Non chiederci la parola

La produzione politica dei partiti italiani da anni è stata azzerata con la nascita dei partiti “personali” di Fini, Dipietro, Casini, Monti, Berlusconi. Il PD resta l’unica Struttura Partito ancora in vita, ma per ragioni diverse, anche la sua produzione politica si è sciolta nelle beghe fra personalismi di corrente: i Renziani, i Bersaniani, i Civatiani, i Bindiani, i Cuperlesi. Tutti tesi a produrre cinguettii di dialettica contingente se non di pettegolezzo da corridoio, piuttosto che a pensare seriamente a visioni di medio lungo termine, strategie di azione, riflessioni critiche sulla loro identità e su quella dei loro elettori. Di progetti e “manifesti” non si parli nemmeno.

Matteo Renzi ha fondato l’ultimo dei partiti “personali”, il Partito della Nazione, ancora avvolto nelle nebbie della confusione originale e identificabile solo per mezzo di una complicata analisi dei tatticismi e delle manovre che vanno via, via organizzando il brodo culturale dove nuotano i suoi embrioni.

Nei luoghi del dibattito politico Italiano (la palude avvelenata dei talk show), sui giornali e seguendo quello che succede in Parlamento (che non è un dibattito, ma una sgangherata gazzarra) non si leggono segni indicativi di una nuova forte identità politica, né a destra, né a sinistra e nemmeno al centro. Battute, bisticci, litigi di corridoio, tattiche, contraddizioni, leggi sconclusionate, errori, urla.

La situazione italiana è senza precedenti nella storia della Repubblica: un presidente in proroga che nomina tre primi ministri senza consultare un Parlamento eletto con una legge incostituzionale. Da un anno un primo ministro, mai eletto da una regolare procedura elettorale, ma nominato dal Presidente della Repubblica in proroga, privo di una effettiva e identificabile maggioranza parlamentare legifera con maggioranze congiunturali variabili. Manovra tatticamente per fare eleggere un Presidente della Repubblica che rappresenta, antropologicamente, fisicamente, culturalmente e politicamente, una Italia di 60 anni fa. Con le stesse maggioranze trasversali e contingenti, e con lo stesso Parlamento di discutibile legittimità, vuole affrontare un programma di riforme che cambieranno radicalmente la struttura istituzionale del Paese (legge elettorale, modifiche alla Costituzione, riforma della Giustizia…).

Non viene proposta né viene studiata una strategia di breve-medio termine per affrontare la vera emergenza del Paese, quella economica. La spesa pubblica (strutturata da sprechi, clientele, corruzione) continua a crescere senza controllo. Il confronto con l’Europa di Bruxelles e di Francoforte è gestito giorno per giorno con trucchi contabili più che con solide misure di macroeconomia. A parte il sistematico ricorso alle tasse: che viene continuamente negato a parole ma sistematicamente praticato.

In questo scenario di vuoto di responsabilità e catastrofe incombente il Paese si muove brancolando nel buio di una totale assenza di progetto e di programma politico. Nessuno dice in che modo si vuole impostare la strategia macroeconomica per affrontare l’enorme debito pubblico, all’Europa che chiede tagli e austerità si risponde chiedendo una ambigua “flessibilità”. Si festeggia la vittoria suicida di Tsipras in Grecia, gli regaliamo cravatte sperando che restituisca al MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) 43 miliardi di Euro dei 125.395.900.000 pagati a quel fondo dall’Italia. Il giorno dopo si esprime apprezzamento per la misura, peraltro ineludibile, di Mario Draghi che in pratica esclude la Grecia dall’accesso al Quantitative Easing della BCE, mettendo una solida base al probabile prossimo default greco.

 

Si sente con angosciosa urgenza la necessità di chiarezza.

Dopo la debacle quirinalizia e nazarena (vera o concertata) di Berlusconi, constatata l’irrilevanza di Alfano, abbiamo capito che se ci sarà una uscita dal tunnel questa non verrà attraverso la rinascita di una destra liberale per il momento improbabile.

È invece più probabile che avvenga attraverso una robusta reimpostazione della attuale sfasciata sinistra moderata. Sempre nell’ipotesi che questa possa essere l’effettiva idea di Matteo Renzi: costruire il Partito della Nazione mettendo insieme la sua quota parte di PD, i transfughi NCD, i transfughi, Forza Italia, i transfughi grillini e forse qualche frangia leghista. Abbandonando all’estrema sinistra Civati e Cuperlo e alla destra i superstiti amici di Alfano insieme al dispersi di Forza Italia orfana del disfatto “padre fondatore”. Bindi e Bersani forse in pensione con D’Alema.

La domanda è: cosa è oggi una sinistra moderata di governo? O, meglio, come dovrebbe essere, oggi, una sinistra moderata di governo…in Italia? E come fare a impastare in una entità politica dal profilo identificabile e leggibile per il corpo elettorale l’Armata Brancaleone sopra profilata?

Non Chiederci La Parola

 Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato. 



 Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!



 Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Obbligatoria la citazione di Eugenio Montale, purtroppo la politica non è poesia, ma gli ultimi due versi: “Codesto solo oggi possiamo dirti / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” sono già un buon tratto programmatico che vale la pena tenere presente.

Stilare manifesti ideologici non è il mio mestiere e inviterei altri più qualificati e competenti ad assumersi il compito. È però lecito che ognuno dica la sua, se ne ha voglia, su come vorrebbe impostare l’ipotetico manifesto di una sinistra responsabile di governo attuale in Italia.

È urgente il superamento, e la seria condanna, della saponosa “correttezza politica” ovvero della ipocrisia grazie alla quale le più banali verità non possono essere dette e proclamate perché contrarie al modulo conforme corrente.

Per raccogliere i voti della vasta area progressista “liberal” (la dorsale portante dell’elettorato italiano) bisogna abbandonare in modo dichiarato ed esplicito ogni residuo tossico del vecchio PCI, condannare apertamente e responsabilmente l’errore storico che ha bloccato l’evoluzione socialdemocratica della sinistra italiana per quasi un secolo (dal Congresso di Livorno del Gennaio 1921), condannare il lungo sonno stalinista e le sue aberrazioni, riqualificare storicamente la Resistenza come sofferto patrimonio del pensiero e dell’azione socialista e liberale italiana e non come monopolio ideologico comunista. Di quel periodo vanno denunciati i crimini e i complici silenzi. Allo stesso modo vanno condannate ex post le irresponsabili dichiarazioni di solidarietà con l’URSS in occasione della Rivoluzione Ungherese del 1956, della Rivoluzione di Solidarnosc in Polonia nel 1980. Orrende in retrospettiva le dichiarazioni di solidarietà ai Khmer Rouge delle quali si fece portatore il PCI. Un vulnus non dimenticato dalla cultura “liberal” italiana.

Per quanto difficile e anacronistico qualche ritocco alla storiografia ufficiale conforme dovrà essere fatto per correggere gli errori criminali e i colpevoli silenzi di un secolo di appiattimento acritico sul dettato della storiografia imposta dal PCI e dai suoi storici “organici”.

Sarà anche necessaria una radicale revisione dei rapporti della nuova sinistra di governo con il sindacalismo corporativo. Il movimento sindacale dominato in Italia da CGIL e FIOM non ha mai difeso né il lavoro né i lavoratori. Simmetricamente dovranno essere ridisegnati i rapporti con l’area confindustriale responsabile, insieme al sindacalismo di matrice comunista, della sterilizzazione del dialogo fra impresa e lavoro. La difesa dei diritti dei lavoratori deve essere associata alla tutela dell’occupazione: non ha senso la difesa ad oltranza dei lavoratori che porta alla chiusura e alla delocalizzazione delle fabbriche. Va anche affermato il principio che delocalizzare una industria non è un diritto degli imprenditori: si portano via elementi di geografia economica e sociale che non appartengono all’impresa, ma sono un patrimonio della cultura locale e del suo territorio fisico, che va rispettato. La difesa degli interessi dell’impresa non può comportare la miseria dei lavoratori. Nel dialogo fra le parti e nel confronto dei rispettivi interessi si deve trovare l’equilibrio risolvente.

Il dialogo tra sindacati e imprenditori deve avvenire in uno spazio autonomo, libero e indipendente: l’intervento del governo in quello spazio deve essere minimo e possibilmente nullo. L’unica funzione del Governo dovrebbe essere quella di esigere lo svolgimento del dialogo fino a soluzione delle vertenze.

Indispensabile recuperare il significato e la sostanza dell’Istituto della Democrazia: chi viene eletto e riceve dagli elettori la delega a governare, deve governare. Ogni pratica di concertazione con parti sociali, associazioni, corporazioni, sindacati o altro elemento settoriale della società si pone come offesa alla delega data dal corpo molto più vasto degli elettori e quindi come operazione concettualmente antidemocratica. Le parti possono essere “sentite”, con procedura partecipata e trasparente, ma la decisione deve essere solo del Governo eletto. La concertazione è pratica spuria nel quadro di una azione democratica di governo.

Il dibattito politico deve essere condotto nei luoghi deputati: in Parlamento, nei Partiti. La stampa e i media hanno la responsabilità di informare il pubblico sul dibattito. I “talk show” non sono luogo deputato e quando ospitano dibattito politico inevitabilmente ne deformano l’equilibrio e l’obbiettività, per il settarismo dei conduttori e per le particolari “agende” delle reti televisive e dei conduttori, mai trasparenti e mai pubbliche. La pratica invalsa in Italia di svolgere il dibattito politico nei talk show ha deformato in modo patologico lo svolgimento del dibattito stesso trasformandolo in una gazzarra urlata dove trionfano l’arroganza e la parzialità. Il contraddittorio non è mai garantito e l’obbiettività delle documentazioni proposte è discutibile. Una situazione sulla quale è difficilissimo intervenire, ma l’evidenza è agghiacciante: quello che avviene nei cosiddetti “salotti” televisivi non è dibattito e non è democrazia, il nome giusto è demagogia settaria.

Lo sciopero e la protesta politica sono strumenti della moderna democrazia che non vanno deformati dalla violenza e dalla speculazione di minoranze dequalificate: ogni eccesso violento nella pratica della protesta politica e sociale e del confronto sindacale va stroncato con durezza. Ogni connivenza con la violenza, esplicita o implicita, deve escludere automaticamente chi la pratica dal dibattito: non esistono compagni che sbagliano. Non sono compagni e non sbagliano: sono delinquenti e si comportano in modo criminale.

Nei rapporti con l’Europa, che polarizzano la nostra politica estera, bisogna operare perché l’Europa esprima con più vigore la sua identità e la sua presenza nel contesto mondiale. Le iniziative unilaterali di singoli paesi sono il segno di una profonda inadeguatezza dell’attuale strategia Europea. Se Putin e Obama telefonano a Merkel invece che a Mogherini c’è qualcosa di sbagliato sia in Merkel che in Mogherini. Il mandato che Bruxelles deve avere dai 28 paesi membri della Comunità deve essere molto più chiaro e vincolante per poterlo esercitare responsabilmente. Il fallimento tragico dell’iniziativa Frontex è un esempio di questa lacuna: vanno individuate le responsabilità e si deve intervenire per rimediare. Una sinistra di governo non può limitarsi a collocare i suoi rappresentanti nel governo Europeo deve anche operare per garantire ai suoi rappresentanti lo spazio politico e di mandato indispensabile per poter condurre una azione significativa o, semplicemente, una azione.

Questo un breve promemoria sul quale credo che si potrebbe trovare una maggioranza molto più significativa di quelle attualmente disponibili.

 

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
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2 risposte a Non chiederci la parola

  1. Carlo De Michelis ha detto:

    Caro compagno,

    articolo bello, serio ,profondo anticonformista e accorato. Sono fiero (a volte) di essere nella tua mailing list. Ad majora

    Carlo

    _____

  2. matteolilorenzo ha detto:

    Grazie della tua attenzione e del tuo apprezzamento: non sai quanto gradito!!

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