Il black swan delle Sardine

Da tempo evocavo “L’Altra Italia”.

Forse è arrivata.

Senza il grande leader, senza la grande tradizione del grande partito.
Senza l’intenso manifesto filosofico.
È arrivata la forza micidiale della “normalità”, del senso comune, di quella che Eugenio Montale chiamava la “decenza”.
Quelli che non hanno bisogno di partito, di leader, di manifesto per capire chi è cialtrone.
Quelli che sanno cosa non vogliono.
Alla via così. Che nessuno li disturbi. Nemmeno io

Lorenzo Matteoli

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

TRACCIA PER LA SOLUZIONE STRATEGICA E STRUTTURALE DEL PROBLEMA DELL’ILVA E DI TARANTO

never again

Proviamo a pensare fuori dalla scatoletta di tonni

TRACCIA PER LA SOLUZIONE STRATEGICA

E STRUTTURALE

DEL PROBLEMA DELL’ILVA E DI TARANTO

Andrea Aparo von Flüe, Lorenzo Matteoli, Roberto Pagani

18 Novembre 2019

Nota del 27 Novembre 2019: la recente inchiesta fra gli operai di Taranto conferma la necessità di un approccio radicale e affatto diverso al problema. Un quadro politico, tecnico e culturale che per il momento manca a tutti gli operatori della vicenda in particolare agli attori della politica, a quelli del sindacato, a quelli dell’informazione. Gli unici che operano con cinismo su una linea strategica di enorme vantaggio loro e di enorme danno per il contesto nazionale italiano e degli operai in particolare sono la direzione e la proprietà Mittal Arcelor.

cfr:

Premessa

La reversione ambientale delle cattedrali tecnologiche sporche del passato è un lavoro immane, un mercato di scala mondiale in emergenza, che richiede competenze professionali di nicchia e di vertice, producendo un know-how di ingegneria e di impresa esportabile nel mondo. Un mercato che esploderà quando anche India, Cina, Nord africa, Sud Est Asiatico, Messico, dovranno risanare e rimediare i loro massacri degli anni dal 1960 al 1990 e oltre. Il che accadrà domani. 

Reversione ambientale significa dunque occupazione, conoscenze tecniche e scientifiche transdisciplinari, recupero di potenziale economico del territorio, riduzione della morbilità endemica ambientale, riduzione della spesa per la sanità, qualità del futuro, miglioramento della qualità di vita…

Se si guarda all’Italia, la reversione ambientale degli errori del passato sarà il più importante capitolo di spesa dei Lavori Pubblici italiani dei prossimi 50 anni insieme all’altra opera immane, in emergenza da troppi anni e di drammatica attualità in ogni autunno italiano, quella del riassetto idrogeologico del Paese

Quadro storico e priorità conseguenti.

Per definire una strategia occorre, nell’ordine, esplicitare la visione, definire la missione e quindi fissare gli obiettivi. Per evitare errori semantici, quindi per condividere le denominazioni, è opportuno chiarire i contenuti dei termini utilizzati. Visione significa rispondere alle domande “Per chi e per cosa” si vuole attivare un processo di generazione di valore, o di soluzione di un problema, Missione risponde alla domanda “Chi?” ovvero chi sono le persone, quali le loro competenze, abilità, esperienze e talenti che si ha a disposizione in termini operativi. Gli obiettivi rispondono alla domanda “Cosa?”, quindi definiscono la macro- aree di intervento. Un esempio per chiarire, si spera il tutto. Soggetto: il Presidente degli Stati Uniti. Problema: Iraq. Visione: Democracy. Missione: Army, Navy, Air Force e Marines”. Obiettivi: controllo dello spazio aereo, presidio del territorio e dei ponti sull’Eufrate, conquista del porto di Bassora via mare, di notte. 

Vediamo di applicare quanto appena esposto al caso della più grande azienda siderurgica d’Europa. Quindici milioni di metri quadrati di superficie nella zona Tamburi di Taranto. Una storia che parte nel 1961 quando a Genova le Acciaierie di Cornigliano si fondono con l’ILVA – Alti Forni e Acciaierie d’Italia dando vita a Italsider – Alti Forni e Acciaierie Riunite ILVA e Cornigliano che diventerà Italsider nel 1964.

L’Italsider è un’azienda pubblica. Viene deciso, scelta squisitamente politica e non economica, come è storicamente il caso della grande industria italiana –dall’Ansaldo alla Fiat, alla Montedison- di costruire il più grande polo industriale del sud Italia: lo stabilimento Italsider di Taranto. Inaugurato nel 1965 diventa il più grande e importante polo del ferro e acciaio d’Europa. Taranto rifornisce le industrie del nord Italia e buona parte di quelle europee, genera ricchezza, occupazione, orgoglio dell’Italia del boom economico.

Una bolla che si sgonfia negli anni ’80, gli anni della grande crisi. Nel maggio del 1995 l’Italsider viene acquisita per 2500 miliardi di lire dal gruppo Riva e assume il nome attuale di Ilva. Lo stato si sfila, si tira indietro, vuole fare cassa. Il tutto prende il nome di privatizzazione anche se in molti parlano di scandalo e di inciucio perché è una “svendita” visto che la società era stata valutata 4.000 miliardi.

Comunque i fratelli Riva investono soldi propri per rilanciare l’Ilva, ma si ritrovano ad affrontare una nuova crisi, imprevista oppure tenuta nascosta. L’Ilva uccide. Studi epidemiologici rilevano un impressionante numero di casi di tumore (spesso infantile) di abitanti nella zona del polo siderurgico. Malattie legate a inquinamento industriale: tumore del polmone, mesotelioma della pleura, malattie respiratorie corniche; tra i più piccoli (nella fascia 0-19 anni) si segnalano un eccesso per leucemie e anomalie congenite.

Ci vogliono sette anni, nel 2012, perché la magistratura tarantina metta sotto sequestro per “gravi violazioni ambientali” l’acciaieria, definita “fabbrica di malattia e morte”. Le perizie disposte parlano di 11.550 persone morte a causa delle emissioni in sette anni. Vengono indagati il vertice aziendale e i presidenti Emilio Riva (in carica fino al 2010) e il figlio Nicola. 

12.859 persone, più tutti coloro che erano coinvolti dall’indotto della fabbrica, rischiano di ritrovarsi per strada. Il Governo, scelta squisitamente politica e non economica, decide di non chiudere lo stabilimento, ma di emettere un decreto che autorizzi la prosecuzione della produzione. Ovviamente per proteggere occupazione e produzione industriale

A maggio 2013 il gip Patrizia Todisco dispone un maxi-sequestro da 8 miliardi di euro sui beni e sui conti del gruppo Riva. Soldi indebitamente incassati invece di essere usati per rendere la fabbrica più pulita. La corte di Cassazione annulla il sequestro. I Riva lasciano il CdA. Il Governo commissaria l’azienda. A gennaio 2015 l’azienda, con legge firmata ad hoc dall’allora governo Renzi, passa in amministrazione straordinaria. Nel gennaio 2016, viene emesso il bando per acquisire l’Ilva, vinto dalla multinazionale franco indiana Arcelor Mittal che assume onori e oneri di rilanciare l’Ilva. Dopo 5 governi e 4 commissari nel 2018, Arcelor Mittal prende l’ex Ilva con l’obiettivo di rilanciarla. Storia già vissuta con molti cadaveri in più. Il che giustifica la subordinazione della firma dell’accordo con l’Italia alla concessione alla Arcelor Mittal di un’immunità penale, il cosiddetto scudo penale di cui molto si parla oggi. Cosa buona e giusta perché si vuole evitare che attuando il piano ambientale, normato da un Dpcm di settembre 2017, i commissari o gli acquirenti del siderurgico restassero coinvolti in vicissitudini giudiziarie derivanti dal passato. Del resto quale soggetto sano di mente si sarebbe accollato un’industria con la storia dell’Ilva senza un minimo di tutele?

Luglio 2018. Il ministro per lo sviluppo economico Luigi di Maio, grande esperto di questioni industriali e di politica industriale chiede di verificare la legittimità dell’assegnazione dell’Ilva ad Arcelor Mittal. L’Avvocatura dello Stato non riscontra gli estremi per l’annullamento, ma l’ineffabile di Maio in conferenza stampa, il 23 agosto 2018, dichiara: “Se oggi, dopo 2 anni e 8 mesi, esistessero aziende che volessero partecipare alla gara, noi potremmo revocare questa procedura per motivi di opportunità. Oggi non abbiamo aziende che vogliono partecipare, ma se esistesse anche solo una azienda ci sarebbe motivo per revocare la gara”. Con buona pace dell’Avvocatura di Stato e del suo parere.

Maggio 2019, si parla di eliminare lo scudo penale e di mettere i vertici Ilva, presenti e passati, di fronte alle loro presunte negligenze e responsabilità in termini di vita umana. Ancelor Mittal getta la spugna: “Non si possono cambiare le carte a partita in corso” dice nel novembre 2019 rimettendo la patata bollente nelle mani del Conte bis. Affermazione del tutto condivisibile, anche se dovevano aspettarsela: cambiare le regole del giovo a partita in corso è prassi normale nei palazzi della politica italiana 

Se questa è la storia, come si sarebbe dovuta svolgere in una logica di mondo perfetto e di decisioni razionali e soprattutto economiche? 

La risposta è ovvia: una volta dimostrata la relazione di causa-effetto fra le attività dell’acciaieria e i dati epidemiologici, la fabbrica andava chiusa. Senza ritardi o reticenze. 

Invece la produzione nel polo di Taranto continua e l’inquinamento è diminuito, ma non cessato. inquinare. Siamo lontani dalle emissioni zero.

La chiusura è oggi, dunque, priorità ineludibile perché immediata deve essere la protezione della salute degli abitanti e dell’ambiente di Taranto.

La sottovalutazione di questa condizione, che si è consolidata e protratta per 60 anni, dall’iniziale discutibile ignoranza degli anni del progetto (1960-1964), alla criminale negligenza degli ultimi 20-30 anni diventata una vera “cultura negativa”, all’attuale catastrofica situazione, è un dato di fatto che impone la immediata chiusura della acciaieria.

Abbiamo a che fare con un’emergenza tragica, con una situazione letale che non ammette dubbi sulle azioni da intraprendere. Ogni ritardo è criminale. L’intervento tecnico necessario e unico è la chiusura

Semplice a dire, molto meno a farsi per le conseguenze che essa comporta, alcune immediate. 

Occorre gestire la continuità salariale degli organici diretti, ottomila e passa persone. Non si possono semplicemente abbandonare a sé stessi. In parte potranno lavorare sulla lunga e complessa operazione di decommissioning dell’enorme impianto, in parte dovrà essere ricollocato, in parte dovrà essere messo a carico di una misura finanziaria ad hoc (CIG, prepensionamento, clausola speciale del reddito di cittadinanza).

Occorre, in base a una dettagliata e trasparente fotografia dell’esistente, progettare e implementare il complesso processo di riallocazione dell’indotto. Allo stesso tempo bisogna garantire continuità all’approvvigionamento dell’insieme della produzione, prodotti e servizi a valle dell’acciaieria. 

L’impianto di Taranto serve al 70-80 per cento la domanda downstream del manifatturiero italiano: auto, elettrodomestici, cantieri navali, edilizia, impiantistica, ferrovie, opere infrastrutturali. Parte della produzione di Taranto alimenta anche una serie di successive attività industriali direttamente collegate, come la produzione, a partire dal grezzo di altoforno, di acciai speciali. 

Garantire questo approvvigionamento è indispensabile per la continuità dell’occupazione dell’indotto a valle e per garantire l’esportazione di prodotti finiti del manifatturiero italiano.

Questa operazione richiede soluzioni e azioni in tempi brevissimi. Occorre individuare competenze, obiettivi e strategie conseguenti per organizzare e accentrare gli acquisti di acciaio grezzo e semilavorato (lingotti, bramme, coils, tondo …) sul mercato internazionale (Turchia, Germania, Serbia, Cina, India…) in modo d’avvalersi delle economie di scala, con una programmazione a medio-lungo termine che consenta di spuntare contratti ottimi, annullando le ciclicità e le fluttuazioni del mercato.

La strategia di acquisti centralizzata può essere un’istituzione privata (un consorzio di acquisto) controllata dagli stessi operatori interessati, con una operatività pianificata per il tempo necessario per ricostruire la capacità produttiva nazionale nelle forme ottimali (cfr).[1]

Il futuro della infrastruttura italiana di produzione dell’acciaio

Nel garantire la continuità salariale degli organici attuali e la continuità degli approvvigionamenti ai processi “a valle” della produzione di acciaio primario, è necessario anche garantire le funzioni di:

  1. ricerca e aggiornamento delle tecnologie per evitare che la sospensione della attività produttiva comporti perdita di know-how;
  • formazione degli organici, a tutti i livelli, del complesso processo a monte e a valle della fase siderurgica. Per mantenere le competenze è indispensabile ammodernare e consolidare le professionalità.

Queste due funzioni potrebbero venire seriamente danneggiate dalla sospensione per un periodo pluriennale della produzione siderurgica di base. Dunque, è necessario dedicare a esse una specifica attenzione progettuale, investimento e struttura.

Nel disegnare la strategia per la ricostruzione della nuova struttura nazionale per la produzione siderurgica e dei processi a valle dell’acciaio devono essere tenute presenti una serie di condizioni che allo stato attuale si possono solo elencare in modo generico e qualitativo. 

Si propone di seguito un elenco non esaustivo e non gerarchizzato.

  • verificare se il modello da perseguire sia ancora quello della grande acciaieria “generalista”. I modelli vincenti in questo settore sono quelli di piccole acciaierie ad alta tecnologia che producono acciai speciali in un’integrazione molto stretta con il resto della filiera, sia a valle che a monte;
  • verificare i probabili fattori che potranno modificare la domanda. I problemi del settore della produzione dell’acciaio sono dovuti a una serie di fattori: la crisi dell’edilizia e della grande ingegneria, in particolare quella esportata da soggetti quali Astaldi, Condotte, Saipem; la modifica dei materiali utilizzati in molti settori industriali; l’uso sempre più diffuso di alluminio e di materiali compositi; la contrazione della cantieristica, dell’industria chimica, della meccanica più o meno raffinata: dai tubi alle calandrature; 
  • valutare gli sviluppi tecnologici, in particolare la manifattura additiva con l’uso di polveri altamente ingegnerizzate. Siemens considera oggi economicamente vantaggioso produrre per lotti da diecimila pezzi in manifattura additiva piuttosto che con i mezzi e i processi tradizionali. Non si costruisce eliminando materiale dal pieno, ma aggiungendolo sul vuoto. 
  • Valutare la storia recente: come i grandi produttori della siderurgia hanno modificato le loro strategie, localizzazioni, processi e prodotti per uscire dalla crisi generata dall’emergere di nuovi attori, soprattutto nell’est asiatico: prima Giappone, poi Corea, India, Cambogia, Vietnam… una dinamica alimentata solo e unicamente dal costo unitario che dipende dal costo dell’energia, dell’inquinamento, dei salari, dei trasporti, delle materie prime, del finanziamento, ammortamento impianti e assicurazione rischi. Solo chi ha integrato la filiera verticalmente riesce a rimanere competitivo. 
  • Comprendere come hanno giocato e come possono influenzare gli sviluppi dei mercati e delle posizioni competitive le politiche industriali nazionali o regionali. Ammesso e non concesso che l’Italia si sia mai dotata di una politica industriale, oggi non abbiamo a che fare con un problema italiano, ma con una questione che interessa l’Europa tutta. 
  • L’Italia è e continuerà a essere un paese di trasformazione. Cresciamo e prosperiamo se siamo in grado aggiungere valore in modo sostanziale così da presentare prezzi di vendita che consentano i margini indispensabili per quadrare i conti. In alternativa si deve fare parte di una rete di creazione di valore in una logica a somma positiva che supera il concetto di competitore e introduce quelle di complementatore: vedi “Co-opetition” di Adam J. Branderburger e Barry J. Nalebuff. Non abbiamo nessuna idea di chi siano o possano essere i nostri complementatori, ovvero i soggetti che con la loro attività aggiungono valore alle nostre.
  • La protezione a tutti i costi dei posti di lavoro ha troppo spesso avuto come conseguenza il mantenimento in vita di attività che avrebbero dovuto essere chiuse, innovate e poi riprese con logiche attuali. 
  • Indispensabile integrare nel disegno della strategia e nella successiva implementazione operativa i sindacati. Devono trovare la capacità e la volontà di superare i limiti del loro ruolo passato e delle responsabilità relative; devono evolvere per aggiungere valore all’economia. Aggiungere, non sottrarre.
  • Ci sono dubbi su Taranto che vanno superati privilegiando con forza la condizione delle priorità: Taranto è un vaso di Pandora. Se si toglie il coperchio nessuno sa cosa può accadere. Se si chiude, poi come si interviene? Sarcofago di cemento armato modello Chernobyl? Oppure bonifica? Fino a che profondità si deve scavare per essere sicuri di avere eliminato tutto lo strato inquinato? Come si ripulisce? Con che processo? 
  • Meglio continuare a produrre con commesse certe e nel frattempo mettere il tutto a norma, per quanto possibile? Tutti questi dubbi e gli altri che si possono esprimere cercando di difendere una linea passiva e attendista sono travolti dal categorico kantiano: non si può continuare a negare la tragedia dell’errore commesso. 
  • Privato o pubblico? Bisogna oggi riflettere sull’esperienza, vincente, dei tre paesi che hanno perso la Seconda guerra mondiale e che sono risorti grazie a una economia mista – ovvero Italia, Germania e Giappone – forse, con le dovute modifiche, adattamenti ed evoluzione, è da riprendere, da riprogettare. Il privato puro se ne frega totalmente dei problemi di infrastruttura. Lascia che sia lo stato a pagare e poi se ne avvale. Peccato che non ci sia più nessuno stato che paga. Se non ci fosse stata la rete telefonica mondiale con capacità residua disponibile, il protocollo internet sarebbe rimasto una curiosità da accademici perversi. Opportuno andare a rileggere Keynes. Per Taranto Non serve una politica sui consumi, occorre una politica di più investimenti e di welfare. 
  • La tragedia ILVA/Taranto è un magnifico pretesto per mettere in piedi un gruppo di persone con qualche neurone ancora attivo e una documentata capacità di innovazione e invenzione, a livello per lo meno europeo e preferibilmente mondiale, per ragionare sul prossimo futuro da progettare e costruire, mettendo in comune le risorse disponibili, in una logica di economia mista, dove lo stato amministra e lascia i politici a divertirsi nel loro “sand box“.
  • L’ottimismo della volontà.

Il nuovo ruolo dei sindacati nella figura complessa del sindacato/impresa.

Nella vicenda ILVA/Taranto nella figura imprenditoriale pubblica complessiva che dovrà essere posta in essere i sindacati dovranno avere uno ruolo e uno spazio responsabile con un profilo nuovo rispetto alla loro storia degli ultimi 50 anni: non più controparte dell’impresa, ma parte dell’impresa. Il destino dell’azienda e a quello degli organici sono legati in modo molto diverso dalla figura antagonista tradizionale vetero-marxiana capitale/lavoro. Quando l’ambiente interviene nell’equazione, la salute di generazioni future, la vivibilità del territorio a scala regionale (nazionale) la dialettica diventa molto più complessa rispetto allo schematismo oramai sterile del confronto fra due entità che non possono più essere contrapposte, perché sono invece legate da un destino ineludibilmente associato e comune.

Questo assunto impone una revisione profonda della cultura sia del sindacato che dell’impresa che forse non sarà il minore dei problemi.

Altri punti da sviluppare:

  • La vita statisticamente certa degli abitanti della città va garantita. I morti per tumore devono essere contenuti nel numero della statistica media italiana
  • La sussistenza occupazionale o meno della forza lavoro attuale va finanziata.
  • La continuità del sistema industriale italiano dipendente dall’acciaio va garantita.
  • Il risanamento ambientale della regione intorno a Taranto è condizione ineludibile.
  • La ricostruzione della capacità produttiva della siderurgia controllata dall’Italia è l’obbiettivo finale.
  • Progetto della nuova visione economica per Taranto: il più grande e attrezzato porto turistico/sportivo del Mediterraneo, cantieri, manutenzione, ospitalità, servizi.
  • Organizzazione politica e logistica dell’intera operazione con un Commissario ad Acta.
  • Il programma pluriennale lanciato su 15-20 anni va negoziato con i vertici dell’Unione Europea, con la Banca Centrale Europea, con il Fondo Monetario Internazionale e con la Banca Mondiale.

[1] Da non escludere la possibilità che l’approvvigionamento tramite il consorzio di acquisto e lo sfruttamento ottimale della sua operazione sui mercati di offerta si dimostri economicamente competitivo nei confronti della situazione gestita da un impianto che, per quanto nuovo o ammodernato, sostenibile sul piano sociale e ambientale, possa risultare non competitivo in termini di costi.

Pubblicato in Senza categoria | 1 commento

Traccia per la soluzione del problema dell’ILVA di Taranto

Taranto

Traccia per una soluzione
del problema dell’ILVA di Taranto

Lorenzo Matteoli
18 Novembre 2019

 

L’eredità tragica di una cultura degli anni 1950-60 che oggi sembra assurda, acefala, mostruosa, ma allora era l’emblema dell’impresa italiana di Stato. Nessuna preoccupazione ambientale, nella committenza Italsider, nella committenza politica, nell’amministrazione cittadina. L’unica spinta /motivo era l’occupazione, e le tonnellate di acciaio che la cultura Italsider passava come parametro di modernità: la civiltà di un paese si misurava in tonnellate di acciaio per abitante prodotto.

La responsabilità dell’errore è politica e nazionale.

Così si è costruito e si è fatto funzionare per 60 anni il Quarto Centro Siderurgico Italiano a Taranto: nel centro della città.  Che è stato per 60 anni il mostro cancerogeno della città (i.e regione),  il luogo di 15 mila posti di lavoro (più l’indotto), la struttura portante del manifatturiero italiano a valle della siderugia (auto, edilizia, elettrodomestici, ferrovie, treni, …). In gergo downstream.

Chiuderlo oggi vuol dire mettere in crisi tutto il sistema industriale italiano.

Mantenerlo in funzione significa migliaia di morti per tumori vari per i prossimi n anni.

Una decisione che richiede visione e progetto lanciati su una prospettiva di 15 anni almeno del valore di qualche migliaio di miliardi di Euro. Vanno stabilite le priorità e su quella base va  disegnata una traccia risolvente. Da lì bisogna andare avanti. Ecco la mia proposta per pensare.

 

Le priorità?

  1. La vita statiscamente certa degli abitanti della città. I morti per tumore devono essere contenuti nel numero della statistica media italiana.
  2. La sussistenza occupazionale o meno della forza lavoro attuale va finanziata
  3. La continuità del sistema industriale italiano dipendente dall’acciaio va garantita
  4. Il risanamento ambientale della regione intorno a Taranto è condizione ineludibile.
  5. La ricostruzione della capacità produttiva della siderurgia italiana è l’obbiettivo finale

 

Traccia di soluzione proposta:

  1. chiusura immediata dell’impianto di Taranto
  2. garanzia della continuità del downstream industriale con contratti pluriennali di fornitura dell’acciaio da Cina, Russia e Giappone o altri potenziali produttori di acciaio nel mondo
  3. salario di emergenza alle maestranze sospese, riqualificazioine, ricollocazione, prepensionamento.
  4. progettazione e costruzione della capacità produttiva della siderurgia italiana con standard attuali di assoluta coerenza ambientale a Taranto o altrove, non necessariamente in Italia, noi necessariamente in Europa.
  5. Organizzazione dell’appalto dell’intera operazione.

 

Il programma pluriennale (10-15 ) anni va negoziato con l’Unione Europea, con il Fondo Monetario Internazionale con la Banca Centrale Europea e la Banca Mondiale.

 

Lorenzo Matteoli

 

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

ILVA: I neosessantottari al potere

 

5cc223a42400003300777a28

Non ho tempo di elaborare.

Ma leggendo quello che succede  in Italia sull’ILVA la mia sintesi è questa:

I neosessantottari sono finalmente arrivati al potere  (con 50 anni di ritardo) e i vecchi logorati sessantottari cercano di resistere.

Mala tempera currunt…

Lorenzo Matteoli

 

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

L’altra faccia dell’evasione fiscale

euro ansa soldi banconote-2
90 miliardi di euro immessi nella circolazione liquida ogni anno

 

Il Governo spera di recuperare un certo numero di miliardi di euro dalla “lotta all’evasione” scrivo “un certo numero di miliardi” perché le cifre comunicate variano da 3 a 7 miliardi e non si sa (ad oggi) quale sia quella vera. È troppo facile prevedere che qualunque sia la cifra, l’“obbiettivo” non sarà raggiunto. Non sapremo mai quale sarà stato il risultato perché i numeri verranno manipolati e falsificati…per ovvie ragioni.

Ma il problema è irrilevante, almeno nei termini nei quali viene posto, per vari, scivolosi motivi e ne elenco tre (i principali e strutturanti):

  1. Il gettito fiscale recuperato consoliderà (e aumenterà) lo spreco che è la marca fondamentale della spesa pubblica.
  2. Il gettito fiscale recuperato non diminuirà le tasse dei contribuenti onesti
  3. Le maggiori entrate promuoveranno maggiori spese e maggiori sprechi e costringeranno i futuri governi ad aumentare la pressione fiscale per farvi fronte

Esiste una verità storica documentata che viene ignorata per compiacere la demagogia con la quale viene sbandierata la “lotta all’evasione”: per diminuire l’evasione l’unico strumento è ridurre la pressione fiscale perché l’eccessiva pressione è la molla che motiva (per alcuni addirittura giustifica) l’evasione. Anche questo aspetto viene usato demagogicamente per cui è necessario fare attenzione ai numeri, alle misure accessorie, alle modalità di implementazione. (per inciso le tasse non progressive come la c.d. flat tax sono un classico della demagogia disonesta).

Nell’ampia letteratura sul tema è quasi impossibile trovare documenti e analisi su come vengono spesi (dagli evasori) i soldi “guadagnati” con l’evasione. Una conoscenza precisa di come vengono re-immessi nel ciclo macroeconomico i 107 miliardi all’anno di evasione potrebbe essere utile per orientare la legislazione e la regolamentazione finalizzata a ridurre il fenomeno senza danneggiare l’economia del Paese. Perché una azione indiscriminata di lotta all’evasione potrebbe non solo essere inutile, ma risultare di danno all’economia del Paese.

Non ho trovato analisi che consentano di disaggregare le voci che connotano qualitativamente e quantitativamente la “spesa” dei soldi che gli evasori sottraggono allo Stato e che costituiscono la loro “posta attiva”. Posso cercare di elencare quali potrebbero essere alcune di queste voci, ma il loro peso quantitativo nel bilancio generale di come vengono gestiti i 107 miliardi all’anno richiede ricerche e studi di portata non indifferente. È auspicabile che qualcuno queste ricerche e questi studi l faccia e i risultati saranno sicuramente utili e sorprendenti.

La caratteristica principale dell’enorme “malloppo” in mano agli evasori è che si tratta di denaro “nero” che difficilmente può essere speso in modo rintracciabile e ufficiale.  Ci deve quindi essere un mercato una domanda di fondi “neri” di dimensione consistente con il “malloppo” in offerta. Non è cosa da poco: si tratta di una forza economica pari a circa l’11% delle entrate dello Stato nel 2019. (competenza e cassa, entrate totali nel 2019: 1152,61 miliardi di euro).

L’altra caratteristica di questa massa di denaro è la sua distribuzione polverizzata. A parte i pochi “grandi evasori” che quantitativamente sono quasi irrilevanti: intorno al 10% forse. Mentre il 68.3% del “malloppo” è nelle mani di 765 000 lavoratori autonomi. Il rimanente 22% circa è spalmato sul consumo al dettaglio (senza scontrino) di milioni di italiani.

Mentre i “grandi evasori” investono il frutto della loro evasione sui mercati finanziari internazionali attraverso agenzie e banche compiacenti nei cosiddetti “paradisi fiscali”, tutti gli altri evasori italiani rimettono in circolazione il denaro sottratto al governo (e ai contribuenti onesti) in via breve, comprando beni e servizi con modalità in parte non rintracciabili (cash) polverizzate.

Mentre la cifra investita sui mercati finanziari dai grandi evasori difficilmente ritorna in Italia e quindi viene di fatto sottratta alla economia domestica del Paese, il malloppo detenuto dai lavoratori autonomi e dallo scambio al dettaglio (il 90% circa della evasione totale quindi più di 90 miliardi di euro) costituisce e una importante immissione di liquidità nell’economia italiana con cadenza annuale.

Questa liquidità diffusa si ri-concentra poi attraverso i canali commerciali correnti e viene di fatto “lavata” dal sistema di circolazione monetario e dagli scambi che lo connotano.

Si tratta di una significativa immissione di liquidità nel sistema, di efficacia importante. Non sono in grado di valutarla, ma non mi risulta che, oggi in Italia, ci sia una legge di connotazione sociale-economica (keynesiana) che immetta ogni anno nella economia italiana 90 miliardi di euro. Non sono nemmeno in grado di valutare quanti di questi miliardi finiscano per contribuire fiscalmente (tramite l’IVA) alle entrate dello Stato, ma potrebbe, anche in questo caso, essere una quota significativa.

Le considerazioni svolte per sottolineare alcuni aspetti dell’evasione fiscale che non compaiono nel dibattito corrente e sui quali varrebbe la pena svolgere qualche seria ricerca.

Lorenzo Matteoli

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

I HAVE A DREAM!

2 bartali coppiquando l’Italia sognava e costruiva l’Autosole

Ho ri-pensato alla mia proposta di Ministero per la Promozione del Pensiero Utopico e alla accusa a questo governo di non avere una visione, un progetto, un sogno…e mi sono chiesto:” ma quelli che lanciano questa accusa, che sogno hanno?”.

Mi piacerebbe avere qualche risposta dai giornalisti, dagli elettori del PD, dagli elettori 5stelle, dai giovani con i jeans tagliuzzati a cazzo…

Il fatto drammatico è che non è il governo e i suoi uomini PD/5S che manca di visione, progetto, sogno. È questo Paese intero: quasi 60 milioni di soggetti giovani, vecchi, uomini, donne, bambini che sono schematicamente nudi di “sogno”, progetto, visione.

Per una serie complicata di motivi, fatti, vita vissuta, telefonini, toksciò, TVsquallor, squola, calcisteria, dipietro, berlusca, buynowpaylater, jeanstagliuzzati, gilettigruberbianchi, conte1+2, sgarbivittorio, russiagate, mafia, vaticano, cardinali, ladri,  augias, casapound, trenitalia, alitalia, capitani coraggiosi, ILVA, Whirlpool,dimaio, metropol, savoini, salvini, bugiardi, santanché, juventus, ronaldo, MPS, Raggi, grillo, casaleggio, rousseau,…abbiamo perso la capacità di sognare un’Italia “altra”, diversa, decente, pulita, che funziona. Senza demagogia cialtrona, senza incompetenti al timone, senza ladroni nella stanza dei bottoni. Che fa anche rima.

Certo, chi non l’avrebbe persa la capacità di sognare sotto la violenta aggressione delle parole chiave sopraelencate e delle migliaia di altre che non provo nemmeno a scrivere, a pensare. Viviamo in pieno nella letale previsione di Karl Mannheim: con la fine dell’utopia…[1] siamo diventati semplici oggetti e viviamo di impulsi da telefonino.

Per rimediare o contribuire in qualche modo, ecco un elenco di plausibili sogni che mi permetto di suggerire a noi e ai vari livelli di s-potere politico:

  • Un’Italia senza demagogia cialtrona
  • un’Italia senza cialtroni che credono alla demagogia
  • Una scuola e un sistema di istruzione qualificato, giustamente e rigorosamente meritocratico
  • Maestri elementari pagati bene
  • Un sistema giudiziario giusto, rapido, efficace
  • Suffragio qualificato: elettori ignoranti eleggono politici ignoranti.
  • Competenti e responsabili al governo: i bugiardi buttati fuori
  • Il problema dei migranti affrontato a livello Europeo con l’Italia che si faccia carico di un progetto plurigenerazionale che non sia basato sull’affogamento delle decine di migliaia nel Canale di Sicilia e delle decine di migliaia nei campi di tortura libici Minniti/Serraj/Bija
  • Una politica italo-europea per l’incentivazione del rientro delle industrie delocalizzate
  • Un’Europa Federale socialdemocratica senza “assi” privilegiate
  • …in progress.

lorenzo matteoli

[1] La fine dell’utopia porterà la totale immobilità di tutto e in questa immobilità l’uomo diventerà un semplice oggetto. Ci troveremmo di fronte al più grande paradosso immaginabile: l’uomo che ha raggiunto il massimo livello di controllo razionale dell’esistenza, lasciato senza ideali, diventa una mera creatura di impulsi. Così, dopo un lungo tortuoso, ma eroico sviluppo, allo stato di massima consapevolezza, quando la storia cessa di essere fato cieco, e sta diventando sempre più opera dell’uomo, con l’abbandono delle utopie, l’uomo perderebbe la sua volontà di formare la storia e con essa la sua capacità di comprenderla.” (da Karl Mannhei “Ideology and Utopia” traduzione del brano citato di l.matteoli)

 

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Ministero per la visione utopica MINVISUT©

IMG_1142

 

Ci lamentiamo tutti perché questo governo manca di “progetto”, di “visione”. Qualcuno dice poeticamente che: “manca il sogno”. Vero. Ma dobbiamo anche onestamente chiederci come fanno a sognare questi: senza soldi, attanagliati dai debiti, costretti a racimolare 23 miliardi per evitare la “punizione” della clausola di aumento dell’IVA. Forse è meglio che non sognino e che si diano da fare nell’operazione “raschiare il fondo del barile”.

Sui 23 miliardi c’è da dire una cosa: sono dovuti perché lo scorso anno per andare in deficit hanno dovuto sottoscrivere la clausola di “aumento dell’IVA”. Detto in termini espliciti si tratta del caso patologico del debitore che per pagare precedenti debiti è costretto a contrarre nuovi debiti. Un ciclo notoriamente perverso e fatale che in genere finisce in un solo modo: tragico.

Non hanno quindi scelte e non si possono permettere sogni grandiosi e follie keynesiane per “rilanciare” l’economia, si attengano quindi al cosiddetto “shop Keeper budget” con tutto il rispetto dovuto alla categoria dei bottegai. Gente solida.

I nostri politici hanno anche la preoccupazione di essere rieletti alla prossima scadenza elettorale e l’unica cosa che sanno fare per garantirsi i voti, al loro livello di cultura, è la demagogia. Alla quale si dedicano con poco pudore. Non sapendo cosa fare di meglio.

C’è anche da dire che i sogni costano poco e se dichiarati come tali possono anche essere onesti. Come dicono i critici di questo governo sono anche necessari: in breve la produzione di “sogni”, di ”visioni utopiche”, “visione di lungo termine”…”progetto” è una precisa funzione di governo e deve essere attrezzata di opportune strutture.

Ecco la ragione della mia proposta per un ministero per la promozione della visione utopica o, più in breve Ministero per la Visione Utopica, acronimo MINVISUT (©l.matteoli)

Per ora mi limito alla anticipazione dell’idea, ma la cosa è densa di implicazioni sulle quali intendo ritornare quanto prima.

Nella figura il Duomo di Milano un’opera realizzata fra Medioevo e Rinascimento   quando gli strumenti erano vanghe, picconi, martelli e scalpelli e rozzi argani per il sollevamento di pesi, ma non mancò a quel tempo la “visione utopica” per fare un’opera “impossibile” che di fatto ha strutturato la moderna Lombardia. Oggi un’opera paragonabile potrebbe essere quella di impostare la transizione a un pianeta sostenibile, la transizione al capitalismo decente, porre le basi per una società civile….tornerò presto sull’argomento.

Lorenzo Matteoli

 

Su tecnologie e utopia vedi:

http://members.iinet.net.au/~matteoli/html/Articles/UtopiaEngItal.html

 

Così scrive Karl Mannheim alla fine del suo libro Ideology and Utopia:

… The disappearance of utopia brings about a static state of affairs in which man himself becomes no more than a thing. We would be faced then with the greatest paradox imaginable, namely, that man, who has achieved the highest degree of rational mastery of existence, left without any ideals, becomes a mere creature of impulses. Thus, after a long tortuous, but heroic development, just at the highest state of awareness, when history is ceasing to be blind fate, and is becoming more and more man’s own creation, with the relinquishment of utopias, man would lose his will to shape history and therewith his ability to understand it (K.Mannheim, Ideology and Utopia))

…La fine dell’utopia porterà la totale immobilità di tutto e in questa immobilità l’uomo diventerà un semplice oggetto. Ci troveremmo di fronte al più grande paradosso immaginabile: l’uomo che ha raggiunto il massimo livello di controllo razionale dell’esistenza, lasciato senza ideali, diventa una mera creatura di impulsi. Così, dopo un lungo tortuoso, ma eroico sviluppo, allo stato di massima consapevolezza, quando la storia cessa di essere fato cieco, e sta diventando sempre più opera dell’uomo, con l’abbandono delle utopie, l’uomo perderebbe la sua volontà di formare la storia e con essa la sua capacità di comprenderla. (traduzione l.matteoli)

(Karl Mannheim, Ideology and Utopia)

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento