Un libro di Marco Romano

Recensione:

LIBERI DI COSTRUIRE

Di Marco Romano

Bollati Boringhieri, Torino, 2013

La città è lo specchio della cultura insediata, raccontavo nei miei discorsi sulla città del futuro  e in un saggio poco conosciuto sulla Torino del Liberty scritto nel 1988 (Torino tra Liberty e 900: la nuova Piazza d’Armi, L. Matteoli G. Peretti, L. Re). La città, dicevo, è uno specchio che restituisce l’immagine della cultura che la abita dopo decine di anni e forse anche più. Il corollario della battuta era che noi viviamo nella città che altri hanno disegnato e disegniamo la città dove altri vivranno.

Marco Romano nel suo recente rivoluzionario saggio “Liberi di Costruire” (Bollati Boringhieri, Torino 2013) direbbe che l’Urbs è lo specchio della Civitas e propone la tesi, sovversiva più che rivoluzionaria per l’attuale cultura conforme della pianificazione territoriale centralizzata e monocratica, che in carenza di una solida teoria sull’estetica del paesaggio abbiamo lasciato la competenza di decidere forma urbana e gestione del paesaggio, un diritto che per secoli è stato  dei cittadini, a una categoria professionale di “urbanisti” “pianificatori” “funzionari di uffici tecnici.” Non eletti, non rappresentativi, privi di mandato e discutibilmente qualificati. Una tesi decisamente controcorrente, di forte innovativa provocazione che non gli varrà molti amici, ma che in questi tempi oscuri rappresenta una scintilla di forte significato.

Marco Romano nelle 170 intense, appassionate pagine del suo libro contesta con argomenti tanto solidi quanto originali e intensamente innovativi, al limite sorprendenti, la correttezza di questa concessione di competenza o invasione decisionale. Il libro propone un paradigma nuovo e inusuale per guardare e per valutare i paesaggi urbani e suburbani, le periferie e le grandi piastre di territorio occupate da capannoni industriali e strutture per la produzione.

La tesi di Marco Romano lanciata nella palude viscosa della conformità arrogante delle certezze dei pianificatori e dei loro sponsor culturali e politici è uno dei segnali anticipatori più interessanti della svolta culturale che stiamo per vivere: un appello appassionato, vigoroso e a tratti disperato per il recupero “delle radici millenarie della nostra identità.” Per cominciare di nuovo a cercare di rispondere alla antica domanda, semplice dice Marco, “chi siamo?”

Credo che il libro di Marco sia una di quelle scintille di pensiero che, se non rappresentano la luce in  fondo a un lungo tunnel, sicuramente ne denunciano l’oscurità.

Per capire come la riflessione di “Liberi di Costruire” sia più vera e attuale di quanto non possa apparire al pensiero mainstream della pianificazione che oggi occupa senza verifica tutti gli spazi della decisione pubblica bisogna guardare ad alcuni importanti, immani, episodi “territoriali” in corso nel mondo: Soweto, le grandi “favelas” dell’America Centrale, le shanty towns e gli slums africani e indiani dove vivono centinaia di milioni di abitanti. Oppure a episodi analoghi ma “raffinati” come l’insediamento di Wedge Point  (Western Australia).

Un libro da leggere sia per accaniti fautori del “pensiero unico” che per i molti che hanno forti dubbi. Dal Professor Marco Romano aspettiamo il seguito: come si fa?

(Lorenzo Matteoli)

Marco Romano, docente di estetica della città, è stato Direttore del Dipartimento di Urbanistica allo IAUV e Direttore della rivista “Urbanistica” organo dell’Istituto Nazionale di Urbanistica. Oltre a collaborare con il “Corriere della Sera” ha pubblicato l’Estetica della Città Europea (1993), Costruire le Città (2004), La Città come opera d’arte (2008) e Ascesa e declino della Città Europea (2010)

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.

3 risposte a Un libro di Marco Romano

  1. alberto bottari ha detto:

    Caro Matteoli,

    che fare? Con questo interrogativo tu concludi le considerazioni in merito al libro di Marco Romano. Mi sono affrettato a leggerlo e cerco di inserirmi molto brevemente nel quadro di alcune sue provocazioni, senza voler rispondere in modo soddisfacente ai problemi che lui solleva ─ e in parte al quesito “che fare”.
    È vero che la casa è un bene primario, rappresentando la sfera della sicurezza personale e della famiglia, un micro-territorio consolidato, per cui il suo possesso (non necessariamente la sua proprietà), dovrebbe essere garantito a tutti per il suo valore materiale e simbolico. Il senso della “civitas” ─ della appartenenza cioè a un ambito ove diritti e doveri si devono poter confrontare con una auspicabilmente piena disponibilità e accessibilità condivise a servizi e alla conoscenza del patrimonio della città ─ non scaturisce tuttavia esclusivamente, come Romano stesso del resto sottolinea, da un pieno riconoscimento del diritto alla casa e al suo possesso, ma anche da una riconoscibilità condivisa dei “temi collettivi”, che storicamente si sono andati sedimentando nell’ “urbs”.
    Disponibilità,accessibilità e riconoscibilità che si sono tuttavia progressivamente andate contraendo negli ultimi cinquanta/sessant’anni, in Italia e non solo, per un degrado dell’ambiente urbano causato da una motorizzazione pervasiva, da forme di inquinamento (atmosferico, sonoro) e di intrusione (visiva), da crescenti condizioni di insicurezza, oltre che da un progressivo esaurirsi di una cultura dei temi collettivi intesi come bene comune, con un (in parte) conseguente slittamento “difensivo” a favore del privato, come ambito unico o prevalente da salvaguardare e che ci può salvaguardare.
    La riqualificazione dell’ambiente urbano é quindi oggi il nuovo “tema collettivo”, in quanto strumento per ristabilire nello spazio costruito le condizioni che consentano disponibilità, accessibilità e riconoscibilità dei valori materiali e simbolici, insiti nella città a fondamento della “civitas”, e come percorso per la costruzione di una nuova, compiuta e condivisa cultura della città.
    Posto che ─ come giustamente Romano evidenzia con abbondanza di riferimenti storici ─ “civitas” e democrazia sono parti di un’unica costruzione paziente, il “che fare” comporta perciò una dedizione particolare ad azioni di stampo non centralista ─ anche se la sfera della pianificazione deve essere inevitabilmente portata a prendere atto delle modificazioni culturali, se non, ancor meglio, coinvolta nel processo. Queste modificazioni, per la loro stessa natura, avverranno solo interessando contemporaneamente ambiti diffusi e operando con modalità diverse, perché devono incidere capillarmente per divenire più stabili e condivise.
    L’ambito più significativo è senz’altro quello della formazione delle persone, esplicabile nelle più diverse forme: dalla scuola di base, in cui ci si può allenare nei modi più elementari alla conoscenza dell’ambiente e della città, alle attività di promozione della conoscenza del patrimonio storico e culturale in generale, svolte da organismi pubblici o privati a livello locale(biblioteche, circoscrizioni, associazioni, ecc., sino all’insegnamento universitario e a un rinnovamento delle politiche urbane e della forma dei piani. E qui concludo citando la mia esperienza personale di insegnamento in un Laboratorio di Progettazione Urbanistica presso il CdL in Architettura del Politecnico di Torino. Esperienza che ha motivato questa mia breve nota, ma che è anche alla base delle sue conclusioni, perché si è trattato di una ricerca progettuale svolta con gli studenti, ispirata ai principi di un “fare” per la città che si pone come obiettivo quanto sin qui detto. Si tratta anche di un tentativo di contribuire a un’estetica dello spazio pubblico, a partire dalla natura dello sguardo del cittadino e dalla sua percezione e rielaborazione dell’esperienza della realtà urbana, e da bisogni il cui fondamento è di natura antropologica e che riconducono, al fondo, allo stesso modo con cui si guarda allo spazio della casa e alla sua sfera di modalità sensoriali e relazionali.
    (Per saperne di più si può sempre dare un’occhiata a un libro da me scritto e pubblicato da Aracne, Roma, nel 2012, “Paesaggio, progettazione urbanistica e spazio pubblico” ─ dedicato a elementi di metodo e tecnica per un progetto dello spazio pubblico urbano !)
    Ti saluto sperando di non averti annoiato.

    Alberto Bottari

    • matteolilorenzo ha detto:

      Caro Alberto,
      grazie del commento interessante e critico. Marco Romano sarà a Torino per un workshop organizzato da Gabriella Peretti il 6 di Novembre (accertati) e potrai sottoporgli il tuo commento direttamente.
      E’ un piacere saperti tra i miei lettori,
      un cordiale saluto,

      Lorenzo Matteoli

    • Marco Romano ha detto:

      Ma, vogliate scusarmi, le città europee hanno costruito lentamente ma coerentemente, dal Mille in poi, una urbs corrispondente a una civitas, aperta, mobile e democratica, la cui caratteristica fondamentale è stata che per essere cittadini occorre avere il possesso di una casa – come oggi, ovviamente, è la residenza sulla vostra carta di identità – il che non comporta sia un diritto, perché chi non ha una casa non è cittadino e quindi non può per principio avere diritti, ma dobbiamo mettergli a disposizione la possibilità di diventarlo sul versante legale e mettendoli in condizione di procurarsi una casa sul versante materiale, dunque terreni fabbricabili serviti da una strada pubblica. Poi vedranno loro come procurarsi una casa, se il diritto di costruire sul lotto affacciato sulla strada è automatico (con una lieve regola di allineamento e di altezza, per esempio) non occorrerebbe altro che magari una autocostruzione. Questa è la libertà dietro al motto antico, l’aria della città rende liberi.
      Quindi il “che fare” è poi la pratica millenaria di disegnare una rete stradale nella campagna intorno alla città, segnata da qualche strada tematizzata, una passeggiata o un boulevard, e da qualche piazza, con appunto qualche regole semplice per l’utilizzazione edilizia dei lotti risultanti, affacciati sulle strade, come accadeva fino al 1950 e come i più fortunati possono godersela anche oggi, nella città costruita con le regole di allora.
      L’urbanistica moderna, questa negazione della città progettata fino a mezzo secolo fa, non ha il minimo fondamento: se rintracciate tutto il suo dibattito fondativo fin dagli ultimi anni dell’Ottocento non trovereste nessuna dimostrazione razionale di quali siano gli inconvenienti della città costruita fino al 1950, e tutto il dibattito contemporaneo alla ricerca di nuovi principi è fuffa: dovreste provarvi a spiegare perché la città della prima metà del Novecento non va bene
      La verità è che nessuno ormai saprebbe progettarla, nessuno l’ha imparata e dunque nessuno la sa insegnare, gli uffici tecnici dei comuni neppure loro, con gli amministratori campano di bustarelle, reali o virtuali, che è lo stesso.
      E questo è quanto
      Grazie
      Marco Romano

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...