Il litigio nella nostra cultura


Lorenzo Matteoli

18 Maggio, 2013

 

Dai primi segnali che emergono dal governo di scopo emerge di nuovo drammatica la scarsa maturità degli operatori politici che ne sono responsabili. Non sembra che la coalizione di scopo e di salute pubblica abbia superato la fase della contrapposizione antagonista …”a tutti i costi” che ha caratterizzato la dialettica fra i due partiti negli ultimi venti anni. Quella che dovrebbe  essere una coalizione di emergenza con forti e ineludibili priorità dettate dalla situazione critica del Paese e dell’Europa sembra invece impegnata in ripicchine aggressive e in confronti di piccoli “ego” individuali. Gli sforzi sono diretti a trovare argomenti sui quali provocare in termini più o meno ricattuali gli alleati di governo piuttosto che a definire piattaforme e strategie sulle quali impostare un serio impegno comune per affrontare l’emergenza.

Da una parte si insiste sulle ipotesi di votare decreti che sanciscano l’ineleggibilità di Berlusconi, come se ci fosse una effettiva necessità di sollecitare una magistratura già anche troppo fortemente orientata sull’obbiettivo. Alla provocazione si risponde proponendo altri problemi, sicuramente importanti, ma secondari rispetto a quelli posti dalla congiuntura dell’economia, dell’occupazione, del rilancio del ciclo virtuoso produzione/occupazione/export. La impostazione di una strategia di riduzione del debito e di tagli sistemici alla spesa pubblica è urgentissima e premessa indispensabile per ristabilire la credibilità dell’Italia sui mercati finanziari e per recuperare il tempo perso dallo scombinato governo dei tecnici. Credibilità indispensabile per garantire gli strumenti finanziari necessari a uscire dalla palude e impostare la transizione a un diverso modello di macroeconomia. Rispetto a queste scadenze anche la posizione caparbia della cancellazione dell’IMU al di fuori di un quadro complessivo di interventi su tutto il sistema dell’esazione fiscale assume il sapore di rivendicazione elettorale, come il voler imporre la priorità della regolamentazione delle intercettazioni telefoniche, che sarebbe meglio inquadrare in una più vasta visione di riforma della Giustizia.

Gli esempi potrebbero continuare: la politica strillata, le rivendicazioni post elettorali, le posizioni strumentali per calmare questa o quella fazione interna dei due partiti della coalizione o addirittura per accarezzare pretese grilline dominano il campo e occupano lo spazio che dovrebbe invece essere esclusivamente dedicato alla congiuntura di emergenza.

Il tono dello scontro viene esaltato dalla stampa che per riportare opinioni e posizioni usa sempre e solo un linguaggio “da guerra”:  una opinione viene riportata come “attacco”, una dichiarazione è una “sparata”,  un intervento è una “discesa in campo”,  l’opinione diversa è “muro contro muro”,  e via con “offensiva”, “guerra dei vent’anni”, “assedio”, “attacco finale”, “piazza pulita”, “tutti a casa”…

Sia i comportamenti della politica che l’azione della stampa alimentano il disgusto, il rifiuto e aumentano il seguito di indignati che finiscono per votare le più strane figure della scena politica attuale. Questa banale sensibilità è invece estranea all’agenda dei due fronti della coalizione di governo che viene invece utilizzata come luogo per svolgere ulteriormente il gioco di una eterna campagna elettorale delle due fazioni. Una campagna senza progetto al di fuori della aggressione antagonista.

La gente è stanca di questo genere di “politica” e non è vero che occupando gli spazi mediatici con gli scontri, l’aggressione verbale, le ripicche settarie e la litigiosità strillata si guadagni immagine e seguito di potenziali voti. È vero invece che si perde autorevolezza e credibilità e che si squalifica ulteriormente l’immagine della “politica” e dei suoi operatori, anche di quelli che sarebbero invece competenti, dignitosi e decenti.

È logico interrogarsi sulle origini di questa cultura, ed è logico chiedersi in quale modo sia possibile superarla: fenomeni di questa portata hanno radici profonde e una storia lunga, non sono nati ieri, hanno matrici complesse e diffuse. È vero anche che questo particolare momento della nostra storia vede una radicalizzazione estrema della cultura litigiosa, probabilmente conseguenza della specifica congiuntura, ma anche della sostanziale povertà di progetto e “telos” politico di quello che resta dei due partiti e delle loro dirigenze.

Sono tante le matrici del processo di degrado della “politica”, ma una in particolare si propone come dominante: la separazione prima e l’isolamento poi della politica dal contesto sociale.

Quando si è iniziato a distinguere tra “politica” e “società civile” durante e subito dopo la fase acuta del bubbone corruttivo degli anni 80/90 si sono poste le basi di una distinzione letale. La distinzione fittizia è la proposta di una società che rifiuta la sua responsabilità. La “società civile” è precisamente quella che esprime la “politica”, la elegge, la sceglie, la coltiva e la mantiene al potere. Ne tollera le deviazioni e il degrado, che al tempo stesso sono causa e conseguenza del processo di dequalificazione complessivo.

Separando la “società civile” dai suoi rappresentanti eletti nella “politica” si è creata la presunzione che la prima fosse onesta, pura e pulita e competente e che la seconda fosse sporca, corrotta, indecente. Dove invece la dialettica fra le due entità è continua, pervasiva, strettamente correlata, indistinguibile. L’una è lo specchio dell’altra e viceversa. Da questo assunto, solidamente documentato e difficile da smontare, deriva immediatamente il vuoto e la sciocchezza delle reiterate invocazioni alla “piazza pulita” e alle proposte pseudo rivoluzionarie del “tutti a casa”.  Il cambiamento deve investire la cultura dell’intera complessità sociale e partire dai singoli individui. L’onestà, la correttezza e la decenza sono equamente distribuite senza privilegi attraverso tutto l’arco sociale, come l’indecenza e la disonestà. Non è nemmeno vero che si possa risolvere il problema selezionando gli onesti, veri o presunti, e proiettandoli nell’arena politica: il contesto corrompe comunque, e ogni selezione è concettualmente sospetta e opinabile, spesso nella storia origine di guasti orrendi.

Questo modo di ragionare porta ineludibilmente a pericolose astrazioni massimaliste, a uno stato “religioso” e a una organizzazione sociale basata sulla “polizia etica”: un orrore bene illustrato nella storia infelice e sanguinosa delle molte rivoluzioni e utopie fallite. 

Ma allora? Volumi sono stati scritti sul problema.

Bisogna recuperare la complessità dei processi che istruiscono e orientano la condotta sociale e il valore guida del comune sentimento sugli scopi, sui fini e sugli strumenti per la coesistenza giusta, civile nel mondo reale. Il senso comune avvolge e supera le debolezze, gli errori, le deviazioni e le inconsistenze degli individui, corregge e contiene le deformazioni e le patologie.  Questa dialettica lavora attraverso un faticoso processo di errori e di correzioni, non senza sofferenze e tragedie, e si muove verso una ipotesi di possibile, o utopica, giusta e serena sopravvivenza e di coerenza sociale. Degli individui, dei gruppi e delle comunità. Tanto più efficace quanto più forte è la comprensione e la percezione del processo nel quale non ci sono, non ci devono essere, i depositari del vero, i “migliori”, quelli che hanno la storia dalla loro parte, per non parlare di altre entità, reali o virtuali. In questo senso ogni  soggetto è solo, ogni “società” è sola e senza guida oggettiva, reale, visibile o apparente.

La guida è “dentro”, nel rispetto degli errori, delle debolezze e degli ideali, espliciti e impliciti degli altri che, alla fine, siamo anche noi.

 

 

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
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