Quale gioco? Quali nuove regole?

Quale gioco? Quali nuove regole?

Lorenzo Matteoli

17 luglio 2012

 

L’idea che per uscire da questa crisi, che oramai ci opprime da quasi 6 anni, ci vogliano nuove regole del “Gioco”, fino a poco tempo fa era rimasta confinata ai discorsi e agli scritti della critica economica utopica e di avanguardia. Oggi comincia a filtrare anche nel pensiero e negli scritti degli economisti di scuola ortodossa. Canonicamente riconosciuti. La domanda che ci si pone immediatamente è quale gioco, quali nuove regole?

 

Il problema andrebbe trattato con analisi approfondite e con documentazione  estesa e articolata: partire da Adam Smith, e forse prima ancora, e percorrere criticamente la storia della moderna economia … mercantilisti, fisiocratici, Quesnay, Colbert, Marx, Schumpeter, Keynes, Krugman, Stiglitz, Modigliani, Latouche e il Gotha dei premi Nobel per l’economia degli ultimi 50 anni. Studiare le conseguenze delle varie teorie, dogmi e religioni economiche, le crisi drammatiche che ne hanno segnato la storia, le guerre, le carestie, la fame e i milioni di morti che in qualche modo hanno pagato l’evoluzione del “Gioco” e delle sue regole, nel corso dei secoli.

Qualcuno certamente lo farà o lo sta già facendo o lo ha fatto, ma ci sono tempi e modi diversi per l’elaborazione scientifica approfondita e per l’intuizione anticipatrice  che “dissoda il terreno” (ground breaking). Dove quest’ultima, anche se schematica, è altrettanto importante e decisiva in quanto introduce nella cultura della pubblica opinione l’embrione del “cambiamento”, la curiosità e la disponibilità ad accoglierlo a promuoverlo e a portarlo alla sensibilità del decisore pubblico, e, finalmente, nella prassi.

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Il “Gioco” dell’economia (oikonomìa, che etimologicamente sta per “le regole della casa o dell’insediamento”) è stato sicuramente il motore responsabile dell’evoluzione, nel bene e nel male, delle nostre società da quando utensili in pietra grezza venivano scambiati per utensili in pietra levigata, in bronzo e in ferro. Da quando le pesanti e fragili spade in bronzo dei barbari si spezzavano nell’urto con i tozzi gladi in acciaio temprato romano, duro fuori e resiliente dentro, chi vinceva conquistava terre, chi perdeva diventava schiavo. Lo scambio di merci, beni e schiavi che si effettuava con il baratto venne poi regolato dalla “moneta”, d’oro, d’argento, di rame e di bronzo. Una fondamentale conquista concettuale. Le regole del gioco erano ancora semplici, quando non brutalmente semplici: lo scambio di beni per un controvalore monetario consentiva però ai mercanti più abili e intraprendenti di guadagnare comprando beni dove costavano meno e vendendoli dove il prezzo poteva essere più alto. Iniziavano i processi di accumulazione della moneta e la necessità di impiegare la moneta in operazioni che non erano di scambio immediato e contingente. Nel concetto del denaro e del valore di scambio entrava il concetto di tempo: il denaro di oggi per lo scambio nel futuro. Il guadagno possibile per la differenza fra valore attuale e valore futuro dei beni oggetto di scambio. Nasce la “finanza”, l’interesse sul capitale, lo scambio di servizi e non solo di beni.

Questo stato di cose è rimasto quasi inalterato per molti secoli e ha regolato economie di monarchie e imperi, enormi debiti ed enormi crediti che si risolvevano in tempi multi-generazionali. Creando enormi ricchezze o provocando spaventosi dissesti e crolli politici e dinastici.

Nel ventesimo secolo il grande “Gioco” affronta uno scisma epocale: da una parte l’economia centralizzata e controllata dallo Stato, dall’altra l’economia controllata dal libero mercato degli scambi nella quale lo Stato interviene come moderatore attraverso la politica fiscale e altre misure finalizzate alla tutela del sociale. Nel corso dello stesso ventesimo secolo i due modelli entrano in crisi: prima quello delle economie centralizzate che non sono riuscite a corrispondere i servizi indispensabili al contesto sociale, e poi quelle delle economie di mercato: i meccanismi della domanda e dell’offerta, regolati in modo inadeguato, non sono stati più in grado di garantire stabilità, equilibrio ed equità sociale.

Il capitalismo di stato e il capitalismo privato i due modelli moderni del grande Gioco economico si scontrano a breve distanza di tempo con limiti “terminali”.

 

L’analisi e lo studio dei motivi e delle ragioni dei due fallimenti è luogo di acceso attuale dibattito: in qualche modo tutti e due i modelli non sono stati in grado di gestire e controllare le possibilità di abuso delle loro regole da parte di gruppi limitati dell’aggregato sociale. Per il capitalismo di stato il fallimento è stato probabilmente causato dalla corruzione, incompetenza e dall’avidità delle burocrazie statali e dalla incapacità del sistema di monitorare gli abusi e di controllare la applicazione difforme delle regole del gioco o addirittura la loro applicazione e interpretazione criminale.

Per il capitalismo di mercato il fallimento è stato provocato dalla avidità e dalla corruzione delle istituzioni e corporazioni bancarie e finanziarie che attraverso una applicazione selvaggia  delle regole o attraverso la loro deformazione incontrollata hanno provocato immani arricchimenti, enorme potere economico concentrato in chiuse oligarchie e instabilità del sistema. Complice la responsabilità politica asservita.

La malattia più grave del capitalismo di mercato è quella della iper-finanziarizzazione: gli scambi per il pagamento di merci e servizi sono una aliquota centesimale rispetto al movimento di capitali virtuali o fittizi per operazioni di speculazione marginale e di arbitraggio delle minime differenze fra i tassi monetari sui vari mercati del Pianeta. L’arricchimento consentito da prodotti finanziari “derivati”, pacchetti di investimento dalla struttura complessa e dalla dinamica oscura e incomprensibile per gli stessi addetti ai lavori, vere e proprie scommesse spesso implicitamente taroccate,  con le quali enormi platee di piccoli risparmiatori sono state e vengono derubate da banche e istituti finanziari conniventi. Lo studio e la comprensione precisa dei fondi basati su CDS (Credit Default Swaps) con molta attenzione e pazienza consente di comprendere gli articolati meccanismi e di apprezzarne l’intrinseca componente di frode.   

Il “Gioco” e le sue regole, applicate o trasgredite, negli ultimi 40 anni hanno prodotto enorme concentrazione di ricchezza per caste privilegiate e una diffusa povertà ai limiti dell’indigenza per il 98% del contesto sociale, negli Stati Uniti, in Europa e in quelle aree geopolitiche del Pianeta al traino delle due economie forti. La potenza economica delle caste privilegiate consente loro un controllo viscoso della “politica” e dei governi ed è pertanto molto difficile aspettarsi da questa struttura di potere un cambiamento anche minimo della matrice stessa della loro ricchezza e del loro potere.

La domanda fondamentale che oggi ci si pone è se siano i modelli concettuali della organizzazione economica, macroeconomica, monetaria e finanziaria responsabili del collasso e del fallimento, oppure se sia stata la prevaricazione delle loro regole e l’interpretazione criminale e forzata delle stesse la causa della più severa crisi economica degli ultimi due secoli. Una differenza di cruciale importanza ideologica.

La mia sensazione è che sia stato il combinato disposto della obsolescenza ambientale dei modelli e della deformata applicazione delle loro regole che ha provocato la crisi globale corrente.

Il “Gioco” va cambiato e le nuove regole saranno conseguenza del nuovo “Gioco”.

La ragione dell’obsolescenza del “gioco” è che questo è stato disegnato e strutturato sulla necessità e sull’assunto di una continua e illimitata crescita dell’ambiente nel quale viene svolto. Il debito della generazione attuale presente e attiva viene pagato dalla crescita delle economie (più produzione, più consumi, più profitti e più margini). Crescita spinta e giustificata dalla crescita demografica esponenziale.

La sensazione, intuita, subliminale o esplicita e documentata, che siano stati raggiunti, o stiamo per essere raggiunti, nell’arco dei prossimi 20 anni “limiti” fisici alla crescita continua è la tara fondamentale del modello corrente: la crescita senza limiti che era la struttura del sistema economico corrente non è più una ipotesi credibile. Non è molto importante che questa sensazione sia giustificata nei fatti: non sono i fatti che determinano la tensione ideale delle società, ma le intuizioni, le sensazioni, il vero “poetico” come diceva Vico. (Il vero poetico è vero metafisico a petto del quale il vero fisico che non vi si conforma deve tenersi a luogo di falso).  La sensazione del “limite ambientale” è dominante specialmente nei contesti urbani e delle grandi conurbazioni regionali che sono i luoghi di formazione della cultura e del pensiero sociale e civile. Non sono tanto le risorse ad essere limitate: il loro limite è continuamente sfidato dalla tecnologia. Quello che è oggettivamente finito è lo spazio dove consumare altre risorse, bruciare altra energia, coltivare altre colture. Questa condizione condanna il grande Gioco economico e finanziario in modo irrecuperabile e impone la fondazione di un nuovo Gioco e di nuove regole.

La condizione strutturale del nuovo Gioco è che non può essere basato sull’assunto della crescita continua e incontrollata, sull’assunzione di debiti che non potranno, comunque, essere pagati dalle generazioni future. Da questa condizione nasceranno le nuove regole.

Quali saranno esattamente le nuove regole è difficile dire ed è problema squisitamente politico. Alcune affermazioni si possono comunque proporre: senza l’assunto della crescita tutto il castello iper-finanziario crolla e si azzererebbe tutto l’indotto quaternario che da questo castello dipende. Verrebbero azzerate tutte le elite corporative di privilegio e di abuso attualmente dominanti, l’equilibrio degli scambi non sarebbe più deformato dalla pesante, indebita tangente imposta dalla rapina finanziaria, il regime di mercato libero autentico verrebbe restaurato e liberato dall’attuale deprimente condizione iper-finanziaria. Gli aspetti qualitativi effettivi degli scambi diventerebbero l’elemento qualificante dei valori in gioco. Il motore strutturale del sistematico impoverimento delle masse e del sistematico arricchimento delle elite sarebbe bloccato. Il mercato riconquisterebbe la libertà che era la sua condizione qualificante originale.

Da questi schematici elementi e brevi riflessioni si comprende come l’avvento del Nuovo Gioco e delle sue nuove regole non potrà avvenire senza una durissima resistenza da parte dell’attuale sistema di potere politico-finanziario e da parte del suo fondamentale strumento di difesa, complice e asservito: l’informazione e l’educazione della pubblica opinione.  La condizione interessante è che la difesa a oltranza del “Vecchio Gioco” sarà, alla fine, una difesa “suicida”.

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
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