L’amaro risveglio della sinistra intellettuale

L’amaro risveglio della sinistra intellettuale

Lorenzo Matteoli

23 Aprile 2013

Nella sinistra storica e culturale italiana, nell’intellighenzia impegnata a sinistra e nella “base”  è diffuso lo sconforto e la meraviglia per quello che è successo e per quello che sta succedendo al “Partito”. Ecco una citazione significativa:

“…non avrei mai pensato di assistere, nell’arco della mia vita, alla dissoluzione vera e propria dell’Italia, o comunque a fenomeni di così ampia portata “democratica”, IMPRESSIONANTE… cento anni di storia della sinistra cancellati in poche ore da “una scoreggia” di Bersani e compagnia, adesso ci penserà Napolitano a dare il colpo di grazia, siamo quasi alla “repubblica di Weimar” (o forse ci siamo già dentro fino al collo!). Non c’è più “il Paese”, congratulazioni alla grande sinistra italiana, siamo passati da Berlinguer a Renzi, fantastico! Neanche Berlusconi sarebbe riuscito a fare di meglio…”

 

Interessante e preoccupante l’identificazione del “Partito” con l’Italia.

Mentre la frustrazione e il disorientamento della “base” sono comprensibili, la sorpresa e l’amarezza della élite di sinistra e degli intellettuali organici sono difficili da partecipare, comprendere e giustificare. Quell’area della cultura politica di sinistra ha responsabilità precise e il risveglio amaro è la denuncia della profonda illusione nella quale si è compiaciuta per anni.

Il risveglio amaro peraltro è purtroppo indicativo del fatto che  questa area è ancora e proprio prigioniera dello “sciagurato senso di superiorità” che ha accecato tanti compagni per tanti anni. Intellettuali e sofisticati critici della politica che hanno dominato l’opinione della sinistra italiana per anni, che hanno scritto sistematicamente sulle prime e terze pagine di tutti i quotidiani, ci si chiede come abbiano fatto a non capire che il PCI/DS/PdS/PD non esisteva più dalla Bolognina in poi? e non si sono accorti quando hanno imbarcato i resti cattolici della DC con la Bindi et al del vero e letale “inciucio” (odiosa parola) finalizzato strumentalmente alla acquisizione di una maggioranza numerica che nei fatti non era politicamente vera e non poteva operare, come in effetti non operò. Lo sfascio attuale ne è la tragica prova: la dialettica parolaia reggeva, ma sui fatti e sulle cose si sono massacrati.

Il “partito” sfrangiato in correnti e parrocchie, alcune ferocemente antagoniste, non era in grado di esprimere una “linea” e ancor meno di portarla sulla operatività politica con iniziative, leggi, proposte, progetti e programmi. La mediazione fra i “signori (e le signore) della guerra” interni era impossibile e congelava tutto nella conservazione e alla fine  in un atteggiamento politico schiettamente reazionario.

La sinistra italiana a trazione PC (PdS, Ds, PD) è stata condannata dai colpevoli silenzi sul socialismo reale prima e dagli interessi conflittuali pesanti poi (molto più pesanti diffusi e socialmente pervasivi di quelli contestati all’odiato Berlusconi): mentre esigevano l’epurazione ideologica dei fascisti non si sono curati di fare la opportuna pulizia nella “loro” storia (Napolitano e Rodotà compresi). Mentre chiedevano, ma non riuscivano a legiferare, il blocco del conflitto di interessi di Berlusconi, erano bloccati dal conflitto di interessi che garantiva i loro privilegi di potere, di impresa, personali e delle parrocchie interne.

Ci si chiede il motivo della involuzione ideologica e operativa che oggi si scontra finalmente con la realtà e che non può più essere nascosta o manipolata. La crisi attuale e il crollo monumentale del PD hanno denunciato la pesante cortina che per anni ha contenuto e impedito ai compagni di “vedere” la realtà e che li ha protetti nel sonno della ragione: quella che Giuliano Ferrara ha definito “il senso sciagurato della superiorità”.

Proprio perché accecati dallo sciagurato senso di superiorità: “noi siamo diversi” non hanno visto, non hanno capito, non hanno affrontato o, forse peggio, si sono negati il problema. Mai stati diversi, solo pericolosamente convinti di esserlo. La “base” ci credeva, la dirigenza faceva finta di crederci, pur conoscendo la diversa realtà.

I silenzi e le rimozioni di comodo a lungo si pagano, un partito “è” la sua storia e la connivenza, il silenzio complice prima o poi vengono al pettine.

Il segno dello sciagurato senso di superiorità è ancora vivo e vaga sulle macerie del crollo, non ancora metabolizzato dai compagni. Lo si legge nell’arroganza di Rosy Bindi, lontana da ogni segno di minima autocritica, lo si legge nella farneticazione dei “giovani i turchi” che hanno predisposto e condannato al meritato fallimento la loro segreteria, lo si legge nella proposta di “riforma del PD” di Fabrizio Barca, sorda e cieca rispetto al mondo reale della pratica congiuntura.

Lo si legge nell’atteggiamento dei fuggiaschi del PD nei confronti di Matteo Renzi, critico del massimalismo reazionario del vecchio PCI e “socialdemocratico” e quindi ancora visceralmente risentito.

Il disprezzo dell’avversario politico non è mai buona prassi, specialmente quando l’avversario prende più voti di te a meno che, appunto, non ci si ritenga “diversi” e magari anche “migliori” per ineffabili categorie e unzioni storiche. Inesistenti.

Ci sono anche i primi segni di una visione diversa e più critica, come  nelle parole di Pippo Civati: “…il Partito più reazionario senza un sistema di valori e pieno di ex qualcosa e parolai…”

La crisi e la decomposizione attuale del PD quasi sicuramente comporteranno scissioni se non una polverizzazione del “Partito”. Tentare di evitare il chiarimento e la definizione di nuove realtà politiche sarebbe un errore. Il cambiamento investirà inevitabilmente anche il centro e il centrodestra e, si spera, anche l’area ideologicamente equivoca e spuria dell’antipolitica.

La chiarezza delle identità fino ad oggi nascoste dal trasformismo dovrebbe ridurre lo spazio della negazione e del rifiuto che sono sostanzialmente innescati dalla mancanza di rappresentatività dei partiti tradizionali devastati e stravolti dalla fermentazione trasformista.

Si tratta di un processo che, anche nella drammaticità della crisi attuale, richiede tempo, ma specialmente richiede chiarezza di visione e interpreti vigorosi e credibili. Ci aspetta una transizione confusa e incerta, lunga, non senza pericoli e involuzioni.

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
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2 risposte a L’amaro risveglio della sinistra intellettuale

  1. roberto ha detto:

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