Morire nel Canale di Sicilia per vivere in Europa

Lorenzo Matteoli

1° Luglio 2014

 

 

 

Ogni quotidiana tragedia nel Canale di Sicilia riaccende lo scontro fra le diverse anime della nostra “narrazione”, come vorrebbe dire Galli della Loggia. La pietà e la pena per le migliaia di disperati in fuga da una morte per incontrarne un’altra nel fetore avvelenato sotto la coperta di barconi stipati di miseria o nel gelo scuro del Mare di Sicilia dopo ore di paura, fame, lordura. Da una parte. Dall’altra la rabbia e il disgusto per i mercanti di carne e i governi responsabili della tratta vergognosa, per le stragi delle dittature africane e mediorientali che la provocano, per l’impossibile compito di risolvere un problema radicato e originato in continenti lontani espresso nei numeri di una catastrofe che la congiuntura non consente nemmeno di inquadrare.

Una sciagura prevista, annunciata nel dettaglio, almeno quaranta anni fa a un mondo distratto da altre guerre, da altri miracoli economici, da altre “narrazioni”. Che non se ne volle occupare, che non aveva la cultura per occuparsene che non aveva l’ombra della visione e della percezione necessarie per farsene carico (cfr opere e scritti di Giorgio Ceragioli)

Quello che allora si sarebbe potuto risolvere con una seria strategia di lungo termine oggi impone logica militare, prassi razionale al limite del cinismo, robusto investimento di capitale, impegno sociale e politico al limite della sostenibilità dai governi e dalla gente delle molli democrazie europee.

Due elementi a me sembrano di pavimentale ovvietà: la congiuntura va affrontata con misure di consistente portata e di breve termine e il futuro svolgimento catastrofico va affrontato con visione strategica e pragmatica autorevolezza.

Per tutte e due le fasi sono necessari collaborazione e impegno multinazionali, investimenti strutturali miliardari, logistica paramilitare per il breve termine e fermezza diplomatica sul quadro continentale proiettata per diversi decenni a venire per il lungo termine.

L’obbiettivo fondamentale di tutta l’azione deve essere quello della tutela e del rispetto della cultura europea: tutela e rispetto che devono essere riconosciuti e assunti dalle culture che si affacciano all’Europa attraverso i fenomeni di immigrazione istituzionale o disperata.

Quest’ultima condizione culturale è forse la più difficile da impostare ed assumere in un contesto che fino ad ora ha male inteso ed equivocamente interpretato il dramma dell’immigrazione catastrofica con gli strumenti subalterni dell’accoglienza disponibile e con la logica perdente di una asimmetrica integrazione ospitale. La disponibilità deve essere quella della tutela della cultura europea l’integrazione deve essere il risultato del rispetto della cultura europea.

Chi viene perseguitato e fugge dalle tragedie e dalle miserie del fondamentalismo religioso e cerca una nuova esistenza nella libertà delle democrazie sociali dell’Europa non può chiedere e tantomeno pretendere di deformarle sui canoni e sulle norme di inaccettabili sharie, ma le deve rispettare nella sostanza, nella forma, nelle implicazioni culturali, sociali ed economiche.

Questo messaggio si pone come antagonista del buonismo pseudo – caritatevole che domina l’atteggiamento politico e sociale corrente sul problema dell’immigrazione e come tale viene aggredito. La verità è che è proprio il buonismo acritico, subalterno e disponibile quello che ha creato il rifiuto, il rigetto, la violenza e il razzismo che stanno avvelenando oggi il problema degli immigrati attuali e futuri. Il rispetto per la diversità religiosa e culturale è stato assunto, per servilismo intellettuale, come responsabilità di una parte, quella che deve accogliere e non quella che chiede di essere accolta, che invece si comporta come se questo fosse un diritto e una garanzia unilaterale dovuta.

Una Europa, e nell’Europa l’Italia, dove fosse matura la concezione del rispetto della cultura insediata, gli strumenti e le politiche per la efficace gestione del problema dell’immigrazione troverebbero un quadro istituzionale più autorevole per avviare una sua meno drammatica soluzione.

Questo atteggiamento consentirebbe anche una visione di lungo termine più chiara e una posizione più ferma nei confronti di tutti i governi mediorientali, africani e nordafricani che consentono l’attività dei mercanti di carne che gestiscono in modo criminale la fuga dei disperati.

I governi che per complicità, connivenza o finta incapacità di intervento lasciano andare per mare barconi di morte, sono i criminali responsabili del cimitero marino del Canale di Sicilia e dovrebbero essere oggetto di condanna e sanzione da parte della comunità internazionale. Questa dovrebbe anche assumersi in supplenza la responsabilità di controllo e polizia delle coste nordafricane per bloccare alla partenza ogni criminale tentativo di traversata.

Quindi, con più di mezzo secolo di ritardo, la comunità internazionale dovrebbe farsi carico delle strategie politiche ed economiche di investimento per istruire nelle aree di sottosviluppo del continente africano le condizioni di vita che prevengano la disperata necessità di fuggire.

L’Utopia, il ragionevole desiderio di realizzare l’impossibile, è sempre stata nella storia dell’Umanità il motore di ogni conquista.

 

 

 

 

 

 

 

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
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Una risposta a Morire nel Canale di Sicilia per vivere in Europa

  1. Alba Chiavassa ha detto:

    ancora, strano, concordo. ma non so cos,é pavimentale baci

    Inviato da iPad

    >

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