Il tempo dell’Utopia ragionevole

Il tempo dell’Utopia ragionevole

Lorenzo Matteoli

27 Agosto, 2012

Pubblicato su Legno Storto il 29/8

 

 

Osservando la fase confusa in atto ci si chiede cosa potrà restare nel costume politico italiano dell’esperienza “Napolitano/Monti 2011-2013” e quali insegnamenti si potranno trarre dalla “sospensione” che questa esperienza ha imposto al degrado del nostro Parlamento e dei suoi abitanti. Non già della Democrazia, istituto che da tempo non era praticato in quell’ambito.

Quale che sia la posizione critica nei confronti del governo di Mario Monti  e del suo operato, la rottura drastica della decadenza dell’ultima Repubblica, pagata con la forzatura costituzionale, ha rappresentato una svolta che ha aperto un ampio ventaglio di opzioni, quasi tutte imprevedibili e non necessariamente tutte negative. Nei mesi che ci separano dalle elezioni del 2013, escludendo possibili anticipazioni, si metteranno le basi per una nuova Repubblica Italiana e per una nuova Unione Europea o si tornerà indietro di trenta anni. Di fatto stiamo vivendo uno dei periodi più drammatici e intensi della recente storia italiana ed europea.

 

Mentre nella faticosa dialettica fra i partiti semiestinti e le nuove aggregazioni emergenti si stanno delineando i due prossimi poli dei “diversamente montiani” da una parte e dei “diversamente antimontiani” dall’altra, il governo di Mario Monti combatte cercando di disegnare e salvare una agenda di emergenza dall’aggressione che i dinosauri delle vecchie cupole sono ancora in grado di istruire muovendosi con la consueta disinvoltura nel “sistema Italia”. Anche perché sono stati lasciati senza guinzaglio e senza museruola da un primo ministro che è stato aggredito dai puristi della democrazia tedeschi per aver sostenuto, con oneste intenzioni, la necessità che i “governi guidino i loro Parlamenti”. Una affermazione forse scandalosa in Germania, ma certamente comprensibile se non giustificabile in Italia dove il Parlamento aveva raggiunto un inaccettabile livello di degrado.

 

Tutto sembra difficile per i ministri tecnici del governo di emergenza: la revisione della spesa corrente (spending review nel linguaggio bocconiano) che doveva essere un bulldozer dello scialo consolidato, dopo tortuose concertazioni è diventata una forbice di flanella con la quale aggredire la granitica montagna di sprechi blindati dal parassitismo e dagli intoccabili privilegi della casta e della burocrazia. La guerra all’evasione fiscale insegue patrimoni oramai de localizzati e si scatena in battaglie marginali di verifica degli scontrini di ristoranti e stabilimenti balneari. Il mare di nero delle professioni libere resta territorio inesplorato. Hic sunt leones. Sulle liquidazioni/pensioni dei megamanager del parastato che vanno in pensione milionari dopo aver provocato epocali disastri finanziari non si discute. Il carico fiscale soffocante sul lavoro dipendente e sui redditi medio bassi non si può ridurre perché  è alla base del castello di carte che regge il residuo di credibilità sul nostro debito pubblico. Gli incentivi alle imprese restano promesse senza portafoglio. La vendita del patrimonio immobiliare del demanio rischia di arricchire a spese dello Stato, gli speculatori le agenzie e i mediatori. Le ridondanti burocrazie provinciali, regionali e comunali non si possono toccare perché si provocherebbero migliaia di esuberi di personale impegnato in orari straordinari di ozio istituzionale, una potente massa di manovra delle corporazioni sindacali e dei partiti. Il mercato del lavoro, che il Ministro Fornero aveva tentato di riformare con garibaldino entusiasmo, dopo la concertazione con le corporazioni sindacali è stato ingessato, sia nella flessibilità di entrata che nella flessibilità di uscita e così si puniscono competenza e merito e si premiano arroganza e protezione sindacale. Scuola università e ricerca restano incrostate dai residuati del sessantotto, chiusi nell’esercizio del potere personale dei baronetti ope legis, mai verificati nel merito e nella competenza. La magistratura intoccabile, senza un equilibrato sistema di checks and balances, sta imponendo una dittatura perversa, con il potere di bloccare ogni nodo funzionale del Paese. Oggi assistiamo addirittura all’aggressione della sovranità della Presidenza della Repubblica, truccata da rigore procedurale.

Quello che è peggio è che l’azione legislativa del governo non ha raggiunto la prassi perché solo una minima parte dei provvedimenti approvati e votati nei dieci mesi di attività del Consiglio dei Ministri è stato completato con i regolamenti di attuazione che la burocrazia dei Ministeri doveva predisporre e non ha predisposto. Una sgradevole scoperta che Monti ha fatto durante la prima riunione del CdM dopo la pausa estiva.

Dal triste scenario evocato si potrebbe trarre un giudizio negativo sull’operato del governo tecnico di emergenza, ma si potrebbe anche concludere che il “sistema Italia” è molto peggiore di quanto non si pensi. Il potere di interdizione del combinato disposto delle corporazioni sindacali, della partitocrazia clientelare in estinzione, degli oscuri “poteri forti” di imprese e degli istituti finanziari, della Magistratura, dei media di servizio, del Vaticano e della pervasiva infiltrazione mafiosa, delle burocrazie antagoniste ai vari livelli nazionale, regionale e comunale è in grado di bloccare qualunque governo, quando non di imporre precise strategie politiche e istituzionali: la storia degli ultimi cinquanta anni di governi italiani. I risultati degli ultimi dieci mesi del governo tecnico di emergenza vanno valutati tenendo presente questo quadro. Forse la responsabilità più grave di questo governo è proprio quella di non denunciare in termini chiari e forti questo stato di cose. E quindi agire di conseguenza.

 

Ma vediamo cosa potrà rimanere dopo la “sospensione” conseguente all’esperienza Napolitano/Monti.

Una prima lezione è certamente quella della interpretazione che il Presidente Napolitano ha dato alla nostra Costituzione con la chiamata e la nomina di Monti. Tutta la sequenza è un esempio di forte innovazione della Costituzione praticata rispetto alla Costituzione scritta: l’impeachment del capo del governo in carica, il licenziamento dei suoi ministri, la conseguente imposizione al Parlamento del nuovo primo ministro non eletto, la modalità con la quale è stato formato il nuovo gabinetto di ministri non eletti. Nessuna preoccupazione o riguardo per la volontà dei cittadini elettori. Un precedente che non sarà facile dimenticare o archiviare e del quale si discuterà a lungo. Il lato positivo: un  esempio di assunzione di responsabilità e di gestione del “comando” in netto contrasto con il costume della scarsa trasparenza, dell’ambiguità e del galleggiamento consociativo che ha dominato i moduli del Quirinale negli ultimi quaranta anni. Modulo dal quale anche il presidente Napolitano non è stato lontano in molte sue azioni.

 

L’altra connotazione della vicenda Napolitano/Monti è il voluto disconoscimento dell’autorità dei partiti e del Parlamento, giustificato dalle condizioni nelle quali si erano ridotti gli uni e l’altro dopo mezzo secolo di finzione democratica e parlamentarismo clientelare, stabilisce comunque un precedente che sicuramente avrà seguito nelle future interpretazioni del ruolo del Quirinale.  Il piccone presidenziale sulla partitocrazia decadente si poneva quasi come atto dovuto: premessa indispensabile a una loro dignitosa rifondazione. Nel quadro complesso una voce di bilancio positiva.

Ricostruire i partiti come luoghi deputati alla preparazione amministrativa e alla produzione di cultura politica sarà difficile e ci vorrà tempo perché sono state azzerate le competenze, gli istituti e le strutture che una volta svolgevano queste funzioni. Oggi i partiti sono luoghi di scontro di parrocchie, cordate, sette e bande per la spartizione e la lottizzazione dei posti di controllo sulla spesa pubblica ai vari livelli nazionale, regionale comunale e delle varie istituzioni pubbliche o semipubbliche (banche, fondazioni, sanità, scuola, università, RAI-TV, giornali, giustizia, aziende municipalizzate e parastato) dove è totalmente assente qualunque dibattito e confronto su idee e programmi, per non parlare di selezione meritocratica e per competenza dei quadri. Strutture nelle quali domina il leader/capo/boss che detta la “linea” sulla base del suo viscerale sentire, degli obbiettivi personali congiunturali, delle amiche del cuore e delle sue lotte di corridoio, nomina i capi-bastone, distribuisce cariche, prebende, sinecure, in cambio di fedeltà, asservimento quando non complicità. Manca nella situazione attuale dei “partiti” in Italia anche la capacità critica di riscatto e rinnovamento.

È più probabile che il sogno di Piero Ostellino (Corriere della Sera 25 Agosto 2012), di una “nuova leadership culturale” si possa esprimere in una banda di barbuti  chiodati  bikers, o nell’asilo senile del BarLume di Massimo Viviani, che nell’ambiente della decaduta partitocrazia.

Ma fuori da quell’ambiente c’è qualcuno capace di esprimere una nuova leadership culturale? I baroni dell’Università? I vescovi-conti in ermellino? I ras del potere d’impresa e finanziario? I boss delle corporazioni sindacali? I pennuti guruh delle fumose redazioni della stampa di servizio? I  principi dell’alta burocrazia statale?

 

La conseguenza della  qualifica “tecnica” con la quale è stato aggettivato il governo Monti resterà nella cultura politica italiana come traccia ambigua, ma anche questa interessante. Un equivoco, e come tale contestato: nessuna decisione o azione del governo di un paese di 60 milioni di abitanti, ottava o nona potenza economica mondiale, può essere definita “tecnica”. Ogni decisione è essenzialmente politica, la sua applicazione è un problema successivo di metodo o tecnico, ma anche a quel livello non è esente da ricadute o forti implicazioni sociali e politiche.

L’idea della “tecnicità” del governo Monti può servire per fare credere che la soluzione di molti degli attuali problemi italiani sia ineludibile, in quanto dettata da necessità tecnica. L’equivoco non può portare lontano. La tecnica come “verità” e il “tecnocrate” come suo portatore possono nascondere trappole mortali.

La riduzione alla categoria “tecnica” copre una seria evasione di responsabilità: serve per non affrontare il nodo politico dei problemi e prima o poi, come tutti i nodi, anche questo arriverà irrisolto al pettine. E la sceneggiata della “concertazione” con i fantasmi della partitocrazia non garantisce copertura. Solo tempo e potere sprecato. Meglio assumersi apertamente la responsabilità e incassare efficacia, visto che la loro credibilità era stata già parzialmente demolita.

I limiti della qualifica “tecnica” del governo hanno, per uno strano contrappasso, denunciato anche i limiti dell’azione puramente politica, ideologica quando non ovviamente demagogica: la cultura del disprezzo per la prassi che ha dominato gli ultimi cinquanta anni di governi italiani, quando si è abbondantemente abusato del poetico slogan nenniano sul privilegio della politica (…la politique d’abord…). Per intenderci la cultura che incontrastata definiva il salario una “variabile indipendente”, quella che utilizzava la solidità monetaria dell’Euro per impostare una spesa pubblica fuori da ogni limite e controllo, invece che per investimenti infrastrutturali e di rinnovamento strategico del sistema produttivo del Paese, a partire dalla scuola, dalla ricerca, dall’università e dalla giustizia, quella che abusava del debit spending per consentire scialo illimitato a carico di future generazioni e spesso impunito arricchimento dei partiti e delle loro clientele.

 

L’emergenza è un’altra condizione che ha caratterizzato l’esperienza Napolitano/Monti e che lascerà il segno nel futuro politico italiano. L’emergenza, vera, drammatica,  urgente o presunta tale, è un formidabile strumento di governo perché induce paura, sia nella gente che negli operatori della politica, e facilita la manipolazione dell’opinione pubblica attraverso televisioni e giornali. L’emergenza va usata con moderazione e prudenza,  non se ne deve abusare perché il ritorno di scetticismo può essere letale.  Una delle critiche che si fanno al governo Monti è proprio quella di avere sprecato la condizione emergenziale senza sfruttarne i vantaggi.

 

L’indifferenza dei “mercati” rispetto a misure economiche deboli o addirittura “finte” è un ulteriore insegnamento che l’esperienza Napolitano/Monti lascia al Paese: si possono plagiare i lumpen-parlamentari, si possono manipolare giornalisti incompetenti o asserviti, si possono ingannare larghe fasce dell’opinione pubblica, ma è difficile ingannare chi investe denaro, o chi, senza investire denaro, usa il mercato finanziario per guadagnarne molto. Gente che conosce i “numeri”, conosce gli “indici”, dispone di sofisticati strumenti di simulazione, non si lascia ingannare dagli annunci o dalla politica degli annunci. Bada al sodo ed è per questo e non per caso che accumula miliardi. La differenza fra il costo del denaro per il debito tedesco e il costo del denaro per il debito italiano (il famigerato spread, oramai pane quotidiano anche nei dibattiti del Bar Sport) proiettata per decine di anni di futuro sarà eticamente ingiusta e una deformata rappresentazione della realtà macroeconomica, ma è un dato di fatto sul quale si guadagnano o si perdono miliardi e con il quale si devono fare i conti. C’è chi li sa fare, purtroppo non siamo noi.

 

Messaggi e conseguenze positive? Vanno riconosciuti. Li stanno studiando tutti i partiti che si candidano per il “dopo Monti” (meno Grillo e Dipietro) anche se in mancanza del supporto “culturale” difficilmente riusciranno ad imparare la parte e tantomeno a recitarla quando fossero nella stanza dei bottoni. Ecco un breve riepilogo.

La dignità personale dei componenti del  governo rispetto alla compagine precedente ha recuperato autorevolezza e credibilità, e ha anche stabilito un termine di paragone che avrà conseguenze. La competenza “tecnica” è stata utile per avvicinarsi alla figura ideale del politico-competente, rarissima nella storia della politica italiana dopo Quintino Sella. L’attenzione nei confronti di Bruxelles (EU) e Francoforte (BCE) ha risolto molti problemi in un momento difficilissimo nella storia dei rapporti dell’Italia con quegli istituti, una svolta significativa rispetto alla gestione del Parlamento Europeo dell’ultimo Berlusconi.

La competenza del pubblico sui problemi della moneta: debito sovrano, spread, interesse sul debito, correlazione tra tasse e debito, PIL correlazione tra PIL e debito, cuneo fiscale,  termini che prima di Monti erano assolutamente sconosciuti al grande pubblico oggi sono linguaggio colloquiale corrente. Un fatto positivo perché una opinione pubblica con un minimo di competenza è più facile da informare e più difficile da imbrogliare. Un altro tratto positivo è la delegittimazione dei vecchi partiti oramai vuoti di proposta politica. La strana maggioranza diagonale PD, PdL, UDC che ha retto il governo Monti fra ricatti e imboscate ha svuotato i manifesti ideologici e programmatici e costringerà chi è capace a produrre nuove idee e, più importante, a impostare nuovi comportamenti nel confronto politico e nei rapporti con la base elettorale. I vecchi dinosauri sono stati esposti come vuoti e politicamente esauriti, le nuove generazioni della politica dovranno trovare spazio oltre le manovre delle vecchie segreterie. Il nuovo non è certamente rappresentato né da Grillo né da Dipietro che sono solo l’altra faccia del vecchio e logorato sistema, ma non il suo superamento né la sua alternativa: la volgarità dei loro linguaggi è il segno inequivocabile della loro inconsistenza politica. È sperabile che l’elettore italiano non si lasci affascinare da questa vecchia arroganza.

 

Forse la nuova leadership culturale, sogno non solo di Piero Ostellino,  sarà l’espressione e la responsabilità di una generazione che non è ancora entrata in scena. Passione, visione, prassi, competenza, decenza, semplicità: il tempo dell’Utopia ragionevole.

 

 

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
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