Gianburrasca nel Castello romano

 

Lorenzo Matteoli

18 Gennaio, 2014

Le prime settimane di Matteo Renzi stanno dimostrando anche troppo chiaramente che il suo entusiasmo e il suo atteggiamento “cavaliere” saranno messi a dura prova dal “sistema”.  Invece di cogliere la valenza positiva dell’atteggiamento “nuovo” e la spinta al cambiamento, la macchina del “pensiero unico” si chiude a riccio e recupera il vecchio “catenaccio” sterile: proprio lo stesso che ha provocato la crisi dalla quale è uscito Renzi. Nessuna riflessione sulla cultura che ha portato la dialettica politica della sinistra italiana nell’attuale buco nero. È evidente il rischio di mettere in scena un altro noioso e inutile scontro fra -ismi e -antiismi. Non sembra siano stati sufficienti i milioni di voti alle primarie per cogliere il messaggio. L’unica utilità della sconfitta viene sprecata.

Si possono avere riserve sul progetto politico del nuovo Segretario del PD e sui suoi programmi a breve-medio, sulla disinvoltura di certi atteggiamenti. Qualcuno, specie nel Grande Nord, si irrita anche per la parlata tosca: il suono dell’efficienza e della competenza pare sia monopolio di una lingua italiana con forte traccia dialettale milanese o piemontese, solo tollerato, ma con riserva, il gradevole garbo veneziano di Massimo Cacciari.

Per quante riserve si possano avere non si può negare che Renzi rappresenti l’unica possibile novità nella tragedia politica italiana, sia a sinistra che a destra: forse varrebbe la pena correre il rischio e andare a “vedere”, o saper proporre stimolanti alternative di eguale interesse e potenzialità di svolgimento.

Ascoltando con attenzione le interviste con Gruber (ottoemezzo) e con Bignardi (invasioni barbariche) dove alla supponente riserva mentale delle scolastiche intervistatrici Renzi risponde sempre con calma, prontezza, precisione e rigore dimostrando una notevole latitudine di competenza su tutti i problemi che gli vengono proposti, si ha un’altra sensazione che forse è molto più importante della specificità dei vari argomenti: Renzi sembra “libero” ideologicamente, non bloccato dagli schemi del “pensiero unico”, senza vincoli di grammatiche o di catechismi di alcun genere e senza limiti imposti da “ortodossie” di antichi e obsoleti manifesti, credi, rosari o avemarie. Pochissimi i personaggi paragonabili nella storia della politica italiana. I grandi “estinti” della Democrazia Cristiana si muovevano in recinti dialettici e ideologici rigorosamente definiti dallo sfondo vaticano. Togliatti e gli storici luogotenenti del Partito Comunista non si potevano scostare dalla “linea” dettata dalla interpretazione stalinista moscovita del Marxismo Leninismo. La deviazione Trotzkista si pagava carissima. In Italia con la emarginazione, ma in Russia con la galera e con la vita. Nemmeno di fronte a violenze come gli interventi dei carri armati in Ungheria e a Praga gli intellettuali “organici” si potevano permettere di storcere il naso ideologico. Lo stesso Napolitano si adeguò. Bettino Craxi si muoveva con provocatoria disinvoltura per il suo carattere, la sua personalità, la indubbia preparazione storica e la dialettica prepotente, ma sotto di lui i luogotenenti soffrivano come Claudio Martelli fa capire nella sua interessante “memoria” (Ricordati di vivere) e come personalmente ebbi modo di constatare come amministratore per il PSI a Torino (1985-1992). Marco Pannella, un gigante della politica vissuta e praticata Italiana nonostante gli atteggiamenti coloriti, è sempre stato libero di mente, mobile e flessibile ideologicamente: e infatti ha sempre irritato a sangue l’ortodossia riduttiva dei compagni del PCI e degli amici cattolici della DC. La resilienza ideologica di Marco Pannella si è sempre associata a un rigore pragmatico monacale al limite della ferocia, come sanno bene tutti quelli che hanno lavorato con lui ai tempi delle grandi battaglie radicali.

La libertà, o resilienza “ideologica” è uno strumento formidabile e quasi sempre vincente specialmente quando chi ne è dotato deve affrontare interlocutori che non solo non ne dispongono, ma che non sono nemmeno in grado di identificarla concettualmente. È un altro linguaggio. Per questo la critica di Luca Ricolfi  (La Stampa) sulle proposte di Renzi per il lavoro, che peraltro Ricolfi non esprime analiticamente, potrebbe anche essere corretta tecnicamente, ma a mio avviso non tiene conto della connotazione di flessibilità ideologica di Matteo Renzi che propone “tracce” per innescare dialogo e non necessariamente per imporre soluzioni. Lo stesso vale per Sartori (Corriere della Sera) che boccia i “tre modelli” proposti da Renzi per la riforma elettorale: Sartori guarda il dito mentre Renzi apre un discorso in termini che vanno molto al di là della grammatica dei tre modelli. È più importante aprire un discorso e costringere al dialogo che imporre una soluzione. Dell’articolo di Sartori apprezzabile, sorridente e pericolosa, la qualifica di “Gianburrasca” che appioppa a Renzi.

Il terzo esempio che illustra la “scioltezza” ideologica di Renzi è la decisione di incontrare anche Berlusconi, come ha incontrato i segretari di tutti i partiti, per verificare possibili convergenze sulla riforma elettorale. Una decisione ovvia e banale: le regole si fanno con tutti e poi, nelle regole condivise, ognuno gioca come è capace di giocare. Lo scandalo, l’irritazione, le minacce che sono state espresse dalla minoranza bersaniana del PD sono la marca dell’immobilità ideologica e concettuale di quella parte e anche dei limiti del loro concetto di democrazia. Non è un caso, e i bersaniani dovrebbero rifletterci, che su questa condanna si sia allineato anche l’onorevole Quagliariello. Un errore politico perché proprio quell’atteggiamento ha creato per Berlusconi un enorme privilegio di immagine. È la preclusione pregiudiziale della frangia bersaniana che ha riportato Berlusconi al centro della scena, non la decisione  di Renzi di incontrarlo che avrebbe dovuto essere vista e gestita come prassi normale e corrente. Invece è stata inutilmente drammatizzata con il risultato di darle una dimensione monumentale: ancora una volta la linea conservatrice del PD ha giocato di rimessa e ha riproposto il vecchio discorso. Dicono: è il significato politico dell’incontro con il “pregiudicato” che è inaccettabile. Ora il significato delle cose è in parte proprio delle cose, ma in gran parte è quello che alle cose viene attribuito: è questa parte che va gestita e condotta.

Il futuro di Renzi è ancora indecifrabile, ma se saprà coltivare e usare il formidabile strumento della libertà da schemi, grammatiche e gabbie ideologiche, qualche speranza di diluire la viscosità gommosa del “non-potere” della Bisanzio romana ce l’ha.

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
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3 risposte a Gianburrasca nel Castello romano

  1. claudia ha detto:

    bellissimo, bravo, concordo assolutamente, claudia

  2. Alba Chiavassa ha detto:

    x qualcosa condivido, ovvio non tutto, ma penso che potresti mandare l,articolo a renzi cosiavrai un altro futuro politico baci

    Inviato da iPad

    • matteolilorenzo ha detto:

      I write what I would like to read: scrivo per me e per gli amici che mi vogliono leggere. Non cerco futuri politici: sono molto contento del mio presente politico e personale. Grazie del commento e dei baci!! LM

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