La cultura della corruzione

 

Lorenzo Matteoli

15 Dicembre 2014

 

Serve a poco la grammatica della corruzione, l’analisi puntuale delle diverse forme e tipologie, l’esercizio di accanimento sugli articoli del Codice Penale (318 e seguenti). C’è oramai un accordo quasi unanime sul fatto, ovvio, che il fenomeno sia endemico in Italia e che sia intimamente associato alla cultura sociale e al costume del nostro Paese. Prodotto da un degrado di valori secolare e dalla complice disattenzione della classe dirigente politica e imprenditoriale, e dalla accettazione conforme della gente. Ognuno, in fondo, pronto ad utilizzare, nella sua piccola personale domestica dimensione, lo strumento corruttivo disponibile, l’amico, la mancia, la furbizia, la piccola porcheriola, la bustarella, il pizzo. Un costume radicato in secoli di sottomissione e acquiescenza, penetrato nei capillari della condotta sociale e dei comportamenti individuali non si dissolve con gli editti e le “grida” di manzoniana memoria. Le pene inasprite, i controlli feroci sulla burocrazia, i commissari e le magistrature ad hoc, potranno dare l’impressione di una reazione della politica al fenomeno, ma non risolveranno il problema se non in modo marginale e contingente. Come bene scrive Michele Ainis sul Corriere della Sera:

“…Perché chi ruba e chi intrallazza non pensa al codice penale, pensa di farla franca. E se ci pensa, non saranno dieci anni di galera anziché otto ad arrestare i suoi progetti. Perché inoltre il deterrente non risiede nella durezza della pena bensì nella sua certezza; ma alle nostre latitudini è sempre incerta la condanna non meno della pena.”

Se la corruzione è una specifica e radicata “cultura” le strategie risolventi sono di lungo termine, generazionali e, per evidente consistenza, devono essere a loro volta radicate nella “cultura”.

Né si può pensare che una società invelenita da una pesante rete di controlli fiscali o polizieschi possa essere libera dalla piaga: questa resterebbe, più attenta, occhiuta e organizzata, con l’aggiunta del veleno. Una esperienza che l’Italia sta consumando dopo l’orgia giustizialista marcata dipietro, lo stesso personaggio che solo pochi anni dopo la sua crociata è stato colto con le mani nella marmellata quasi a dimostrare il teorema. Non dalla magistratura, ma da Milena Gabbanelli una giornalista televisiva che fece una diligente ricerca e poche e puntuali domande. L’episodio è stata una chiara dimostrazione della potenza e dell’efficacia di una informazione coraggiosa e competente, senza manette, senza carcerazione preventiva, senza la pesantezza poliziesca dell’apparato giustizialista. Di fatto il personaggio con garbo e cortesia formale, ma con sostanziale durezza, fu smascherato, umiliato e praticamente da quel momento diventò uno zero della politica per la insostenibile vergogna. Un esempio.

Ci sono misure di sistema che possono contenere il fenomeno: la semplificazione delle procedure, la riduzione dei passaggi burocratici, la rotazione dei funzionari, l’accesso agli “stati di avanzamento” delle procedure da parte degli utenti, la pubblicità degli atti e delle responsabilità nominali, in generale l’informazione degli utenti e delle parti in causa. Tutte cose che oggi sono facilmente risolvibili grazie alla informatizzazione degli istituti e della burocrazia. Se non sono possibili ci sono evidenti responsabilità. La corruzione è una mala pianta che attecchisce bene sul fertile humus della complessità delle procedure, sulla molteplicità dei livelli di controllo, nella giungla delle anonime responsabilità e nel granito della inamovibilità dei funzionari. Tutte le roccaforti del potere della burocrazia a tutti i suoi livelli. La semplificazione che non viene istruita ufficialmente e promossa dalle responsabilità istituzionali, dal legislatore e dal Governo, viene “garantita” dal costume e dalla prassi corruttiva. Si paga per facilitare l’istruzione e lo svolgimento delle pratiche, si paga per ottenere quello a cui si avrebbe comunque diritto in tempi più rapidi e si paga per ottenere privilegi e favori ai quali non si ha diritto: finanziamenti, contratti, appalti, leggi ad hoc, licenze, permessi, esenzioni etc. quindi con vantaggio del soggetto corruttore e probabile danno per terzi o per le Istituzioni.

Tutti i processi corruttivi sono caratterizzati da una “filiera” di operatori che collegano le responsabilità istituzionali o politiche al fruitore del privilegio o del vantaggio indebito. Spesso operatori della “filiera” sono ignari della strumentalizzazione della quale sono oggetto. Spesso simulano l’ignoranza. Stupefacente sempre scoprire la volgarità di molti di questi operatori (…mo’ se famo pure l’onorevole…). La cultura della corruzione è oscena anche nella forma delle interazioni. Il confine tra il favore concesso a un amico per motivi di normale e corrente colleganza o cortesia e la trasgressione corruttiva è una zona grigia nella quale si muovono spesso enormi responsabilità (si veda la vicenda delle vacanze di Formigoni). Quando il limite della correttezza viene offeso il favore non si può chiedere e non si può concedere. La problematica di basso profilo non interessa comunque l’enorme spessore della pratica corruttiva italiana dove lo scambio di denaro o di specifici indebiti privilegi o concessioni è la struttura portante del fenomeno e le cifre in ballo, o i valori dello scambio, sono enormi, macroscopicamente evidenti, anche se, purtroppo, politicamente manipolabili in modo da sfuggire al vaglio della magistratura. Quando questo vaglio viene praticato. Gli esempi riempiono volumi in Italia e sono in genere relativi a transazioni di cessione a privati di grandi imprese partecipate o viceversa di cessioni verso la mano pubblica di imprese private più o meno decotte e pre-fallimentari (Alitalia). La storia dell’IRI potrebbe costituire un manuale emblematico (Efim, Cirio, Breda…Italsider, Finmeccanica). Spesso la manovra corruttiva è assistita dalla complicità di grandi banche (vedi la vicenda Parmalat). Il “fumus” avvolge sempre ogni operazione finanziaria che vede la presenza diretta o indiretta della mano pubblica (cessioni di pacchetti azionari di autostrade, aeroporti, centrali energetiche, industrie, stadi del calcio, reti telefoniche, frequenze radio, reti di acquedotti, licenze edilizie, varianti di PRG, appalti e concessioni varie…) (vedi Sesto San Giovanni/Penati), ma raramente dal “fumus” si esce per l’ambiguità con la quale viene rappresentato il dettaglio economico e finanziario di queste operazioni. Infatti sono in genere transazioni volutamente complesse dove la motivazione “politica” nasconde il malaffare, ma è giuridicamente inoppugnabile. Il disinteresse, più o meno complice, di chi dovrebbe informare l’opinione pubblica rende ancora più difficile il compito di smascherare e denunciare il malaffare a una pubblica opinione oramai assuefatta e mitridatizzata dalla cultura generale della corruzione “ambientale” e più attenta al politico dello scandalo che allo scandalo della politica.

Come si esce dunque da questa palude di costume e di cultura?

La scuola, sicuramente, potrebbe fornire una risposta fra venti anni educando oggi le nuove generazioni, ma è legittimo lo scetticismo su questa azione e sui suoi tempi. Azione che va impostata comunque, strutturata, perseguita con il massimo vigore legislativo e di governo proprio per la sua fragilità, per le inerenti difficoltà e per il potenziale risolvente storico risultato.

La strategia complessiva comunque deve essere quella di una martellante sistematica azione di informazione e formazione dell’opinione pubblica per “ricostruire” (o “costruire”) i valori di una società civile decente, dove la malversazione corruttiva viene risentita, emarginata, espulsa, condannata, sradicata come una orribile peste sociale. Il reato più che punito dopo, non deve venire commesso per l’effetto preventivo del naturale rigetto della società e del sentire comune della gente e dei singoli individui.

Viene immediatamente alla memoria l’ingenua e limpida dichiarazione di Tommaso Padoa Schioppa quando disse che “Pagare le tasse è bello!”. Una grande verità, perché pagare le tasse è il tributo dovuto per appartenere a una società civile, ai suoi valori e alla sua storia. Un tributo che ci rende legittimamente partecipi di un privilegio, di una identità e di un primato storico e culturale insostituibili. L’orgoglio di appartenere, quello che nell’antica Roma era sintetizzato dal “Civis Romanus Sum”. Un tributo che viene restituito alla comunità dai servizi: strade, scuole, ospedali, pensioni, manutenzione del territorio, sicurezza e difesa. Chi non lo paga questi servizi li ruba agli altri, e se i servizi sono scadenti, questo è anche conseguenza del fatto che molti evadono le tasse e non può essere mai una giustificazione per evadere o corrompere.

Quando i giornali italiani (tutti) illustrarono con ironia e supponenza la dichiarazione di Tommaso Padoa Schioppa dimostrarono la povertà della loro visione etica e sociale.

La campagna per la ri-costruzione (in effetti costruzione) di una cultura rigorosa e “decente” non può che essere condotta attraverso i giornali e la televisione, che devono recuperare la effettiva e alta funzione di critica documentata per occupare lo spazio professionalmente più impegnativo: trattare in modo critico e documentato del grande teatro della corruzione, un teatro nel quale, in molti casi a causa delle indebite interferenze delle proprietà, la stampa e i suoi cavalieri sono anche attori protagonisti, diretti o indiretti.

Si tratta di una rivoluzione di costume profonda che richiede investimento ideologico e programmatico e che non si può esaurire con qualche decreto legge, con dichiarazioni pompose o con la punizione contingente, spettacolare, di qualche ladrone.

Il problema è anche quello di evitare che la campagna diventi una caccia alle streghe e una occasione di sfogo per il fanatismo moralista che è sempre vivo sotto la cenere sociale: la obbiettiva fermezza e il giusto rigore devono essere lo stile e la marca del cambiamento. È la tranquilla serenità del giusto rigore che deve governare l’azione e vincere con la forza della severità obbiettiva e distaccata.

Va chiarito e risolto il problema del conflitto fra la prassi giuridica della giustizia e la pratica politica della affidabilità (accountability) dei soggetti politici: chi è politicamente responsabile non può trovarsi in condizioni che riducano o azzerino la sua credibilità etica. Il soggetto che viene a trovarsi in quelle condizioni deve recedere dalle sue responsabilità o, se non lo fa, venirne allontanato, anche se per la legge non colpevole: un problema delicato perché ineludibilmente inerente all’istituto della democrazia.

Chiarito questo problema nel breve termine vanno rivedute quelle regole che, scritte nella Costituzione per tutelare la “democrazia”, tutelano invece il malaffare: esempio chiarissimo la intoccabilità del Presidente della Camera Gianfranco Fini nonostante avesse volutamente mentito sulla vicenda dell’appartamento di Montecarlo, la permanenza in ufficio come presidente della commissione Cultura dell’ex governatore veneto Giancarlo Galan, nonostante la sua conclamata responsabilità nello scandalo Mose, la permanenza di Ignazio Marini come sindaco di Roma nonostante la sua provata adiacenza alla mafia capitale di recente emergenza. Sono norme di apparente tutela della democrazia che in realtà tutelano corrotti e corruttori. In molti di questi casi ci vorrebbe anche più coraggio istituzionale: Ignazio Marini doveva essere deposto, e forse commissariata tutta la sua Giunta, con un intervento di severa, silenziosa, “moral suasion” da parte di Matteo Renzi un’ora dopo l’emergenza della sua, se non connivenza, certamente colpevole ignoranza. Lo stesso vale per Giancarlo Galan e lo stesso avrebbe dovuto valere per Gianfranco Fini nel cui caso pesante fu la responsabilità omissiva del Quirinale. Ultimo caso che non si deve nascondere: la lunga dannosa agonia di Berlusconi come premier strangolato dagli scandali piccanti e da evidenti svariati e più gravi conflitti di interessi.

È vero che si corre il rischio di ledere l’istituto della democrazia, è anche vero che l’alternativa è la certezza di distruggerlo: un processo al quale stiamo oggi assistendo.

Su questo versante è anche necessario il coraggio dell’intervento politico diretto e immediato: il corrotto deve essere allontanato con una severa, esplicita e riservata richiesta di ritirarsi da parte dei vertici di governo o istituzionali. Un dovere che nasce dall’impegno di vigilanza sul sistema dal quale le alte cariche dello Stato non possono esimersi.

Il corruttore e il corrotto che vengono oggi considerati come “male inevitabile e necessario” perché “fanno funzionare le cose” devono diventare oggetto di rifiuto e vergogna. L’evasore fiscale, che oggi viene quasi giustificato come uno che combatte l’oppressione del fisco, deve invece venire risentito come soggetto infrequentabile, come chi approfitta indebitamente di un bene comune.

Le tasse si pagano e contro il fisco oppressore si combatte politicamente.

Corrompere o accettare la corruzione, non pagare le tasse devono diventare comportamenti inaccettabili e rischiosi per la vergogna e per il ribrezzo sociale più che per la ipotetica e spesso improbabile punizione giudiziaria.

È la vastità della società offesa a rappresentare la gravità e la inaccettabilità del crimine.

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
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3 risposte a La cultura della corruzione

  1. Claudio bellavita ha detto:

    estenderei l’analisi. perchè c’è anche una cultura della corruzione aziendale, mirata all’evasione fiscale nelle piccole e medie aziende. E al saccheggio degli utili , sempre in evasione, da parte del gruppo di controllo ai danni degli altri azionisti. Cose che richiedono complicità interne per cui i dirigenti non basta che siano bravi, devono essere anche disponibili come complici. D’altra parte , le pratiche internazionali di “merger&acquisition” sono proprio di addossare agli azionisti della società comprata i debiti che il nuovo gruppo di controllo fa per acquistarla. Se fallisce, dovrebbero andare in galera, ma per ora vanno in banca a farsi finanziare la truffa.

    • matteolilorenzo ha detto:

      Grazie Claudio per la lettura attenta e per il commento: il mio è un contributo iniziale al dibattito ed è un work in progress. Non mancherò di riscontrare il tuo importate suggerimento. Un abbraccio. Lorenzo

  2. Carlo De Michelis ha detto:

    Caro vecchio Nicchio,

    bellissimo e profondo questo articolo, che mi permetterei di diffondere fra parenti e amici come regalo per il santo natale, aggiungendo

    soltanto che forse fra le cause storiche della cultura italiana della corruzione c’è anche una mancata riforma protestante.

    Bello e inquietante anche quello sul petrolio. Difficile immaginare un pianeta più abitabile per i nostri nipoti….

    Tirem inanz visto che altro al momento non si può fare, se non augurarci il meglio per il prossimo anno. Con l’affetto e la stima di sempre

    Carlo

    _____

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