Videant Consules ne Res Publica Detrimenti Capiat

Videant consules ne res publica detrimenti capiat

Pubblicato su Legno Storto

Lorenzo Matteoli

9 Giugno 2012

Mario Monti prende atto di avere perso il favore dei “poteri forti”. Una entità sempre citata e mai chiaramente definita o, meglio, definita  in moltissimi modi a seconda dello specifico contesto: qualche volta,  specialmente a Torino,  è la “FIAT”, a Milano sono “le banche e Mediobanca”,  in ambito giudiziario il “CSM”, a Roma “La Confindustria”,  secondo qualche autore più fantasioso misteriose “cupole” iper-uraniche tipo “Bilderberg”, “quelli di Davos”,  “quelli di Cernobbio”, e via discendendo: i sindacati, i giudici,  gli avvocati, i magistrati, i giornalisti, il Corriere della Sera…fino ai tassisti che è stato il livello più basso mai raggiunto dalla fantasia popolare relativamente alla identificazione dei “poteri forti”.

Penso che una “figura” che rappresenti la misteriosa entità che ha in mano il vero potere globale, responsabile di ogni sorta di efferatezza, sia antropologicamente necessaria, come il “diavolo” per i cattolici, il babau nelle fiabe dei bambini, la Baba Jaga nelle fiabe russe, la strega malvagia dei Fratelli Grimm, i Trolls delle fiabe nordiche… O qualcuna delle tante figure magiche delle bellissime fiabe del Regno dei Fanes. Se qualcuno le conosce o se ne ricorda.

Se la figura oggettivamente non c’è, va inventata.

Se io dovessi inventare una figura per  i “poteri forti” direi, con un po’ di snobismo, “il senso comune”, la “percezione della storia”, in termini più domestici e coloriti si potrebbe dire la “pancia della gente”.

Qualunque sia la figura, l’intuizione, un po’ in ritardo, di Mario Monti è corretta e la si sente condivisa leggendo i giornali, le lettere ai direttori dei giornali, i blogs, e ascoltando le conversazioni con gli amici del “bar sport”, interrogando i tassinari e sentendo le conversazioni sui treni dei pendolari piemontesi, lombardi, veneti, toscani, adriatici, laziali. Interpretando i densi silenzi nelle felpate stanze dei CdA multinazionali. Ma anche leggendo luoghi più sofisticati per esempio i pezzi degli economisti su “La Voce”, ascoltando le interviste a Pietro Garibaldi sul tormentato tema dell’articolo 18, e ancora leggendo i fondi di Francesco Giavazzi sul Corriere. Anche lui bocconiano (con l’aggiunta del MIT) e quindi uno che, per definizione di bocconiano, se ne intende.

A parte i mugugni sulle procedure estemporanee del Presidente Napolitano la “unzione” del professor Monti nel Novembre del 2011 aveva fatto nascere vive speranze in tutta l’Italia, anche in quella che qualche scetticismo lo nutriva. Tutti stanchi della palude parlamentare degli ultimi 10, 20, 30, 40 anni, vedevamo gli aspetti positivi del cambiamento.

Il tecnico freddo e competente, l’uomo con la credibilità mondiale, indipendente dalla bassa cucineria della partitocrazia decotta, l’uomo super partes, quello che “sa cosa si deve fare”, che parla inglese, francese e tedesco* era stato accolto con grande favore all’inizio. Le cose sono poi andate cambiando e a poco a poco la speranza si è prima affievolita e poi è diventata delusione e oggi, per molti, irritazione. Si è detto aspettiamo la fase due, si è detto che ci voleva tempo e che non si poteva pensare di aggiustare in poche settimane la catastrofe maturata in quaranta anni. Quello che non ha convinto però, non sono stati gli specifici episodi, le rinunce al grande disegno di riforma, la marcia indietro  su alcune fondamentali iniziative, il rinvio di interventi “chiave” per il recupero della normalità e per l’innesco di una via alla rinascita economica dell’Italia. È scontato che all’inizio di una impresa epocale, come quella che doveva affrontare il governo tecnico di emergenza, ci siano delle difficoltà, si registrino contraddizioni e incertezze.

Quello che non ha convinto, e che si sta dimostrando letale per il successo del governo tecnico di emergenza, è il “metodo” scelto e seguito.

Il metodo della cosiddetta concertazione, della trattativa e del negoziato con i partiti e con i sindacati. Negoziare con gli enti, gli istituti, gli organismi, il nodo intricato di potere (gordiano nel senso del mito) che è stato il principale responsabile della crisi italiana è stato un errore di metodo gravissimo.

Da quel negoziato non potevano venire risultati innovativi, non poteva generarsi il “cambiamento” radicale indispensabile per uscire dal tunnel. Poteva solo venire una ulteriore dose della imbevibile pozione che ha avvelenato il “sistema Italia” per cinquanta anni. Veti incrociati, avvilimento delle iniziative, conferma di uomini e nodi di potere decotti. E così è stato.

Adesso sarebbe necessario che il professor Monti traesse le conclusioni della sua acquisita percezione e operasse di conseguenza: dichiari il suo progetto, stabilisca il suo programma, lo ponga all’approvazione del Parlamento senza concertare, negoziare, pasticciare con nessuno degli interlocutori nefasti della storia della decadenza Italiana. Quindi proceda. L’ipotesi che il Parlamento lo bocci, non la considero volutamente.

Mario Monti faccia quello che deve fare il primo ministro di un governo tecnico di emergenza in una situazione drammatica come quella attuale italiana. Se non è troppo tardi.

Videant consules ne res publica detrimenti capiat.

* forse il tedesco non lo parla ma lo capisce bene

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
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