Il Fattore R

 

Il Fattore R

Lorenzo Matteoli

17 Ottobre 2012

Le conseguenze della campagna di Matteo Renzi sono già evidenti e sono dirompenti. La vecchia guardia del PD è allo sbando. Tutti molto nervosi e preoccupati alcuni mantengono un prudentissimo silenzio e stanno a vedere  prima di “collocarsi”. Altri contrattaccano Renzi, ma mostrano inevitabilmente l’affanno. Non reggono le accuse strampalate di berluskonismo, non regggono le accuse di “non avere progetto”, le accuse di “giovanilismo” sono accettabili solo in un paese la cui classe politica dirigente è stata da sempre postprostatica. È difficile dire cosa farà Renzi e se sarà la prossima delusione italiana, ma secondo me per il momento non è interessante né rilevante. Quello che ha scatenato è di per se già un chiarimento sconvolgente del quadro politico a sinistra  del centro, e costringerà anche il centro e la destra del centro a riconsiderare i fondamenti.

Se a sinistra c’è spazio di rottamazione, a destra ci sono praterie immense per l’urgente rinnovamento delle idee e delle persone.

Dopo la risposta di Bersani  a Dalema che l’autorizzazione alla candidatura dei seniors che hanno già fatto tre legislature in deroga al regolamento del partito dovrà essere decisa dalla Direzione del Partito, il traffico dialettico interno è diventato rovente.

Qualunque cosa decida la Direzione sarà comunque una patacca. Infatti se dovesse negare l’autorizzazione riconoscerà la correttezza della linea renziana di rinnovamento del Partito mediante “rottamazione” delle vecchie glorie e delle relative strutture e incrostazioni di potere. Se invece dovesse autorizzare la candidatura dei vecchi apparatchik darebbe sempre ragione a Renzi squalificando il Partito come organismo controllato dalla eterna immobile gerontocrazia incollata alle poltrone. È vuoto quindi il dettato di Dalema che dice che non si devono avere debolezze nei confronti della aggressione di Matteo Renzi: le uova sono già state rotte e la frittata sta sbrodolando dal piatto.

L’idea poi che la Direzione autorizzi alcuni e altri no è fuori dalle categorie decisionali storiche della cultura di quel partito, portata e funzionale all’ammassare piuttosto che al distinguere.

Sarà comunque quella della Direzione del PD una notte di lunghi coltelli e sarà interessante vedere come se la caveranno con Anna Finocchiaro, Livia Turco, Giovanna Melandri, Franco Marini, Anna Serafini, Rosy Bindi, Fioroni, Cabras, Lumia, Bressa…tutti personaggi ai quali fanno capo le fondamentali strutture e macchine elettorali del partito e tutti teoricamente in deroga rispetto alla norma delle tre legislature come limite di rieleggibilità.

Intanto comincia lo sfaldamento con la ritirata di Walter Veltroni. Rosy Bindi lancia un appello cattolico (nel senso dell’etimo) che suona disperato:…”il Partito si stringa intorno al suo segretario che  in questo momento è  fragile e sotto attacco”. Un invito all’arroccamento…ai materassi come dicevano i gangster di Chicago negli anni 30. Travolgente applauso della platea di fedelissimi dello “zoccolo duro”, per tradizione favorevoli alle chiusure reazionarie di setta.

Mentre la linea della vecchia guardia continua a ribadire che Renzi  distrugge e non costruisce, che non ha né progetto né programma, la strategia in essere del PD è a dir poco contorta e ambigua sul piano dei programmi, dei progetti e dei manifesti: in Sicilia il PD sta con l’UdC, a Milano, Genova e in Puglia è su posizioni vendoliane, in altri momenti sembra voler danzare con Dipietro, che invece ufficialmente condanna drasticamente. Negli ultimi giorni sembra aver preso di nuovo campo una associazione programmatica con Vendola. Sabato scorso, a Roma, i leader di Pd, Psi e Sel – Pier Luigi Bersani, Riccardo Nencini e Nichi Vendola – hanno approvato la “Carta d’intenti” del centro-sinistra. La piattaforma programmatica del cartello elettorale progressista che si candiderà al governo del paese nella primavera del 2013. Una piattaforma con molte ambiguità: per smussare le radicali differenze con Vendola, Bersani ha accettato di togliere dal “manifesto” ogni riferimento all’“Agenda Monti” che fino a quel momento era considerata l’asse di continuità con il governo tecnico, quello che garantiva la copertura Europea al debito italiano sui mercati finanziarii.

La base è sconcertata e confusa, i compagni di antica cultura PCI, vogliono chiarezza: dateci una linea e la seguiremo. Ma se ce ne date cinque non sappiamo cosa fare.

Ogni giorno le posizioni dei vari rottamaturi si articolano e si ridefiniscono in funzione delle dichiarazioni del giorno prima e dei sospetti mutui. Si formano e disfano aleatorie alleanze, non senza generoso scambio di veleni. Un gioco dialettico di per se utile per chiarire finalmente la grande minestra integralista che è stata fatta dell’ex PCI dalla Bolognina in poi. Un pastone immangiabile che fortuatamente non sarà facile ricomporre. La fase drammatica attuale potrebbe essere la premessa della vera rinascita del partito quando si libererà della spuria aggregazione di cattolici lapiriani, stalinisti duri e puri, rifondaroli mancati, comunisti puri, socialisti e socialdemocratici erranti, fondamentalisti sindacali, fondamentalisti normali, compagni che sbagliano, nostalgici dell’operaismo storico di Giuseppe Di Vittorio, comunisti da Yacht Club, sinistra pashmina, soi disant sinistra accademica e giornalistica…per diventare finalmente un vero partito progressista attuale, serio, professionale e competente. Possibilmente di governo. Quello che è sempre mancato in Italia anche per l’efficace sistematico soffocamento voluto dalla pesante gerontocrazia assoluta degli ex giovani togliattiani. Con la collaborazione del socialismo reale italiano di Bettino Craxi e Giuliano Amato.

Mentre avviene questo sano e distruttivo dibattito il governo di Mario Monti piccona quello che resta della macchina produttiva del Paese, uccide le speranze dei giovani, soffoca la capacità di risparmio delle famiglie, galleggia sulla frana della corruzione legalizzata di regioni, provincie e comuni e consuma (rottama?) l’unica cosa che aveva inizialmente evocato: la credibilità della competenza, oramai fantasmi.

Se andiamo avanti così, e non si vedono plausibili svolte, il prossimo Premier esterno che Napolitano (se ci sarà) chiamerà per formare un governo di estrema emergenza sarà, con molte probabilità, un generale dei Carabinieri.

Nei Secoli Fedele.

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
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Una risposta a Il Fattore R

  1. claudia ha detto:

    bello, vero, drammatico, condivido, claudia

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