L’intuizione approssimativa veloce

Lorenzo Matteoli

11 Febbraio 2014

 

Bric (Brazil, Russia, India and China), Europa, USA, Centro Asia (Kazakhstan, Uzbekistan, Kyrgistan, Turkmenistan, Tagikistan, Azerbaijan, Afghanistan), Pacific Rim (Giappone, Indonesia, Corea, Vietnam, Cambogia, Laos, Australia, Malesia, Chile), Africa, Medio Oriente: ecco i giocatori del prossimo round economico, finanziario globale. 

I confini fra le grandi “regioni” confusi e mobili (più concettuali e politici che geografici), le strategie embrionali, conflittuali per alcuni e affermate e chiare per altri. In fase di chiarimento e definizione i ruoli nel “grande gioco” in corso, o che sta per iniziare. Per alcuni soggetti…già finito, game over.

La tendenza generale: entropica. La comprensione analitica: impossibile. Il metodo consolidato accademico: raccogliere dati, verificare dati, costruire modelli, produrre scenari, valutare  ed elaborare strategie: inapplicabile. I cambiamenti sono troppo veloci, la confusione del quadro generale ingestibile, la mobilità dei confini regionali fluida, le alleanze caotiche.

La cultura Europea del progetto e del piano è inadeguata, travolta. Sicuramente fallace. Meglio l’intuizione approssimativa veloce: big, messy … good enough. Rischiosa, ma probabilisticamente più affidabile. Consistente con la “google conception”: cinque parole chiave per individuare il problema. Tre riunioni di manager per definire una risposta. Un decisore politico per  definire la strategia e implementare. Fine della democrazia. Forse mai iniziata.

Vince una concezione umanistica dell’ingegneria: grandi numeri e gut feeling. Non piace ai ragionieri bocconiani e nemmeno agli ingegneri politecnici. Più adatti gli architetti e i filosofi…se non si montano la testa. Comunque devono essere…digitali. Competenti avventurieri digitali, con una solida cultura generale. Niente improvvisatori: devono convincere.

Nel quadro ineffabile espresso da questa breve premessa, volutamente provocatoria, cerchiamo di definire meglio i “giocatori”.

BRICS 43% della popolazione mondiale, uniti  per ora solo dal desiderio/necessità di aggredire il dominio finanziario occidentale. In diverse riunioni hanno cercato una strategia comune, ma per ora l’unico accordo raggiunto è stato di condizionare il loro contributo (75 miliardi di dollari) al fondo di emergenza IMF alla implementazione di una serie di riforme della governance dell’ente. Gli elementi che attualmente li dividono potrebbero diventare forti cerniere di collaborazione: integrazione della potenza finanziaria della Cina con la ricchezza energetica della Russia, integrazione dei mercati sudamericani emergenti con l’offerta  manifatturiera cinese, coordinamento delle strategie di espansione postcoloniale nel continente Africano di Cina e Russia sia per l’acquisizione di mercati emergenti che per il controllo di risorse minerarie. Gli investimenti di Cina, Russia e Brasile tra il 2005 e il 2010 nel continente Africano sono stati superiori a quelli dei paesi del G7. Fino a quando i BRICS non riusciranno a superare i motivi di reciproco sospetto non saranno in grado di proporre una credibile strategia globale capace di sostituire il motore occidentale nel “grande gioco”, ma azioni tattiche di disturbo sui mercati finanziari (da parte della Cina) e sui mercati dell’energia (da parte della Russia), sono già attuali e saranno caratteristiche nei prossimi anni.

Centro Asia: Turkmenistan, Uzbekistan, Kyrgystan, Tagikistan, Azerbaijan Repubbliche semidittatoriali ex Sovietiche indipendenti dopo il crollo dell’USSR. Caratteristica comune: grandi risorse  di gas naturale e petrolio. In bilico tra Cina e Russia e divise da conflitti di confine che spesso si esprimono in scontri e scaramucce militari. Il loro futuro dipende dai grandi progetti di pipeline per l’accesso al mercato Europeo o Cinese. Non hanno allo stato attuale una strategia comune e sono disponibili a diversi tavoli del “grande gioco” dove mantengono posizioni tra la neutralità e l’ambiguità. I confini dei paesi dell’Asia Centrale sono in genere consistenti con le etnie degli abitanti a differenza di quanto avviene nel vicino Medio Oriente. L’Islam è la religione dominante e tutti i paesi del Centro Asia sono ovviamente un obbiettivo per l’attenzione del fondamentalismo islamico strategico. Il conflitto tra sunniti e sciiti più o meno aspro nella regione. La forte concentrazione di risorse petrolifere e di gas naturale rende la regione particolarmente interessante per tutti i giocatori del “grande gioco”. I paesi del Centro Asia lo sanno e si fanno desiderare, ma ancora in ordine sparso.

Pacific Rim: Giappone, Indonesia, Corea, Vietnam, Cambogia, Laos, Australia, Malesia, Chile. Dagli anni ’90 vengono organizzate conferenze internazionali di questi Paesi alle quali partecipano anche gli stati costieri dell’America Settentrionale (Alaska, British Columbia, Washington, Oregon e California). I seminari del Pacific Rim all’inizio avevano caratteristiche politiche finanziarie, ma si sono andati via via specializzando su temi relativi alla tecnologia. Un cambiamento significativo della perdita di importanza della regione dal punto di vista politico. Un fatto dovuto alla scarsa pratica identificabilità di un nodo di interessi comune. I diversi paesi del Pac-Rim giocano ruoli più importanti con le altre grandi regioni del “grande gioco”: USA, BRICS, Sud-Est Asiatico.

Medio Oriente: Israele, Libano, Giordania, Siria, Egitto, Arabia Saudita, Kuwait, Emirati, Iran, Iraq, Yemen, Oman. La regione potenzialmente esplosiva nel “grande gioco” e attualmente luogo di violenta crisi. Vi si stanno svolgendo diversi conflitti espliciti e impliciti sostanzialmente motivati da interessi petroliferi e coperti dal confronto religioso tra Sunniti e Sciiti. L’Islam che dovrebbe unificare politicamente questa regione è invece la radice delle tensioni. La attiva presenza del fondamentalismo armato si sovrappone a nazionalismi arabi di varia matrice: colpisce la impermeabilità di tutti i conflitti medio-orientali alla diplomazia occidentale USA ed Europea. Probabilmente determinata da una profonda incapacità di comunicare sul piano etico culturale: la regione è il luogo emblematico del “clash of civilisations” teorizzato da Samuel Huntington come motore della ridefinizione dell’”World Order”. Il Medio Oriente attualmente svolge un ruolo “passivo” nel “grande gioco”  fornendo la geografia dove questo si esprime in termini di scontro armato con livelli di criminalità bellica assurdi. Centinaia di migliaia di morti, milioni di profughi, centinaia di migliaia di emigranti clandestini sulle rotte dell’Europa, che mettono in crisi i sistemi sociali di Francia, Spagna, Italia, Inghilterra, Germania, Svezia.

Africa:  continente di conquista per l’espansionismo neocoloniale Cinese, Brasiliano e Russo. Il continente Africano non ha una rappresentanza politica sistemica in grado di rappresentarlo al tavolo del “grande gioco” e di difenderlo dalle strategie neocoloniali di “aiuto allo sviluppo” alle quali è esposto.

USA: la politica estera degli anni di Obama è stata incerta, spesso contraddittoria, spesso marcata da gaffes ed errori marchiani. Nel “grande gioco” però non conta molto la politica estera del governo USA quanto la politica estera dei grandi istituti finanziari americani e in particolare dalla Banca Federale e dei grandi Fondi di Investimento. Gli Stati Uniti stanno uscendo dalla grande crisi grazie alla enorme immissione di liquido voluta da Obama e dalla Banca Federale: mai prima nella storia degli Stati Uniti sono stati stampati tanti miliardi di dollari per sostenere una crisi finanziaria di dimensioni ancora oggi non esattamente definite. Gli effetti di questa operazione sul lungo termine sono ancora un enigma: certo attraverso il pagamento del petrolio con dollari USA la crisi Americana è stata esportata in tutto il mondo perché il petrolio ha filtrato e nascosto la svalutazione della moneta che però sul medio-lungo termine non mancherà di esprimere le sue conseguenze. Allo stato attuale nessuno è in grado di esprimere previsioni e le analisi sono fumose. Vale nella dinamica finanziaria generale una ambigua alleanza fra Cina e Stati Uniti: il debito pubblico (Treasure Bonds) USA è sostenuto dalla Cina che se dovesse mettere sul mercato quote significative dei TB USA che possiede provocherebbe l’immediata bancarotta degli Stati Uniti. Non lo può fare e non lo vuole fare perché evidentemente distruggerebbe anche il valore del suo patrimonio in TB USA. Ma è certo che la Cina usa questo potenziale strumento come deterrente nella dialettica finanziaria e politica con l’America. Chi osserva l’andamento dei mercati non può non aver notato le coincidenze delle crisi politiche fra Cina e Stati Uniti con l’andamento del valore dei titoli USA. Cina e USA sono uniti da un equilibrio fragile che in qualche modo regola l’andamento strutturale dei mercati finanziari globali. Non ci sono in questo momento all’orizzonte altri giocatori in grado di mettere in pericolo quell’equilibrio. Ma non è detto che questa situazione sia garantita per un futuro di lungo termine. Quando l’equilibrio dovesse saltare e la valuta americana venisse svalutata drasticamente la grande macchina industriale USA salterebbe per il semplice motivo che l’America non sarebbe più in grado di comperare l’energia che oggi compra con dollari largamente sopravalutati. Nel corso degli anni di crisi dal 2008 ad oggi gli Stati Uniti e in particolare la Banca Federale sono stati l’emblema di cosa vuol dire avere una strategia finanziaria e una Banca Centrale in grado di implementarla.

L’Europa: l’Europa è il giocatore più strampalato seduto al tavolo del “grande gioco”. Con una unità politica inesistente, più che altro verbale, senza una Banca Centrale con il potere di governare la moneta unica, con una politica finanziaria di austerità e vincoli monetari espressa dai veti della Germania e dei Paesi Scandinavi più che da una strategia chiaramente individuata e condivisa, l’Europa è chiaramente il vaso di coccio del sistema globale. Il potere di Bruxelles è condizionato e congelato in modo letale dai governi dei paesi membri, nessuna strategia comune significativa riesce a superare la barriera delle parrocchie burocratiche nazionali della Comunità. La moneta comune, difesa solo dal coraggio di Mario Draghi che opera costantemente all’estremo margine del suo mandato e con grande rischio personale, è esposta, nuda, alla speculazione globale come un’anatra zoppa. Germania, Francia, Italia, Paesi Scandinavi si trovano in situazioni finanziarie conflittuali che per essere superate richiederebbero sinergie, una visione strategica e un vigore politico che nessuno è in grado di esprimere e che nessuna strategia ingessata dai veti incrociati riuscirà mai a vincere. L’Euro sta diventando una moneta impraticabile sui mercati e nello stesso tempo è una gabbia dalla quale uscire è rischiosissimo. Ammesso che si riesca ad individuarne il modo.

La spinta ideologica della iniziale utopia Europea è azzerata e non ci sono leader in grado di rilanciarla. Il grande mercato dell’Eurozona è un vantaggio solo per l’esportazione cinese che inonda l’Europa di prodotti che stanno diventando sempre più sofisticati e di qualità grazie alla delocalizzazione suicida praticata per necessità di sopravvivenza dalle imprese europee. Di fronte a questa invasione Bruxelles e i singoli paesi sono inerti, bloccati in un rigore mortale.

Non ci vogliono grandi esperti per capire che in questa direzione c’è solo il collasso totale: questo tango è un tango di morte.

La natura insegna che tutti i sistemi organici di fronte all’annientamento reagiscono spesso in modo assolutamente imprevedibile.

 

Forse guardare cosa fanno i Cinesi serve: big, messy, good enough.

Forse è ora di smettere di esportare cultura Europea in Cina e di cominciare a importare cultura cinese in Europa.

Ci salverà l’improbabile generazione di competenti avventurieri digitali, quelli con una solida cultura generale … gli ingegneri con la sensibilità umanistica?

Quale scuola li sta preparando? Speriamo non sia la Bocconi.

 

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
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2 risposte a L’intuizione approssimativa veloce

  1. Alba Chiavassa ha detto:

    non so se approssimativa, ma veloce no ciao bacio

    Inviato da iPad

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