Hic et Nunc …Forever

Hic et Nunc … Forever

Pubblicato su Legno Storto

Lorenzo Matteoli

19 Giugno, 2012

Una strana sensazione e una nuova diversa frustrazione dopo il voto in Grecia. Tutti i giornali del mondo prima di domenica titolavano in modo drammatico, sembrava che i miliardi di triliardi di milioni di euro o dollari dei mercati finanziari mondiali dovessero sparire nel vuoto cosmico interstellare solo perché qualche milione di debito greco sarebbe andato in default (lo zero virgola zerozeroqualcosa %). Dopo la vittoria di Nea Demokratia non sembra però che ci sia stato il rinascimento che la sconfitta di tutte le funeste previsioni lasciava presagire. Qualche lieve correzione sui mercati, ma sostanzialmente stessa minestra di prima. Pessimismo e torpore. Il gigantesco paziente macroeconomico globale non reagisce. Lo spread galleggia sui valori di ieri, non ci sono scintille di ripresa e si continua ad aspettare l’improbabile arrivo di qualcosa che non si sa bene cosa possa essere.

Una situazione simile a quella che si incontra nella pratica medica quando il paziente non reagisce alle terapie. Si cambiano terapie, altre pillole, altre combinazioni, altre stregonerie, ma tutto è inutile: il gigantesco mostruoso paziente rimane inerte. Sul corpaccio cominciano ad apparire preoccupanti chiazze nere e l’odore diventa insopportabile.

Collocare il debito pubblico dei paesi fragili diventa sempre più difficile e la traiettoria del sistema finanziario del pianeta è sempre orientata al profondo Sud. In giù.

I medici discutono, leticano, ma è sempre più evidente che la patologia non è fra quelle che hanno studiato sui loro libri: si cerca di indovinare, si azzardano le ipotesi più diverse, terapie sempre più radicali, dosi sempre più vicine al limite tollerabile. Il paziente guarito … muore.

La farmacologia corrente non serve, tutte le strategie tecniche di cura non provocano risposta da parte dell’organismo comatoso. Il limite della strumentazione tecnica è drammaticamente evidente. La contraddizione fra le esigenze  di riduzione del debito pubblico e quelle del rilancio dell’economia è smagliante: tasse e tagli per ridurre il debito, liquidità e investimenti per rilanciare l’economia. Le tasse uccidono le imprese che dovrebbero innescare la ripresa. Come se si pretendesse di alzarsi da terra tirando le stringhe delle scarpe. Timoniere confuso, nocchiero incerto, i pirati imperversano, campi magnetici impazziti, nebbia fitta, rotta invisibile.

Dalla medicina si passa alla medicina alternativa e, andando avanti nell’esasperazione, fra poco si arriverà alla stregoneria, pratiche esoteriche,  ritualità paranormali, voodoo,  sacrifici rituali di galline e innocenti capre, etc. In questa situazione ognuno può dire quello che vuole: una giustificazione a qualunque ipotesi macroeconomica è sempre disponibile nel libro delle contraddizioni che caratterizza la storia della triste scienza. Un premio Nobel, vivo o morto, per tutte le strategie è sempre reperibile. Prende campo in questo modo il qualunquismo più sbracato e l’arroganza del “Bar Sport” imperversa. Ma se i professori non convincono non ci si può lamentare troppo.

Una idea che sembra ogni giorno più plausibile, anche se a prima vista strampalata, è quella che si stia cercando di curare il malato sbagliato. O meglio che non sia il paziente il soggetto da curare, ma che ci sia qualcosa che non funziona nell’ospedale nel quale è ricoverato.

Questa metafora si può svolgere in molti modi.  Un paziente che soffre di ulcera gastrica ricoverato in una clinica ortopedica, un paziente depresso ricoverato in un ospedale per cardiochirurgia etc. ogni modalità di svolgimento suggestiva di varie possibili interpretazioni. Un genere letterario più che altro.

Mi interessa un’altra ipotesi di “ospedale che non funziona”. Una ipotesi meno meccanica e più astratta. La mia sensazione è che l’ospedale nella fattispecie sia uno strano ospedale dal quale è stato eliminato il futuro.

Il paziente non reagisce perché non c’è futuro concepibile per il suo organismo.

In assenza di futuro qualunque terapia tecnica finanziaria o macroeconomica ovviamente non funziona.

Lasciando perdere queste fantasie, forse divertenti ma inutili, è abbastanza chiaro che l’ipotesi fondamentale perché un sistema di convenzioni, attività, progetti e imprese economiche (il paziente) “funzioni” è che ci sia un futuro nel quale possa funzionare. Domanda, offerta, investimenti, risparmi, produzione, scambi… hanno ragione di essere solo in quanto si svolgono oggi nell’ipotesi di un futuro plausibile.

Ora che ci sia un futuro in un arco di tempo consistente con un paio o tre  generazioni e forse anche di più è ipotesi abbastanza ragionevole e qualunque modello di futuro “surprise free” l’accetta. Ma il fatto che ci sia un futuro temporale di calendario pressoché sicuro non vuol dire che ci sia anche un futuro percepito, antropologicamente e culturalmente assunto a livello individuale e di gruppo sociale. Con le conseguenti implicazioni economiche, politiche, di comportamento individuale e condotta sociale.

La assunzione dell’ipotesi culturale di futuro implica responsabilità generazionale, responsabilità ambientale, volontà di governare quel futuro con l’impegno e l’azione di oggi. Forse l’unica motivazione [etica] che non ha bisogno di fede religiosa per governare i rapporti sociali e quelli fra gli individui.

L’inerzia del paziente macroeconomico agli stimoli terapeutici potrebbe essere, fra le altre, una conseguenza del sistematico e martellante privilegio della congiunturalità che ha caratterizzato il sistema dei valori negli ultimi 30-40 anni di svolgimento della nostra società.

L’Hic et Nunc esasperato nella cultura giovanile delle discoteche e delle droghe “sociali”. Una posizione materiale che ha negato, dimenticato, cassato l’inesorabile, ma anche splendido e affascinante, corollario di qualunque “presente”: Hic et Nunc…Forever.

Forse è questo il presupposto o l’ingrediente che manca alle terapie che medici e stregoni applicano al corpaccione macroeconomico inerte: una potente dose di iperfuturina-forte.

Esiste un futuro per il quale vale la pena impegnarsi, una responsabilità da assumere e da affrontare. Generazioni di figli e nipoti che si aspettano da noi quello che noi abbiamo ricevuto dalle precedenti 150 mila generazioni (circa). In questo senso è urgente recuperare la visione di lungo termine, la responsabilità che ne consegue e anche gli strumenti che questa visione ci offre.

Forse  è troppo chiedere a un governo “tecnico”: l’intuizione poetica di un futuro voluto e la passione necessaria per volerlo.

Something way beyond bookkeeping.

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
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