Paletti o non paletti

Paletti o non paletti
Lorenzo Matteoli
22 ottobre 2012

Finita la fase della rottamazione, termine riconosciuto anche da Matteo Renzi come un po’ volgare, ma micidialmente efficace, tanto da essere diventato in pochi mesi di uso corrente nel linguaggio comune, inizia ora la fase dei “contenuti”. Finita la fase non vuol dire che il concetto non si allarghi e non investa altri settori della società e delle imprese: i grandi vecchi della finanza, i grandi vecchi della burocrazia dello stato ai vari livelli, i grandi vecchi dell’università e tutte le incrostazioni di potere collegate. La gerontocrazia che ha governato l’Italia negli ultimi trenta-quaranta anni per effetto di quel logo è sotto osservazione e molti rifletteranno sull’opportunità che Veltroni ha saggiamente colto per primo. Un risultato che avrà conseguenze difficili da prefigurare, ma sicuramente importanti. Certamente oltre le stesse intuizioni di Renzi. Sarà interessante vedere.
Indubbiamente il concetto tracimerà nei corridoi e nelle stanze della politica di centro e di destra: tutti gli ultra-garantiti che sono da 20 anni o più a Montecitorio sentono sempre più forte il calore delle poltrone sul fondo dei pantaloni e delle gonnelle.
L’altra caratteristica della campagna di Renzi è la assenza di schiuma ideologica dai suoi discorsi, a differenza di Vendola il cui linguaggio affoga nell’ideologismo e spesso nella demagogia e a differenza di Bersani che spesso esibisce un finto pragmatismo usando buffe metafore. È proprio questa caratteristica che mette in difficoltà la dialettica del PD che ha una tradizione secolare di linguaggio pesantemente drogato dal formalismo ideologico. È facile comprendere quanto sia offensiva per la cultura del PD la campagna diretta, semplice e pragmatica di Renzi. Basta ricordare le modalità di una precedente “rottamazione”, questa disegnata e gestita secondo lo stile storico del Partito quando, il 4 febbraio 1991 al Congresso Costitutivo del PDS venne rottamato Achille Occhetto dagli allora giovani turchi dalemiani: per una svista rimasta storica, Piero Fassino, responsabile della organizzazione di quel congresso, non si accorse che in sala non c’era la maggioranza. Occhetto per dieci voti non raggiunse la maggioranza assoluta necessaria per la carica di segretario e disse, piangendo: “Cercatevi un altro segretario”, che poi fu Massimo Dalema. Oggi passato dal ruolo giovanile di rottamatore omologo al ruolo senile di rottamando, non senza qualche ritrosia, per non dire irritazione.
Senza bagaglio ideologico Renzi si muove con grande disinvoltura, sabbia fra i denti del moralismo demagogico dei senior PD. Dichiara una banalità fondamentale: per vincere ci vogliono i voti dei delusi, frustrati o incazzati del PdL. Da sempre i voti per vincere si portano via agli altri partiti, essendo notoriamente sterile lo scambio interno di quote del proprio elettorato. Senza senso la puzza sotto il naso dei duri e puri: razzismo culturale. In questo momento il più grosso serbatoio di voti liberi vaganti è proprio di quell’area moderata e “liberal” che è stata delusa (tradita?) dal fallimento del PdL. Un elettorato potenzialmente di centro sinistra che il PCI/PdS/DS/PD non è mai riuscito a convincere per la arretratezza delle proposte, per la vecchiaia dei dirigenti, per il coinvolgimento nella fallimentare esperienza della consociazione con la Democrazia Cristiana. E, da non dimenticare, per l’ambigua ombra di una autocritica storica mai affrontata esplicitamente e con chiarezza. Un partito è la sua storia. Questa pavimentale evidenza scandalizza i duri e puri che vedono l’inquinamento berlusconiano e non il superamento progressista al quale Renzi invita gli ex elettori del PdL, (Vi verrò a cercare a casa!). Solo i paracarri non cambiano idea, e i cambiamenti dei quadri politici nelle democrazie sono precisamente, da sempre, portati da quella quota di elettorato criticamente capace di cambiare idea.
Renzi incontra i finanzieri? Indispensabile istruire uno scambio dialettico con una componente determinante della economia, senza subalternità e senza pregiudizi, senza il paraocchi ideologico populista. Sciocca la reazione bigotta di Bersani: “Va con i banditi”. Strampalata per uno che utilizzava i servizi finanziari di Penati e per un partito che negozia con Capitalia i suoi debiti: Capitalia coinvolta nello scandalo Parmalat e attore importante nell’OPA Telecom di Colaninno. Una operazione, sulla quale non si saprà mai molto, avvenuta durante la guardia di Dalema come Primo Ministro e Bersani come ministro dell’Industria. Ci sono evidentemente finanzieri e finanzieri, banditi e banditi. Il “capitano coraggioso della sciagura Alitalia” Colaninno è meglio di Serra? Se lo dice Bersani…
I “paletti” imposti alle primarie sono chiaramente segno di profonda debolezza: se Bersani-Vendola vincerà, sarà una vittoria fortemente addomesticata per non dire drogata, e sulla distanza, la prima sconfitta di un percorso che già si legge fallimentare. Un fatto reso spettacolarmente evidente dalle dichiarazioni rilasciate dai vari personaggi del PD dopo l’Assemblea presieduta da Rosy Bindi: nessuno ha capito cosa era stato deciso su chi poteva votare al ballottaggio. A domanda Bersani non risponde e Bindi afferma con supponenza da chiocciolona: “Al ballottaggio vota solo chi ha votato prima, io sono il presidente del Partito e la interpretazione corretta è la mia.” Centralismo democratico: non sono riuscito a trovare il testo della risoluzione votata.
La vertenza sulle primarie e la battaglia in corso Renzi-Bersani sono in questo momento a uno spartiacque. A malincuore riconosciuto dal vecchio guru Scalfari ieri sera allo show di Fazio quando, rivedendo una sua precedente posizione molto critica su Renzi, ha salomonicamente decretato che la differenza fra Bersani e Renzi è che Renzi è un “liberal per la libertà e l’uguaglianza e Bersani un liberal per l’uguaglianza e la libertà.” Una differenza, con tutto il rispetto dovuto all’anziano guru, di lana caprina. Più brutalmente, e senza la cattedra del grande guru sotto le chiappe, direi che Renzi è un “liberal” scevro da bagagli ideologici e Bersani rappresenta la vecchia guardia del PD/DS/PdS/PCI e ne porta, con fatica, tutti gli ingombranti fagottoni ideologici e storici. La bonomia emiliana e le metafore non lo salvano anche se suscitano qualche simpatia in Crozza.
Lo spartiacque è evidente anche quando si legge la grande stampa che non ha ancora deciso da che parte buttarsi: molti giornalisti restano per il momento ambiguamente bersaniani, ma si intravedono svolte. Più chiare su La Stampa che non sul Corriere che resta molto vicino alla linea della soi-disant sinistra meneghina. La intervista su La Stampa di Jacopo Jacoboni a Biagio De Giovanni (un grande vecchio del Partito) che dichiara: “Voto Renzi contro la burocrazia del PD… pensano sempre la stessa storia che infatti si ripropone ora con l’alleanza Bersani Vendola. Una cosa antica solo che siamo passati da un gigante come Ingrao a Vendola.” (da leggere). Oppure, sempre su La Stampa, la dichiarazione di Alessandro Baricco dopo l’intervento di Renzi ieri a Torino: “Un discorso di sinistra.”
Ma chi sta in campana per il momento sono quelli che si chiamano “i poteri forti”, la grande finanza, le grandi banche, i grandi gruppi industriali, il vaticano. Il cambiamento che Renzi farebbe fare al PD se vincesse li dovrà per forza coinvolgere, ma non si sono ancora schierati, almeno in sede ufficiale. È difficile pensare che i poteri che non hanno mai rinunciato a tenere una mano robusta sul timone del potere in Italia si tengano fuori da questa vicenda. Faremo attenzione ai segnali.
Matteo Renzi potrebbe essere la seconda epocale opportunità che si presenta nel giro di venti anni alla opinione pubblica italiana liberale e progressista di essere adeguatamente rappresentata in sede politica e potrebbe essere la seconda epocale opportunità che si presenta al nuovo Partito degli ex comunisti italiani di uscire dal tunnel ideologico quasi secolare che lo ha relegato per quaranta anni all’opposizione o al ruolo di comprimario ufficioso nella consociazione con la DC.

Oppure potrebbe essere la prossima epocale delusione per gli uni e per gli altri.
Ma la cosa importante è che un radicale cambiamento è stato innescato e non sarà facile fermarlo, paletti o non paletti.

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
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