Sulla mania di distruggere monumenti, un commento di 15 anni fa

La recente mania di distruggere monumenti o di vandalizzarli perché in altri tempi, in altre culture, in altre storie, in altri regimi i loro soggetti avevano espresso o rappresentato valori diversi o antinomici rispetto a quelli validi e riconosciuti oggi mi ha ricordato un episodio di 15 anni fa sul quale in quella occasione ho scritto un sintetico commento. Di seguito lo ripropongo.

L’occasione del commento fu:

 Il disegno di legge n. 224 sullo “status” dei combattenti della Repubblica Sociale Italiana.

“Il disegno di legge (n. 224) stabilisce che ai soldati e agli ufficiali che militarono nell’esercito della repubblica sociale italiana deve essere riconosciuto lo status di
militari combattenti equiparato a quanti combattettero nei diversi paesi
in conflitto durante la seconda guerra mondiale.”
……..
“Qui non si tratta, come é giusto, di rispettare i caduti di ogni colore,
ma di difendere i valori della Resistenza e della lotta di Liberazione e
i principi fondanti della Repubblica e della Costituzione contro una
maggioranza che vuole sradicare le basi stessi della nostra convivenza civile e della
nostra identità democratica. ” (Così scrive Nicola Tranfaglia nel presentare la petizione egli storici).

Ed ecco il mio commento di 15 anni fa:

Mi arriva sul mail una richiesta per diffondere un appello di professori di storia contro il disegno di legge n. 224 presentato dai parlamentari di AN sullo “status” di militari combattenti ai seguaci della Repubblica Sociale Italiana.
Non diffonderò l’appello. Di seguito uno stralcio del documento e quindi i motivi e le ragioni per le quali non intendo diffonderlo. 
(L. Matteoli 2005)


E quali sono i valori della resistenza e della lotta di liberazione se non quelli della libertà, della eguaglianza, degli eguali diritti e del rispetto di una democrazia basata su maggioranza e minoranza e alternativa?
Non credo che sia da diffondere, almeno da parte mia, l’appello degli storici che trovo inutilmente settario dopo mezzo secolo di storia democratica e libera. Chi lo vuole diffondere però deve farlo.
Dopo l’8 settembre del ‘43 l’Italia venne divisa. A parte le responsabilità di Mussolini e dei gerarchi fascisti e quelle della casa regnante debole e imbelle, chi non aveva responsabilità di governo o comando venne lasciato con la sua coscienza.
Per alcuni la coscienza indicò la via di obbedienza all’armistizio unilaterale di Badoglio e del passaggio agli “alleati” e alla resistenza contro i tedeschi e i fascisti per altri la coscienza indicò l’obbedienza alla Repubblica di Salò come logica erede del regno al quale avevano giurato lealtà. Non me la sento di giudicare, oggi, una coscienza migliore o peggiore dell’altra. Chi nell’Esercito e nella Marina Italiana decise per l’una o l’altra cosa decise onestamente e secondo le informazioni che aveva e il senso morale che sentiva: l’onore, la coerenza, la fedeltà a quella che sembrava essere la continuità dei valori nei quali era stato educato e dei quali era imbevuto, da una parte, la visione di una nuova era democratica e libera dall’altra.
Tutti avevano giurato fedeltà e lealtà alla stessa bandiera e allo stesso re: l’interpretazione di quale fosse il versante del loro impegno di lealtà era, obbiettivamente, soggettiva. Non sta a noi oggi giudicare chi avesse ragione e chi torto allora. Noi oggi abbiamo informazioni che loro non avevano. Scelleratezze e indegnità vennero commesse dalle due parti: massacri, linciaggi, vendette personali e quanto di più orrendo. Ci sono volumi che elencano e registrano ogni sorta di indecenza dei “resistenti” e dei “repubblichini”, ma questo non autorizza a qualificare gli onesti delle due parti alla stregua degli assassini, infoibatori, massacratori delle due parti. Ad ognuno le sue responsabilità: caso per caso, morto per morto. Sono contento che non abbiano vinto i seguaci di Salò, e sono contento che l’arrivo degli Americani abbia drasticamente moderato il segno politico della vitttoria del CLN, ma la visione dopo 60 anni deve superare la specificità di allora.
La legge presentata al Parlamento da AN rende giustizia agli onesti che sicuramente c’erano anche dalla parte della Repubblica di Salò e che non devono patire, nella memoria, per le efferatezze dei loro capi o dei loro compagni assassini.
La trovo civile ed è tempo che una iniziativa di questo genere venga presa: è opportuno non travisarne il significato. La fraseologia roboante di Tranfaglia et al. è reazionaria e “vecchia”, non è la vera sinistra, ma la sinistra di maniera e conforme a un modello di schieramento manicheo che ha fatto il suo tempo e del quale si sente la stanchezza rituale. 
Chi scelse nel ‘43 non sapeva di Auschwitz, l’”ordine fascista” era “l’ordine”, nella “resistenza” leggeva gli orrori di Stalin e di Tito e del comunismo sanguinoso dei gulag, delle foibe e del massacro dei mugiki e non i “valori” che adesso appaiono così facilmente chiari a Tranfaglia. Non lo erano allora.
Risento inoltre nell’appello di Tranfaglia la stessa bigotteria e servilismo ideologico per il quale il mio zio Federico Tamburini capitano sul sommergibile Guglielmotti, affondato da una bomba di profondità inglese prima dell’8 settembre, non ebbe, per molti anni, il nome scritto sulla lapide che ricorda tutti i caduti dell’Accademia Navale di Livorno.
Questa “sinistra” rituale e stanca, senza un attuale “motore” ideologico, o visione,o progetto, si agguanta a una polemica che dopo 60 anni ha il diritto di essere chiusa con civiltà e senza settarismo. 
L’emblema, tragico, è Bertinotti che di fronte alla appassionata domanda di sogno, di utopia e di visione non trova di meglio che allearsi con Prodi, Dipietro e Mastella.
Non diffonderò l’appello, e spero che si apprezzino i motivi e le ragioni della posizione senza lo schematismo di maniera che vede accusati di “fascismo” tutti coloro che rifiutano il diagramma di questa non-sinistra, “o con noi o contro di noi”.

Lorenzo Matteoli
5 Marzo 2005

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Name dropping per la Presidenza della Repubblica

Eugenio Scalfari, fondatore de La Repubblica, un po’ velato dalla nuova proprietà, non rinuncia al ruolo di “kingmaker” e sulla Repubblica di oggi, primo nel teatro politico nazionale, butta nell’Arena i nomi: Conte, Draghi, Prodi, Letta, Gentiloni.

Una lista un po’ bizzarra, per essere cortesi. Lasciando da parte la cortesia, poco adatta al contesto ruvido dello scontro aperto, di seguito propongo qualche considerazione su ognuno dei candidati di Scalfari, mescolando le mie speranze con qualche elemento pratico.

Conte: Scalfari lo ha messo in lista con un gesto elegante, ma l’avvocato primo ministro non ha la dimensione storica, politica, culturale e umana per entrare in quella lista. Non lo voterà mai la destra, non lo votano i grillini, non lo vota il PD. Non so bene chi resta, ma credo siano proprio pochi. In una classifica da meno 5 a + 10 darei a Conte – 4 punti. (Dico menoquattro.)

Draghi: sarebbe anche il mio candidato. Ha la dimensione storica, culturale, politica e umana. L’autorevolezza e la competenza. Ragioni per le quali meriterebbe nella classifica il punteggio massimo di +10. Proprio per questa ragione è un candidato che fa paura, perchè non è controllabile dalla palude parlamentare. Non è inoltre certo che accetterebbe la candidatura, e avrebbe molte buone ragioni per non accettare l’enorme rischio che per lui rappresenterebbe quel ruolo.

Prodi: Anche Prodi viene messo da Scalfari nella rosa dei nome per una questione di buon gusto, ma senza nessuna vera convinzione. Nel Curriculum di Prodi ci sono molte ombre, e un bagaglio politico decisamente pesante e non nel senso positivo. Nella mia classifica Prodi vale +1. Forse menodue.

Letta: detto anche “stai sereno“. Colto, politicamente attrezzato, debole sul piano umano, molto accademico e oggi distante dalle piazze. Storicamente poco significativo. Chi potrebbe votarlo? Non il PD, non la destra, non i grillini. Restano pochi. Nella mia classifica non supera i 3 punti positivi.

Gentiloni: Esce bene dalla sua storia parlamentare e di primo ministro, ma non in modo smagliante e glorioso: un bel grigio. Politicamente e culturalmente qualificato ma svantaggiato dalla carica europea che lo tiene distante dalla piazza italiana. Nella mia classifica merita un 7 positivo.

Per antica tradizione i primi nomi che si fanno vengono sempre massacrati dalla storia. ..e c’è sempre il pericolo lo di una candidatura esterna bruciante 5Stelle tipo Grillo o Di Maio. Escluderei comunque Crimi e Lezzi, ma su Appendino e Raggi starei attento…una donna per presidente è una botta vincente!

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La raccolta di 8 anni di commenti sul mio blog

Sto raccogliendo i miei pensierini dal 2012 ad oggi e li pubblicherò su un website con indici vari per facilitare la consultazione. Questa è la breve prefazione che sto preparando. Saluti cordiali, Lorenzo Matteoli

Ecco la prefazione:

Ho raccolto in un unico testo html tutti i “pensierini” da Scarborough dal 2012 ad oggi. Alcuni sono ancora attuali e interessanti altri, più legati alla specifica congiuntura, valgono come memoria. La lettura, anche disordinata, della raccolta consente di percepire un significato dell’esercizio molto diverso da quello che si può ricavare dalla lettura dei singoli commenti.  Il tutto è diverso e più significativo della somma dei singoli pezzi.

Quattro sono le critiche fondamentali che ho ripetutamente espresso dalle quali derivare la linea propositiva:

  1. Il vuoto culturale
  2. La mancanza di visione sistemica
  3. Il deserto di competenza
  4. L’assenza di progetto  

Il vuoto culturale

Elemento critico ricorrente nei miei “pensierini” da Scarborough è il deserto culturale che caratterizza il personale politico del governo giallo/verde (Conte 1) e dell’attuale governo Giallo/Rosso (Conte 2).

Non ha senso pretendere da un (non) partito come il Movimento5Stelle una “cultura di governo”: non la può avere come entità politica nuova nel teatro parlamentare e non la si può pretendere. Ma è invece giusto chiedere ai suoi rappresentanti un dignitoso livello culturale e di competenza. Dove con questi termini si indica un livello di cultura generale (storia, geografia, economia, ambiente, giuridico-legale, geo-politica internazionale …) che li metta in grado di orientarsi nella complessità del mondo attuale. Nessuno dei personaggi del M5S al governo e in Parlamento supera questo esame. Quello che è peggio è che invece di riconoscere la loro lacuna, se ne vantano come di caratteristica qualificante: “… siamo liberi dal paradigma castrante della conformità culturale corrente, possiamo pensare fuori dagli schemi storici riduttivi del sapere omologo/conforme…” una posizione che può essere credibilmente assunta, e non lo è, da chi dispone di strumentazione culturale e di competenza di eccellenza e incontestabilmente superiore al livello corrente, ma che è penosamente ridicola quando viene assunta e dichiarata da personaggi che, a malapena, dispongono delle conoscenze acquisite nella scuola media italiana. Ma più che altro è pericolosa se associata a effettive responsabilità di governo della cosa pubblica.

Incolti, senza competenze professionali né di altro genere (pratica artigiana, mestiere, pratica gestionale …) operano e decidono sulla base di slogan puerili, che ricordano vagamente la cultura sessantottara deteriore (Marcuse non digerito), e con quel livello provocano disastri e bloccano decisioni politiche, legislative, gestionali vitali. O ne assumono di sciagurate. Oppure, senza decidere nulla, per sciocche battute demagogiche, provocano catastrofi finanziarie del costo di miliardi di Euro (“L’euro è un crimine contro l’umanità. Prima salta l’euro, prima posso riprendere la battaglia per l’indipendenza.“ Matteo Salvini, ANSA  15 Dicembre 2013)

Classici esempi: no-euro, no-vax, no-tav, flat tax, no Mes, no recovery fund, …

Associato a questo atteggiamento quello immediatamente conseguente che definirei della volatilità/fragilità, cioè della disinvoltura e leggerezza con la quale cambiano opinioni e posizioni (politiche, economiche, gestionali, giuridiche…), e della polverizzazione delle posizioni all’interno del loro gruppo. Caratteristica che li rende assolutamente inaffidabili come entità di governo responsabile di strategie politiche e gestionali di medio lungo termine. Tipica di questa linea comportamentale la condotta dei loro c.d. leader, Di Maio, Di Battista… che galleggiano sui sondaggi di opinione, sulla demagogia congiunturale, sul giorno per giorno. Una produzione di pensiero politico condotta da Facebook, Twitter e dall’ultima qualunque di cronaca che sembra garantire qualche migliaio di voti di pura demagogia.

Di fronte al M5S, e alla sua puerilità culturale, si trova il Partito Democratico. Erede di una secolare tradizione politica e di mezzo secolo di esperienza al governo che però, dopo la sua lunga crisi identitaria (iniziata con il crollo del muro di Berlino, il nove novembre   1989), non riesce oggi a sintetizzare in una linea politica chiara, leggibile, operabile. Sostenuta da tutto il Partito. Incapace di riconoscere i molti errori del passato e di superarli, incapace di riqualificarsi come moderno partito socialdemocratico, incapace di identificare e definire il “luogo” attuale di un partito progressista di sinistra in Italia e in Europa, il PD “galleggia” su una minestra ideologica confusa, ineffabile e inespressa, diviso in decine di parrocchiette, sette, e conventi senza un vero autorevole riferimento culturale, politico, sociale, economico. Insegue ora la demagogia peggiore dei 5Stelle, ora qualche vecchia visione storica del PCI, ora qualche nuova coraggiosa posizione liberal/socialdemocratica. Questa immediatamente aggredita dai vari fondamentalismi interni o, peggio, dalle varie gelosie dei vecchi inossidabili dinosauri (uno solo a dire il vero Massimo Dalema).

Una minestra composita che non consente effettiva operatività politica in un momento che invece richiederebbe vigore e innovazione ideologica per subentrare al fallimento del capitalismo da rapina da una parte e del comunismo reale dall’altra.

Il “capitalismo decente”, capace di rimediare alla catastrofe della diseguaglianza generata da 30 anni di capitalismo da rapina e di brutalità del comunismo reale, sta ancora aspettando una leadership politica e gestionale, un interprete attuale.

Aspettando un Godot in tragico ritardo, ma chiarissimo nella sua identità politica, economica, sociale. Gualtieri ci prova, Renzi ci prova, Conte ci prova, ma al momento nessuno dei tre sembra avere le carte in regola e in particolare la carta della popolarità e della connessione con il pubblico italiano. Pubblico che guarda e aspetta rifugiandosi nel disinteresse e nell’assenza di fronte a messaggi confusi e incerti. Quando non si lascia attirare dalle sirene della destra, che non è mai stata così squallida come nella versione proposta dalla Lega di Matteo Salvini: demagogia, razzismo esplicito, antisemitismo, arroganza (datemi i pieni poteri), nostalgie totalitarie, adiacenze ideologiche vergognose (Casa Pound), volgarità e qualunquismo. Per non parlare del pericoloso e suicida rifiuto dell’Europa. Emblema quest’ultimo dell’inadeguatezza culturale del capitano travestito da poliziotto.

La mancanza di visione sistemica

Associata alla continua protesta e agli attacchi all’incultura e alla volgarità leghista nei commenti da Scarborough c’è una domanda seria: come ha fatto l’Italia, che ha votato DC e PCI per mezzo secolo, a votare Lega e 5Stelle.  Sapere perché e come è successo  è utile per cercare una via di uscita dalla palude.

La corruzione? Mani Pulite? L’evasione fiscale? L’ineguaglianza economica? La volgarità di Berlusconi? Il conflitto di interessi? La mafia? Falcone e Borsellino? L’Europa incompiuta e astratta? I migranti? I barconi e i barchini? La schifezza delle decisioni Alitalia? Delle Concessioni Autostradali? Delle decisioni ILVA?

Tutti i problemi della connivenza politica emi-secolare DC/PCI e della confusione decisionale conseguente, oppure, più profondi e radicati, i problemi connessi con una lunga storia di incapacità congenita della cultura politica italiana di vivere nel rispetto dell’istituto della democrazia? Forse una confezione sintetica dei motivi del fallimento è la hybris del potere che ha connotato i 50 e + anni di regime DC/PCI: senza verifica, senza opposizione effettiva, il regime si esprimeva nella occupazione e nella gestione di tutti gli spazi disponibili nel sistema: scuola, università, magistratura, media, sindacati, banche, parastato, cultura, arte, spettacolo. Il pensiero unico.

L’hic et nunc, era l’unica occupazione: niente visione del futuro, niente sistema di obbiettivi, niente progetto. Il sonno della ragione. È poi diventato hic et nunc… forever. 

Ma il mondo cambia continuamente e la filosofia di governo della complessità sistemica del Pianeta esige continuo aggiornamento, continua elaborazione, continua proposta. Se questa continuità viene a mancare subentra il vuoto di pensiero e il vuoto culturale. Alla fine l’immobilità gestionale. Mentre gli intelligentissimi argomentano su sé stessi o dormono chi non dorme ne approfitta, cresce la forbice fra gli have e gli havenot,affonda nel barocco la burocrazia, cresce la corruzione sistemica, cresce il disagio, cresce l’insofferenza che diventa incazzatura. Il brodo dove coagula il populismo, que vayan todos, le sue ricette demagogiche e la pericolosa adiacenza a filosofie totalitarie (la puerile richiesta dei pieni poteri per far funzionare le cose).

Il vuoto culturale è la matrice fondante dell’incapacità di leggere e interpretare il contesto geopolitico ai diversi livelli sistemici: Italia, Europa, Pianeta. Contesto che rappresenta il mare, tormentato e pericoloso, nel quale un governo deve navigare per raggiungere i suoi obbiettivi di breve, medio e lungo termine.

La condizione prima per raggiungere obbiettivi e scopi è che questi siano chiari, definiti, proposti e partecipati.

La seconda condizione è che per raggiungerli e realizzarli siano definiti percorsi programmatici, strumenti, metodi, tempi e fasi. 

La terza condizione, che si aggancia circolarmente alla prima, è che sia definita e scelta una linea ideologica in base alla quale formulare obbiettivi, programmi e strumenti.

La gente vuole sapere dove si vuole arrivare, come ci si vuole arrivare e con quali condizioni ideologiche. Nella chiarezza di obbiettivi e programmi si fonda la partecipazione e il consenso della gente. Nella confusione, nell’opacità e nell’ambiguità nascono disinteresse, qualunquismo, disaffezione, resistenza, rifiuto e opposizione.


Ma chi non sa leggere la storia, il contesto, la complessità sistemica non ha interesse per gli “obbiettivi”, si occupa solo della demagogia a scadenza immediata: basta eurobasta Europabasta immigrati, (è finita la pacchia), flat tax, chopper money, sicurezza manganellara… La filosofia di governo del populismo è sostanzialmente una filosofia reazionaria, gretta, assoluta (…non sei d’accordo? Fatti eleggere …).

Gli obbiettivi di medio lungo termine impongono condizioni a scadenza immediata e non sono difficili da definire: eguali opportunità, sostenibilità ambientale, istruzione pubblica qualificata, sicurezza, rispetto degli individui, rispetto degli istituti, carico fiscale giusto e proporzionale, sicurezza sociale, sanità pubblica, infrastrutture private o pubbliche ma efficaci (energia, comunicazioni, trasporti, acqua, rifiuti) …burocrazia efficiente, trasparenza, responsabilità (accountability), e specialmente competenza.

Sono gli obbiettivi che qualsiasi partito dichiara, da destra e da sinistra.

Quello che cambia sono i programmi, gli strumenti e le prioritàLa cultura di governo. La competenza di chi propone.

Non si tratta di utopie impossibili. Sono obbiettivi possibili, con programmi fattibili, con strumenti economici che non impongono carico fiscale intollerabile. Lo dimostrano i paesi scandinavi, l’Australia, il Canada e la Nuova Zelanda. Richiedono governi competenti, efficienti, non corrotti, senza privilegi per classi o minoranze di qualunque genere. Pragmatismo e buon senso. Zero demagogia. 

Tattiche amministrative e strategie economiche non sempre popolari, sacrifici a breve, vantaggi a lungo termine. Il bene comune comporta vantaggi e sacrifici comuni.

Il deserto di competenza

La guida di un sistema-paese di decine di milioni di abitanti su programmi che rendano possibile il raggiungimento degli obbiettivi sinteticamente elencati richiede visione sistemica, strategica e tattica, competenza in tutte le discipline, volontà e partecipazione politica del sociale, degli individui, delle comunità ai vari livelli, dell’apparato industriale produttivo e del terziario dei servizi.

Sono necessarie autorevolezza, credibilità, chiarezza nella comunicazione, umiltà e, soprattutto, sapere e competenza.

Il disprezzo per la competenza, a tutti i livelli e in tutti i campi, che è diventato la marca dell’attuale classe politica, lascia poche speranze per un rapido svolgimento delle cose italiane nel senso descritto.

La tragedia italiana attuale è il degrado della scuola e della università iniziato nel 1968 e diventato sempre più grave nei successivi 50 anni.

La scuola e l’università italiana producono vertici di eccellenza di livello mondiale (lo 0,1% degli autodidatti), ma la massa dei diplomati e laureati è molto sotto la mediocrità. I vertici in genere emigrano, la massa rimane.

Il recupero della meritocrazia disprezzata e distrutta dall’ideologia della pseudo sinistra post-68 è difficilissimo nel sistema della Pubblica Istruzione dominato dai rappresentanti e dal successivo prodotto di quella ideologia, che non può fare altro che riprodurre sé stessa. La configurazione politica capace di affrontarla e smantellarla non è oggi prevedibile. 
Questa banale realtà è una solida evidenza e la sua semplice evocazione è pericolosa.

L’assenza di progetto

Senza visione senza competenza non c’è progetto. Non solo manca la funzione progettuale: manca anche la capacità e la cultura necessaria a riconoscerne e ad ammetterne la necessità, quindi ad esserne committenza. Una società civile senza progetto, senza telos, è come un dinosauro cieco, affamato. Si muove in modo scomposto, violento e catastrofico, distruggendo le stesse risorse che lo dovrebbero salvare.

Quando in circostanze accidentali e fortuite vien proposto un progetto si scatenano mille opposizioni strumentali, congiunturali, settarie. Tutte solo interessate a ricattare l’operazione per ottenerne una specifica garanzia, oppure a procurare ai loro latori un momento di visibilità.

Un drammatico esempio: le attuali proposte (2020-06-15) quella del Presidente del Consiglio dei Ministri Conte e quello della Commissione Vittorio Colao per il rilancio dell’economia italiana post COVID19. Non sono ancora di dominio pubblico e sono già attaccate da un fuoco di sbarramento da parte di partiti, enti, associazioni, singoli parlamentari e membri del governo. Ognuno con la sua agenda personale.

Per le competenze che hanno predisposto i due programmi è molto probabile che i progetti siano tutti e due qualificati, ma questo non li ha salvati dal fuoco di sbarramento aggressivo. Molti attacchi si basano solo su riserve procedurali e di forma.

Per evitare che questi progetti diventino patetici libri dei sogni dovrebbero essere supportati da una compatta maggioranza politica e di opinione pubblica e così non è.

L’occasione era troppo bella per non agguantare un attimo di visibilità con l’aggressione e ne hanno approfittato tutti i cespugli del bosco politico italiano.

Ci salverà l’Europa?  L’Europa chiede progetti esecutivi dettagliati e impegni precisi dei governi, per dare accesso ai suoi finanziamenti (con grosse quote a fondo perduto). 

Quale affidabile impegno può dare il governo italiano quando il Movimento 5Stelle di maggioranza relativa al governo è dilaniato da lotte intestine fra capi, centurioni, sette e bande corsare, e quando il Partito Democratico, secondo partito della coalizione governativa, è bloccato dalla viscosità della inarrestabile e insidiosa dialettica interna.

Conclusione

Le prossime elezioni non risolveranno la situazione e molto probabilmente porranno il Paese in una situazione ancora peggiore. Una destra ignorante e pericolosa al governo, populismo e demagogia porteranno al disastro economico, tensioni con l’Europa, possibile default italiano, anni di miseria fuori dall’Euro, l’Italia ridotta a colonia dei creditori internazionali.

Di fronte alla vastità dello squallore poche proposte sono credibili.
Forse l’unica possibilità è una iniziativa del Presidente della Repubblica Mattarella, che sulla base della Costituzione, istituisca il previsto Comitato per la gestione delle emergenze e prenda in mano la situazione.
L’altra Italia dovrà mobilitarsi per promuovere la formazione di una cultura progressista “liberal” in grado di prosciugare la palude populista e ripristinare una dialettica politica civile nel Paese.
In quel nuovo contesto dovrà svolgersi una stagione di radicali riforme: scuola, giustizia, banche, sicurezza, informazione…10…15 anni a venire.

Il problema è se la generazione degli attuali 30-50enni sarà capace di esprimere una classe dirigente in grado di affrontare questa impresa.

Non vorrei che i miei lettori mi pensassero così ingenuo.
Questa proposta è chiaramente senza futuro: non verrà mai tollerata dal caranvanserraglio di ignoranti puerili e arroganti che Conte non controlla. La patetica, irresponsabile, criminale farsa della attuale minestra di governo è in effetti la garanzia che alle prossime elezioni Salvini e la destra vinceranno a mani basse e da lì in poi sarà solo tragedia.

Uscita dall’Euro pilotata dal trio Savona/Borghi/Bagnai, default italiano, vendita infrastrutture, colonizzazione dell’Italia, collasso sanitario, collasso dei servizi, città invivibili, disoccupazione, miseria…criminalità  fuori controllo

“I pieni poteri a Salvini”, che, travestito da Generale di Corpo d’Armata….farà funzionare le cose.

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COVID19…poi faremo i conti

Maggio 15, 2020

Il Pianeta sta faticosamente uscendo dalla crisi pandemica Covid 19. Lo sconvolgimento politico, economico e sociale provocato dalla pandemia planetaria è di enorme portata e le previsioni su “come se ne uscirà” in quanto tempo e a quali costi, non sono difficili, sono impossibili.  I paesi che avevano credito sufficiente per farlo si sono indebitati a livelli storici mai raggiunti per sostenere aziende, occupazione, ordine sociale e per far fronte all’emergenza sanitaria e infrastrutturale. Debiti che necessariamente avranno conseguenze per generazioni sulla loro storia molto più serie di quelle sui loro bilanci. I paesi che non sono riusciti a sostenere l’impatto economico e sociale dell’emergenza soffriranno conseguenze drammatiche per tempi più lunghi ammesso che riescano a superare la congiuntura senza venire sconvolti dal caos assoluto. Ci saranno altre categorie oltre a quella di terzo e quarto mondo per definire la loro situazione. Uno scenario preciso allo stato attuale non è configurabile.

In queste prospettive si inquadra la azione attualmente impostata dagli Stati Uniti di Donald Trump (e appoggiata da diversi paesi fra i quali l’Australia) per una “inchiesta” rigorosa sulle responsabilità della Cina nell’origine del coronavirus.

La questione sta occupando spazi enormi sulla rete (cfr Plandemic) dove vengono proposte le tesi più strampalate e assurde che peraltro trovano enorme seguito di pubblico.

Si apriranno per analogia molti altri problemi sulle responsabilità di chi ha scatenato la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, la Guerra in Corea, Vietnam, Afghanistan, di chi ha scatenato la Guerra del Golfo. Forse riusciremo anche a sapere chi è stato responsabile della Grande Crisi Finanziaria del 2008, della Rivoluzione Russa, Americana e Francese…

E via di seguito per molti altri episodi storici che hanno provocato milioni di morti, miseria per generazioni, arricchimenti epocali di pochissimi… e che in molti casi hanno anche portato libertà, democrazia, progresso e benessere per generazioni e per milioni di abitanti del Pianeta. 

Era ora che sul problema, dopo secoli di oscurità, si aprisse un costruttivo e risolvente dibattito.

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L’infezione della democrazia

La lettera al Premier Conte dei giuristi Torinesi documenta in modo drammatico quello che è avvenuto in Italia nella c.d. Fase 1 della Pandemia in termini di “abuso” della situazione emergenziale da parte del Governo. L’incompetenza, l’approssimazione, la prevaricazione di principi fondamentali hanno caratterizzato e marcato l’azione del Governo in modo sistematico. La lettera dei giuristi torinesi dimostra che non tutti dormono nel Paese. Eccola di seguito. (LM)

Caro Presidente, Collega,

siamo un gruppo di professionisti del diritto, cioè di “quelle sagge restrizioni che rendono liberi”. Non può sfuggirci che le restrizioni delle libertà fondamentali messe in campo dal Governo centrale e da enti locali per fronteggiare l’emergenza Covid-19 generano gravi dubbi di costituzionalità e rappresentano un pericoloso precedente per lo Stato di diritto. Non è qui in discussione se tali provvedimenti fossero materialmente giustificati -e siano stati supportati (e sopportati)- dalla necessità di ridurre la curva dei contagi.

Ciò che qui preme rilevare, come sarà illustrato in questa lettera, è che:

-primo, se non sappiamo quando si potrà tornare alla “normalità” delle nostre vite (ammesso che ne esista una), è fondamentale -ed è possibile- ritornare al più presto a una normalità costituzionale;

-secondo, se i provvedimenti gravemente restrittivi della libertà personale (e altri diritti costituzionali) sono stati accettati di buon grado – insieme con la compressione delle attività economiche e del reddito – essenzialmente dalla totalità della popolazione italiana, lo è stato in virtù di un ‘patto sociale’, che a fronte del vincolo di solidarietà e della sostanziale delega ai cittadini di buona parte della tutela della salute pubblica comportava che lo Stato “facesse in pieno la sua parte” nell’organizzare, allocare e dispiegare efficacemente le risorse necessarie (test, dispositivi di protezione, accesso alle terapie, attrezzature mediche, etc.).

È evidente che questo non è pienamente avvenuto né prima né durante la Fase 1, ed è dunque fondamentale che avvenga in pieno nella Fase 2 e in quelle che seguiranno;

-terzo, vista l’attuazione spesso aggressiva dei provvedimenti restrittivi delle libertà costituzionali e l’uso in corso e prospettico di meccanismi di sorveglianza, è altrettanto fondamentale che questi siano attuati nel fermo rispetto dei diritti della persona e del principio di proporzionalità;

-quarto, è inaccettabile che la giurisdizione sia stata di fatto sospesa nella Fase 1, come se non fosse un’attività essenziale al pari almeno delle tabaccherie. Questo non dovrà più avvenire. In questo, come in altri ambiti, si può prendere esempio da altri Paesi di risalente tradizione giuridica; e

-quinto, data l’importanza che in una democrazia liberale rivestono gli organi di informazione e la pubblica opinione, non è tollerabile che la comunicazione di piani, studi e misure di siffatta rilevanza sia rimessa a indiscrezioni, conferenze stampa o dirette Facebook senza contraddittorio, il dibattito sia riservato a esperti o si svolga al riparo dallo scrutinio pubblico e non sia possibile porre domande pubbliche ai decisori. Lo Stato deve rendere conto (the State must be held accountable) e, soprattutto in questa emergenza, garantire piena trasparenza, anche per costruire o mantenere quella fiducia nello Stato e nel Governo che è presupposto essenziale per l’efficace funzionamento di qualsivoglia misura.

1. Ripristinare le guarentigie costituzionali

È un fatto che le misure (centrali e locali) introdotte per fare fronte all’emergenza Covid-19 ledono fino quasi ad annullare le libertà e i diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione, incluse la libertà di circolazione (Art. 16), la libertà di riunione (Art. 17), il diritto di professare la propria fede religiosa nei luoghi di culto (Art. 19), il diritto allo studio (Artt. 33-34), la libertà di iniziativa economica e di utilizzo della proprietà privata (Artt. 41-42), financo la libertà di espressione del pensiero (Art.21) e soprattutto la libertà personale (Art. 13) e i diritti inalienabili della persona (Art. 2 e CEDU)

Non si intende qui sottovalutare la gravità della pandemia e l’esigenza di agire con rapidità ed efficacia per contrastarla, e del resto misure di c.d. lockdown sono state introdotte in una pluralità di Paesi. Né tanto meno si ignora che alcune di queste libertà (come quella di circolazione e soggiorno) possono essere limitate “per motivi di sanità o di sicurezza” (ancorché dalla legge in via

generale e senza che queste possano costituire un “trattamento sanitario obbligatorio”, a sua volta strettamente limitato dalla riserva di legge e di giurisdizione).

Ma non è vezzo formalista ricordare che non si possono trattare le guarentigie costituzionali come un inutile orpello -anche perché la crisi del coronavirus sarà lunga, a questa potranno seguirne altre, e una volta creato un precedente può nascere la tentazione di non tornare indietro (come già osservava l’Economist qualche settimana fa). È proprio in crisi come questa che vanno salvaguardati i nostri valori fondamentali (come ricordava la Presidente della Commissione Europea il 31 marzo scorso) e le limitazioni che si rendono necessarie devono rispettare i principi di adeguatezza e proporzionalità (come ricordava l’Office of the Commissioner for Human Rights dell’ONU il 6 marzo scorso).

Viene in rilievo, per un verso, la riserva di legge prevista dalla Costituzione per introdurre limitazioni (anzi, per la libertà personale la doppia riserva, di legge e giurisdizione), per altro verso l’assenza di una previsione costituzionale che consenta di limitare il diritto di riunirsi in privato o di impedire l’uscita dal proprio domicilio per ragioni sanitarie, e per altro verso ancora l’effetto combinato di tutte le limitazioni introdotte contestualmente. E viene in rilievo la gerarchia delle fonti del diritto, che non può sovvertirsi nel nostro ordinamento. E invece è stata sovvertita, come si dirà ora.

Il Governo ha dichiarato lo “stato di emergenza”, “in conseguenza del rischio sanitario” connesso con l’insorgenza del coronavirus, con una delibera del Consiglio dei Ministri del 31 gennaio 2020. La nostra Costituzione non conosce alcuno “stato di emergenza”, prevedendo solo lo “stato di guerra” (che ex Art. 78 Cost. va deliberato dal Parlamento e dichiarato dal Presidente della Repubblica). Infatti la delibera del Consiglio dei Ministri invoca una legge ordinaria, segnatamente gli artt. 7 e 24 del D. Lgs. 2/1/2018 n. 1 (codice della protezione civile). Ma questa legge, per un verso, non contempla il caso di pandemie e, per altro verso, consente di emanare ordinanze di protezione civile in ambiti del tutto diversi da quelli oggetto delle misure qui in discussione (e comunque “nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento giuridico e dell’Unione Europea”) -dunque senza autorizzare chicchessia a comprimere libertà costituzionali che solo la legge (e in casi limitati) può comprimere. Il Governo si è anche appoggiato alla pronuncia dell’OMS per giustificare lo “stato di emergenza”. Sta di fatto che lo stato di emergenza è stato dichiarato unicamente dall’organo esecutivo, senza alcun vaglio parlamentare e in un vuoto costituzionale. Per fare un esempio, la Francia ha dichiarato lo stato di emergenza il 20 marzo scorso con una legge approvata da entrambi i rami del Parlamento. E del resto il 31 gennaio c’era tutto il tempo, prima che si manifestassero tre settimane dopo i primi casi di trasmissione del virus, per fare un passaggio parlamentare anche in Italia. Il Governo si è invece limitato a emanare un comunicato stampa con cui informava di avere deliberato lo stato di emergenza per sei mesi, “come previsto dalla normativa vigente” (quale?), “al fine di consentire l’emanazione delle necessarie ordinanze di Protezione Civile” (cui certamente non è consentito di incidere sulle libertà costituzionali).

Sarebbe dunque bene, in primo luogo, intervenire eventualmente con norme di rango costituzionale per disciplinare situazioni analoghe a quella in corso, soprattutto al fine di fissare i limiti, anche rispetto ai diritti della persona, che l’azione di governo dovrà rispettare con percorsi parlamentari obbligati -salvi i poteri della Protezione Civile. Tale riforma costituzionale, come ben noto, sarebbe necessaria pure per l’utilizzo massiccio del DPCM, giacché non è previsto in Costituzione che i poteri di cui all’Art.77 siano delegabili al Presidente del Consiglio che resta un primus inter pares.

Dopo le prime ordinanze di protezione civile ai primi di febbraio sul coordinamento degli interventi necessari a fronteggiare l’emergenza, quali il controllo negli aeroporti e il rientro di italiani all’estero, a seguito della scoperta di contagi a Codogno il 23 febbraio il Consiglio dei Ministri approvava un decreto-legge con cui si autorizzavano le “autorità competenti” (quali?) ad adottare “ogni misura di contenimento e gestione adeguata e proporzionata all’evolversi della situazione epidemiologica”, tra cui il divieto di allontanamento o accesso alle aree interessate (c.d. “zone

rosse”), la chiusura di scuole e attività commerciali in dette zone, e così via (come è ampiamente noto).

Si noti che il decreto-legge, per un verso, introduceva un divieto di “ogni forma di riunione in luogo pubblico o privato” (di dubbia costituzionalità) e, per altro verso, non conteneva misure restrittive della libertà personale salvo la quarantena obbligatoria o fiduciaria per chi aveva avuto contatti con contagiati o proveniva da zone a rischio (identico contenuto aveva il DPCM in pari data). Tuttavia il decreto-legge autorizzava le “autorità competenti” ad adottare “ulteriori” (imprecisate) “misure di contenimento e gestione dell’emergenza” -e demandava ad altri soggetti, tra cui i Presidenti delle Regioni, l’adozione delle misure (così tra l’altro, complicando la catena di comando e aprendo la via a una proliferazione di atti privi di forza di legge, talora in contrasto tra loro, limitativi dei diritti costituzionalmente garantiti).

Non a caso prendeva vita una serie di provvedimenti di rango amministrativo che, anche eccedendo l’ambito del decreto-legge, restringevano sempre più la libertà personale (ad esempio, l’ordinanza del Ministro della Salute del 20 marzo che vietava l’accesso alle aree gioco e alle zone verdi e vietava attività all’aperto, l’ordinanza dei Ministri della Salute e dell’Interno del 22 marzo che “bloccava” le persone nella dimora anche temporanea in cui si trovavano) senza alcuna copertura legislativa fino al nuovo decreto-legge del 25 marzo. Quest’ultimo si faceva scudo dell’Articolo 16 della Costituzione (“che consente limitazioni della libertà di circolazione per ragioni sanitarie” ) per contemplare anche “limitazioni alla possibilità di allontanarsi dalla propria residenza, domicilio o dimora”, ovvero limitazioni alla libertà personale, che è ben diversa dalla libertà di circolazione, come già insegnavano i grandi costituzionalisti, da Mortati a Vassalli, sulla scorta del dibattito in Assemblea Costituente. Limitazioni della libertà peraltro eseguite con dispiego di mezzi e risorse -di cui diremo oltre- vistosamente sproporzionate rispetto all’obiettivo (si pensi, tra i tanti, all’inseguimento di un runner con drone e poliziotti o alla signora multata perché sedeva -da sola- su panchina a 200 metri da casa). Eppure l’Articolo 13 Cost. non ammette “forma alcuna di detenzione” né “qualsiasi altra restrizione” della (“inviolabile”) libertà personale se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge.

Il Governo ha più volte giustificato le restrizioni alle libertà personali con la necessità di reprimere i comportamenti quali quelli del “weekend del 7 marzo” che vide i Navigli o le piste di sci affollate. Ora, a parte che non è mai stato dimostrato un link epidemiologico tra quei comportamenti e i contagi riscontrati nelle settimane successive (link sempre più tenue, a due mesi di distanza), vi è da chiedersi se non si poteva conseguire un risultato analogo o migliore di quello raggiunto nella curva dei contagi senza ricorrere a un sostanziale annullamento della libertà personale, come è stato fatto in altri Paesi -in primis, la Germania- e di questo diremo oltre.

Ciò che si intende evidenziare non è solo il fastidioso atteggiamento paternalistico e colpevolizzante rispetto a una popolazione che ha mostrato un sostanziale senso di responsabilità ma è il rischio che la restrizione dei diritti della persona possa creare un pericoloso precedente, che un futuro governo magari di orientamento politico diverso- potrebbe sfruttare, magari in una crisi legata alla sicurezza (si pensi al cyberwarfare o al terrorismo), per incidere pesantemente sulle libertà costituzionali (si pensi alla manifestazione del pensiero, alla libertà di riunione o alla libertà religiosa) senza vaglio parlamentare e senza copertura costituzionale. Si rende dunque necessario tornare alla normalità costituzionale, sin dalla Fase 2 (anche in vista di possibili, future “emergenze”).

2. Lo Stato faccia in pieno la sua parte

Il lockdown -con le correlate restrizioni delle libertà costituzionali- non sopprime di per sé il virus. Il confinamento in casa:

• serve a “guadagnare tempo”: se grazie ad esso la curva dei contagi tende verso lo zero, si allevia la pressione sulle strutture sanitarie e si possono apprestare misure mirate ai nuovi

casi (test, terapie sui positivi, tracciamento dei contatti, isolamento) tese a evitare altri

lockdown;
• e, a ben vedere, rappresenta (di fatto) una colossale delega alla popolazione (di buona

parte) della tutela della salute pubblica.
In buona sostanza, le restrizioni alle libertà e ai diritti costituzionali sono complementari all’opera sanitaria delle autorità nella fase acuta della crisi. Si può dire che sono state accettate dai cittadini (e da chi cittadino non è), che hanno di buon grado effettivamente rinunciato alla libertà personale, in virtù di una sorta di ‘patto sociale’ che comportava, a fronte di tale sacrificio e rinunzia, che le autorità facessero in pieno la loro parte nell’organizzazione, allocazione ed efficace utilizzo delle risorse necessarie a individuare, isolare e curare subito (per quanto possibile) i contagiati, limitare i nuovi contagi e i decessi, proteggere il personale sanitario e il resto della popolazione, rafforzare i presidi territoriali e le strutture ospedaliere.

È evidente che questo non è avvenuto (quanto meno non in maniera soddisfacente) nella Fase 1. I dispositivi di protezione individuale (a partire dalle ‘mascherine’) non sono stati prodotti e distribuiti in quantità sufficiente, si sono presto resi introvabili e non sono stati assicurati neanche al personale sanitario. I c.d. tamponi sono stati effettuati in maniera eccessivamente selettiva e tardivamente: abbondano i casi in cui il tampone è stato negato in presenza di sintomi conclamati a persone che venivano prese in carico dalla sanità pubblica solo in caso di crisi respiratoria (perciò tardi). La gestione delle RSA, ovvero delle persone più vulnerabili, è stata catastrofica. La necessaria separazione delle strutture di soccorso e ricovero dedicate ai pazienti Covid-19 (o sospetti tali) e quelle riservate agli altri non è stata realizzata ovunque. Ci si è concentrati sull’aumento dei posti di terapia intensiva, rispetto a cui si è conseguito un risultato importante, ma a scapito degli altri. Il numero dei decessi è cinque volte superiore a quello della Germania (che ha una popolazione ben maggiore).

Non si vuole qui sminuire la complessità della crisi pandemica e ignorare le difficoltà di gestire una fase convulsa. Possono avere concorso altri fattori, vi sono altri Paesi (come la Francia, la Spagna, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti) che hanno reagito altrettanto o più tardivamente, ma resta il fatto che, nelle sei settimane trascorse dalle notizie certe sul nuovo coronavirus in Asia e i primi casi di community transmission in Italia, non ci si è preparati a sufficienza, né sono state poste in essere tutte le azioni necessarie nei due mesi di diffusione del virus in Italia.

Il punto fondamentale, in un’ottica costruttiva, è che quanto non è stato fatto sinora si faccia nelle prossime fasi. La questione centrale è quella dei ‘tamponi’, come raccomandato dall’OMS, suggerito dai migliori esempi nazionali e da ultimo evidenziato da Angela Merkel: “testing, testing, testing is the way forward”. Nella c.d. Fase 2 è necessario assicurare che i ‘tamponi’ siano effettuati su larga scala, al primo sintomo e a tutti i contatti dei sintomatici -e che sia esteso il numero dei laboratori che possano ‘processarli’. Così come va assicurato che i dispositivi di protezione individuale siano disponibili a tutto il personale sanitario (compresi i medici di base) e al resto della popolazione. Non risulta che la questione sia centrale nel discorso pubblico e nelle comunicazioni governative. Non è dato -ad oggi- sapere quali siano i piani ‘granulari’ del Governo, per intenderci, su tamponi (qual è la capacità?), laboratori, test sierologici e mascherine.

I piani sembrano invece concentrati ancora una volta sulle misure di distanziamento sociale, affidate essenzialmente a cittadini e imprese. Ma il distanziamento sociale, da solo, non basta a scongiurare un’altra impennata dei contagi né, di conseguenza, un altro confinamento con le correlate compressioni di diritti costituzionali, attività economiche e culturali, crescita educativa, salute fisica e mentale. È necessario che lo Stato faccia in pieno la sua parte.

3. Sorvegliare la sorveglianza

L’esecuzione (e di fatto l’interpretazione) delle misure restrittive è stata affidata, in sostanza, alle forze dell’ordine, che hanno svolto il compito con modalità particolarmente aggressive (anche quando non si ravvisava alcuna offesa al bene giuridico tutelato), in un vuoto giurisdizionale.

Non sono stati rari i fermi di cittadini che si recavano all’edicola (attività pur dichiarata essenziale dalle norme restrittive), le multe a chi si recava in ospedale a riprendere la moglie infermiera o passeggiava non distante dal proprio domicilio, e generalmente i casi di ‘interpretazione estensiva’ delle restrizioni della (inalienabile!) libertà personale da parte di coloro cui è stata deputata la ‘sorveglianza’ (anche nei confronti dei sani e di attività che non presentavano alcun rischio di contagio di terzi). Il tutto condito con stigma sociale e con un linguaggio che capovolge l’ordine normativo: si parla di “consentire” libertà che sono costituzionalmente garantite. Non solo: sanzioni per centinaia di Euro, palesemente irrituali, sproporzionate e punitive, vanno a colpire una popolazione già pesantemente afflitta da una perdita di reddito senza precedenti, e che dovrebbe spenderne altre per impugnarle con uno spazio di difesa ridotto.

Come si è già autorevolmente osservato, con il sistema della c.d. autocertificazione si è di fatto richiesto al cittadino di esercitare il proprio diritto di difesa al momento della contestazione, in sostanziale violazione dell’Art. 24 Cost. e delle garanzie procedimentali di legge.

E si è assistito a scene, come la multa di 533 Euro a un rider in bicicletta che lavorava o all’interruzione di una Messa da parte di un poliziotto, francamente intollerabili ma prevedibili quando si affida a forze dell’ordine l’interpretazione e l’esecuzione di norme vaghe e mal redatte. È auspicabile un generalizzato condono delle sanzioni di Fase 1. Né la fase 2 inizia con i migliori auspici, vista la confusione generata dalle locuzioni “congiunti” e “affetti stabili”, sulla cui interpretazione, e sui relativi rischi di domande invasive, è lecito aspettarsi discutibile fantasia da parte delle diverse pattuglie delle forze dell’ordine.

Da ultimo si vedono elicotteri e droni sorvolare e soffermarsi su giardini privati e cortili condominiali, senza che ne sia chiara la ragione né l’utilizzazione dei dati così conseguiti. Non solo: è allo studio l’utilizzo su larga scala di una app che, ai fini di tracciamento dei contatti e contenimento della diffusione del virus, potrebbe avere accesso a dati personali e/o sensibili, per quanto si sostenga che dovrebbero essere raccolti in forma anonima.

È di fondamentale importanza che, nella Fase 2 e in quelle successive, nella misura in cui sia strettamente necessario limitare i diritti costituzionali, si garantisca la certezza del diritto senza affidarne l’interpretazione, in modo peraltro frammentato, a soggetti attuatori o deputati alla sorveglianza, apprestando strumenti di controllo anche giurisdizionale delle loro attività. E che, tanto queste limitazioni quanto i nuovi meccanismi (anche tecnologici) di sorveglianza, siano attuati nel fermo rispetto dei diritti della persona e del principio di proporzionalità.

4. La Giustizia è unattività essenziale

Non è dato comprendere perché sia stata “consentita” l’attività di esercizi commerciali con misure di distanziamento tra le persone, e non sia stato fatto altrettanto per le aule di giustizia, oppure perché si sia organizzata la didattica a distanza e non lo si sia fatto -a parte alcune eccezioni legate all’indifferibilità- per le udienze civili (come in Inghilterra). In Germania e in Olanda, ad esempio, non vi è stata una sospensione generalizzata di tutte le udienze e dei termini processuali. Allo stato, in Italia, le udienze e i termini processuali sono generalmente rinviati all’11 maggio 2020.

In altre parole, la Giustizia non è stata considerata un’attività essenziale. Ci auspichiamo che questo non avvenga più nelle prossime fasi, anche ove dovesse ritenersi necessario disporre un nuovo lockdown. Non si tratta soltanto di una questione simbolica o di principio. Non c’è Stato senza giurisdizione.

Di contro, sarebbe ancor più grave che le restrizioni adottate per l’emergenza sanitaria avessero un effetto nefasto sullo svolgimento delle attività processuali con inescusabile compressione del contraddittorio e del diritto alla difesa di cui all’articolo 24 della Costituzione.

Lo svolgimento improvvisato e disorganizzato di udienze, specie in materia penale, che si è avuto in queste settimane, con mezzi telematici di fortuna, contribuisce infatti a dimidiare l’attività giurisdizionale, privandola dei suoi contenuti minimi, e ad affossare il valore costituzionale del giusto processo (art.111) già messo a dura prova da altri provvedimenti di questo Governo.

Ciò senza dimenticare che la vicenda della introduzione del c.d. “processo da remoto” in sede penale (convertita in legge con il DL n°18/20 contestualmente alla approvazione di un Odg della Camera dei Deputati che sostanzialmente ne ha preannunciato la successiva, parziale, abrogazione) -più che la tardiva presa d’atto della ovvia incompatibilità di tale modalità con gli strumenti cognitivi propri del giudice penale, oltre che con i principi di immediatezza e oralità del rito- rappresenta un esempio di schizofrenia legislativa che appare un unicum persino per la reattiva e ondivaga produzione legislativa italiana.

Tradizione che, da quanto si apprende, sarebbe destinata ad arricchirsi di un nuovo capitolo nei prossimi giorni, attraverso l’emanazione, anche qui di dubbia costituzionalità ratione materiae, di un DL ad hoc riguardante le decisioni della Magistratura di sorveglianza con ciò smentendo, nei fatti, la proclamata intenzione di difendere la libertà e la autonomia della giurisdizione.

Dubbi di costituzionalità che, peraltro, sono già stati autorevolmente espressi anche sulle norme che hanno disposto la generalizzata sospensione dei termini di prescrizione e di custodia cautelare, in taluni casi, come in Cassazione, persino di fronte alla richiesta di procedere da parte dell’imputato detenuto.

5. Trasparenza e contradditorio vanno garantiti

Anche sul piano comunicativo l’azione di governo lascia ampi margini di miglioramento. Si è autorevolmente detto che, nella gestione delle pandemie, è cruciale che il governo stabilisca e mantenga la fiducia dei propri cittadini, anche attraverso la piena trasparenza delle proprie azioni.

Questa deve declinarsi in una comunicazione assidua e completa dell’andamento epidemiologico, delle proiezioni e degli studi utilizzati, della metodologia dei test (tamponi) effettuati, delle ragioni e dell’eziologia dei decessi, dei piani anche in via di formazione relativi ai test, alle altre misure di diagnosi, protezione e contenimento, delle previsioni e così via. Soprattutto, la comunicazione deve provenire direttamente dal governo, e consentire un’interlocuzione che si presti a soddisfare ogni pertinente domanda di informazione.

E invece la comunicazione in Italia è stata essenzialmente affidata a una conferenza stampa della Protezione Civile e dell’Istituto Superiore di Sanità, in cui alcuni dati sono stati costantemente forniti senza ulteriori spiegazioni (si pensi ad esempio al numero dei decessi o quello dei tamponi) e le risposte alle domande dei giornalisti sono spesso state evasive o ripetitive. Non vi è stata una regolare conferenza stampa del Presidente del Consiglio e del Ministro della Sanità, al contrario di altri Paesi. La comunicazione (peraltro, essenzialmente delle misure restrittive) è stata affidata a dirette televisive o via Facebook, spesso a tarda notte, senza contraddittorio e senza alcuna possibilità di approfondire le questioni trattate o affrontare le questioni omesse. Su questo sfondo sono proliferate le esternazioni di vari esperti, spesso in disaccordo tra loro (peraltro in relazione a un virus di cui si sa ben poco), e le indiscrezioni sul lavoro di varie commissioni e task force esonerate dallo scrutinio pubblico. Paradossalmente, è lo stesso diritto costituzionale alla salute a essere messo a repentaglio se si abdica alla delicata opera di bilanciamento politico e si delegano le scelte a tecnocrati non politicamente responsabili e sempre a rischio di conflitto di interesse.

In una democrazia liberale gli organi di informazione e la pubblica opinione rivestono un ruolo primario. Non è tollerabile che la comunicazione di piani, studi e misure che rivestono la rilevanza qui discussa sia rimessa a indiscrezioni o dirette Facebook senza contraddittorio, il dibattito si svolga in circoli riservati, assai poco aperti a opinioni critiche, e non sia possibile porre domande pubbliche ai decisori. Lo Stato deve rendere conto (the State must be held accountable). É auspicabile che nelle prossime fasi muti la linea comunicativa sin qui adottata.

Caro Presidente, nulla di quanto detto fin qui va letto come mancanza di rispetto. Abbiamo tuttavia voluto aggiungere la nostra voce a quella di molti altri, dai genitori preoccupati per la chiusura ad libitum delle scuole, agli operatori che si occupano di disabili, ai numerosi gruppi anche organizzati di cittadini preoccupati per la sospensione del Referendum Costituzionale e per la compressione degli spazi costituzionali di partecipazione politica, che non hanno trovato finora alcun ascolto. Sappiamo che Lei, da fine giurista, è attento al delicato bilanciamento degli interessi in gioco, compresi i valori costituzionali conquistati a caro prezzo. Nell’ora più buia, ci paiono necessari dialogo e umiltà.

Per aderire all’iniziativa andare sulla piattaforma: https://generazionifuture.org/ bacheca.php

o scrivere una email a: Giuristiperfase2@gmail.com

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Pandemia, Democrazia, Appartenenza, emozione 25 Aprile 2020

Niccolò Machiavelli: un monumento dei valori istituzionali

Si faranno studi, in futuro, sulle conseguenze dell’isolamento che in molti paesi è stato imposto per contenere la diffusione della pandemia del coronavirus (Covid19).
Conseguenze economiche, finanziarie, sociali, sulla cultura di governo e sul comportamento di individui e società. 

Sarà interessante leggerli.

Qualche osservazione si può fare anche subito, nel pieno corso della crisi, anche senza aspettare. Non solo “si può fare” si deve fare.

Ezio Mauro oggi conclude il suo editoriale, drammatico, su La Repubblica con queste parole: 

Nella teoria politica il potere che fuoriesce dall’equilibrio istituzionale si chiama assolutismo, il potere che cancella i suoi limiti, autoritarismo. Qu siamo. La paura crea l’emergenza: il potere la usa, per deformare i suoi confini. Quando succede è l’infezione della democrazia.

Qui siamo e da qui bisogna partire. Anche nei paesi nei quali la istituzione della democrazia è affermata e storicamente solida, la infezione pandemica da virus si è trasformata in “infezione della democrazia”.  In modo gravissimo e irreparabile in alcuni paesi già avvelenati dal sovranismo populista, in modo sottile e preoccupante in altri paesi non ancora (totalmente) compromessi da quel veleno.

Il processo che trasforma la diffusione dell’infezione da virus biologico in “infezione della democrazia” è trasparente: il pericolo della diffusione non controllata dell’infezione biologica richiede interventi drastici dei governi. Chiusura di tutte le attività che possono essere chiuse, azzeramento della libertà personale dei cittadini: mobilità, aggregazione, servizi, frequentazione di luoghi pubblici. Assunzione di poteri eccezionali da parte dei governi centrali, azzeramento dei poteri e delle competenze delle amministrazioni locali. Non è difficile inquadrare in queste misure la forte potenzialità di abusi strumentali e l’enorme opportunità di orientare tutti i dispositivi necessari per la sicurezza “biologica” in dispositivi di controllo politico e sociale ulteriori rispetto alle esigenze necessarie per bloccare la diffusione del virus. Che è precisamente quello che si sta verificando in modo più o meno intenzionale nei diversi paesi, ma che, anche con le migliori intenzioni, resta una potenzialità letale per la democrazia.

Le procedure per controllare e bloccare le epidemie e la loro esplosione pandemica sono due: 

A.Rallentare con misure non drastiche la diffusione della patologia, in modo da non sovracaricare le strutture sanitarie, senza penalizzare fasce della popolazione e senza danneggiare irreversibilmente le infrastrutture produttive Un cenno quantitativo, quando vaccini non esistevano ed il sistema immunologico non era veramente conosciuto, l’influenza del ’19, la spagnola, 500 milioni di contagiati, 80 milioni di morti, popolazione mondiale 2 miliardi – prezzo immane ma non vi era scelta.  Consentire un minimo di contatto fra gli individui, vettori e non, rende la specie gradualmente meno fragile alla presenza del patogeno – antigen virali vengono espressi e qualche anticorpo creato, si tratta una vaccinazione strisciante, lenta, non controllata. Viene generato un virus di contrasto con grande variabilità di anticorpi che non garantisce immunità immediata, ma la specie gradualmente si immunizza accelarando la risposta immunologica umorale e fortificando la risposta immunologica cellulare, meno specifica ma piu rapida, ore/giorni invece che molti giorni.  Questa è quella che viene definita immunità di gregge: che si raggiunge quando una percentuale di soglia dei membri del “gregge” è immune per avere prodotto gli anticorpi capaci di bloccare ogni nuova infezione per un lungo periodo di tempo[1].  Se la guarigione dall’infezione non conferisce immunità questa procedura è catastrofica.

B. Controllo, isolamento e terapia dei contagiati e riduzione possibilmente totale di contatto fra i soggetti della comunità in modo da prevenire il trasferimento “sociale” del virus.  Si basa su quattro principi: verifica di presenza di antigen, verifica di presenza di anticorpi, tracciamento al vettore originale, sequestro del contagiato.

Tutte e due le procedure richiedono che la società colpita dalla pandemia abbia una forte struttura sanitaria territoriale fissa e flessibile in grado di trattare tempestivamente tutti i contagiati garantendo il minimo di esisti letali. Se applicabile in modo efficace la procedura A riduce il danno economico e sociale in quanto nessuna attività del PIL viene fermata. 

Anche la procedura B richiede una forte struttura sanitaria territoriale fissa e flessibile in grado di individuare con il massimo anticipo possibile i contagiati, isolarli e curarli. Rispetto alla procedura A abbrevia i tempi per l’appiattimento della Gaussiana di diffusione della pandemia. Peraltro la chiusura delle attività comporta danno economico a breve, medio e lungo termine: le attività e gli esercizi colpiti devono essere risarciti dalla mano pubblica in quanto la chiusura della loro attività è di fatto un servizio che rendono al pubblico.

La decisione fra le due procedure, o sulle eventuali loro diverse combinazioni sul territorio e nel tempo devono essere informate da una sistematica analisi della pandemia attraverso la creazione di modelli what-if, analisi differenziale dell’andamento delle curve, proiezione degli andamenti possibili delle curve nel futuro a breve e medio termine. Tutte analisi che richiedono assoluta trasparenza dei dati, rapide decisioni esecutive, feed-back e continue correzioni tattiche. Per la procedura B la graduale ripresa delle attività deve essere informata da analisi costi-benefici fra numero di contagi/decessi e danni derivanti dalla mancata produzione. 

Manca allo stato attuale una intelligenza politica ai vari livelli di governo del territorio in grado di modulare, con le opportune informazioni, i processi epidemiologici e quello sociali e produttivi.

La caratteristica delle decisioni da prendere è strategica: sono decisioni che richiedono programmazione e attrezzatura dei territori e delle infrastrutture che impongono tempi lunghi e investimenti consistenti.

La struttura sanitaria per le due procedure deve essere capace di gestire punte di decine di migliaia di contagiati che esigono isolamento e terapie intensive polmonari, gastro intestinali, cardiologiche, ematologiche deve essere predisposta, il personale medico e paramedico deve essere preparato e protetto. La gestione dell’emergenza non può condizionare la gestione del servizio sanitario corrente oltre limiti definiti e controllati.

La procedura B comporta costi non indifferenti per l’interruzione di interi settori produttivi e di servizi per lunghi periodi di tempo (mesi) che vanno risarciti dalla mano pubblica. Non sarà comunque possibile controllare l’aumento della disoccupazione il cui peso sul sociale dovrà essere coperto da contributi ad personam per tempi difficilmente programmabili. La valutazione dei costi sociali, economici, finanziari e strutturali delle due “procedure” deve essere oggetto di progetto tecnico e politico dettagliato.

[1] Condizione necessaria è che il vaccino sia efficace e che la guarigione dal contagio abbia prodotto anticorpi efficaci a bloccare l’infezione. 

***

Ci sono inoltre conseguenze culturali non quantificabili economicamente, ma di enorme potenziale portata etica, sociale e politica. Conseguenze specifiche e diverse per le due procedure. Il trauma dell’emergenza, il pericolo individuale e sulla famiglia, la riflessione esistenziale indotta dall’isolamento e dal blocco delle attività, impongono modifiche di atteggiamenti, di comportamenti, di emozioni e di sensibilità. Un processo traumatico che trova riscontro nella percezione dei “valori”. 

Nella recente esperienza della pandemia covid19 una rappresentazione di questa interferenza “valoriale” si è avuta con la sensibilità e la reazione emotiva al 25 Aprile in Italia (75esimo Anniversario della Liberazione) e con il 25 Aprile in Australia (101esimo ANZAC Day). L’esigenza di appartenere, di fare parte, di condividere, la forte commozione provocata da questo sentimento dovranno trovare una immagine, una figura di identificazione, una narrativa etica, culturale e, alla fine, politica, nel senso alto del termine, chiarissima per la lunga tradizione storica in Australia che, allo stato attuale, è difficile riconoscere per l’Italia, in drammatica sofferenza di interpreti.
La responsabilità della scuola, dall’asilo all’università, per la formazione della conoscenza e del rispetto delle istituzioni dello Stato democratico e sociale nelle giovani generazioni ha il valore di una religione laica, è drammaticamente, colpevolmente mancata negli ultimi 50 anni in Italia e va ristabilita con mandato di assoluta priorità.

lorenzo matteoli


[1] Condizione necessaria è che il vaccino sia efficace e che la guarigione dal contagio abbia prodotto anticorpi efficaci a bloccare una nuova infezione. 


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DOPO IL COVID19

L’analogia tra ricommissionare l’immane macchina della metafora e “ripartire” dopo la pandemia del coronavirus è intrigante, ma più che le similitudini tra le due dinamiche sistemiche sono interessanti e significative le differenze. Fondamentale è la differenza, già segnalata nell’esercizio di ieri, (Ripartire): le parti elementari i dispositivi e i componenti del sistema antropologico-economico hanno una “intelligenza” propria, una “volontà” individuale, desideri e storie specifiche. I componenti e i dispositivi della “macchina metaforica” non hanno nulla di paragonabile. L’interazione delle volontà e dei desideri di ogni particella, dispositivo, elementare determina la complessa volontà del mega-sistema antropologico economico. Senza questa volontà tutto rimane inerte, comunque: nessun combustibile, nessun lubrificante sarà in grado di reagire allo stimolo iniziale, al colpo di manovella magico che scatena il ciclo energia/lavoro della macchina antropologica-economica. Ci vogliono la combinazione sinergica delle volontà individuali, la tensione morale del “progetto”, la volontà di futuro, la necessità etica di operare, il “telos” sociale perché il sistema torni a funzionare. 

Se la crisi distrugge queste motivazioni fondamentali, è difficile, se non impossibile, che il sistema antropologico-economico si ri-attivi.

Il pericolo quindi è che la lunga interruzione operativa necessaria per dominare la pandemia aggredisca la forza del progetto sociale e logori il sistema di obbiettivi che motiva e ordina il funzionamento dell’istituto sociale e della strumentazione etica, politica, e materiale per conquistarli.

Questo pericolo va affrontato e il problema è politico: è necessaria una dirigenza culturale, etica e politica capace di indicare gli scopi, gli obbiettivi e di istruire la tensione morale, la volontà sociale, il desiderio di operare, indispensabili per raggiungerli.

Per questi compiti la attuale situazione italiana è disperata
Descrivere nel dettaglio i profili personali degli attori oggi disponibili in Italia è un esercizio penoso, inutile. Una situazione indotta dalla demagogia dominante nei media, e dalla immaturità dell’elettorato italiano che la approva e la subisce. 

La ricerca e gli investimenti provocati dalla pandemia covid19 daranno nell’arco di 18-24 mesi risultati epocali nel campo dei vaccini, della strumentazione diagnostica e delle medicine antivirali.

vaccini mRNA (messenger RiboNucleic Acid) usano l’acido ribonucleico per trasmettere le istruzioni del DNA  (DeoxiriboNucleicAcid) per la sintesi delle proteine: sono vaccini che usano un codice genetico per istruire le cellule su come generare una reazione immunitaria. È probabile che possano essere prodotti più rapidamente dei vaccini tradizionali.

Diagnosi: la prossima aggressione pandemica vedrà il pubblico attrezzato con sistemi di diagnosi domestica che consentiranno una individuazione immediata del virus e una tempestiva azione di terapia e contenimento.

I medicinali antivirali: Il terzo strumento che sarà disponibile saranno i medicinali antivirali: fino ad oggi la ricerca nel campo farmaceutico ha privilegiato gli antibiotici rispetto agli antivirali, ma gli investimenti nel campo stanno cambiando la tendenza, e la catastrofe del covid19 accelererà la transizione.

La priorità politica e culturale attuale è prevenire e vincere la caduta di tensione morale, la depressione sociale generata dalla lunga interruzione operativa imposta dalla necessità di contenere la pandemia: un debito di ottimismo nei confronti delle generazioni future non molto diverso dal credito di ottimismo che la generazione uscente ha ricevuto dopo la Seconda Guerra Mondiale e che ha istruito la ricostruzione post-bellica e il rinascimento economico-sociale della seconda metà del secolo scorso.

lorenzo matteoli

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Nota 2020 alla ripubblicazione de “I Komunisti

Nella surreale condizione della quarantina (lockdown, selfisolation in Australia) è una condizione di sopravvivenza ideologica necessaria trovare cose da fare. Possibilmente cose utili o significative. L’alternativa è purtroppo solo…aspettare di morire. Oltre scrivere occasionali “pensierini” (cfr La Catena di Montaggio, Ripartire) da poco ho scoperto l’interesse di rileggere le cose che scrivevo dieci anni fa, negli anni “berlusconiani”. Non ho mai condannato, esecrato, maledetto Berlusconi come era obbligatorio fare per essere rispettati dalla “soi disant sinistra”. Criticavo la sua pesante responsabilità, denunciavo, ne indicavo stupidaggini, volgarità, errori, ma non era sufficiente la relativa moderazione dettata dalla certezza che l’alternativa politica non esisteva. Come la storia successiva e attuale ha poi dimostrato. Molti amici non hanno apprezzato la mia scarsa ferocia nei confronti del caimano. Molti hanno stigmatizzato più o meno severamente. Molti, in termini espliciti, mi hanno qualificato come “berlusconiano di merda”.  
Ecco “I Komunisti” un pensierino del gennaio 2011 abbastanza significativo del mio atteggiamento critico/moderato. Particolarmente interessante la critica al PD dove anticipo quello che si è verificato poi e che si sta svolgendo oggi: la lunga tormentata crisi del glorioso Partito Comunista alla ricerca di una sua attualità storica e politica verso l’ammissione, dopo 50 anni di massimalismo stalinista, che l’odiata socialdemocrazia, forse, è la linea vincente. (LM)

I Komunisti.

8 Gennaio 2011


I carri armati  russi a Budapest 1956 approvati dal PCI di Napolitano

I carri armati russi a Budapest nel 1956 approvati dal PCI di Napolitano

La polemica ricorrente di Silvio Berlusconi sui “komunisti” provoca reazioni beffarde da parte del PD. Le battute del Presidente del Consiglio vengono dismesse con irrisione e sufficienza. Qualcuno le associa alla vecchia favola dei komunisti che mangiano i bambini per inquadrarle nella categoria del falso paradossale e dell’assurdo archeologico. Puntualmente la liturgia si è ripetuta dopo l’intervento telefonico di Berlusconi alla trasmissione Kalispera dove ha ripetuto che, anche se hanno cambiato (più volte) il nome del partito, i “komunisti” ci sono ancora e non hanno cambiato il modo di fare politica e la loro cultura di base è sempre la stessa. 

Può darsi che Berlusconi usi un linguaggio antiquato e che le sue “esternazioni” contro i “komunisti” abbiano una impronta e un tono che ricorda vecchie polemiche contro il PCI di stretta osservanza stalinista degli anni ‘50, ‘60 e ‘70 (‘80?). Un partito che raccoglieva più del 30% dei voti degli italiani. E che della “lealtà” alla Russia di Stalin si faceva orgogliosissimo vanto. Che manifestava, insieme a Giorgio Napolitano, a favore dei carri armati Russi in Ungheria, a Praga e a Berlino Est. Che bollava come traditori quelli del “Manifesto” e li buttava fuori dal Partito con disonore perché avevano criticato l’intervento USSR a Budapest. Il PCI al Consiglio Comunale di Torino, sindaco Novelli, presentava mozioni a favore di Pol Pot ancora negli anni ‘70.

Una posizione ufficiale del PCI e dei suoi massimi organi dirigenti sulle questioni sopra evocate non è mai stata né chiara, né disponibile. Tutti presumono che sia stata fatta e fanno finta di darla per scontata, ma dove e quando e in che termini è problema oscuro. Sembra che non sia una cosa rilevante e comunque il PD non è il PCI, dicono, e non si vede perché dovrebbe fare una autocritica su questioni che riguardano un altro partito. Altri tempi. Altra storia. Sono però gli stessi uomini e questo in qualche modo è come la sabbia sotto i denti. Ora finché la polemica arriva da Berlusconi è facile scaricarla con la consueta supponenza, più difficile è la “dismissione” quando la polemica e le accuse di “avere perso il pelo ma non il vizio” arrivano dall’interno del PD o da aree adiacenti al PD. L’insofferenza verso i vecchi paradigmi e verso la dialettica delle “frattocchie” è cruda all’interno dei quadri e Bersani non riesce sempre a contenerla, e forse non vuole nemmeno contenerla. È interessante notare che le cose che dice Berlusconi, con il suo linguaggio un po’ datato, sono le stesse che dicono i giovani “rottamatori” Matteo Renzi e Matteo Ricci, che Veltroni dice di Dalema, che Franceschini, Tinagli e Marino sussurrano della invecchiata nomenclatura che ancora controlla il PD. Che Chiamparino dice con chiarezza appena velata dal suo lungo servizio nel PCI “storico” di Torino. Certo il modulo linguistico della giovane generazione è più articolato, il vocabolario molto più “up to date” (devono fare attenzione perché lo spazio dialettico disponibile è limitato), ma la sostanza è proprio quella che anche Berlusconi denuncia: il PD non ha ancora superato “il crollo del muro”. Non ha le idee per andare oltre verso una vera socialdemocrazia (per molti compagni ancora una parolaccia) e quando qualcuno ha le idee manca il coraggio e quando ha le idee e il coraggio viene “tagliato fuori” dalla vecchia guardia che non molla la camera dei bottoni, congelata dalla paura di perdere consenso, di essere bruciata da Dipietro, da Vendola, da Pisapia e dalla sinistra estrema.

Quali sono le parole chiave della critica interna al PD? Ecco un repertorio tratto da recenti interventi (molti reperibili sul web):

Rinnovamento, cambiamento, faremo un Italia diversa, nuove forze che devono essere riconosciute, non riusciamo a dare un alternativa credibile, il problema è generale, visione nuova da mettere in campo, pensiero politico nuovo, litighiamo fra di noi e non diamo risposte…

Ci si può divertire a trovarne altre, ma queste sono sufficienti ad inquadrare il problema: se Berlusconi dice che i “komunisti” sono sempre gli stessi viene sbeffeggiato, ma la loro critica interna (specialmente giovanile) sente pesantemente la necessità di “cambiare”. La domanda che viene naturale è “cambiare rispetto a cosa?” Evidentemente rispetto alla pre-esistente cultura politica che è precisamente quella che Berlusconi denuncia esponendosi alla loro supponente irritazione.

Ogni generalizzazione va sempre presa con molta prudenza, ma ci sono alcuni elementi “grammaticali” che caratterizzano la antica dialettica delle “frattocchie” e che possono servire a identificare lo stile del PCI storico che è rimasto nel PD e che ha attraversato indenne le varie crisi (DS, PDS). Personalmente ne ho individuate alcune fra le più significative.

Il Teorema”: viene costruito un modulo descrittivo ad hoc di una situazione, persona, legge, problema. Il “modulo” viene consolidato per mezzo di sistematica ripetizione e reiterazione, fino a quando non sostituisce la realtà nell’immaginario collettivo e nella pubblica opinione. Dopodiché la dialettica viene esercitata sul “teorema” e non sulla realtà delle cose o delle persone.

Variante del “teorema” è “l’etichetta”: si attribuisce alla controparte una opinione o una posizione di comodo e ci si confronta con questa invece che ascoltare e confrontarsi con quanto effettivamente il soggetto dice, scrive o sostiene in modo documentato e competente.

La terza grammatica è l’“astrazione”: di una situazione complessa (una legge, per esempio, o una crisi congiunturale) si astrae un dettaglio particolarmente utile per sostenere la propria tesi (o il teorema) e su questo dettaglio si concentra l’operazione dialettica, facendo in modo che la controparte sia costretta a difendersi su un terreno sfavorevole mentre gli aspetti gravi e significativi del problema vengono lasciati in secondo piano.

Le tre “grammatiche” base si prestano poi a mille sfumature e in mano a operatori abili sono armi efficacissime specialmente nei dibattiti manipolati dei talk show televisivi.

In alcuni talk show le tecniche di manipolazione sono arrivare al punto di “ricostruire” una controparte di comodo come fa Annozero con le “docufiction”, oppure con Travaglio e Guzzanti che intervistano una Gelmini finta rappresentata da una macchietta grottescamente sciocca. Tecniche che sono sicuramente oltre ogni decenza giornalistica e non giustificabili dal taglio che superficialmente sembra quello della satira, ma in realtà è una falsificazione sostanzialmente offensiva.

Se si ascoltano con attenzione i dibattiti o gli interventi in Parlamento specialmente quelli della “nomenclatura” si potranno individuare le “grammatiche” e le loro varianti e si potrà valutare la loro attualità ed efficacia.

Gli altri strumenti di manipolazione della dialettica politica dei quali il PCI era grande maestro sono quelli della costruzione di un simulacro di opinione pubblica mediante attivisti e simpatizzanti. La scuola, l’università, la giustizia, la stampa, gli organici delle amministrazioni locali a tutti i livelli (comuni, province, regioni) sono tutte strutture dove ancora oggi il PD può contare su una potente eredità di simpatizzanti attivi e convinti che sono in grado di movimentare i grandi numeri necessari per “fare opinione” e per provocare riverbero mediatico. La piazza. Una eredità lasciata dal PCI che per questo ha sempre operato strategicamente avendo in mente i tempi lunghi.

Un ulteriore elemento caratteristico della agenda politica del PD che autorizza il sospetto di una loro “genetica” o storica tendenza a preferire percorsi diversi dalle procedure democratiche è la pervicacia con la quale insistono nei tentativi di sovvertire gli equilibri politici mediante iniziative “diverse”. Di questo tipo è oramai chiara e consolidata la linea “giustizialista” assistita da magistrati allineati e strumentali. Sempre fra i tentativi “diversi” dalla pratica democratica la recente manovra coordinata con Gianfranco Fini: un non dichiarato accordo con parte della maggioranza per mettere in crisi il governo e farlo saltare su un voto di fiducia. Sotto molti aspetti l’operazione può essere qualificata come un vero “colpo di stato”. È difficile pensare che senza solide garanzie Fini avrebbe preso le iniziative che alla fine sono fallite con la sconfitta del 14 Dicembre. Altro esempio di “centralismo democratico” è la liturgia delle “primarie” dove il popolo della sinistra viene chiamato ad avallare, possibilmente senza discutere, le nomine fatte dalla cupola del Partito. Le “primarie” del PD che vennero a suo tempo vendute come l’esempio di democrazia interna del Partito hanno poi rivelato la loro vera essenza: una liturgia il cui unico scopo era di spalmare una parvenza di dialettica democratica sulla brutalità sovietica della segreteria. Queste sono le primarie e questo è il candidato che dovete votare. A Milano è andata male perché la “base” del Partito comincia ad accorgersi di come stanno le cose e non segue le istruzioni dettate dalla Segreteria. Questi comportamenti di profilo squisitamente totalitario vengono ovviamente negati dal PD: possono anche essere stati gestiti senza premeditazione o disegno, ma l’operazione fatta in modo implicito è ancora più preoccupante. Il PD persegue le sue logiche seguendo in modo subliminale la sua vocazione genetica. Quando Berlusconi denuncia la malattia totalitaria del PD le reazioni sono di irritata derisione, ma nel chiuso delle Sezioni il malessere delle cellule è forte e l’istanza di “cambiamento” sempre più critica e ha lo stesso segno delle esternazioni di Berlusconi. Prima o poi si esprimerà in modo esplicito e forse drammatico e dalla crisi potrebbe iniziare un percorso verso la socialdemocrazia. Quando il PD (o la nuova sigla che verrà inventata) sarà arrivato a una nuova maturità politica il “quadro” politico italiano sarà completamente diverso dall’attuale settario teatrino. La “nomenclatura” sarà finalmente in pensione e con le nuove generazioni politiche potrà nascere una vera alternanza bipolare anche in Italia. Ma fino ad allora le reiterate “esternazioni” di Berlusconi sui “comunisti” non solo sono giustificate dalla realtà delle cose, ma sono utilmente salutari. Che è la ragione per la quale oggi irritano la cupola del Partito Democratico.

C’è una cosa alla quale bisogna fare attenzione: per certi aspetti il dibattito politico è simile al gioco del tennis. La qualità dello scambio tende ad appiattirsi sul livello del giocatore più scadente. Questo è il motivo del generale squallore della dialettica politica in Italia. Sia in Parlamento che nei luoghi del dibattito pubblico (essenzialmente la televisione) lo scambio è arrivato a livelli infimi. Agli argomenti si sostituisce l’urlo, quando la tesi favorita dal conduttore è in difficoltà il dibattito viene interrotto dalla “pubblicità” o dal conduttore stesso. Spessissimo tutti parlano e urlano simultaneamente ripetendo a mo’ di slogan una “frase d’attacco” per sommergere verbalmente la controparte. Essendo impossibile la verifica immediata delle informazioni e delle affermazioni molto spesso la falsificazione più smaccata riesce ad imporsi sugli ascoltatori. I dibattiti somigliano più a scontri fisici che a confronti dialettici fa due tesi o due opinioni. Un incubo orwelliano. L’audience aumenta con la violenza, la provocazione e la volgarità degli interventi. Una spirale inarrestabile verso il peggio. Più audience più profitto di pubblicità, più volgarità e più violenza verbale…

Forse è tempo che un movimento di opinione intervenga per fermare l’obbrobrio.

Forse la partecipazione a questi dibattiti dovrebbe essere riconsiderata criticamente da tutte le parti in causa. Forse gli organi di controllo della RAI/TV dovrebbero intervenire con maggiore autorevolezza.

Tollerare e incoraggiare questa cultura deteriore non è indice di democrazia e di rispetto della libertà di espressione perché è proprio questa cultura che è un insulto alla democrazia e alla libertà di espressione.

lorenzo matteoli

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Aldous Huxley (1894-1963) autore di Brave New World (Mondo Nuovo)
scritto nel 1931 pubblicato nel 1932

La domanda

La domanda che tutti si fanno dal singolo individuale consumatore al grande capitano di industria e al super-banchiere mondiale, e a tutti livelli della responsabilità politica è: quando e come si riparte? Da dove si ricomincia? Quasi tutti i governi hanno istituito commissioni speciali, gruppi di consulenza, comitati ad hoc per progettare, guidare, organizzare la ri-partenza, dopo il planetario, globale “a rimorta” imposto dal malefico virus.

Una situazione senza precedenti: nemmeno le due guerre mondiali possono essere un riferimento: non si era fermata la grande macchina planetaria durante i due conflitti, anzi in molti settori era stata spinta al massimo. Grande accelerazione che aveva anche caratterizzato le dinamiche macroeconomiche, finanziarie, industriali dei due dopoguerra. Sotto molti aspetti in modo rivoluzionario. Le guerre uccidono milioni di persone e provocano violente innovazioni in tutti i settori d’impresa.

Con la corona-pestilenza invece si è fermato tutto, quasi di colpo. Meno la macchina sanitaria che, se non è collassata ha salvato milioni di vite, con enorme sacrificio dei suoi organici, medici, paramedici, servizi: never so few made so much for so many
Sacrificio con pesanti responsabilità politiche e amministrative. 139 medici morti ad oggi e molte centinaia di paramedici e personale dei servizi. Tutti per mancanza di protezione individuale e quindi con precise responsabilità amministrative e di gestione.

Per capire si possono fare metafore. Quando una enorme, complicata macchina si blocca per farla ripartire ci sono in genere precise procedure. Vanno analizzati eventuali guasti, o rotture provocate dal “blocco”, parti o sistemi accessori danneggiati. Questo è necessario perché far ripartire la macchina nella quale ci siano componenti danneggiati potrebbe provocare guai peggiori, rotture irreparabili. Tutti i circuiti vanno verificati, tutti i collegamenti funzionali, vanno controllati e dove necessario ripristinati. 

Nella grande macchina (motore) sono circuiti idraulici, elettrici, connessioni meccaniche, guarnizioni, giunti, catene e cinghie di trasmissione. 

Nel sistema macroeconomico, economico, finanziario, industriale, commerciale e dei consumi ci saranno i dispositivi omologhi nella metafora: desideri, volontà, comunicazione, comando, gerarchia, procedure, responsabilità, verifiche, controlli, norme, assicurazioni…feedback, progetto, resistenze, viscosità, attriti, opacità, ombre…

 Due elementi sono particolarmente interessanti sia nella metafora meccanica che nella realtà storico-antropologica-imprenditoriale: il combustibile e il lubrificante. 

Il combustibile nella realtà storica è chiaramente la moneta nelle sue svariatissime forme: liquido, credito, attuale, futuro e nella dimensione quantitativa: cento, mille, un milione, un miliardo, decine di miliardi, centinaia di miliardi, migliaia di miliardi…

Il lubrificante nella realtà storica è il sistema di comunicazione che struttura tutto il processo che collega il desiderio, la volontà, il progetto alla realizzazione concreta delle “cose”.

La differenza fondamentale tra la “macchina” metaforica e la macchina storica-antropologica-imprenditoriale è che mentre le parti e i componenti della macchina metaforica (motore) non hanno volontà e intelligenza individuale, nell’immane sistema storico-antropologico ogni dispositivo, ogni componente e particella ha intelligenza e volontà propria, autonoma, individuale.

Di fronte a questo problema si danno due atteggiamenti della responsabilità “guida”:  

  1. controllare e costringere le diverse intelligenze e volontà su una linea unificata strategica imposta.
  2. progettare la strategia per sfruttare in modo adattivo le diverse intelligenze e volontà specifiche e individuali.

Due atteggiamenti profondamente diversi. Nessuno dei due assolutamente giusto e da privilegiare: è più opportuna una terza via che imponga la strategia di guida in determinate aree e in determinati tempi e che sfrutti e utilizzi le specifiche volontà e intelligenze in determinate aree e in determinati tempi.

Il combustibile/moneta
Senza combustibile nessuna macchina può muoversi/partire. Mentre la macchina-motore ha bisogno di un solo combustibile che nelle specifiche condizioni si espande o esplode: legna, carbone, benzina, kerosene, diesel, gas, idrogeno … a seconda della tecnologia, la macchina storica-antropologica ha bisogno di moneta attuale liquida, credito futuro a breve, a lungo o lunghissimo termine, in quantità che possono variare dalle centinaia di unità ai molti miliardi. 

La moneta ha quindi diverse dimensioni: qualità, quantità, tempo. 

Ma ce ne sono anche altre meno evidenti: credibilità, fiducia, rischio, margini di profitto, garanzie. Alcune di queste dimensioni sono di connotazione politica, sociale, culturale.

La dimensione essenziale del denaro che va messo nella macchina storica-antropologica è la sopravvivenza dei soggetti: perché la macchina riparta bisogna che i soggetti individuali sopravvivano al suo arresto, possibilmente tutti. Primum vivere.

Fuori dalla metafora è necessario che tutti quelli che nel blocco sono rimasti disoccupati abbiano il denaro necessario per sopravvivere, per pagare i generi di prima necessità, fino a quando non potranno di nuovo lavorare e mantenersi.

Il lubrificante
Nella macchina metaforica gli strumenti che riducono o eliminano attriti meccanici, usura di ingranaggi, parti in movimento sono i lubrificanti: olii, grassi, grafite, talco e quant’altro inserito tra superfici a contatto di parti in movimento relativo riduce attrito, impedisce il surriscaldamento e consente il funzionamento del tutto. Nella macchina antropologica economica fuori dalla metafora il “lubrificante” è il sistema/rete di comunicazione e i suoi linguaggi. Le regole, le norme, le istruzioni, il sapere, l’informazione, la conoscenza, i rapporti interpersonali, le responsabilità gerarchiche… il progetto. Senza questo complesso sistema la grande macchina antropologica non può funzionare: priva di telos, senza istruzioni, fuori da un sistema culturale la grande macchina antropologico-economica è inerte o funziona in modo scontrollato e potenzialmente pericoloso.

La grande macchina storica-antropologica
Perché gli individui particelle ultime della grande macchina possano lavorare e mantenersi sono necessarie attività, imprese, scambi, processi produttivi o di servizio. Una chiara situazione tipo uovo/gallina o cane/coda, che richiede decisione vuoi tecnica, vuoi politica.

Infatti, in questa che sembra una svolta banale ci sono problemi di strategia e di priorità nodali. Non tutte le industrie e non tutti i servizi che rappresentano posti di lavoro sono in grado di ripartire senza un mercato di domanda. Non tutti i mercati di domanda si innescano solo con il denaro investito nella sopravvivenza. Sarà quindi necessaria una strategia di investimento che consenta la ricostruzione dei mercati di domanda per necessità che non sono di sola sopravvivenza: in questa area le due strategie di guida A e B devono combinarsi in modo sinergico: desiderio e volontà devono trovare la disponibilità di crediti a breve e medio termine che sostituisca i naturali mercati di domanda che alimentano la macchina storica quando funziona a regime.

Vanno individuati i luoghi di massima leva occupazionale e di massima potenziale domanda a breve e medio termine. In questa area nulla può sostituire l’intelligenza di impresa dei soggetti individuali, con il rischio associato di errori e contraddizioni.

Una area che sembra delinearsi con relativa chiarezza è quella delle lacune disastrose messe in drammatica evidenza dalla crisi pandemica: materiali, accessori, impianti, dispositivi, servizi necessari in linea tattica, in linea strategica, in linea di continuità periodica di breve o medio termine.

Sui tempi medio, lunghi ripartiranno le grandi attività di struttura industriale di base: minerario estrattivo, chimica, siderurgia, e poi metalmeccanica, manifatturiero, tessile, confezioni. Queste attività potranno essere anticipate con investimenti ad hoc capaci di innescare le opportune sacche di domanda. Molte sono in grado di autofinanziarsi e quindi di decidere in modo autonomo come e quando ripartire. Ammesso che si siano mai completamente fermate.

La cosa interessante della “chiusura” provocata dal virus è che ha rivelato una serie di “inutilità”, di accessori, dispositivi, attività delle quali si può fare a meno, o che si possono fare in modo affatto diverso. Ha illuminato una serie di aree a foite contenuto di potenziale innovazione. In questa macro-griglia ci sono molte opportunità di rinnovamento dell’esistente e di innovazione radicale, per recuperare quella che qualcuno ha chiamato una “nuova normalità”.

Muoversi, insegnare, studiare e lavorare, divertirsi…vivere nella nuova normalità vedrà molti cambiamenti di abitudini, comportamenti. 

Un’area del tutto nuova (e pericolosa) saranno le misure per garantire la sicurezza sanitaria individuale e sociale in una società esposta al pericolo di fenomeni pandemici. Una garanzia che dovrebbe essere gestita senza comportare un controllo rigido della vita individuale: c’è il pericolo di drastiche limitazioni alla libertà dei singoli e dei gruppi con un conseguente impoverimento della qualità della vita e della cultura esistenziale (come non pensare a Brave New World di Aldous Huxley?). La regola fondamentale è che ognuno dovrà essere in grado di garantire tutti gli altri di non costituire un pericolo. Quindi certificazione individuale continuamente aggiornata e verificabile in modo sicuro semplice e non invasivo. Ognuno avrà la sua piastrina elettronica al polso che dovrà essere aggiornata in modo pressocchè automatico e continuo.

Quali limiti sulla libertà individuale? Quali pericoli di controllo da parte di un supergrandefratello orwelliano?

Saranno tempi interessanti.

lorenzo matteoli

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L’astuta irresponsabile strategia di Salvini sul problema aprire o chiudere

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Salvini ha il dono di sapersi sempre comportare all’altezza del livello più vergognoso delle aspettative e delle logiche etico-politiche.
Il giornale La Repubblica ha pubblicato ieri una raccolta delle sue dichiarazioni sul problema “aprire/chiudere” per la gestione della pandemia. Un elenco che illustra come con la stessa irresponsabile sicumera, demagogia e arroganza ha dichiarato tutto e il contrario di tutto. Aprire tutto subito, tornare a lavorare…un giorno. 
Chiudere tutto subito … la cosa più importante è la tutela della gente…un altro giorno.

Non si tratta di un comportamento dovuto alla fragilità mentale** del soggetto. Per nulla.

È un comportamento studiato e attuato con precisa volontà.

Salvini sa bene che i suoi elettori sono divisi fra le due scelte e quindi che prendere una posizione precisa su una delle due vorrebbe dire automaticamente deludere la metà del suo parco voti. Sa anche che i suoi elettori dimenticano rapidamente o ricordano solo le cose che vogliono ricordare.

Quindi i fedeli leghisti che vogliono chiudere tutto ricorderanno solo i suoi appelli a chiudere tutto. Quelli invece che vogliono aprire tutto ricorderanno solo i suoi appelli ad aprire tutto. …chiese, discoteche, bar, ristoranti, caffè, bocciofile, cinema, piscine….

Delle conseguenze delle due strategie al “capitano del Papeete” non gliene potrebbe fregare di meno. 

Se la mia ipotesi non è vera … resta l’altra**: il vero problema è quanto ci metteranno i milioni di italiani che lo votano ad accorgersi di cosa si nasconde dietro la incompetente arroganza del soggetto. I precedenti italiani non sono di conforto: ci sono voluti venti anni e forse per qualcuno molti di più… e qualche milione di morti.

lorenzo matteoli

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