Addormentarsi fra le verdi braccia di Eridano

Lorenzo Matteoli
12 luglio 2014.

Ho un’ora di tempo prima dell’appuntamento e dopo la pioggia del mattino la luce è limpida e il cielo azzurro. Ne approfitto per passeggiare: Via Roma, Via Po, Piazza Castello, la Galleria San Federico, la Galleria dell’Industria Subalpina. Spazi urbani “griffati” di alta classe, garbo ed eleganza come poche città al mondo si possono permettere.
Erano anni che non lo facevo e riconoscere i luoghi, apprezzare i cambiamenti è una gradevole esperienza. Dopo un po’ mi rendo conto che il piacere della passeggiata è in qualche modo disturbato da una strana ombra: saracinesche abbassate, grandi vetrine come occhiaie vuote davanti a spazi abbandonati, la Galleria San Federico quasi completamente deserta dai negozi che una volta l’animavano. Il Grande Albergo Ligure chiuso, il Grande Albergo Turin chiuso (per restauri?). Segni evidenti di una decadenza in avanzato stato di svolgimento.
Si dice è la crisi: ma a Milano, per esempio, le cose stanno diversamente e anche a Milano c’è la crisi.
Sono sufficienti pochi riscontri per avere un quadro più preciso di quello che sta succedendo. La FIAT se ne è andata, di nascosto, nottetempo, facendo finta di restare. La Stampa non ne ha parlato. Con la Fiat se ne sono andate molte industrie del suo “indotto”: servizi, fabbriche di componenti, di accessori e tutto l’alone di attività che la grande industria sosteneva o, forse più correttamente, sfruttava. Qualcuno si è diversificato, qualcuno è riuscito a entrare su mercati Europei, qualcuno ha chiuso.
L’uscita di scena della Fiat potrebbe essere l’inizio di una nuova era per Torino libera da un giogo che è stata la sua vita, ma anche la sua condanna, culturale, sociale, economica, ambientale per più di un secolo, ma non è così. La Fiat se ne va ma resta, il “sistema Torino” (copyright Il sole 24ore): la grigia rete di clientele, connivenze, consociazioni, che avvolge, controlla e soffoca il “fare” torinese. Diffusa, implicita, continua, ramificata tra pubblico e privato, con una specifica regola, non detta, non scritta, rigorosissima: la tutela degli operatori omologhi, nei confronti di qualunque ingerenza esterna. Per le Olimpiadi del 2006 si scatenò in tutta la sua potenza: un rullo compressore.
Questa è la ragione per la quale l’enorme vuoto strutturale lasciato dalla Fiat non è stato ancora riempito da altre imprese, investimenti, iniziative Italiane o Europee. La Fiat è andata via, ma il suo “sistema” è ancora in vigore.
La Stampa, organo ufficiale e attore lei stessa del “sistema”, controlla l’informazione ai torinesi che vengono tenuti nella placida convinzione che tutto vada bene nel migliore dei mondi possibile. La attenta lettura delle nomine, dei contratti, delle grandi decisioni sui valori urbani delle Amministrazioni cittadina e regionale negli ultimi venti anni consente di tracciare con precisione il profilo del “sistema”, di circoscrivere esattamente l’area del potere rappresentata. Monumentale ed emblematica tutta la vicenda dello stadio alla Continassa dal 1992 in poi quando la concessionaria venne espropriata e lo stadio regalato alla Juventus: significativa per il profilo del “sistema” in quella vicenda la totale assenza di qualunque attenzione della magistratura di rito sabaudo, che invece fu presentissima e occhiuta nella fase iniziale della Concessione alla Sapam, quando l’assessore non era “omologo”. Una qualche attenzione su quella transazione, sulla procedura seguita, sulle stime e sui valori concordati, non sarebbe stata fuori luogo. L’evidenza era lampante: incontri privati, decisioni di vertice, valori immobiliari deformi, accordi segreti. Il Consiglio Comunale allineato e coperto. Su tutta la vicenda il silenzio de La Stampa.
Con l’abbandono della Fiat Torino si potrebbe presentare come luogo di enorme potenzialità di rinascita per i “vuoti” industriali oggi disponibili e per la offerta congiunturale di personale specializzato a tutti i livelli e per tutti i processi industriali (metal meccanica, elettronica, tessile, automazione, macchine utensili, avionica, aeronautica, tecnologie spaziali). Chiedersi come mai questa potenzialità non venga espressa sul mercato e non venga riscontrata dal mercato è domanda che, di nuovo, conduce immediatamente alla individuazione del “sistema”.

La progettualità, motore primo di qualunque svolgimento di successiva impresa, è soffocata nelle Amministrazioni torinese e piemontese impegnate nel litigio quotidiano e nello squallore degli scandali di miseria (si vende la dignità per qualche centinaio di Euro di rimborsi, per comperare mutande, cravatte, orologi, cene di famiglia) e Torino continua a perdere pezzi a vantaggio di Milano, Bologna, Venezia, Parigi, Berlino, Londra, Lione. I giovani appena si laureano, cercano di andarsene: migliaia sono venuti in Australia nel 2013, migliaia sono andati a Berlino, Parigi, Londra. Chi riesce a collocarsi fuori dall’Italia in genere non torna più: così regaliamo all’estero cervelli, competenze, capacità di iniziativa e di progetto, proiettando la crisi per decine di anni a venire. E sono sempre i migliori che se ne vanno.
Le “città” oramai da anni sono sistemi di territorio, ambiente e servizi che si trattano su un mercato internazionale dove la concorrenza è feroce. Se si pensa che il rilancio di Torino si crei a Torino si è condannati in partenza. Le mostre, i festival, la musica sono utilissimi per portare la gente a Torino, ma devono essere associate a strutture e iniziative che portino Torino nel mondo. E a Torino con la gente devono arrivare investimenti, produzioni, imprese. Occupazione.
Ci sono grandi eccellenze a Torino: La Città della Salute, forse il più qualificato e completo polo medico sanitario italiano (se non Europeo), dove il Direttore Generale Giampaolo Zanetta sta lottando per portare avanti un progetto di coordinamento logistico, strutturale e gestionale che dovrebbe trasformare l’attuale insieme di strutture, laboratori, impianti e servizi in una macchina razionale ed efficiente di classe mondiale. In salita e controvento dopo la devastazione seguita agli scandali degli anni 2011-2012. Quando il progetto sarà realizzato non si esclude che il suo controllo possa far gola a qualche intesa del “sistema Torino”.
Il Politecnico di Torino e l’Università sono anche centri di eccellenza torinese dove molte iniziative e operatori istruiscono scambi culturali, didattici di docenti e studenti con l’Europa e il resto del mondo (Cina, Australia, Stati Uniti). Anche se per qualche aspetto sia nell’Università che nel Politecnico si annidano i resti del “sistema” (si chiamano spin-off).
La Città della Salute, Eataly, Italdesign, la Scuola Holden, Politecnico e Università sono i segnali di una realtà nuova emergente che forse potrebbe travolgere il “sistema Torino”.
Soffrono a Torino personalità geniali, architetti di grande vigore creativo come Andrea Bruno, Luca Deabate, Luciano Pia, artisti di calibro internazionale come Richi Ferrero per i quali è impossibile lasciare la città “matrice” e impossibile (o quasi) viverci e lavorarci. Lo stesso vale per molte imprese e industrie fuori dall’aura del “sistema”.
Avanguardie nella tecnologia costrette a trovarsi contesto e tessuto di supporto altrove nel mondo o in Europa: esempio chiarissimo che ha il valore di una pesante denuncia è stato a suo tempo l’abbandono di Italdesign di Giorgetto Giugiaro. Tutti ignorati dal “sistema” che privilegia personalità più banali, spesso scadenti, ma “omologhe”. Significativo il caso del progettista Fuksas che dopo aver progettato e realizzato l’orrore tecnologico, architettonico e funzionale del mercato a Porta Palazzo (inutilizzabile e ad oggi vuoto) ha avuto l’incarico prestigioso per il grattacielo della Regione. Parcella da 22 milioni di Euro.
Quale futuro? Ci si chiede. Forse il passaggio generazionale smantellerà la forza del “sistema Torino”, la crisi finanziaria che taglia fondi e risorse stroncherà molte strutture valide e qualificate, ma è anche possibile che si riducano le risorse per sostenere un sistema di clientele, di mutualità dequalificate e di ambigue complicità. Ineffabili, ectoplasmatiche, pervasive, implicite e inattaccabili dagli acidi e dalla magistratura.

Tutti a Torino conoscono il “sistema” e non c’era bisogno della definizione di Sole 24ore per ufficializzarlo, né di questo scritto, ma nessuno si azzarda a denunciarlo. Se ne può parlare nei salotti, a cena, ma non se ne può scrivere e tantomeno se ne può fare oggetto di pubblicazione. Per la stessa ragione per la quale per i Siciliani la mafia non esiste, è una invenzione dei “cunnuti cuntinentali”, è una cosa della quale possono parlare solo loro fra di loro. Gli altri no.
L’unico vero nemico del “sistema”, oggi, è il sistema stesso: quando l’unica attenzione è la protezione di se stesso, l’esclusione della competente concorrenza, la selezione sulla base di criteri clientelari e di affiliazione, il risultato di medio lungo termine è l’asfissia funzionale. Quello che è avvenuto e che sta avvenendo.
Sgombrato il terreno da queste residue marginalità la bella Signora fra le verdi braccia di Eridano potrà di nuovo cantare la sua gentile e forte canzone di vita….

Per ora bisogna aspettare, peccato perché Torino è una città di bellezza magica, arcana. Piazze dechirichiane, prospettive urbane delle grandi firme barocche (Guarini, Juvara, Amedeo di Castellamonte), portici ospitali. Caffè di antico decoro e tradizione. La collina che scende ripida sul Po come una grande cascata di alberi o come una grande onda verdissima, il Po che tra Moncalieri e San Mauro si srotola tranquillo abbracciato dal Valentino e dai Giardini Ginzburg: lento ma sempre pronto a far vedere i muscoli del grande fiume ogni volta che piove sulle Alpi Occidentali. A ovest, alla fine della prospettiva dei grandi Corsi Vittorio Emanuele, Regina Margherita, Peschiera scintillano le Alpi ancora bianche di neve fino alla fine di Maggio, inizio Giugno. Forse la più bella e segreta delle città italiane e nessuno la conosce, o almeno pochi, perché tutti pensano che sia una città industriale, la “company town della Fiat”.

Ulisse, calmo, accarezza il suo formidabile arco…le frecce ben calibrate, il nervo di bue ben teso.

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
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2 risposte a Addormentarsi fra le verdi braccia di Eridano

  1. caramanti@libero.it ha detto:

    ciao Lorenzo, mi piace e condivido quello che dici di Torino. Anche io sono qui in città e finchè non arrivi una calura impossibile, rimango. Abito a Borgo po, passa che ci vediamo. il cell 3356028380Perchè non cambi la foto di Perth, bella ma triste? Le mie foto ausraliane sono piene di vita, una vita difficile.Ho storie di giovani che hanno fatto strada, anche se torinesi, e rimangono attaccati alla città anche se viaggiano e lavorano lontano.Ho una figlia a Parigi e uno a Singapore.a presto, Claudia

  2. Alba Chiavassa ha detto:

    ma quanto ami ancora torino! e perth?

    Inviato da iPad

    >

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