La tempesta perfetta nel petrolio

Le vicende italiane, corruzione romana, crisi del PD, piazze in fermento hanno oscurato quello che sta avvenendo nel mondo e in particolare gli ultimi avvenimenti che hanno sconvolto il mercato del petrolio.

Di seguito propongo una rapida sintesi e un commento.

Dopo un lungo periodo di stabilità e di equilibrio tra domanda e offerta con il prezzo del barile di crudo oscillante intorno ai 90-100$ US nel 2008 le trivelle americane entrano per la prima volta nel grande bacino di Eagle Ford Shale (Cotulla Texas).

Un bacino che va dal confine tra Messico e Texas fino al Sud Est del Texas largo 80 km e lungo circa 640 km con spessore variabile tra gli 80 metri e i 130 metri a profondità comprese fra 1300 e 4000 metri. Secondo Pioneer Natural Resources il volume di petrolio e gas liquido contenuto nel bacino si valuta attorno ai 25 miliardi di barili e il volume di gas naturale intorno ai 16 mila miliardi di metri cubi. Cifre superiori a tutte le riserve conosciute in Alaska e nelle aree offshore di pertinenza federale americana.

Secondo Infrastructure Networks “L’impatto del Bacino Eagle Ford Shale negli anni recenti e nel prossimo futuro è inestimabile.”

Oggi più di duecento pozzi sono stati trivellati nella regione e dopo i trattamenti di fracking (frattura idraulica delle rocce) questi pozzi hanno portato la produzione petrolifera degli Stati Uniti a 8.9 milioni di barili al giorno di crudo di qualità. Petrolio che per le leggi di protezione degli anni ‘70 può essere esportato con grande difficoltà. Fatto che ha provocato la chiusura delle importazioni di petrolio negli Stati Uniti da Nigeria, Algeria, Angola, Brasile e da quasi tutti gli altri paesi fornitori eccettuato il Canada. L’OPEC che nel 2008 esportava negli Stati Uniti prima dello sfruttamento di Eagle Ford 180.6 milioni di barili al mese (6 milioni al giorno) nel Settembre del 2014 ne ha esportati meno di 3 milioni al giorno. Tutto il petrolio che gli Stati Uniti non hanno assorbito ha dovuto cercare altri mercati conquistandoli abbassando il prezzo del barile.

Sul fiume di petrolio messo sul mercato da Eagle Ford si sono poi sovrapposti gli effetti di alcune previsioni sbagliate dell’IEA, la contrazione della domanda conseguente al rallentamento generale dell’economia mondiale e la riapertura di due terminali libici Es Sider e Ras Lanuf hanno poi aumentato la offerta di petrolio sui mercati tanto che a Settembre il settimanale Petroleum Intelligence Weekly scriveva che le due sponde dell’Oceano Atlantico erano “inondate” dal petrolio.

Nella sua riunione a Vienna nel mese di Novembre il cartello OPEC ha deciso di mantenere invariate le quote di produzione. Quest’ultima mossa da inquadrare in una guerra tra Arabia Saudita e Russia contro Stati Uniti e Canada per mettere fuori mercato la produzione di petrolio mediante fracking da sabbie petrolifere, ma anche dovuta al fatto che i paesi OPEC difficilmente possono rinunciare alle entrate da petrolio che sono la struttura portante delle loro economie. Devono vendere e probabilmente a qualunque prezzo.

Oggi il petrolio è quotato a 55.91 $ al barile per il West Texas Intermediate (Texas Light Sweet = leggero e a basso contenuto di zolfo). In termini di potere di acquisto i 52$ del 2014 equivalgono a una cifra compresa fra 4.25 e 12.30 Dollari del 1973 (a seconda del metodo di calcolo). Questo significa che oggi il petrolio costa meno di quanto costava dopo la crisi del Kippur del 1973 (30$ l barile).

Probabilmente una situazione aleatoria e fluida dipendente dalla politica OPEC, dalla politica energetica di Putin, dalle strategie energetiche degli Stati Uniti, ma comunque dominata da una considerazione fondamentale: i paesi che producono petrolio sono in genere vincolati dalle loro economie e non possono non venderlo per far fronte al loro debito pubblico e alla spesa pubblica impostata dalla disponibilità di petrolio degli ultimi venti anni. Dunque quando nel 1973 abbiamo iniziato a studiare l’economia dell’energia e a promuovere lo sviluppo delle energie alternative abbiamo commesso un fondamentale errore prevedendo un continuo e inarrestabile aumento del petrolio provocato dall’esaurimento delle riserve e dei giacimenti. Con le tecnologie note allora e con i giacimenti noti allora questo sarebbe avvenuto. Ma le tecnologie estrattive e di ricerca geologica sono cambiate con il risultato che si estrae più petrolio dai giacimenti esistenti (che sembravano semiesauriti o dominati dalla campana di Hubbert) e sono stati trovati nuovi giacimenti o estensioni dei vecchi giacimenti Resta vera solo una delle ipotesi che facevamo allora e che io dichiarai circa 14 anni fa: prima del petrolio finirà lo spazio dove bruciarne ancora. La crisi ambientale verrà prima della fine del petrolio.

Non sono ancora chiuse tutte le opzioni e le previsioni nel campo sono oggi ancora più difficili per la maggiore fluidità della economia globale e per la aleatorietà delle situazioni politiche nei paesi produttori di petrolio. Sulla base delle previsioni del 1970 l’Europa (Germania, Francia, Italia) ha commesso altri errori spingendo con forti incentivi il solare fotovoltaico e l’eolico senza supporto di accumulo energetico coerente.

Altra e ultima considerazione: con questi prezzi del petrolio uno sviluppo fortemente incentrato sul nucleare sarebbe stato assolutamente antieconomico, restando aperti i dubbi ambientali e il costo per risolverli.

Che fare ora? Investire strategicamente (20 anni) nell’accumulo elettrico avendo in mente l’auto elettrica come potenziale enorme accumulatore di energia elettrica di origine solare e fotovoltaica. Abbandonare l’assurdo delle celle a combustibile e la assurda fantasia dell’idrogeno. Una fantasia assurda che sta costando milioni di Euro per l’ignoranza degli sprovveduti (o venduti) consiglieri di Bruxelles.

È ancora vero, comunque, che prima del petrolio finirà lo spazio dove bruciarne ancora.

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
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