EFFICIENZA DELLA DEMOCRAZIA O COLLASSO

 

Lorenzo Matteoli

28 Maggio, 2013

Il luogo comune corrente è che “tutto è cambiato”, ma una riflessione precisa su “cosa” sia effettivamente cambiato, in che modo, perché e con quali plausibili conseguenze non è facile da fare. Anche perché l’analisi di quello che “è cambiato” si sovrappone a come siamo cambiati noi e la sovrapposizione, non è mai “neutra”. Forse molte cose sono rimaste le stesse e noi le vediamo cambiate perché siamo noi che ci siamo invecchiati sopra, dentro, sotto, prima, dopo…

Guardiamo le giovani generazioni e non ci riconosciamo: non vediamo in loro quelli che eravamo noi a quell’età. Ma anche i nostri vecchi non si riconoscevano in noi: il salto generazionale, the generation gap, è una costante da centinaia di generazioni a questa parte e il “lamento” dei vecchi è sempre lo stesso e spesso è fortemente radicato e giustificato dalla realtà congiunturale.

A valle di queste banalità le cose comunque, da sempre, cambiano, ed è un bene che sia così anzi è fondamentale che sia così. Essere coscienti di come cambiano è importante per “adeguarsi”, per non essere tagliati fuori e alla fine per capire il contesto nel quale viviamo, per parteciparvi criticamente e attivamente, senza subirlo e senza esserne travolti, senza volerlo deformare o forzare sulle esigenze specifiche di un gruppo o di un singolo individuo, nel rispetto del senso comune e dei comuni obbiettivi: il “telos” degli antichi greci, la visione di lungo termine. Il bene comune.

Ci sono cambiamenti clamorosi, smaccati, evidenti, drammatici e ci sono cambiamenti impercettibili, subliminali, indiretti e subdoli. I primi si impongono di necessità e ci costringono alla presa d’atto, all’adeguamento. I secondi sono molto più difficili da gestire perché avvengono in tempi lunghi e con  modalità implicite, indirette, che possono facilmente ingannare anche l’osservatore attento. Quando ce ne rendiamo conto, se ce ne rendiamo conto, è in genere troppo tardi per tentare una gestione o impostare la transizione di adattamento. È così che ci si trova “tagliati fuori”, inadeguati, in ritardo, superati, inadatti, d’impiccio…

Ci sono cambiamenti tecnici, cambiamenti strutturali organizzativi e cambiamenti ideologici e culturali. Cambiano gli apparecchi del vivere quotidiano: mezzi di trasporto, energia, telefoni, fax, radio, computers, elettrodomestici, macchine, fertilizzanti, chimica, medicina e tecnologie mediche. Cambiano assetti organizzativi, burocrazie, organigrammi, gerarchie di comando, sequenze operative, procedure, software… Cambia il potere d’acquisto del denaro, il valore del lavoro.  Cambia il significato del valore del lavoro: la base stessa della nostra Costituzione. Cambiano le idee, i sentimenti, i valori, la visione del mondo, la geografia. Cambia il cambiamento, la sua velocità, i suoi modi, i suoi strumenti, la sua percezione da parte di chi lo interpreta e lo vive.

Nella visione intellettuale, utopica si vorrebbe che il motivo primo dei cambiamenti fossero le idee, la cultura, il pensiero, gli affetti. Nel mondo reale le cose sono più complicate e spesso la logica del cambiamento si svolge come conseguenza di priorità diverse.  Spesso sono i nuovi oggetti che costringono al cambiamento delle vecchie idee: la visione del mondo e la geografia cambia quando ti puoi spostare in poche ore di migliaia di kilometri o se puoi comunicare con milioni di persone con un semplice “click” su una tastiera, se puoi spostare miliardi di Dollari, Yen, Renminbi, Yuan o di Euro, veri o virtuali, in un nanosecondo attraverso il Pianeta. La tecnologia dell’informazione e i mezzi di comunicazione però non cambiano il contenuto dei messaggi né la responsabilità di chi li propone.

Se dovessi indicare una sola cosa che è cambiata radicalmente e che rappresenta la sintesi o il contenitore, la matrice di tutti i cambiamenti direi che è cambiato “il potere”. [1]

Il potere secondo la definizione diventata classica di Robert Dahl [2] è la capacità di far fare agli altri qualcosa che altrimenti non farebbero.  La letteratura e l’elaborazione filosofica sul potere è oceanica da Sant’Agostino, a Hobbes, Hume, Machiavelli, Tolstoy, Kant, Marx, Marcuse, Orwell, Huxley, e ai recentissimi Colin Crouch e Serge Latouche.

Secondo alcuni il potere oggi è “finito”[3]. In realtà è solo “cambiato”: è possibile pensare alla quantità di potere, espresso e inespresso, in un dato sistema sociale come a una costante. Cambia è la sua “distribuzione” o “diffusione”, la sua “qualità”, la sua concentrazione o “intensità”, le modalità con le quali si esprime o si trasmette, dall’alto verso il basso, lateralmente, caoticamente, dal basso verso l’alto. Cambiano gli strumenti di queste modalità. Una delle caratteristiche autoreferenziali del potere è anche la “percezione” che la gente ne ha e il modo con il quale chi lo subisce reagisce all’esercizio del potere nelle varie forme nelle quali viene svolto, gestito, applicato o imposto: consenso, partecipazione, condivisione, tolleranza, sottomissione, ribellione. Tutti atteggiamenti soggetti anche loro al cambiamento.

Se dovessi indicare una caratteristica determinante del “cambiamento” del potere dai tempi nei quali veniva esercitato monocraticamente dai Consoli, dal Re o dall’Imperatore o dal Gran Sacerdote o dallo Stregone tribale ad oggi direi che nei regimi e nelle culture monocratiche il potere era strettamente associato agli “scopi” del gruppo sociale, famiglia, tribù, nazione, e che questi scopi si identificavano con la volontà del Re/Imperatore/Gran Sacerdote: conquistare, dominare, esplorare, depredare, asservire, adorare e pagare tributi agli “dei”, etc… Con la diluizione, o diffusione del potere, provocata dai processi di democratizzazione o, meglio, dalla interpretazione che è data al concetto di democrazia,  si è anche indebolita e, in molti casi azzerata, la capacità della gente di concepire obbiettivi e scopi comuni e condivisi. La volontà-guida del Re/Imperatore del Gran Sacerdote è venuta a mancare e i capi delle strutture politiche della democrazia, più o meno partecipata, non sono in grado di sostituirla, proprio a causa della diffusione stessa che caratterizza il potere oggi.  Una involuzione autoreferenziale. Gli scopi e gli obbiettivi sono diventati il personale benessere o il personale arricchimento dei singoli soggetti, e hanno perso, nel sentire della gente, qualunque nesso o relazione con il più ampio valore dello scopo sociale. Come se fosse possibile il benessere, il successo, l’armonia dei singoli individui astratti, o addirittura antagonisti, del bene comune e dell’armonia della società nella quale ogni individuo vive. In questa mutazione si trova la ragione della inefficienza dei regimi democratici attuali se paragonata alla micidiale efficienza e capacità operativa degli antichi imperatori. La loro volontà veniva eseguita senza mediazione e senza negoziato: costruivano strade, mura, castelli, cattedrali, facevano guerre, sterminavano le decine di migliaia di “nemici”, imponevano tasse. Costruivano Imperi, in poche decine di anni. Poi il lungo percorso verso il potere del popolo, la Magna Charta, la Rivoluzione Francese, Americana e Russa, la democrazia e l’età aurea vera o presunta della democrazia.

Il degrado delle democrazie, il crollo della rappresentanza, è iniziato in modo subliminale negli anni ’40 e forse prima se già Churchill aveva sospetti, molto prima che Colin Crouch[4] nel 2004 coniasse il termine post-democracy. L’aveva capito e denunciato nel 1949 George Orwell[5], e il collasso è poi seguito in modo  violento nel 1968, quando la congerie movimentista pensò che la malattia della democrazia  si potesse curare con la partecipazione assembleare. Questa era solo un altro sintomo della stessa malattia: la volontà dell’assemblea era una grottesca finzione della volontà del popolo. Il valore della delega e la responsabilità dei rappresentanti eletti non venivano sostituiti dal voto delle maggioranze assembleari perché la maggioranza dell’assemblea, ammesso che non sia manipolata, non è qualificata dalla “responsabilità”[6]. La maggioranza non è in grado di rendere conto della decisione assunta essendo mandante di se stessa. La tautologia azzera la responsabilità: nessuno deve rendere conto di alcunché. Le sciagure sono senza padri.

Oggi si pensa che lo strumento per recuperare la rappresentatività democratica sia internet: un altro inganno modaiolo. Internet ha lo stesso difetto delle assemblee del mitico ’68: il vuoto di responsabilità. Nessuno è tenuto a rendere conto. Nessuno paga per gli errori delle anonime maggioranze.

Il recupero dell’efficacia delle democrazie passa necessariamente attraverso il recupero e la riqualificazione della delega e della responsabilità dei delegati: che sono tenuti a “decidere”, a “comandare” in nome e per conto del popolo, del suo comune sentire,  e ad assumersi la responsabilità conseguenti alla delega degli elettori. Il privilegio e la condanna dell’autorità. Chi sbaglia in nome del popolo paga in nome del popolo.

I termini “decidere” e “comandare” oggi irritano la presunzione ideologica della sinistra intellettuale e della sua espressione politica perché ritenuti offensivi del simulacro democratico che hanno costruito in mezzo secolo di demagogia. Ma è tale la confusione degli esegeti post-comunisti sul concetto e sul degrado della democrazia, ed è tale la loro irritazione nei confronti del “decidere” e del “comandare” come ineludibili conseguenze della delega e delle sue responsabilità, che uno dei presunti maitres a penser di quell’area, il professor Asor Rosa, è arrivato a invocare l’intervento dei carabinieri e della polizia per restaurare l’efficacia della democrazia e per fermarne il degrado. Un orrore che rappresenta bene le ragioni del sospetto che il pensiero liberal ha sempre avuto nei confronti dei maestri di democrazia muniti di manganelli, olio di ricino, spranghe, Hazet 36[7], gulag, galere, forche, ghigliottine, roghi e campi di lavoro. O peggio.  Bisogna ringraziare il professore Asor Rosa, che sulla stampa della sua parte viene qualificato come un “sincero democratico”, per la franca rivelazione.

Il problema oggi è quindi come recuperare la delega, il mandato elettorale, la responsabilità conseguente degli eletti di decidere e di comandare, e di rendere conto, l’ovvio complemento dell’obbedienza e del rispetto della delega data. Con l’uso corretto e non manipolato della rete.

Recuperare la espressione e il rispetto del “senso comune” che impone questa obbedienza, che non è subalternità o asservimento, ma che è l’indispensabile struttura del rispetto reciproco dell’Individuo per l’Istituto e dell’Istituto per l’Individuo. L’essenza della democrazia, la base di ogni libertà.


[2] The Concept of Power, Robert A. Dahl, Department of Political Science, Yale University, 1957.

[3] La fine del potere, Moisés Naìm, Mondadori, Milano, 2013

[4] Post-democracy, Colin Crouch, Polity Press, Cambridge, 2004

[5] Nineteeneightyfour, George Orwell, Numitor Comun, Windsor, Canada, 1949.

[6] Meglio connotata dal termine inglese “accountability” tradotto in italiano dal goffo “capacità di rendere conto

[7]Hazet 36-fascista dove sei“. L’ Hazet era la chiave inglese preferita dai Servizi d’ ordine dei gruppuscoli milanesi negli anni ’70. Fra i quali era stellare il gruppo Lenin al comando di Gino Strada.

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
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2 risposte a EFFICIENZA DELLA DEMOCRAZIA O COLLASSO

  1. ferrucciocarminati ha detto:

    Interessante, molto interessante ciao

    Inviato da iPad

  2. Mario Albanese ha detto:

    Il concetto di responsabilità personale sta via via svanendo, è quasi sempre “colpa” di qualcosa o qualcun altro. Leggere sui quotidiani “strada killer” o “valanga killer”, dopo una qualche disgrazia, ne è un esempio che si potrebbe definire banale ma che a mio avviso rispecchia bene quanto su affermato. Dalle piccole cose alle grandi cose.

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