Come gli altri, o no? Grillo e i grillini

Come gli altri, o no?

Ragionando su Grillo e sui grillini.

Lorenzo Matteoli

2 Giugno, 2013

 

Lo spazio che Grillo ha occupato nel teatro politico italiano con il suo attivismo sulle piazze e sui network è, per il momento, effimero, come sono effimeri, per il momento, i suoi rappresentanti eletti in Parlamento. Grillo ne conosce la fragilità e giustamente li protegge dalla esposizione mediatica dalla quale verrebbero spappolati. Quelli fra di loro che sarebbero culturalmente in grado di gestire il rapporto con la brutta macchina dei media mal sopportano la museruola e il guinzaglio e presto lasceranno il Movimento per altri spazi politici dove poter svolgere un ruolo attivo e non da belle figurine imbavagliate. Lui stesso riconosce il problema tanto che sta organizzando dei “corsi” per la preparazione dei suoi deputati e per metterli in grado si interagire con i media. La sua potenziale condanna: dopo aver dichiarato di voler svuotare il sistema si appresta a farne parte. Grillo infatti in questo modo, senza rendersene conto, valida proprio il sistema che ha contestato nella sua fortunata campagna antagonista e questa sarebbe la fine e la prova che la cifra della sua operazione si azzera nel momento nel quale cerca in qualche modo di omologarsi. Una volta omologo sarebbe come “gli altri” e la sua azione antagonista perderebbe qualunque credibilità. I dubbi e l’imbarazzo dei suoi deputati divisi tra ribellione e fedeltà al capo/guru sono evidente sintomo della crisi. Chi ha basato la sua ragione di essere sull’azzeramento del sistema non può farne parte e se ne farà parte vuol dire che la sua ragione di essere non era l’azzeramento del sistema, ma il suo controllo: cioè alla fine è uguale agli altri. Più politicamente intelligente di lui è il suo deputato Roberto Fico (Laurea in Scienze della comunicazione a Napoli e Master in Knowledge Management al Politecnico di Milano) che disconosce l’importanza dei “numeri” e nega la sconfitta nelle amministrative sostenendo che i “numeri” non sono lo scopo e del Movimento che è invece più significativamente rappresentato dall’”esserci”. Coerentemente con questa visione dice: “Il Parlamento è diverso proprio perché ci siamo noi” e contiene in questo modo la invasione di Lucia Annunziata (1/2ora RAI 3  2 Giugno 14.30)

 

Questo non vuole dire che il fenomeno Grillo non sia stato importante e non sia ancora importante nella congiuntura a breve e medio termine e che non meriti analisi più attente della deprecazione conforme. Lo scossone che ha dato ai partiti italiani affogati nelle faide interne o bloccati da congiure di palazzo  ha generato un’onda lunga che andrà avanti nel nostro futuro. Alcuni partiti cambieranno, altri verranno azzerati, altri  nasceranno, proprio come conseguenza della ruvida sveglia data alla gerontocrazia partitica dal suo movimento e da lui personalmente. Primo segnale  fra tutti la enorme mobilità attuale dell’elettorato italiano che si sposta per percentuali a due cifre nel giro di mesi, dove una volta si spostava di decimi di percento nell’arco di anni. Conseguenza di internet o del modo di pensare della Twit-generation: comunque un dato di fatto che terrorizza i contatori di voti della vecchia tradizione. Non contano più nulla le bocciofile, le parrocchie i capibastone o gli zoccoli duri. Sicuramente spariranno quei partiti che non terranno conto delle implicazioni e del significato del successo iniziale di Grillo e dei suoi modi. Ma anche l’attuale disorientamento del Movimento di Grillo dovrà essere risolto con una radicale revisione della sua democrazia e dialettica interna e delle forme e modalità con le quali si rapporta con il resto della società e del contesto politico. Questo potrà avvenire quando il suo messaggio di generale protesta antagonista avrà trovato una confezione culturalmente praticabile, senza perdere la forza di rottura e di denuncia che gli ha dato l’iniziale successo. Grillo prima o poi dovrà scegliere un territorio ideologico a destra o a sinistra o in una nuova dimensione ancora da definire. La transizione non facile potrebbe significare la scomparsa tout court del movimento. Solo “esserci” non sarà più sufficiente: bisognerà anche “fare”, pensare, scrivere, studiare, spiegare, comunicare e farsi capire.

Lo spazio così rapidamente e facilmente acquisito da Grillo indica il vuoto di elaborazione e di azione politica dei partiti tradizionali, la loro reazionaria involuzione su se stessi e la distanza che hanno creato fra di loro e l’opinione pubblica che li deve votare. Ma è significativo anche di un’altra grave assenza dalla politica italiana: quella della media borghesia. La media borghesia italiana evita la politica, la ignora, la evade, quando non la sospetta e non la disprezza. Il fenomeno non è recente, è storico, ma è diventato patologico negli ultimi dieci o quindici anni. Non è solo la partecipazione al voto che è passata dalle percentuali sempre sopra il 90 per cento degli anni 50/60 al pericoloso 50 per cento delle ultime amministrative: il segnale preciso dell’assenza della media borghesia dal voto, ma è l’assenza dall’impegno politico attivo, dal dibattito, assenza dai partiti, assenza dai consigli comunali, provinciali, regionali. Scarsa presenza nel Parlamento. Come sempre avviene quando uno spazio si rende disponibile, il vuoto lasciato nella politica dalla media borghesia è stato riempito, a sinistra, al centro e a destra, da altre categorie e culture sociali certamente portatrici di altri valori specifici che, lasciati senza il contesto e l’azione equilibratrice  della borghesia, hanno deformato il profilo sociale, culturale e politico del dibattito che struttura la produzione di leggi e l’azione del Parlamento e quindi del Governo. Grillo, per l’efficacia del suo gesto e forse anche più per il degrado dei partiti tradizionali, ha conquistato interesse e apprezzamento diffuso in una area di opinione non connotata ideologicamente secondo le categorie correnti destra, sinistra, centro. Ancora non ha scelto dove collocarsi e se collocarsi. Quando lo farà perderà voti e guadagnerà identità e solidità per poi ricominciare a crescere e forse diventare il veicolo di un ritorno della media borghesia alla politica, se ci sarà ancora quel movimento e se lui sarà il leader della nuova figura di aggregazione dell’opinione antagonista alternativa. Grillo, in altre parole, sta preparando lo spazio di un nuovo attore del teatro politico italiano. Uno spazio al quale guardano gli altri attori storici: alcuni qualificati per occuparlo, altri meno e altri per nulla. Ci provano tutti, alcuni si stanno attrezzando: per questo tutto quello che sta avvenendo dentro e intorno al movimento di Grillo va osservato con molta attenzione anche se spesso si fa fatica per la volgarità e per la banalità di alcune manifestazioni. Grillo ha colto per l’Italia, e sintetizzato nel suo movimento, con i suoi limiti culturali, l’onda dei grandi cambiamenti in corso nel mondo: mobilità, tecnologia, comprensione sociale. Dopo l’iniziale intuizione e anticipazione sembra che ora abbia difficoltà ad interpretarne il seguito, forse prigioniero del suo stesso successo.

I tre cambiamenti sono stati il risultato, se vogliamo positivo, del capitalismo applicato e sviluppato negli ultimi cento anni e saranno anche le tre leve che scardineranno la deformazione e i guasti catastrofici della deviazione iper-finanziaria del capitalismo degli ultimi trenta anni. L’uscita dalla attuale crisi globale sarà possibile solo grazie alla diversa mobilità attraverso il Pianeta  (di uomini, denaro, mezzi),  alla diversa comprensione (culturale, scientifica, sociale, ideologica), alla diversa strumentazione tecnologica di supporto (soft e hard). Nello svolgimento interattivo e caoticamente sovrapposto di queste figure si innesca la dinamica che cambierà il “potere” la sua diffusione (o concentrazione), la sua intensità, il suo progetto, i suoi strumenti, i suoi scopi, e, soprattutto le modalità per conquistarlo e mantenerlo.

La fragilità attuale del potere e la conseguente inefficienza delle democrazie, infatti, sono i più importanti indicatori della transizione in corso. Tutte le aree di fragilità nella continuità corrente sono segni preliminari di prossimo cambiamento: ciò che è fragile non regge, o cambia, o si rompe.

 

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
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