circoli…in un mese di campagna più di 5000 km di corsa nelle vie di Torino per portare il messaggio “socialista-riformista” nella città “roccaforte” del PCI più stalinista d’Italia. Tutto sommato abbastanza coerente con la mia storia di “radicale” con Marco Pannella. Venni eletto e, dopo pochi mesi, con le dimissioni di Elda Tessore, venni nominato Assessore allo Sport, Turismo Tempo Libero Verde Pubblico e Impianti Elettrici e Telefonici della città di Torino. Amministravo una organizzazione di oltre duemila dipendenti e diversi miliardi di lire di bilancio. Dovevo imparare rapidamente.

Giusi La Ganga sicuramente osservava, come responsabile degli enti locali del PSI, ma non mi chiese mai nulla a nome del Partito o di altri interessi, rispettando le “regole”.

La decisione più importante che mi trovai ad affrontare fu quella del nuovo stadio di Torino.

Dopo 13 anni di amministrazione immobile e ingessata del PCI, dominata dalla regola fondamentale del “chi fa ruba”, si trattava della più grossa impresa pubblica mai affrontata nel tempo di “mani pulite”. Pesanti interessi dei costruttori torinesi e specificamente della FIAT legata tramite Agnelli alla Juventus. Per i Torinesi, per La Stampa, per il foglio torinese de La Repubblica era scontato che la concessione avrebbe dovuto essere della Fiat Engineering. Pare che Gianni Agnelli avesse detto ai suoi managers (Ing. Mosconi in particolare) “Se non vincete la gara scrivete la vostra lettera di dimissioni.” Ma, mentre lo diceva, doveva sapere altre cose.

La commissione  che doveva scegliere il Concessionario era compatta per la FIAT Engineering (ca custa l’on ca custa come si dice in piemontese). Uno dei commissari risultò pagato dalla Fiat di Romiti, ma sugli altri sono ammessi dubbi se non di denaro quantomeno di “soggezione”. Le imprese torinesi partecipanti, avevano predisposto nelle loro offerte tattiche che avrebbero dovuto portare all’annullamento della gara per dar luogo poi a una licitazione privata dalle conseguenze ovvie nel “Sistema Torino” (copyright Sole 24ore), dominato dalla Fiat. Vedi dettagli nel Diziostadio. Mi informava ufficiosamente l’ing. Casimiro Dolza, amico e presidente del Collegio Costruttori di Torino: per lui avevo guidato, anni prima, un centinaio di auto contro un guard rail in cls precompresso che doveva essere venduto alle autostrade italiane. Casimiro aveva apprezzato ed eravamo diventati amici. Personalmente, come socialista e membro della commissione che doveva scegliere il concessionario ero in una situazione a dir poco acrobatica: fra le imprese concorrenti c’era la Società dell’Acqua Pia Antica Marcia dell’ing. Vincenzo Romagnoli notoriamente amico di Bettino e del PSI. Nessuno me lo aveva chiesto e nessuno me lo avrebbe mai chiesto, ma era chiaro quale fosse l’aspettativa di Romagnoli e del PSI. 

Giusi La Ganga si era raccomandato: massimo rispetto delle regole. Non aveva detto altro.

Le mie notti di angoscia finirono quando all’apertura delle buste con le varie offerte, l’offerta della Fiat Engineering risultò viziata da una carenza mortale: mancava il programma economico finanziario richiesto dalla legge e dal bando, programma che dimostrasse l’interesse specifico della concessionaria “a ben condurre l’opera”.

La Fiat Engineering non poteva mettere in quel programma il valore della pubblicità allo Stadio che Novelli in pratica concedeva al suo amico Bastino (Publimondo) per 300 milioni di vecchie lire e che Bastino a sua volta regalava alle squadre torinesi (previa debita trattenuta).

Quando comunicai in consiglio che a seguito di gara avevo venduto la pubblicità allo Stadio Comunale per quasi 3 miliardi di vecchie lire ci fu un lungo, significativo, silenzio. Nessun partito era esente da sospetto.

Non ebbi difficoltà a eliminare la Fiat Engineering dalle offerte e il resto fu in discesa, perché l’offerta SAPAM (Società dell’Acqua Pia Antica Marcia) era oggettivamente la migliore e la più vantaggiosa per la Civica Amministrazione, come i fatti in seguito dimostrarono, fino alla conclusiva vittoria della Città nell’Arbitrato.

Ma ancora oggi (sono passati 40 anni)  ho dei dubbi: come è possibile che una società esperta e professionale come Fiat Engineering, e un manager competente come l’ing. Mosconi commettesse un errore così volgare e sciocco nell’offerta?

Oggi l’interpretazione più corretta è che in quella occasione sono stato protetto dalla intelligente capacità manovriera di Giusi La Ganga che sapeva che l’onesto rappresentante socialista nella Commissione non avrebbe potuto eliminare l’offerta Fiat senza una granitica motivazione. E la predispose.

Evidentemente con trattative complesse, intricate e adeguate, sicuramente oneste, controproposte: l’errore nell’offerta Fiat Engineering fu il risultato di un capolavoro di Giusi La Ganga. Gianni Agnelli connivente e Mosconi complice strumentale. Matteoli gratificato dalla soluzione del problema.

Colgo l’occasione di questo ricordo di Giusi per pubblicare questo mio sospetto/certezza per la prima volta, perché penso che sia un bell’esempio di come funzionava l’Italia negli anni di 70-80. Con l’intelligenza, eleganza negoziale, rispetto delle “regole”, capacità manovriera di personaggi dalla superiore intelligenza e tratto umano come era appunto l’Onorevole Giuseppe La Ganga AKA Giusi.

Con rispetto e grande amicizia.  

RIP Giusi.

lorenzo matteoli

P.S.la Stampala Repubblica diretta da Boffa/Tropea a Torino hanno mai pubblicato le motivazioni della umiliante sconfitta della Fiat Engineering come non hanno mai pubblicato il risultato dell’arbitrato vinto dalla Città, lasciando credere ai Torinesi con vergognosi innuendo che dietro la vicenda dello Stadio delle Alpi ci sia stato un imbroglio socialista. Il vero imbroglio ricchissimo fu invece il regalo di Castellani/Fassino alla FIAT/Juventus con l’enfiteusi di 99 anni per lo stadio e per il comprensorio della Continassa. Una oscura e pasticciata vicenda sulla quale si deve anche registrare la distrazione della magistratura torinese che con i socialisti era stata invece sempre molto occhiuta. LM

In memory of Giuseppe La Ganga

Giusi had a superior intelligence. He had grown up in Italian politics and in the Socialist Party by which he had been educated since he was a “child”. He knew the rules:  foster relationships, respect modus operandi, acknowledge positions of power. 

In the humane style, courtesy and natural empathy that was his trait. This is why his “analyses” were always masterful.  In the Turin Socialist Party he was the leader of the reformist trend which he led with friendly natural, but firm authority. He was opposed by a “leftist” trend closer to the Stalinist Communist Party than to Filippo Turati’s classic socialism.

Giusi lived with the Italian political experience of the 50s, 60s, 70s and 80s when parties, all parties, were financed by big banks, big financial institutions, big industries. It was the practice, the normality codified and respected as Bettino Craxi explained in his famous speech to the Italian Parliament on April 29th, 1993.  Giusi La Ganga paid the price for that experience, according to the “rules”.  

 I met him in 1980 when he offered me the candidacy in the “after Novelli” administration of the City of Turin  “We’ll get you elected” , he said, ”but you have to campaign out of respect for the Party and the comrades who will vote for you.”   I ran the electoral campaign:   all the Turin bowling clubs, after-work circles, the gates at the Fiat Works, private clubs … in a month of campaigning with more than 5000 km racing through the streets of Turin to bring the “socialist-reformist” message to the “stronghold” of the most Stalinist Italian Communist Party in Italy, all in all, quite consistent with my story as a “radical” with Marco Pannella. I was elected and, after a few months, with the resignation of Elda Tessore, I was appointed Commissioner for Sport, Tourism, Leisure Time, Public Parks, and Electrical and Telephone Systems of the City of Turin. I managed an organisation of over two thousand employees and a budget of several billion lire.   I had to learn quickly.

Giusi La Ganga certainly observed, as head of the local authorities of the PSI (Partito Socialista Italiano), but he never asked me for anything in the name of the Party or other interests, respecting the “rules”.

The most important decision I faced was that of the new Turin Soccer stadium.  After 13 years of immobile and frozen Communist Party-led administration, dominated by the fundamental rule that stated “doing is stealing“, the Stadium was the largest public contract to be dealt with in the time of “clean hands”, with heavy interests of Turin building contractors and specifically of FIAT linked through Agnelli to the Juventus Soccer Club. For Turin citizens, for La Stampa, for the Turin edition of La Repubblica, it was taken for granted that the concession should have been awarded to Fiat Engineering.  It seems that Gianni Agnelli said to his managers (Eng. Mosconi in particular),  “If you don’t win the tender, submit your resignation”.  But, as he said it, he must have known other things.

The commission that had to choose the contractor was solidly in favour of  FIAT Engineering (ca’ custa l’on ca’ custa as they say in Piedmontese). One of the commissioners was paid by Romiti’s Fiat, but there can be doubts regarding the others, if not for money, then for the Turin mandatory FIAT ‘allegiance’.   The participating Turin companies had prepared subtle tactics in their offers that should have led to the cancellation of the tender to then give rise to a private contract with obvious consequences in the “Turin System” (copyright Sole 24ore), dominated by Fiat. See details in Diziostadio.   I was informed of this by Casimiro Dolza, friend and president of the Turin Building Contractors Guild:   years earlier, I had driven a hundred cars for him to test a prestressed concrete guard-rail prototype that was to be sold to Italian autostrade. Casimiro had appreciated my services and we had become friends.  Personally, as a socialist and a member of the commission that had to choose the contractor, I was in a very difficult situation, to say the least:  among the competing companies was the Società dell’Acqua Pia Antica Marcia of Vincenzo Romagnoli famously friend of Bettino and close to the Italian Socialist Party (PSI).  No one had requested anything of me (according to the rules) and no one would ever have asked me, but it was clear what Romagnoli’s and PSI’s expectations were.   Giusi La Ganga had recommended maximum respect for the rules. He had said nothing more.

My nights of anguish ended when the envelopes with the various offers were opened.  The offer of Fiat Engineering was invalidated by a thoroughly unacceptable condition:  the economic and financial program was missing, required by law and by the bid, a program that proved the precise interest of the contractor “to carry out the job well“. (a ben condurre l’opera).

Fiat Engineering could not put in their tender the value of the advertising at the Stadium that Novelli for years had been  giving to his friend Bastino (Publimondo) for 300 million old lire and that Bastino in turn gave to the Turin soccer teams (after detracting his “commission”).

When I communicated to the City Council that I had sold the advertising rights at the Municipal Stadium for almost 3 billion old lire, there was a long, meaningful silence. No party was above suspicion.  I had no problem dismissing Fiat Engineering from the tenders and the rest was easy because the SAPAM (Società dell’Acqua Pia Antica Marcia) offer was truly the best and most advantageous for the Civic Administration, as the facts later showed, until the final victory of the City in the Arbitration.

But even today (40 years have gone by) I have doubts:   how was it possible for an expert and professional company like Fiat Engineering, and a competent manager like Eng. Mosconi to make such a blatant and foolish mistake in their tender?

Today the most plausible interpretation is that, on that occasion, I was protected by the intelligent deals of Giusi La Ganga who knew that his honest socialist representative in the Commission could not dismiss the Fiat tender without solid motivation. Thus he arranged it.

Clearly, with complex, intricate and adequate negotiations, certainly honest, counter-proposal, the mistake in the Fiat Engineering tender was the result of Giusi La Ganga’s negotiating genius.   Gianni Agnelli was conniving and Mosconi his instrumental accomplice. The socialist Commissioner Matteoli was gratified by the solution of the dangerous problem.

I take this opportunity of the memory of Giusi to publish this certain assumption of mine for the first time, because I think it is a good example of how Italy worked in the ’70-‘80s,  with the intelligence, negotiating elegance, respect for the “rules” and superior understanding and human traits possessed by the Honorable Member of Parliament Giuseppe La Ganga AKA Giusi.

With deep respect and great affection.

RIP Giusi.

Lorenzo Matteoli

P.S. Neither La Stampa nor la Repubblica edited by Boffa / Tropea in Turin have ever published the reasons for the defeat of Fiat Engineering as they have never published the result of the arbitration won by the City,  leaving the people of Turin to believe that behind the story of Stadio delle Alpi there has been a socialist scam. The true scam was instead the gift by Castellani/Fassino to FIAT/Juventus of the 99-year long lease for the stadium and for the Continassa area.   This is a shameful story on which we must also acknowledge the distraction of the Turin judiciary. 

LM

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Ecco la riflessione di Karl Mannheim da Ideology & Utopia (edizione originale in tedesco del 1929)

The first point which we now have to emphasize is that the approach of the sociology of knowledge intentionally does not start with the single individual and his thinking in order then to proceed directly in the manner of the philosopher to the abstract heights of “thought as such.” Rather, the sociology of knowledge seeks to comprehend thought in the concrete setting on an historical-social situation out of which individually differentiated thought only very gradually emerges. Thus it is not men in general who think, or even isolated individuals who do the thinking, but men in certain groups who have developed a particular style of thought in an endless series of responses to certain typical situations characterizing their common position.
Strictly speaking it is incorrect to say that the single individual thinks. Rather it is more correct to insist that he participates in thinking further what other men have thought before him.

(Traduzione di lm )
Prima di tutto bisogna sottolineare che la sociologia della conoscenza non si basa sul singolo individuo e sul suo pensiero per procedere poi, come fa il filosofo, alle sublimi astrazioni del “pensiero in sé”. La sociologia della conoscenza cerca piuttosto di comprendere il pensiero nel quadro concreto della situazione storica e sociale dalla quale emerge, solo in modo graduale, il pensiero individualmente differenziato. Quindi non sono gli uomini in generale che pensano, e nemmeno singoli individui che pensano, ma gli uomini in certi gruppi che hanno sviluppato un particolare modo di pensare in una serie senza fine di risposte a determinate situazioni caratteristiche della loro comune posizione.
In senso stretto non è corretto dire che l’individuo singolo pensa. È più corretto ribadire che partecipa nel pensare ulteriormente quello che altri hanno pensato prima di lui. 

Quindi la mia dilatazione del concetto nella nota del 23 ottobre:

Come scrive Karl Mannheim (Ideologie und Utopie, 1929) non si è mai soli nella elaborazione del pensiero: ognuno pensa nell’ambito di un grande fiume di pensiero collettivo, senza necessariamente comunicare in modo diretto, ma sulla base di un “senso comune” che in modo ineffabile, ma sicuro, deriva dalla storia corrente, dai fatti, dalle cose che succedono, alle quali si reagisce con omologa sinergia.

lorenzo matteoli

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L’omologa sinergia: ovvero l’area di Goffredo Bettini e l’errore copernicano di Diamanti.

Il 19 ottobre scrivevo su questo blog dell’errore “copernicano” di Ilvo Diamanti, che pensa non ci sia più “il Centro” mentre invece quello che manca, a mio avviso, è una offerta politica che lo rappresenti e ne catturi i voti e il supporto.

Oggi, 23 ottobre, leggo su La Repubblica dell’iniziativa dell’onorevole Goffredo Bettini che mi pare sia proprio quella di riempire la lacuna e costruire l’offerta politica che evocavo nella mia nota. (cfr pagina 21 de La Repubblica 23 Ottobre).

Come scrive Karl Mannheim (Ideologie und Utopie, 1936) non si è mai soli nella elaborazione del pensiero: ognuno pensa nell’ambito di un grande fiume di pensiero collettivo, senza necessariamente comunicare in modo diretto, ma sulla base di un “senso comune” che in modo ineffabile, ma sicuro, deriva dalla storia corrente, dai fatti, dalle cose che succedono, alle quali si reagisce con omologa sinergia.

Penso che l’omologa sinergia, chiarissima, fra l’iniziativa di Goffredo Bettini, l’errore copernicano di Ilvo Diamanti, e la mia riflessione del 19 Ottobre siano indicatori positivi di qualcosa che potrebbe essere importante.

Auguri a noi…e a Goffredo Bettini.

lorenzo matteoli

Goffredo Bettini’s new “area” and Diamanti’s Copernican mistake. 

On October 19th I wrote about Ilvo Diamanti’s “Copernican” mistake: he thinks there is no longer a political “Center” of the Italian electorate, while what is missing is a political platform that stands for “the Center” and captures their votes and their support. Methinks:

Today, October 23rd, I read in La Repubblica about Mr Goffredo Bettini’s political initiative, the scope of which is precisely to fill the gap and, hopefully, build the platform I mentioned in my note. (see page 21 of La Repubblica October 23rd).

As Karl Mannheim (Ideologie und Utopie, 1936) writes,”… no man is an island: everyone thinks within a wide stream of collective thinking…”, without necessarily directly communicating, but on the basis of a “common feeling” which, in an ineffable, but clear way, stems from current history, facts and things that happen, to which we react with consistent interaction.

I think that the clear consistent interaction between Goffredo Bettini’s new “area”, Diamanti’s  Copernican mistake, and my note on October 19th are positive signs of something that could be important. 
Best wishes to us…and to Goffredo Bettini. 

lorenzo matteoli

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Un errore copernicano

Su La Repubblica di oggi Ilvo Diamanti, sulla base di numeri precisi, sondaggi puntuali (forse troppo puntuali) arriva alla conclusione che “il Centro” oggi non c’è più e chi lo cerca sbaglia.

Diamanti commette a mio avviso un errore “copernicano”: non è vero che non c’è più il centro, è vero invece che manca un messaggio culturale, politico e di azione amministrativa che lo rappresenti e lo catturi.

Sicuramente esiste, per definizione come dice Diamanti, una larga maggioranza di italiani che vuole competenza, visione storica, onestà ideologica, culturale, fattuale, chiarezza programmatica, decenza nei comportamenti, esperienza, storia…e la capacità di esprimere nell’azione di governo questi valori.

Se analizziamo i soggetti che oggi in Italia cercano “il Centro”, nei partiti e nelle nuove configurazioni organizzative, riusciamo a vedere in quale modo ognuno di questi non riscontra il modello astratto dell’aspettativa che ho sinteticamente delineato.

Alcuni con macroscopica evidenza, altri in modo meno plateale, altri ancora per sottigliezze e sfumature, che sono comunque significative.

Lascio ai miei 38 lettori l’analisi ulteriore ma, se io dovessi scommettere, sceglierei Carlo Calenda…per competenza, visione storica, onestà ideologica, culturale, fattuale, chiarezza programmatica, decenza nei comportamenti, esperienza, storia…e la capacità di esprimere nell’azione di governo questi valori.

lorenzo matteoli

A COPERNICAN MISTAKE

In today’s La Repubblica  Ilvo Diamanti, with numbers and very specific polls, states that “the Center” does not exist anymore and it is useless to seek those votes.
I think that Diamanti makes a “Copernican” mistake: it is not true that there is no “center” anymore.  

What is lacking is the cultural, political and administrative message that represents and captures those votes.
Surely there is a large majority of Italians who want competence, historical vision, ideological, cultural, factual honesty, planning clarity, behavioral decency, experience, history … and the ability to uphold these values in government action.

If we analyze the subjects who are seeking the votes of “the Center” in Italy today, parties or new political organizations, we can see how they do not represent the expectations that I have briefly outlined.
Some with great evidence, others in a more subtle way, and some again with nuances, nevertheless meaningful.

I leave further analysis to my 38 readers but, if I had to bet, I would choose Carlo Calenda … for competence, historical vision, ideological, cultural, factual honesty, planning clarity, behavioral decency, experience, history … and the ability to uphold these values in government action.

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La criminale falsità.

Salvini in un telegiornale interviene chiedendo “…cosa ha fatto il governo in tutti questi mesi per contenere la pandemia?…”

La domanda espressa da Salvini impone una riflessione sulla sua intelligenza e sulla sua elementare coerenza. Per non parlare di onestà, tema da tempo superato.

Salvini in questi mesi ha fatto di tutto per lanciare la pandemia promuovendo assembramenti, selfie con bacetto, mobilitazioni di coglioni no-masc, ha guidato orgoglioso il fronte del menefreghismo puerile dei maschi del cazzo con il sorrisetto ebete di quelli “che sanno” e che sono invece crassamente ignoranti. O, peggio,  ignoranti per precisa scelta ideologica.

È comunque interessante registrare la spudoratezza della domanda che il Salvini pone: ignaro della contraddizione grottesca e fiducioso nella coglioneria di chi gli crede.

Immaginate i “pieni poteri” nelle mani di una assurda cultura dell’imbecillità, della menzogna sistematica, della arroganza criminale, dell’incompetenza letale, della falsificazione istituzionale.

Lui è preoccupante, ma la vera paura sono i milioni che lo votano.

Quanto durerà ancora in Italia il “sonno della ragione”?

lorenzo matteoli

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Gladys and Daryl

C’è uno scandalo australiano in corso sul quale si possono fare riflessioni di costume.

Il fatto: la signora Gladys Berejiklian, primo ministro del New South Wales (lo stato dove c’è Sydney) ha avuto una relazione sentimentale con un Senatore, Daryl Maguire, che è stato accusato (e ha confessato) di una serie di crimini di corruzione (approfittando del suo ruolo procurava a pagamento visti per immigrati cinesi e altre varie miserie di interesse privato).La Signora Gladys Berejiklian, ha riconosciuto la sua “leggerezza sentimentale”, ma sostiene di non aver commesso nulla di scorretto nel suo ufficio di Primo Ministro come conseguenza di quella. Sostiene inoltre di non essere stata a conoscenza dei comportamenti corruttivi del Senatore e quindi conferma che non intende dimettersi.  I giornali e l’opinione pubblica australiana sono divisi nei classici due partiti: i moralisti che vogliono le sue dimissioni, i “liberals” che ritengono giusta la posizione della Signora Gladys Berejiklian, Primo Ministro del NSW e vogliono che sia tutelato il suo diritto (la sua libertà) di non dimettersi.La vicenda è interessante perché solleva il problema del rapporto fra la vita privata dei soggetti eletti a importanti cariche di governo e il loro ruolo politico nelle amministrazioni con le responsabilità etiche connesse alla figura “pubblica”.A me sembra sia evidente il diritto alla vita privata, in tutti i suoi aspetti e manifestazioni, giuste e legittime, dei personaggi eletti a ruoli di governo e di pubblica rappresentanza.I due campi vanno tenuti distinti e rispettati, sia dai soggetti interessati, che dai media e dal pubblico.Nella vita privata si possono commettere errori, innamorarsi di un mascalzone che si professa galantuomo, non è una colpa. È colpevole l’operatore politico chi si esibisce in condizioni e con comportamenti pubblici opinabili (associandosi a soggetti notoriamente criminali o sculettando seminudo con ballerine seminude, mancando di rispetto a emblemi e simboli significativi dell’autorità dello Stato che rappresentano e amministrano …). Non è colpevole chi conduce la sua vita privata, compresi gli innamoramenti e le relazioni sentimentali, in modo riservato e appunto “privato”.Se l’oggetto degli innamoramenti e simpatie si rivela poi un mascalzone non può essere ascritto alla responsabilità del politico, amministratore, soggetto pubblico innamorato, che è invece una vittima. Il seguito della vicenda sarà da valutare nello specifico degli svolgimenti successivi, ma chiedere dimissioni a priori è sicuramente una violenza inaccettabile.Quindi non si dimetta Gladys non solo per difendere un suo preciso diritto, ma per difendere un principio fondamentale di libertà dal gretto moralismo purtroppo oggi corrente e troppo spesso premiato dalla sciocca demagogia dei media.

lorenzo matteoli

Gladys and Daryl

There is a current Australian story about which a short comment may be useful.

Ms. Gladys Berejiklian, NSW Premier, has had a romantic relationship with Senator Daryl Maguire accused (and he admitted) of corruption (exploiting his role he procured visas for Chinese migrants in exchange for money and various other questionable dealings). Ms. Gladys Berejiklian admitted her “romantic error”, but, she says, she has not done anything wrong in her office as a consequence. She says she had no knowledge of the Senator’s mischief and she confirms she will not resign. Australian newspapers and the public opinion are divided between two classic parties: the moralist party which wants her resignation, and the “liberal” party which upholds
Ms. Berejiklian position and wants her right to remain in office protected as a basic fundamental freedom. The story is interesting because it raises the question of the relationship between the private life of individuals elected to important government positions and their political role with the ethical responsibilities connected to the “public” figure. It seems to me that the right to private life, in all its just and legitimate expressions, of people elected to government and public roles is clear. The two fields must be kept distinct and respected, by the subjects involved, the media and the public.In private life you can make mistakes, falling in love with a scoundrel who professes to be a gentleman, is not a crime. The political operator is guilty if he publicly behaves in a questionable way (publicly associating himself with notorious criminals or dancing in public with half-naked pole-dancers, disparaging significant emblems and symbols of the state authority that they represent and administer, reference to the Italian former minister Mr Salvini is explicit) It is not guilty he who leads his private life, including falling in love or entertaining romantic relationships, in a reserved and proper “private” way. If the subject of his love and sympathies turns out to be a rascal, it cannot be ascribed to the responsibility of the loving politician, administrator, public operator, who is instead a victim. The continuation of the affair will have to be specifically evaluated but asking for an advanced resignation is certainly unacceptable violence…the classic kangaroo court.

So Gladys must not resign not only because it is her specific right, but also to uphold a fundamental principle of freedom against petty moralistic attack unfortunately current today and too often rewarded by the asinine media demagoguery.

lorenzo matteoli

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There is one thing we can thank Trump for.

He has shown the real USA, as we have never seen it before.
Europe was deeply moved by the American loss of lives in WW1, and even more by the heavier loss of lives in WW2, but has never gone beyond that great debt, beyond  the literary and movie stereotype of the Land of Freedom-Democracy Opportunities… And that notwithstanding the many violent signs of the tragic reality hidden by the heroic myth and hundreds of thousands of young Americans who died on the European fronts.
For over a century, Europe has been blind,  in some way compelled by the tragedy that was suffocating the part of the World controlled by communism.  So we did not see the many acts of aggression, misery and hunger, the massacre of mujiks, Beria’s Lubianka, the Syberian communist  lagers;   We ignored the McCarthy persecution, endemic social racism and the deadly racism of the KKK, the crude greed of financial capitalism;  Viet Nam, Iraq, Afghanistan, and the huge heist of US speculation against the rest of the World.  For over a century we gratified the United States of America with admiration that in fact was complicity and support, and we have been allied in persecutions, wars, theft of lives, money and environment –  defending values that the US was continuously betraying.  

Today all this is clear in the votes for Trump.  It is no longer a secret.  It is no longer hidden by the heroes of the opposition, Obama’s exception or by the intellectual left of New York, Boston, Chicago, Hollywood or San Francisco.
As the White Rose did not erase Nazi horror in Germany, Ed Ricketts, John Steinbeck, Martin Luther King, and Jill Stein do not erase the horror of the USA white supremacy of the KKK, Trump’s blasphemy or the Wall street bandits and of their wars in the US.

Let it be clear:  As the horror of Mr Salvini’s  power in Italy would never be erased by Leonardo Sciascia, Marco Pannella, Emma Bonino, Giacomo Matteotti, Filippo Turati, Rossana Rossanda, Luciana  Castellina or Luigi Pintor…
when that horror is victorious, all else is useless.

lorenzo matteoli

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DI UNA COSA POSSIAMO ESSERE GRATI A TRUMP

Ci ha rivelato la realtà americana come non l’abbiamo mai vista prima.

L’Europa commossa dal sacrificio americano nella Prima Guerra Mondiale. Confermato dal secondo e ancora più pesante sacrificio nella Seconda Guerra Mondiale, non è mai andata oltre quella giusta gratitudine, oltre lo stereotipo letterario e cinematografico of the Land of Freedom-Democracy-Opportunities

Nonostante i ripetuti violenti segnali della vera tragica realtà che si nascondeva dietro la fiaba e dietro le centinaia di migliaia di giovani americani morti sul fronte europeo.

L’Europa, obbligata in qualche modo dalla contemporanea simmetrica tragedia che soffocava la parte di mondo controllata dal comunismo, è rimasta cieca. 

Così non abbiamo visto le guerre di aggressione, la miseria e la fame, le stragi di mugiki, la Lubianka di Beria, i lager siberiani dei comunisti e abbiamo ignorato, le guerre di aggressione, la persecuzione del maccartismo, il razzismo endemico sociale e quello acuto del Ku Klux Klan, la avida crudeltà del capitalismo da rapina, il Viet Nam, i furti immani della speculazione USA ai danni del resto del mondo.

Per oltre un secolo abbiamo gratificato gli Stati Uniti d’America con una ammirazione che è stata in realtà silenzio, complicità e supporto, e ci siamo resi sodali di persecuzioni, guerre, furti immani di vite, denaro e ambiente. In nome di valori che gli stessi Stati Uniti tradivano sistematicamente. Sotto i nostri occhi. 

Oggi tutto questo diventa chiaro nel voto a Trump, che vinca o che perda, non è più un segreto, non è più nascosto dagli eroi dell’opposizione, dall’eccezione di Obama,  e della sinistra intellettuale di New York, Boston, Chicago, Hollywood e San Francisco. 

Come la Rosa Bianca non ha cancellato l’obbrobrio nazista in Germania. Ed Ricketts, John Steinbeck, Martin Luther King, Jill Stein non cancellano l’obbrobrio dellla white supremacy USA, del KKK, di Trump, dei ladri di Wall Street,  e delle loro guerre negli Stati Uniti. 

E, sia chiaro: come l’orrore di Salvini al potere in Italia non sarebbe cancellato da Leonardo Sciascia, Marco Pannella, Emma Bonino, Giacomo Matteotti, Filippo Turati, Rossanda, Castellina, Pintor…

Perché quando vincono quei soggetti ogni altra cosa non conta più nulla.

lorenzo matteoli

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IL PROBLEMA

Il problema di chi commenta e segue la politica è capire cosa sta succedendo. Ascoltare i segnali scomposti, le urla e i sussurri, leggere la cronaca sui giornali talvolta chiara e precisa, spesso fumosa e oscura, interrogare i tassisti, ricordare la Storia  e cercare la “sintesi” attuale.

In questo momento complicato, non solo in Italia, il problema è ancora più difficile perché il campo dei protagonisti, di quelli che hanno la responsabilità di decidere “dove si va”, è nel marasma totale: anche i c.d. leader “brancolano” cercando la formula magica che risolva il problema e porti milioni di voti. Dove, in genere, le formule che portano milioni di voti i problemi non solo non li risolvono ma li fanno diventare catastrofici.

Ed ecco il panorama del “teatrino”, come lo vedo io, dove i termini sinistra, centro e destra sono “di comodo” perché da tempo svuotati, dalla realtà delle cose in atto, di un comprensibile significato ideologico. Di comodo, ma sempre comunque utili in mancanza di categorie nuove, più corrette e attuali.

Nella sinistra-sinistra troviamo Liberi ed Uguali (LeU) (gruppo parlamentare) con Dalema e i suoi amici Bersani e Grasso. Partiti nel 2017 come  Articolo Uno, Possibile, Sinistra Italiana, sciolti nel 2019 e sostituiti da La Sinistra  ed Europa Verde.

Si tratta di un magnifico esempio della malattia cronica della soi disant sinistra italiana nella quale ogni leaderino frustrato (i.e. Civati)  e ogni leaderone decotto (Dalema, Bersani) deve formare il suo gruppettino, partitino, movimentino nel quale esercitare la funzione e il ruolo di “capo” di quattro altri pellegrini disposti a subire le sue angherie e i suoi capricci.

Un’area da sempre irrilevante, con poche eccezioni, originata dalla terza scissione cossuttiana del PCI:  Rifondazione Comunista (1995). La prima fu quella di Livorno quando  dal Partito Socialista uscì la fazione che divenne poi il PCI (21 Gennaio 1921) e la seconda fu quella del Manifesto (24 Novembre 1969 radiazione di Natoli, Pintor, Rossanda.[1] Molte non sono conosciute.

Si tratta in genere di una minestra ideologica minore alimentata dalla gelosia, ripicca, presunzione, incazzatura dei tagliati fuori. La vita media dei gruppettini è di 9-12 mesi circa dopo di che finiscono nel nulla e i loro 4 pellegrini vengono riassorbiti senza rumore dal metabolismo del sistema. A parte le occasionali interviste “di colore”, “non contano nulla”, nemmeno come indicatori di “tendenza” perché producono sempre “in seconda o terza battuta”.

Spostandosi verso il centro della geografia di comodo troviamo “quello che resta del PCI” che oggi si chiama PD Partito Democratico.  La caratteristica fondamentale del PD è che rappresenta al 20% quello che la minestra dei gruppettini rappresenta al 2,5%. 

Il PD continua la tradizione del “dopo Bologna” ovvero la eterna ricerca di una identità: sappiamo di rappresentare qualcosa, ma non sappiamo esattamente cosa. Su questa scivolosa piattaforma si scatena la dialettica interna che si esprime in genere nel tentativo continuo di far fuori il segretario del momento. La condizione è tale per cui il PD non riesce mai ad esprimere una “linea” perché chiunque proponga una “linea” viene immediatamente impallinato dalla frastagliata fronda interna. La “vocazione maggioritaria” della quale vuole titolo è una vocazione polverosa, dal messaggio illeggibile anche agli elettori graniticamente fedeli (fisiologicamente mai meno del 20% dell’elettorato italiano). A qualunque costo.

Molti pensano che quando il PD riuscirà a risolvere la crisi permanente interna le cose potranno andare meglio in Italia. Peccato che questa responsabile sensazione sia totalmente esterna al PD, nel quale il privilegio è per la bagarre continua rispetto alla responsabilità del mandato elettorale.

Continuando l’analisi verso il centro troviamo il Partito Radicale. Un partito con una storia gloriosa che Emma Bonino rappresenta bene con la sua storia personale, di passione, coerente e lineare. Il messaggio socialdemocratico, “liberal“, sempre chiaro e spesso scomodo, richiede una maturità che l’elettorato italiano non ha. Marco Pannella cercava di risolvere  il “gap” di comunicazione con le sue manifestazioni di “politica da marciapiede”, ma  senza la sua interpretazione quella linea è impraticabile e i tempi sono cambiati.

La scarsa maturità dell’elettorato è il problema di tutti i partiti “seri” e andrebbe affrontato da responsabilità centrali nel sistema dei “media” dominato purtroppo dagli indici di ascolto che dettano le entrate pubblicitarie e che impongono sputtanamento demagogico.

Nella stessa area del Partito Radicale si trovano i resti del Partito Socialista Italiano che fatica a uscire dal marchio di infamia stampato nella sua storia da “mani pulite”. Un prezzo caro pagato per quella campagna. Va recuperata la funzione di guida attiva e critica dei partiti che oggi sono appiattiti su una linea “follower” dequalificata e umiliante. Cercano di capire quello che pensano gli elettori invece di elaborare quello che gli elettori dovrebbero pensare. 

Si passa poi al centro dove troviamo di nuovo pezzi del PD (cfr) con Italia Viva il partitino-ino di Renzi, che non si sa ancora cosa sia, per ora solo uno strumento di manovra tattica personale per Matteo Renzi che sta ancora pagando (e forse non finirà mai di pagare) gli errori con i quali ha distrutto la sua potenziale carriera.

Da qui in poi si aprono le praterie della destra: in estinzione quella di Berlusconi (Forza Italia), in crisi quella della Lega di Salvini/Giorgetti, in crescita quella di Meloni (FdI).

A destra di questa destra c’è solo una palude semi criminale di picchiatori razzisti nostalgici di storie delle quali ogni cultura civile si vergogna. Preoccupante la loro presenza, non solo di frangia, nella Lega implicitamente tollerata se non incoraggiata dai comportamenti di squallida connivenza di Salvini. Più intelligente la Meloni che protegge il suo partito dal tristo inquinamento.

I 5Stelle non compaiono in questa analisi perché in realtà si collocano in modo disperso su tutto l’arco ideologico dalla sinistra demagogica al revanscismo fascista: forse si estingueranno prima di riuscire a capire cosa sono evitando l’attuale scelta qualunquista. La loro unica vera qualità: l’incompetenza arrogante.

I chiarimenti possibili in questo quadro sono i seguenti:

  1. Estinzione di Forza Italia (sei mesi)
  2. Estinzione dei 5Stelle (da tre a 8 mesi)
  3. Chiarimento nel PD (??)
  4. Estinzione della fase Salviniana della Lega (da sei a 8 mesi)

Estinzione di Forza Italia: praticamente in corso con il tentativo Carfagna-Totti. Se i due riusciranno a superare i loro limiti caratteriali ci potrebbe essere una entità politica fortemente centro, priva dell’ingombrante presenza del Berlusconi e dei suoi cagnolini e fidanzate, in grado di recuperare parte della frantumazione post scissioni dei 5Stelle e della Lega. Avrà forte concorrenza nella resurrezione leghista provocata dalla discesa in campo di Giorgetti e della sua “mossa al centro”, a condizione che questa linea riesca a liberarsi del provincialismo ex padano e della stupidità salviniana, uno svolgimento difficile vista l’ottusità e la presunzione del soggetto. Ineludibile perché in una Lega “intelligente” non avrebbe spazio, per l’evidente contraddizione.

Estinzione dei 5Stelle: quando l’attuale caotica fase dei 5Stelle si sarà risolta, la linea movimentista tornerà al fisiologico 3% (Dibba) e il resto dei grillini si dividerà fra Lega di Giorgetti, PD e FdI, con una possibile forte prevalenza del PD.

Chiarimento nel PD: quando tutto l’attuale caravanserraglio maturerà alla socialdemocrazia, sarà in grado di tornare ad essere un Partito, assorbire i fuoriusciti dei 5 Stelle e riscontrare in modo credibile il titolo di “vocazione maggioritaria”. 

Estinzione della fase Salviniana della Lega: ancora oggi Salvini conferma la sua incapacità di percepire quello che gli sta accadendo sotto le chiappe. Ha dichiarato che una “mossa al centro” come quella suggerita da Giorgetti non sarebbe capita dalla base del Partito. Dichiarazione che conferma l’incapacità di Salvini di percepire le responsabilità di leadership che non sono quelle di appiattirsi sulla pancia più squallida e dequalificata dell’elettorato, ma di fornire linee strategiche, idee, proposte, capaci di aggregare senza demagogia nuove aree di consenso e di voti. Ovvero preferisce restare seduto sulla stupidità dei suoi peggiori elettori piuttosto che vedere un territorio nuovo e più evoluto di consensi. Chi si contenta gode…Non poteva essere diversamente dati i limiti culturali del soggetto.

Dobbiamo solo aspettare

C’è un fattore di incentivazione degli svolgimenti descritti: sono chiarimenti necessari per governare gestendo le centinaia di miliardi dei fondi Europei in arrivo.

Se tutto succede fra meno di un anno potremmo avere una nuova Italia. Spes ultima Dea.

Se no, andrà ancora peggio.

lorenzo matteoli


[1] «Radiati» voleva essere meno grave che «espulsi», come negli altri partiti comunisti, con l’accusa di tradimento o comunque di indegnità morale. Noi eravamo accusati di aver costituito una «frazione»; in realtà non avevamo costituito nessuna frazione, non eravamo per nulla clandestini né avevamo cercato sotterranei contatti con altri gruppi di compagni; ma avevamo fatto forse di peggio: pubblicavamo dal giugno precedente un mensile di cultura politica che al primo numero aveva venduto oltre cinquantamila copie, era diretto da Lucio Magri e da me (Rossana Rossanda), e firmato da Luigi Pintor, Vittorio Foa, Ninetta Zandegiacomi, Daniel Singer, Enrica Collotti Pischel, Edgar Snow e K.S.Karol, Michele Rago e Lucio Colletti. Ci era stato richiesto di chiuderlo o modificarne la direzione, e avevamo rifiutato. (Rossana Rossanda)

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La fine vergognosa del grottesco capitano

Si sta svolgendo una surreale gara nel teatrino della politica italiana: tra Salvini e i suoi elettori. Quanto tempo ci metterà Salvini a capire che il suo “messaggio” ha perso trazione, e quanto ci metterà il suo elettorato a capire che il “capitano” è oramai, senza “denti”, non morde più. Vuoto.  Svuotato dalla sua stessa arrogante stupidità.

Ripetere continuamente le stesse frasi, false, gli stessi numeri, falsi, gli stessi slogan puerili, non serve più. 

Parlare continuamente per impedire agli interlocutori di parlare è la penosa denuncia della sua impotenza. I sorrisetti di compatimento sono l’espressione del suo imbarazzo di adulto bamboccione. Non risponde alle domande, evade, pasticcia e crede di essere furbo, non si accorge di essere patetico e “scartato” dalla realtà delle cose, che lui non riesce a vedere, tantomeno a capire.

La destra populista “ammazza-er-migrante”, che Salvini aveva artificiosamente costruito con bugie e prepotenze ministeriali, si è sciolta nelle sue letali stupidaggini sulle mascherine, e sulle misure per bloccare la pandemia che ha clamorosamente cavalcato dalla parte sbagliata con una serie di criminali flop. Che non sa come ammettere e superare. Resterà nella polvere. Giorgetti si appresta a occupare il vuoto lasciato dal mojito tett-e-ciapp, boss. Lo hanno capito tutti, meno Salvini che andrà con Dibba nei cespugli. Non senza aver fatto altri danni e altre figure di fertilizzante bovino organico.

Non basta urlare slogan demagogici, non basta indossare divise altrui, non basta smargiassare i deboli e mandare i savoini a chiedere soldi a Putin: bisogna anche essere competenti.

Per risolvere il problema epocale dei migranti è necessario avere l’autorevolezza morale di chi sa gestire civilmente l’emergenza senza strumentalizzarla per ingannare il parco buoi. Per risolvere il problema del debito pubblico catastrofico bisogna avere la credibilità (pluriennale) dei mercati finanziari, che non si acquisisce travestendosi da pompiere, da vigile urbano, da poliziotto e da carabiniere senza averne diritto, vietando di soccorrere i naufraghi in mare, o dimenticandosi di come si sono spesi 49 milioni di euro sottratti con destrezza allo Stato, o coltivando l’idea di uscire con manovre sporche dall’Europa.

I sorrisetti ebeti alla TV sono l’immagine di uno che porta a spasso il suo cadavere politico e non lo sa: speriamo che la disgustosa passeggiata non duri a lungo.

lorenzo matteoli

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