RIFKIN ?

 

 

Lorenzo Matteoli

16 giugno, 2013

Alla serata inaugurale organizzata specialmente per lui della Milanesiana 2013 Jeremy Rifkin ha fatto la sua lectio magistralis per un’ora e quindici minuti. Ho già avuto modo di smontare con numeri e precisi argomenti di efficienza termodinamica di sistema (rendimenti di secondo ordine) la sua teoria/religione sull’economia dell’idrogeno in un mio articolo di qualche anno fa e non è il caso di ritornare specificamente sull’argomento: chi vuole trova tutto in quel saggetto. È invece interessante svolgere qualche riflessione sulla sua posizione attuale come espressa nell’ultimo libro[1] e sulla lectio magistralis nello spazio generosamente offerto dalla Milanesiana 2013 al teatro Dal Verme di Milano il 12 giugno. Generosità che avrebbe meritato da parte del Rifkin di un minimo di bel garbo: per esempio salutare e ringraziare gli ospiti prima di andare via. Se non concedere un minimo spazio per qualche domanda dopo avere somministrato per settantacinque minuti con atteggiamento ieratico la sua religione in un inglese yankee senza nessuna moderazione.

Rifkin ha dedicato una buona mezzora iniziale della sua lezione al dramma della “fine del petrolio”. Un argomento che è oramai molto datato: è dal 1973 che il mondo scientifico che orbita intorno all’energia si occupa del “peak oil“. Dopo i lavori monumentali e fondanti di Marion King Hubbert che risalgono al 1956 la letteratura sull’argomento si misura in tonnellate di carta. Io stesso ho partecipato alla giostra peraltro con qualche dubbio e moderazione. Comunque, dopo quasi 60 anni di dibattito sulla fine del petrolio, sull’argomento oggi è bene aggiornarsi. La fine dell’era del petrolio è un processo in corso, molto lento, come a suo tempo la fine dell’Impero Romano, richiederà forse più di un secolo, durante il quale avverranno molte cose, la maggior parte delle quali oggi sconosciute. I tempi lunghi non modificano la importanza storica, economica, industriale, sociale, geopolitica dell’evento, ma certamente devono suggerire qualcosa di diverso, sia sull’atteggiamento strategico, che sulla drammaticità con la quale se ne vuole imporre la urgenza. Tutte le scadenze proposte fino ad oggi dalle varie elaborazioni della campana di Hubbert sono state regolarmente aggiornate a seguito di nuovi ritrovamenti o di nuove tecnologie per lo sfruttamento dei vecchi giacimenti e bacini e questo sta ancora avvenendo, tanto che il prezzo del barile oggi (97.89 dollari US il 15 giugno 2013) non è diverso, in termini di potere d’acquisto, da quello del 1974 (30.00 $), e i mercati sono regolarmente soggetti a periodici “oil gluts” ogni volta che qualcuna delle locomotive economiche mondiali si addormenta. Il problema va trattato quindi con qualche attenzione evitando toni da catastrofe planetaria domani e senza assumere atteggiamenti da cassandre incomprese e da sacerdoti dell’apocalisse. Precisamente l’atteggiamento che Rifkin ha scelto per la sua lezione milanese: oramai prigioniero di una parte che si è dato e che non sembra capace di abbandonare documentandosi e aggiornando i suoi numeri e i toni sacerdotali che oggi sono francamente goffi. Chiedersi come mai una previsione che tutti abbiamo fatto negli anni settanta non si sia avverata dopo quaranta anni sarebbe utile anche per Jeremy Rifkin.

Una posizione aggiornata sulla dinamica complessa della fine del petrolio suggerisce anche strategie politiche e tecnologie molto diverse per la gestione della transizione e per l’innesco del nuovo paradigma macroeconomico e ambientale.

Nella seconda parte della lezione Rifkin propone la linea per quella che chiama la terza rivoluzione industriale. Una linea che si basa su cinque pilastri fondamentali, che, avverte Rifkin, vanno costruiti simultaneamente, pena il crollo di tutto il castello. Prima di elencare i cinque pilastri proposti devo avvertire i miei lettori che proprio nella formulazione di questi “pilastri” Rifkin si espone all’accusa di molti suoi critici (Ricci e Battaglia fra i più noti in Italia) di essere un millantatore. La realtà è che Rifkin tace, per comodità intellettuale, alcuni importanti pezzi e implicazioni della sua costruzione e dei pilastri che la sostengono. Le teorie e le semplificazioni di Rifkin non hanno convinto nemmeno il Prof. Ing. Federico Butera (Ordinario di Energetica al Politecnico di Milano) che con Jeremy Rifkin ha avuto a suo tempo uno scambio durissimo che ha visto il Rifkin in grande difficoltà.

Primo pilastro: passaggio alle fonti di energia rinnovabile. Un processo che potrà forse avvenire nell’arco di cento anni[2], se mai del tutto, e se mai economicamente utile. La sostituzione delle tecnologie energetiche di conversione e produzione attuali e l’aggiornamento mediante retrofit o sostituzione del parco edilizio costruito sono operazioni di portata epocale. Edifici e strutture costruiti nel corso di secoli non possono essere aggiornati e sostituiti in cinquanta o sessanta anni anche se venisse finanziato e implementato militarmente un progetto durissimo, insostenibile economicamente e inaccettabile socialmente. Rifkin cita numeri ingannevoli e astratti da qualunque fattibilità sulla potenzialità dell’energia eolica o sulla potenzialità di quella solare, un po’ come faceva Amory Lovins negli anni settanta[3]. Numeri che ascoltati da pubblico comune e senza la specifica preparazione possono sembrare molto convincenti, ma che in realtà non sono tecnicamente praticabili. Il passaggio alle energie rinnovabili avverrà gradualmente e con tecnologie che oggi sono probabilmente ancora ignote, richiederà investimenti finanziari plurigenerazionali e dovrà essere attentamente verificato per evitare disastri ambientali di materiali non riciclabili e ambientalmente aggressivi, non potrà essere indipendente da tecnologie di accumulo: un problema che ancora non ha una soluzione economicamente e ambientalmente praticabile.

Secondo pilastro: la trasformazione del patrimonio immobiliare esistente in tutti i continenti in impianti di micro-generazione per raccogliere in loco le energie rinnovabili.

Come dice lo stesso Rifkin si tratta di 190 milioni di edifici solo nell’Unione Europea (accettando il numero con beneficio di inventario) molti dei quali hanno qualche secolo di età e molti dei quali per affrontare il retrofit dovranno essere abbattuti. È sufficiente considerare l’età del nostro parco costruito i costi e i tempi del suo ricambio per rendersi conto della impossibile semplificazione che Rifkin ci impone con grande disinvoltura. Propone di “ricostruire l’Europa”. Non ci sono riuscite nemmeno due guerre mondiali.

Il terzo pilastro: l’applicazione dell’idrogeno e di altre tecnologie di immagazzinamento dell’energia in ogni edificio e in tutta l’infrastruttura per conservare l’energia intermittente.

Questa è forse la reticenza più grave di Rifkin: la voluta negazione della impossibilità di risolvere i problemi tecnici posti dall’idrogeno (serbatoi enormi per conservarlo a temperatura e volume ambiente, serbatoi costosissimi per contenerli ad alta pressione o a bassissima temperatura) rendimenti di sistema negativi. Il silenzio sulle “altre tecnologie di immagazzinamento” tutte problematiche e al limite della fattibilità economica attuale o con rendimenti di sistema marginali: aria compressa, volani meccanici, volani termici, cambiamento di fase, pompaggio di acqua nei bacini montani etc.

Quarto pilastro: utilizzo della tecnologia internet per trasformare la rete elettrica in ogni continente in una inter-rete per la condivisione dell’energia che funzioni proprio come Internet. Un’altra significativa confusione: la circolazione e l’accumulo di informazioni con impulsi elettronici di qualche millivolt su reti intercontinentali satellitari, radio o telefoniche non ha nulla a che vedere con i trasferimenti e con l’accumulo di flussi di energia elettrica per milioni di Kilowatt per migliaia di chilometri a decine di migliaia di Volt di tensione. La rete ospitale per le energie alternative fortemente stocastiche è semplicemente un’altra rete, altri cavi, altre logiche di trasformazione, altre tecnologie e strutture di trasformazione, altre tecnologie di accumulo, altra infrastruttura territoriale, altre perdite di sistema. Il suono della proposta a orecchie semplici o incompetenti sembra fattibile in realtà l’analogia fra la rete informatica e la rete dell’energia non ha nessuna base concreta. Ma agli ospiti della Milanesiana Rifkin non ha concesso un “question time” .

Quinto pilastro: transizione della flotta dei veicoli da trasporto passeggeri e merci pubblici e privati in veicoli plug in e con cella combustibile che possano acquistare e vendere energia attraverso la rete elettrica continentale interattiva.

Un altro pasticcio fra veicoli elettrici (batterie) e veicoli a cella combustibile (idrogeno). Un altro ambiguo silenzio sulla impraticabilità tecnologica del ciclo dell’idrogeno per i trasporti e sulle contraddizioni dei rendimenti di secondo ordine dell’idrogeno come vettore energetico per la motorizzazione della mobilità[4].

Rifkin presenta i suoi pilastri con grande sicurezza: con l’implicita assunzione che chi non condivide le sue teorie sia colpevolmente ignorante, reazionario o asservito a qualche strano complotto di occulti poteri corporativi (petrolio, finanza, banche, Bilderberg, Illuminati, etc.). Ovviamente non lo dice apertamente, una accusa sottintesa in tutte le trecento  pagine del suo libro e chi lo ascolta o legge è fortemente indotto a pensarlo e la tendenza al complottismo è una delle sindromi attuali più popolari. Attribuire a occulti e perversi poteri il fallimento delle moderne democrazie malate e la povertà politica e culturale dei nostri leader e dei nostri parlamenti/palude è più comodo che assumersi la responsabilità del degrado, che è una responsabilità collettiva e, se vogliamo un obbiettivo più preciso, dei media e dell’informazione.

Molto bene ha fatto la Milanesiana 2013 a ospitare Rifkin: la esposizione delle sue teorie avrebbe consentito il contraddittorio e quindi una informazione più obbiettiva. Forse non è un caso che Rifkin non l’abbia concesso e se ne sia andato senza salutare gli ospiti e il pubblico che lo aveva ascoltato con attenzione, rispetto e pazienza. C’erano molti fra i presenti che avrebbero potuto fare domande interessanti, dubito che negli Stati Uniti un comportamento del genere sarebbe stato tollerato e tenuto.

Un comportamento tanto più strano proprio per uno che ha scritto: “Il sogno della qualità della vita può essere realizzato solo collettivamente: è impossibile goderne nell’isolamento ed escludendo gli altri.”[5]

…specialmente se fanno domande imbarazzanti sui tuoi pilastri.

La transizione a un nuovo paradigma macroeconomico è la vera premessa per un nuovo modello energetico ambientale. Fino a quando l’economia sarà inchiodata alla continua crescita quantitativa e, peggio ancora, finanziaria non ci sono molte speranze per transizioni a nuove figure per l’energia e per l’ambiente: in questa gabbia macroeconomica il basso costo del petrolio ne impedisce la sostituzione in regime di mercato. Quando il sistema degli scambi sarà in grado di apprezzare la crescita qualitativa si romperà quell’incantesimo e ci saranno altri svolgimenti, ma la costruzione del castello di Rifkin con i suoi cinque impossibili pilastri non ne è la premessa. Un processo molto più articolato, topico e legato alle culture, alle economie, alle tecnologie e ai territori dove la sequenza canonica da seguire con flessibilità e senza dogmi: A, eliminazione spreco, B, risparmio, C, alternative, dominerà le strategie generali e le declinerà nelle varie particolari congiunture, suggerendo le soluzioni tecnologiche appropriate e consistenti.

È necessario istruire una micro-economia nella quale le decisioni per la transizione siano convenienti e vantaggiose per il singolo individuo, una economia che non sia schematicamente basata sul sacrificio del singolo per  il vantaggio della collettività. La relazione fra vantaggio individuale e vantaggio della comunità deve trovare espressione contrattuale oltre che ideologica. Quando il sacrificio del singolo è inevitabile va compensato in modo congruo. Se non c’è corrispondenza tra sacrificio dell’individuo e vantaggio sociale questo squilibrio deve essere spiegato, compreso e risolto. L’uomo economico si muove sul vantaggio individuale idealmente motivato dal vantaggio sociale e fra le due motivazioni ci deve essere un chiaro accettato equilibrio e non conflitto. Altre logiche sono perdenti anche se imposte con prevaricazione fiscale o militarmente. Le decisioni dei milioni di individui saranno legate a situazioni precise e diverse per ogni contesto sociale, territoriale, tecnico e muoveranno il sistema complessivo in modo congruente verso i nuovi modelli. Sancire a priori precise sequenze, tecnologie, materiali, oggetti, su una realtà caratterizzata da enorme diversità formale tecnica e antropologica è una semplificazione accademica e potenzialmente pericolosa. Solo nelle condizioni storiche specifiche si potranno individuare e disegnare sequenze e tecnologie specifiche e appropriate: questa la sfida culturale, politica prima, e tecnica poi. Questa la responsabilità della politica: creare le condizioni normative che inducano comportamenti conseguenti del pubblico per il raggiungimento degli obbiettivi strategici desiderati. Nel quadro politico e macroeconomico corretto i comportamenti sociali si svolgeranno di conseguenza e la tecnologia sarà adeguato strumento.

La trasformazione del patrimonio immobiliare avviene attraverso il processo di milioni di decisioni individuali su edifici che sono ognuno un pezzo unico, con condizioni tecniche e implicazioni di costo specifiche, a loro volta dominate da quadri decisionali di scala più ampia fino al quadro politico. Una articolazione che sconfigge qualunque generalizzazione e che contiene alternative che possono potenzialmente sovvertire il quadro generale. l semplici pilastri di Rifkin sono in pratica una selva di pilastri, colonne, muri portanti, dighe, e puntelli. La complessità si supera con la comprensione senza negarla o semplificarla in modo astratto.

La dipendenza dai combustibili fossili e del petrolio sarà una realtà necessaria  per molti anni a venire e sarà ancora quella economia, liberata dalle attuali  contraddizioni, che pagherà la transizione energetica ambientale al nuovo Pianeta. Qualche tecnologia alternativa è già disponibile, molte non ci sono ancora, si tratta di procedere in modo consistente e di conserva, navigando a vista, tatticamente, su acque sconosciute verso obbiettivi noti e porti sicuri ancora lontani, senza compromettere irreversibilmente i percorsi, abbracciando la realtà difficile e ostile per comprendere senza negare.

Tre cose sicuramente mancano oggi e Rifkin non ha fornito contributi:

  1. la competenza dell’operatore politico e la sua capacità di visione strategica di lungo termine;
  2. L’enorme disponibilità finanziaria necessaria per innescare la transizione;
  3. Una informazione obbiettiva della pubblica opinione su progetti e priorità.

Non saprei quale delle tre sia la più grave.


[1] La terza rivoluzione industriale Edizioni Oscar Mondadori, Milano 2012;

[2] Ci sono voluti più di cento anni per completare a suo tempo il passaggio dal carbone all’olio combustibile e il passaggio alle alternatuve è molto più complesso;

[3] tipo: basta convertire il 2.5% della radiazione solare nella regione sudoccidentale degli Stati Uniti per coprire il consumo totale della nazione del 2006;

[4] Ulf Bossel “Does a Hydrogen Economy make sense?”

In fondo all’articolo una completa rassegna bibliografica.

[5] Pagina 254 de La terza rivoluzione industriale;

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...