La disperazione e l’ottimismo della volontà

 

Lorenzo Matteoli

23 Maggio 2013

 

 

Due milioni e mezzo di disoccupati tra i 15 e i 29 anni, quindici milioni di italiani in situazione di disagio economico dei quali nove milioni in grave difficoltà,  il potere d’acquisto dell’Euro in Italia scende del 5%, imprenditori e operai che si suicidano per disperazione, gesti di follia criminale nelle periferie, rapine nel triangolo dello shopping di lusso milanese, violenza urbana a Stoccolma, mezzo milione di bambini alla fame in Grecia…l’elenco delle tragedie italiane e planetarie potrebbe continuare per pagine, guerre infinite in Afghanistan e in Iraq, guerra civile con milioni di morti in Siria, pirateria fuori controllo sulle coste Somale, terrorismo endemico nel medio oriente, milioni di profughi, rifugiati politici, boat people nel mondo, la “primavera araba” che è diventata un cupo inverno di repressione poliziesca e militare. Lo scenario complessivo è deprimente e la domanda immediata è: “Cosa sta succedendo? Da dove arriva questa catastrofe globale? Dove abbiamo sbagliato?” e, inevitabilmente: “Di chi è la colpa?”

Se lo scenario è localmente e globalmente tragico, se la somma degli episodi fornisce un quadro unico di catastrofe, le cause non sono riconducibili a una sola matrice, ad un solo veleno globale. Ogni singola situazione ha origine in condizioni e dinamiche specifiche, in qualche caso locali, in qualche altro caso di origine lontana. Ogni tentativo di costruire un modello unico che spieghi lo scenario globale finisce in una astrazione generica che tradisce la complessità dei problemi, poco significativa e quindi di scarsa utilità per individuare strategie risolventi: la crisi finanziaria globale, la crisi della democrazia, il complotto degli “illuminati”, Bilderberg, e via verso ipotesi di fantascienza criminale planetaria improbabili e compiacenti. È vero che la GCFG (Grande Crisi Finanziaria Globale) ha innescato una marea di conseguenze complesse che probabilmente arrivano anche allo specifico dramma locale, ma con poca utilità per comprenderlo oltre alla spiegazione generica, banale.

I problemi, almeno quelli di casa nostra, vanno individuati nella specificità storica e congiunturale italiana e da quella devono trovare una strategia risolvente. Andare molto lontano serve a poco, ma tenere presente la realtà europea è importante.

Come spesso succede nelle dinamiche depressive, nelle involuzioni e nei cicli perversi, è necessario fare attenzione alla strana inversione che si verifica nel rapporto fra cause e conseguenze: la situazione critica, il dramma o la tragedia determinano lo scoraggiamento e la depressione, ma in seguito è la depressione che impedisce il riscatto, che stronca l’energia necessaria per uscire dal tunnel. Per vedere la luce in fondo al tunnel è necessaria una visione assolutamente diversa da quella maturata nella esperienza politica e culturale precedente o conforme. Per questo, anche nel momento più scuro, “bisogna opporre al pessimismo dell’intelligenza l’ottimismo della volontà.” (Antonio Gransci)

Prendiamo ad esempio il dramma della disoccupazione giovanile italiana. Il lavoro lo creano le imprese e le industrie che producono beni da vendere sui mercati mondiali. Negli ultimi dieci/quindici anni l’Italia è stata abbandonata da centinaia di grandi industrie e medie imprese che si sono ricollocate in Paesi dell’Est Europeo, in  Cina, in India, in Asia, attratte dai costi della manodopera inferiori a quelli italiani del 70%-80%, da condizioni fiscali disegnate per favorire il loro insediamento e da condizioni di criminale assenza di tutela sindacale e di tutela ambientale. In condizioni di speculazione ambientale selvaggia, di sfruttamento di lavoratori/schiavi e di margini di profitto da rapina, si producono, scarpe, tessili, capi di abbigliamento, componenti meccanici, auto, motori, componenti in gomma, plastica, resine, fibre, avvolgimenti elettrici, interruttori, trasformatori, computers, componenti elettronici, stampanti, elettrodomestici, freni, frizioni, carburatori, pompe idrauliche… tutto il catalogo degli indotti auto, veicoli industriali, telefonia, elettrodomestici…

Le regioni industriali della “pianura meccatronica” tra Torino e Ivrea, tra Torino e Biella, la valle del Po da Torino a Venezia, il Nord Est veneto, la costa adriatica sono oggi un deserto di capannoni abbandonati, piazzali vuoti invasi dalle erbacce e dai rifiuti, vetrate vandalizzate. Un patrimonio in rovina. La tecnologia, il design, la capacità tecnica operativa, la genialità imprenditoriale e creativa italiana, danno oggi lavoro a milioni di operai sottopagati nell’Est Europeo e in Asia. Gli imprenditori delocalizzatori si arricchiscono e investono i loro margini detassati fuori dall’Italia. L’Italia perde lavoro, competenze, know how, tecnologie produttive, in un processo di decadenza e impoverimento irreversibile.

I sindacati italiani scioperano e protestano, gridano che bisogna portare il lavoro al centro dell’agenda governativa, quando per anni hanno protestato e scioperato e provocato il trasferimento del lavoro e delle imprese verso l’Est Europeo, la Cina e l’Asia. La politica condanna il malcostume della delocalizzazione selvaggia dopo aver massacrato per decenni le imprese con soffocante peso burocratico e fiscale, senza tutelarle contro la iugulazione armata di mafia e camorra che con perversa sinergia ha innescato la desertificazione industriale: la causa principale della attuale disoccupazione endemica, giovanile e non.

Una situazione di questo genere richiede visione e strategia di vigore sismico: anzi, non si tratta di una strategia si tratta di un radicale sovvertimento dei criteri che regolano il rapporto tra Stato, Lavoratori e Imprese. Non sono in grado di descrivere quali siano le caratteristiche, i dettagli normativi, le fasi di questa rivoluzione se non in termini molto generali: non è il mio mestiere. In sintesi pragmatica: è necessario che l’investimento in impresa industriale in Italia diventi di nuovo vantaggioso. Chi investe per produrre deve poter vedere un margine di guadagno che compensi rischio, impegno, professionalità e capitale. È necessario che l’azione di tutela sindacale del lavoratore sia coerente con le esigenze di competitività dell’impresa sui mercati. È necessario che il peso fiscale e burocratico non uccida l’impresa prima ancora della nascita. È necessario che i servizi infrastrutturali sul territorio e le “reti” siano all’avanguardia della funzionalità e della tecnologia. Un percorso pieno di contraddizioni nell’attuale sistema. Se questo è impossibile in termini di capitalismo conforme e di schematismo sindacale conforme è necessario disegnare e definire il profilo di un capitalismo e di un sindacalismo “diverso” da quello conforme che ha provocato l’attuale fallimento. Una grande responsabilità e opportunità politica.

Si leggono nei documenti di matrice sindacale proposte che invocano misure repressive per bloccare il fiume travolgente della delocalizzazione. Queste proposte sono simmetriche alle richieste di privilegi evasivi che vengono evocate dagli ambienti industriali. Due logiche che sono sicura premessa di fallimento. È il compito della “politica” quello di individuare strategie “diverse”, complesse,  rivoluzionarie e nuove che ricostruiscano una dinamica dove lavoratori tutelati possano lavorare in aziende capaci di operare con profitti e margini di impresa competitivi con quelli possibili nei regimi di privilegio fiscale e di sfruttamento selvaggio della manodopera che oggi attirano imprese, tecnologie produttive, creatività progettuale  e capitali italiani ed europei.

Per molti aspetti non si tratta di un problema esclusivamente italiano: è l’Europa intera, con i suoi organismi centrali, politici e finanziari, che deve intervenire con la potenza negoziale del suo mercato da 400 milioni di soggetti.

Proprio lo stesso mercato che fornisce la domanda che premia e alimenta l’offerta dei prodotti delle industrie delocalizzate.

Una strategia che richiede azione coordinata con un sindacato capace di vedere oltre la rivendicazione corporativa, con una impresa capace di uscire dalla roccaforte del privilegio immediato, un governo capace di vedere la sua responsabilità di iniziativa oltre al galleggiamento negoziale fra le clientele.

Forse la prossima generazione di sindacalisti, la prossima generazione di impresa, non questa classe politica di nominati clientelari capaci solo di strillare a comando. Certamente in un futuro che non può continuare ad essere la sistematica vittoria della stupidità reazionaria, del muro negoziale, della conservazione suicida di privilegi e  di diritti inesigibili.

La sfida e la speranza della generazione dei trentenni che oggi sta entrando nel mondo reale, mentre muoiono disperati e soli gli ultimi novantenni che hanno combattuto, perso e vinto una guerra civile che non meritava questo risultato fallimentare.

 

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
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