L’Euro è malato o è nato morto?

L’Euro è malato o è nato morto?

Pubblicato su Legno Storto

Lorenzo Matteoli

12 Giugno 2012

 

 

Gruppi di interesse di tutti i tipi, dai sindacati alle imprese agli stessi partiti politici, hanno bloccato il cambiamento. (Bill Emmott, su La Stampa del 10 giugno 2012).

I “poteri forti” secondo Bill Emmott* sono: i sindacati, le imprese, i partiti. Chiaramente, fuori dai denti, Bill Emmott può dire cose che molti commentatori economici italiani non possono dire, costretti a velare dietro l’anonimità ipocrita dei poteri forti una umiliante realtà: in Italia  i poteri forti sono dentro le istituzioni democratiche stesse.

La Fiat, le Banche, il Vaticano, la Mafia et al. lavoreranno all’esterno, ma il vero nemico è dentro la struttura stessa dello Stato, nel Parlamento e nelle Istituzioni. Patologia culturale endemica.

Emmott ha dimenticato la Giustizia e mi permetto di aggiungerla all’elenco: gli “intoccabili” sono pesantemente responsabili dell’incubo macroeconomico italiano.

Questa, in sintesi secondo Bill Emmott, ex direttore dell’Economist, la ragione del fallimento dei primi sei mesi di governo Monti. Nessuna riforma significativa del mercato del lavoro, nessuna liberalizzazione. Solo il rigore di bilancio, cioè le tasse, che chiaramente non basta. Il tempo guadagnato sta per scadere.

Per uno che aveva accolto Mario Monti come potenziale salvatore dell’Italia e dell’Europa la delusione è completa, la condanna è severa, nei limiti della formale correttezza semantica british.

 

La realtà scomoda: l’errore natale dell’Euro.

È necessario affrontare la realtà, dice Emmott, e nessuno dei paesi dell’Eurozona in crisi lo ha fatto né lo sta facendo. Prima realtà da riconoscere e affrontare: accettare l’Italia nell’Eurozona fu un errore. In termini italiani: entrare nell’Euro, magari facendo carte false, fu un errore. Travestito da impresa gloriosa dalla apologia prodiana con l’assist di Carlo Azeglio Ciampi e della stampa di regime compatta.

Nel suo articolo Emmott indica altre realtà da affrontare: la malformazione ideologica natale della moneta unica priva di unità politica e di strumentazione di governo monetario. Il neonato malforme nei dieci anni di gestione è diventato, intenzionalmente o meno, una mostruosa macchina che strozza i paesi deboli della periferia a vantaggio quasi esclusivo della Germania e della zona a trazione “Marco”. Una macchina che non dispiace ai tedeschi i quali non vogliono riconoscere le responsabilità che derivano  dal vantaggio acquisito e ovviamente chiedono “più Europa”, più controllo centrale, meno sovranità ai singoli paesi, più forza alla “macchina mostruosa”.

Il congegno che ha determinato il vantaggio per la Germania è stato il tasso di inflazione sistematicamente tenuto sotto a quello degli altri paesi dell’Eurozona. Senza una regola che limiti il minimo e il massimo per il tasso di inflazione nell’Eurozona, il paese che riesce a mantenere  l’inflazione al di sotto di quella degli altri paesi ha un vantaggio (maggiore attrattività dei capitali) che si amplifica nella complessa dinamica monetaria generale (cfr Alberto Bagnai).

Il fallimento dell’Euro viene evocato da tutti gli esperti di economia come la tragedia in fieri, l’abisso verso il quale stiamo irresponsabilmente  marciando. Ma le conseguenze pratiche di questo “fallimento” non vengono descritte: una parte importante della realtà da affrontare della quale nessuno vuole parlare. Simmetricamente si evita di descrivere, con un minimo di obbiettività, le conseguenze della difesa ad oltranza dell’Euro. Una negligenza questa forse ancora più pericolosa. Quasi sempre il perseverare “a tutti i costi” finisce per costare troppo caro.

L’idea che la moneta unica avrebbe trascinato come luminosa conseguenza l’unificazione politica era ingenua (eufemismo per sbagliata) e avrà invece conseguenze letali sul processo di unificazione politica dell’Europa. Fu una pericolosa prevaricazione della linea politica (ideologica?) sulla linea  tecnica. Il classico carro davanti ai buoi.

Ecco come pone il problema Alberto Bagnai, un “professore”, trasversale, non omologo al pensiero unico, non bocconiano e scomodo, concludendo il suo saggio Crisi Finanziaria e governo dell’Economia

Ma, ripeto, dove ci ha portato il magnanimo disprezzo di una certa classe politica verso i suggerimenti della tecnica economica? Col senno di poi, non sarebbe stato meglio avviare la costruzione europea su basi diverse, quelle suggerite dalla “tecnica”, e quindi procedere dalla (vera) integrazione dei sistemi educativi, dei mercati del lavoro, dei sistemi previdenziali, ponendo le basi per una vera mobilità dei fattori, passare quindi a un bilancio federale che gestisse politiche infrastrutturali, di ricerca e redistributive comuni, e, poi, dopo, eventualmente, passare alla moneta unica? È questo “difetto di visione”?

E allora, forse la conclusione è che la cosa più onesta e meno distruttiva da fare, anziché invocare regole di chiara matrice ideologica, è riconoscere lerrore, pagare per esso, sopportando i costi delluscita dalleuro, per poi eventualmente riprendere su basi più corrette il percorso verso di esso. Posto che se ne abbia nostalgia.

L’exit strategy che non c’è

Gli “gnomi di Maastricht” furono molto diligenti nel descrivere le condizioni, strategie, scadenze e vincoli relativi alla istituzione  dell’Euro e relative alla procedure di accesso all’Eurozona da parte dei paesi fondatori e di quelli che sarebbero arrivati in seguito, ma non ritennero necessario, ipotizzare, descrivere una ipotesi di “exit strategy” per uno o più paesi membri. Tantomeno definirne le procedure precise. Una decisione che si qualifica inequivocabilmente come voluta scelta politica.

La mancata disponibilità di una procedura di uscita dall’Euro è stata all’origine  del crescente disordine nella gestione monetaria dell’Eurozona ed è oggi il nodo centrale della crisi. Infatti questa lacuna ha significato una implicita garanzia che gli stati membri sarebbero stati mutuamente solidali “comunque”, nella buona e cattiva sorte. Questa sottintesa garanzia ha consentito alla Grecia di tenere sotto schiaffo tutta la struttura dell’Euro.

Dal punto di vista economico: perché gli operatori della finanza per anni si sono assunti il rischio di trattare i bond greci e quelli tedeschi come se fossero “eguali” e non lo erano. Quindi eccesso di facile credito e conseguente spesa incontrollata.

Dal punto di vista politico: la implicita garanzia ha indebolito la piattaforma negoziale di Bruxelles nei confronti dei paesi deboli (o inadempienti) consentendo a questi di trasferire i loro costi di pareggio (o parte di questi costi) sul resto dell’Eurozona. Senza un dispositivo credibile di controllo l’Eurozona non ha altra scelta se non intervenire a copertura.

Se invece fosse stata istruita la possibilità di uscire dall’Eurozona i mercati finanziari sarebbero stati costretti a una maggiore prudenza e a valutare criticamente i rischi dei diversi bond all’interno dell’Eurozona. Bruxelles inoltre avrebbe avuto maggiore forza negoziale nei confronti dei paesi in difficoltà monetaria per imporre riforme fiscali e strutturali. La disponibilità di strategie di uscita avrebbe costretto i vari paesi a una disciplina del debito pubblico più rigorosa, il costo della uscita dall’Euro, oggi nascosto, sarebbe stato evidente e paragonabile al vantaggio politico di breve termine del salvataggio. Nel complesso ci sarebbe stata maggiore chiarezza e minore spazio per la speculazione sostanzialmente alimentata dalla incertezza degli scenari.

L’Europa si trova oggi sull’orlo di un precipizio che separa il presente impossibile e il futuro desiderabile. Non vuole tornare indietro, ma andare avanti è rischioso – in questi momenti è necessaria intelligenza creativa.” (cfr. Christian Fahrholz & Cesary Wòjcik)

Oggi è difficile descrivere cosa significherebbe e come si svolgerebbe in pratica il fallimento dell’Euro e anche l’uscita di uno o più paesi è difficile da disegnare. Si può tentare di descrivere uno scenario ipotetico, ma lo svolgimento storico dell’ipotesi riserverà comunque molte sorprese. Per questo l’eventualità è una “realtà non affrontata”.

Lo stato iniziale: Eurozona 17 paesi che hanno adottato la moneta comune, che hanno convertito i loro debiti pubblici dalle valute originali in Euro, che hanno definito i loro crediti e debiti mutui in Euro, che gestiscono i loro scambi e le loro transazioni attuali e future in Euro, su un mercato unico di circa 400 milioni di individui.

Lo stato finale: 17 paesi che ritornano a 17 valute nazionali (franchi, marchi, lire, pesetas, fiorini, corone, etc.), convertono i loro debiti pubblici dall’Euro alle rispettive nuove valute, che denominano i loro scambi e le loro transazioni con le nuove valute nazionali in ragione di tassi di scambio che dovranno venire fissati a priori e che saranno successivamente verificati e ridefiniti dal regime di scambio sui mercati commerciali e finanziari.

 

Nella storia universale del “denaro” una operazione di questo genere per la dimensione della massa monetaria, per l’ampiezza demografica e territoriale e per il numero di valute è senza precedenti e probabilmente ai limiti della fattibilità.

Si tratta chiaramente di uncharted waters, ma è sicuramente meglio un processo di “uscita” progettato rispetto a un processo accidentale e caotico, gestito a vista, giorno per giorno. Che sarebbe inoltre socialmente pericolosissimo.

Ecco un promemoria “amatoriale” di strumenti e problemi:

  • Vanno stabilite le competenze istituzionali per la gestione della transizione sia dell’Eurozona che dei singoli paesi che “scelgono” di uscire;
  • Vanno istruiti i dispositivi di sicurezza per la tutela del risparmio degli individui nei paesi in uscita e nei paesi che rimangono;
  • Vanno definite le fasi e i tempi di transizione del processo: preliminari, intermedie, finali;
  • Vanno istruite le misure di prevenzione e blocco del bank run selvaggio e incontrollato;
  • Vanno individuate le modalità e le norme della fase “a doppia circolazione” se ne viene prevista una;
  • Vanno bloccate preventivamente massicce operazioni di speculazione di Hedge Funds e altre corporazioni finanziarie;

Solo per provocare qualche riflessione: non è il mio campo e come dice Wittgenstein: “ …di ciò di cui non si sa, meglio non parlare…”

Ultima considerazione

Lascerei agli amici e ai lettori di Legno Storto riflettere su questa domanda:

Se entrare nell’Euro fu “di sinistra”, uscire dall’Euro è di “destra”?

 

L’ineffabile  e insuperato Giorgio Gaber forse avrebbe una risposta.

* ex Direttore dell’Economist: gli economisti inglesi fin dall’inizio fecero previsioni catastrofiche sul destino dell’Euro.

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...