Nel territorio dell’incertezza.

Nel territorio dell’incertezza.

Lorenzo Matteoli

18 Agosto, 2012

Pubblicato su Legno Storto.

 Una volta avevamo ideologie precise di un segno o dell’altro e guidati da quelle ideologie sapevamo scegliere o credevamo di saper scegliere e decidere. C’erano “verità” solide di riferimento: la centralità del libero mercato, la centralità dello stato. La società liberale, capitalista oppure la società del capitalismo statale. Sulle due alternative e sulle loro varie differenti sfumature si scontravano idee, uomini, partiti, governi, parlamenti e spesso anche eserciti. Le regole dell’economia di mercato e le regole delle transazioni finanziarie dominavano il mondo detto “occidentale”, le regole dell’economia centralizzata dominavano l’Est Europeo, l’Asia sovietica e, in una specifica interpretazione,  la Repubblica Democratica Popolare Cinese. Oggi i due monumenti ideologici che hanno dominato nel Pianeta per più di un secolo sono in parte spettacolarmente crollati e in parte si stanno scomponendo in un lento confuso declino. A loro posto il vuoto o una disordinata congerie di ipotesi confuse e mal definite: decroissance, sviluppo sostenibile, ambientalismo radicale, economie curtensi, protezionismo, isolamento, autarchia, limiti dello sviluppo, Mad Max Economy … Siamo oramai entrati profondamente nel territorio dell’incertezza, un mare senza orizzonti, un cielo senza Stella Polare né Croce del Sud. All’incertezza che segue il vuoto ideologico corrisponde, in un rapporto dialettico complesso, la mancanza di “telos”, scopi, finalità, progetto, obbiettivi e volontà di raggiungerli: la fine dell’Utopia.

…La scomparsa dell’Utopia comporta una stasi generale delle cose  nella quale l’uomo diventa solo più un oggetto. Ci troveremmo di fronte al più grande paradosso immaginabile: l’uomo dopo avere raggiunto la massima padronanza razionale dell’esistenza, lasciato senza ideali, si riduce a semplice creatura di impulsi. Così dopo un lungo e tormentato, ma eroico percorso, arrivato al massimo grado di coscienza, quando la storia cessa di essere fato cieco e diventa sempre  di più una sua creatura, abbandonando le utopie, l’uomo perderebbe la volontà di formare la storia e quindi la capacità di comprenderla. (Karl Mannheim “Ideology & Utopia” trad. LM)

Tutto questo succede proprio nel momento in cui la massima potenza tecnologica deve affrontare il più drammatico problema ambientale: l’incremento demografico inarrestabile, la crisi delle risorse, la crisi di spazio nel quale consumarle. Un momento che richiederebbe unità di intenti, sinergia di volontà, chiarezza di obbiettivi e di progetto, ci vede invece incerti, confusi, divisi, disfatti. L’aspetto più preoccupante di questa situazione è che questa confusione e incertezza viene trasmessa alle giovani generazioni. Esplicitamente o implicitamente, ma, comunque, in termini chiari e immediatamente percepiti. Di qui il loro disorientamento, disinteresse, incomprensione e antagonismo. In questo modo si stanno consumando l’ideale dell’Europa unita, il sogno utopico di una società giusta e con uguali opportunità, il progetto di una democrazia efficace, il progetto di coerenza ambientale dell’insediamento antropico.

Questo è il risultato della pratica congiunturale schematica degli ultimi cinquanta anni, del razionalismo economico fine a se stesso e privo di mediazione culturale e di visione del futuro. Una analisi più approfondita dovrebbe cercare le ragioni del fallimento nella “interpretazione” e nel trasferimento alla pratica delle ideologie fondamentali del diciannovesimo secolo e al brutale privilegio del “potere” contro il “rispetto”.  I valori delle grandi rivoluzioni europee non sono cambiati: libertà, eguaglianza, fraternità…forse solo travolti, dimenticati nella pervasiva confusione attuale.

Questa è la vera crisi che dobbiamo combattere per recuperare “il senso del vivere in un luogo in un momento”, secondo la bella definizione di cultura data da Emanuele Kant.

La grande crisi finanziaria sta denunciando la profonda lacuna culturale del Paese e forse dell’Europa intera: i problemi dell’Euro, del debito pubblico, dell’ILVA, dell’evasione fiscale, della corruzione endemica, della disoccupazione giovanile, sono conseguenze pratiche di quella lacuna e non si risolveranno se questa non viene identificata, denunciata, responsabilmente affrontata e risolta. La crisi è di dimensioni epocali e forse non ne abbiamo ancora compreso la vastità e le implicazioni storiche, come sempre e come per tutte le grandi crisi le conseguenze cambieranno profondamente il tessuto sociale e la struttura stessa della nostra società: una occasione da cogliere in positivo dai governi dell’Europa e da quello italiano. Un’occasione che potrebbe essere persa nell’interpretazione contabile, tecnica, riduttiva, emergenziale del problema di fondo. Per questo deve rinascere in termini attuali e vincenti l’Utopia dell’Europa: l’Utopia che  aveva mosso i padri fondatori e che la loro, nostra, generazione aveva compreso e partecipato.

Ai giovani lasciamo debiti e una eredità pesante, ma dovremmo essere in grado di garantire anche la potenzialità che lo svolgimento della crisi potrebbe significare per loro con il superamento di schemi obsoleti, di barriere inutili, di privilegi ingiusti.

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
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