E finita la ricreazione

È finita la ricreazione

Lorenzo Matteoli

28 luglio, 2012

 

 

L’America, la Germania, i paesi del Nord Europa hanno un problema: i risparmiatori/investitori pagano i governi perché prendano i loro soldi. Ovvero il debito pubblico di questi paesi non solo non paga interessi a chi lo compra, o li paga bassissimi, ma viene addirittura compensato con interessi negativi. Il basso costo del denaro o addirittura l’interesse negativo sui buoni del tesoro dovrebbe spingere gli investimenti: quando il denaro costa poco si investe. I governi che possono comprare denaro a basso interesse (o addirittura a interesse negativo) possono investire in infrastrutture, promozione, sviluppo, ricerca, educazione, crescita, social welfare.

La Spagna, la Francia, l’Italia e la Grecia, invece, per collocare sui mercati finanziari il loro debito pubblico e per rinnovare i buoni del tesoro in scadenza, cioè per comprare denaro dai mercati, devono pagare interessi sempre più elevati e ai limiti della sostenibilità finanziaria. Quando gli interessi sul denaro sono alti non si investe. Non si può investire.

L’effetto patologico della Grande Crisi Finanziaria è quello di aver reso praticamente gratuito il finanziamento per lo sviluppo e la crescita della Germania e molto costoso quello dei paesi del Sud Europa (Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda…). Saltando alcuni passaggi si può dire che il privilegio della Germania è pagato dai paesi il cui debito pubblico è gravato da forti interessi.

Altra considerazione: il privilegio della Germania è destinato a consolidarsi  sempre di più. Questo è un fatto e va detto senza spirito di rivendicazione e avendo ben presenti le responsabilità dei governi italiani degli ultimi trenta quaranta anni che hanno spensieratamente e demagogicamente costruito le condizioni dell’attuale dramma.

 

Da sette/otto mesi a questa parte il Governo Italiano sta cercando di rimediare la situazione critica con una politica  di “austerità” nella quale la componente “taglio della spesa pubblica” è minima mentre è pesante la componente “aumento del carico fiscale”. Una strategia fortemente “depressiva” che impedisce il rilancio dell’economia e dell’occupazione, condizioni indispensabili per bloccare la speculazione al ribasso sui titoli italiani e per ridurre il carico degli interessi sul nostro debito pubblico. Una strategia quindi che tende a consolidare la situazione critica e la sua irreversibilità.

 

Una alternativa a questa strategia è quella di misure finalizzate a promuovere la domanda, la crescita e l’occupazione. Misure che in genere sono sostanzialmente strutturate da aumento della spesa pubblica (la linea cosiddetta Keynesiana nel gergo dell’attuale dibattito).

Per aumentare la spesa pubblica il Governo deve trovare denaro, per trovare denaro da investire il Governo deve ridurre la spesa pubblica. Ovvia la contraddizione. Che in realtà potrebbe essere risolta nella complessità del bilancio dello Stato: ridurre certe spese da una parte per aumentare certe spese da un’altra. Una scelta precisa e dura che deve essere fatta e che il Governo Monti non riesce a fare, invischiato in trattative, concertazione e negoziati con le parti sociali che hanno interessi di corporazione affatto diversi.

La possibile alternativa per attuare una strategia “keynesiana” sarebbe quella di “stampare moneta” cosa che nel regime della moneta unica europea è evidentemente impossibile per il Governo Italiano.

Nel disegnare la sua strategia macroeconomica (non potendo averne una monetaria) il Governo Monti è stato costretto sull’unica via che poteva percorrere: il carico fiscale. Sui tagli della spesa pubblica è stato bloccato dall’interdizione dei partiti, dei sindacati e del “sistema Italia”, che hanno quindi impedito anche un possibile innesco “keynesiano” parallelo all’”austerità”.

 

Questo lo schema semplificato al massimo della situazione congiunturale.

Su questo schema arriva l’appello apparso sul “Manifesto” di Martedì 24 Luglio intitolato “Furto di informazione” con il quale alcuni intellettuali, sociologi, economisti dell’area accusano  governo e informazione “omologa” di nascondere all’opinione pubblica le possibili alternative alla strategia neoliberista scelta che “lungi dall’essere un’evidenza riflette un punto di vista ben definito (quello della teoria economica neoliberale) oggetto di severe critiche da parte di economisti non meno autorevoli dei suoi sostenitori. Così una teoria controversa, da molti ritenuta corresponsabile delle crisi….è assunta e presentata come auto evidente sottraendo a milioni di cittadini la nozione della sua opinabilità e impedendo la formazione di un consenso informato, presupposto della sovranità democratica.”

 

L’appello degli intellettuali del Manifesto e l’accusa di “furto di informazione” non dice però quale sarebbe stata la informazione rubata all’opinione pubblica. Non evoca nemmeno l’ipotesi keynesiana o qualche altra teoria (steady state, decroissance, sostenibilità economica ambientale, etc …). Ovvero, come si suol dire, tira il rocco, ma nasconde la mano e commette a sua volta lo stesso “furto” del quale accusa Governo e media “omologhi”: priva il pubblico di una importante informazione su quella che potrebbe o dovrebbe essere la strategia alternativa al neoliberismo e sulle sue implicazioni. Cioè da dove si prendono i soldi per attuarla. Come spesso succede a quella cultura: non ci si compromette.

È abbastanza ovvio che il Governo sostenga la sua tesi e la sua strategia, come è abbastanza ovvio a chi legge qualche giornale che il dibattito sulle alternative non è per nulla censurato o sottaciuto: da mesi le scuole di economia (accademiche e del Bar Sport) sono divise tra il modello dell’austerità e del rigore e quello “keynesiano” della spesa pubblica per rilanciare l’economia. Lo stesso Governo Monti cerca di moderare la sua linea “austera” con promesse di investimenti e misure per la crescita e l’occupazione non depressive, che però non  riesce a innescare, che mancano di sostanza e credibilità, o che vengono annacquate dalla “concertazione” (esempio preciso la manipolazione inutile dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori much adoo for nothing).

 

La realtà è che le regole  del grande gioco dell’economia non funzionano più, sono obsolete, e i mesi/anni di tentativi falliti lo dimostrano. Ci vogliono nuove regole, ma forse ci vuole anche un nuovo gioco, come suggeriva tempo fa su La Stampa Mario Deaglio, forse senza accorgersi del potenziale rivoluzionario del suo suggerimento. L’assunto che in parte non è più vero, e in parte non viene più creduto, è che il  grande gioco disegnato per la crescita continua e illimitata in un ambiente finito non corrisponde più al mondo reale, o a quello che l’opinione corrente ritiene o intuisce che sia il mondo reale.

Per non essere accusato di vuoto utopismo devo chiarire: dal modello attuale si deve uscire utilizzando strumenti che siano coerenti con il vecchio modello ma che tengano anche presenti le condizioni in emergenza a medio e lungo termine. I limiti ambientali e sociali allo sviluppo e alla crescita.

E’ finita la ricreazione, per citare un famoso “principe”.

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
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2 risposte a E finita la ricreazione

  1. matteolilorenzo ha detto:

    Per una informazione completa su come uscire dalla crisi finanziaria si legga di Roger Abravanel “Italia: cresci o esci”. Un libro chiaro e durissimo sulle profonde radici culturali del guaio nel quale ci troviamo. lm

  2. Johnk568 ha detto:

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