Made in China

Dall’Economist del 14 Marzo 2015-03-21

Made in China?

(traduzione di Lorenzo Matteoli)

 

Il dominio asiatico nel manifatturiero è destinato a durare.

Per gli altri paesi il percorso verso lo sviluppo sarà più difficile.

 

Fabbricando oggetti e vendendoli agli altri la Cina ha trasformato se stessa e con lei l’economia mondiale. Nel 1990 produceva meno del 3% del valore del prodotto manifatturiero globale; eusta quota è oggi quasi del 25%. La Cina produce l’80% dei condizionatori del mondo, il 70% dei telefoni cellulari, il 60% di scarpe. La crescita fulminante della Cina ha strutturato bacini di fornitura industriale che si estendono in tutto il Sud Est asiatico. La “Fabbrica Asia” produce oggi quasi la metà del prodotto industriale del mondo.

La Cina ha seguito le orme delle tigri asiatiche come la Corea del Sud e Taiwan. Molti ritenevano che il bastone di comando con il tempo sarebbe passato ad altre parti del mondo, consentendo anche a queste di conquistare la prosperità attraverso la produzione manifatturiera. Ma nonostante sia stata rallentata dall’aumento dei salari la presa della Cina si sta rafforzando. I bassi salari che si spostano dalla Cina vanno in genere verso i paesi del Sud Est asiatico e consolidano il dominio della “Fabbrica Asia”. Questa dinamica comporta dei problemi per i mercati emergenti fuori dall’orbita cinese. Dall’India, all’Africa e al Sud America il complesso gioco per diventare ricchi è diventato più difficile.

Lavorare per governare.

L’economia della Cina non è più robusta come una volta. Il mercato immobiliare tormentato da un eccesso di offerta. L’incremento del debito è un problema. All’inizio di questo mese il governo aveva annunciato l’obbiettivo di crescita per il 2015 al 7%: il più basso da più di venti anni – i dati di questa settimana indicano che non sarà facile raggiungerlo. Ciononstante il manifatturierio cinese continuerà ad avere tre formidabili vantaggi dei quali beneficerà tutta l’economia.

Primo, continuerà a sviluppare manifatturiero a basso costo, anche se cresce la tendenza verso aree a maggiore valore aggiunto. La quota cinese nell’export di abbigliamento è infatti passata nel 2013 dal 42.6% al 43.1%. E’ anche aumentata la quantità di articoli che integrano il prodotto finale. Secondo i dati della Banca Mondiale la percentuale di componenti importati dalla Cina rispetto alle esportazioni è passata da un massimo del 60% nella metà degli anni ‘90 al 35% attuale. Questo in parte avviene perché la Cina gode oggi di nuclei di fornitori efficienti che altri paesi avranno difficoltà a formare. Ha una infrastruttura eccellente e in corso di continuo miglioramento: il programma è di costruire dieci aeroporti all’anno fino al 2020. Le aziende stanno adottando l’automazione per aumentare la produttività per compensare in parte gli effetti dell’aumento dei salari – questa è l’idea che sta dietro la nuova strategia del governo indicata dallo slogan “Made in China 2025”.

Il secondo punto di forza della Cina è proprio la “Fabbrica Asia.” Con l’aumento dei salari ci sono in effetti attività di basso costo che lasciano il paese. Gran parte di questo flusso migra verso le popolazioni a basso reddito dei paesi del Sud Est Asiatico. Il processo ha anche caratteristiche negative. Lo scorso anno un organismo non governativo ha scoperto che quasi il 30% dei lavoratori nella industria elettronica Malese opera in condizioni di lavoro forzato. Ma quando la Samsung, Microsoft, Toyota e altre multinazionali riducono la loro attività in Cina e si spostano verso il Myanmar e le Filippine consolidano la struttura regionale dei fornitori con al centro la Cina.

Il terzo vantaggio è l’aumento della domanda interna cinese. Con l’aumento della spesa e della qualificazione dei consumatori cinesi, la “Fabbrica Asia” guadagna quote di mercato e di servizi commerciali ad elevato margine. Nello stesso tempo l’incremento della domanda interna cinese contribuirà a consolidare ulteriormente la struttura delle forniture asiatica. Sul mercato cinese le imprese locali hanno un ampio margine nei confronti di concorrenti lontani.

Una politica intelligente potrebbe sfruttare al massimo questi vantaggi. La Associazione dei Paesi del SudEst Asiatico (ASEAN) ha gli strumenti per promuovere il manifatturiero a basso costo. La quota cinese del mercato americano di scarpe è passata lo scorso anno da 87% a 79% a vantaggio dell’Indonesia, della Cambogia e del Vietnam. Ma l’azione dell’ASEAN per creare un mercato unico di prodotti più complessi e servizi potrebbe essere molto più vigorosa. Accordi regionali – o meglio globali – potrebbero ampliare le reti produttive dalla Cina verso i paesi dell’area. Il consolidamento della industria automobilistica in Tailandia seguito alla cancellazione delle restrizioni sulla importazione di componenti è un chiaro esempio di come una politica corretta possa saldare i paesi del Sud Est Asiatico alla macchina industriale cinese.

Sfortunatamente altri paesi in via di sviluppo hanno meno ragioni per essere ottimisti. In questi paesi manca una economia solida che funga da polo di aggregazione di un raggruppamento regionale. Il North American Free Trade Agreement (NAFTA, Accordo Nord americano per il libero scambio commerciale) ha portato le aziende messicane nelle strutture di fornitura che attraversano l’America del Nord, ma quelle del Centro e del Sud America non sono state interessate. Forti barriere commerciali impediscono all’Europa occidentale di aiutare il Nord Africa, come ha aiutato i paesi del Centro Europa e dell’Europa dell’Est.

Anche quando l’India o l’Africa Sub Sahariana portano via manifatturiero dalla morsa della “Fabbrica Asia” resta un altro problema. Il manifatturiero non offre piùà l’occupazione e i margini di profitto di una volta. Nel passato il manifatturiero spinto dall’export consentiva a un grande numero di lavoratori non qualificati di passare dai campi alle fabbriche trasformando di colpo la loro produttività. Oggi la tecnologia ha ridotto il numero dei lavoratori nelle fabbriche. La Cina e i paesi della regione sono stati forse gli ultimi paesi che sono riusciti a promuovere lo sviluppo reclutando migliaia di lavoratori non qualificati per produrre a basso costo.

L’esportazione resta ancora la via più sicura per il successo dei mercati emergenti. La concorrenza sui mercati globali è il modo migliore per promuovere la produttività. Ma i governi fuori dai confini della “Fabbrica Asia” dovranno utilizzare molti motori di sviluppo – non solo il manifatturiero, ma anche l’agricoltura e i servizi. Il settore dei servizi IT (intelligent technology) dell’India è un esempio di quello che si può fare, ma è caratterizzato da alta qualificazione e interessa solo marginalmente la grande massa di lavoratori di quel paese.

Far funzionare la strategia politica

Questo modello di sviluppo richiede ai decisori politici molto di più di quanto non abbia mai chiesto la concorrenza basata sui bassi costi della manodopera. Un regime complessivo per commercio eservizi più liberale dovrebbe essere una priorità per Sud America e Africa. La spesa per le infrastrutture dovrebbe concentrarsi sulle fibre ottiche come sui porti e sulle strade. L’educazione è essenziale, perché i paesi che vogliono entrare nei mercati globali avranno bisogno di forza lavoro qualificata.

Questi sono sfide impegnative per i paesi in via di sviluppo. Limitarsi ad aspettare l’occupazione generata dall’incremento dei salari in Cina è una ricetta per il fallimento.

Commento

La Cina gode di un quarto “vantaggio” nei confronti dell’Occidente e dell’Italia in particolare: in Cina chi è al potere comanda e gli altri obbediscono. La “chain of command” dal decisorio politico agli operatori esecutivi è breve e direttamente verificabile dai “capi”. I responsabili di ritardi e inadempienze pagano rapidamente e ineludibilmente. I corrotti vengono condannati a morte. In genere. Un colpo di revolver alla nuca e la pallottola pagata dai familiari del condannato.

Una struttura di comando molto simile a quella che ha consentito, in meno di cinquantanni, il passaggio dal Medioevo alla Modernità della Città Stato di Singapore sotto la guida, illuminata ma “ferma”, del benevolent dictator Lee Kwan Yew mancato ieri all’età di 91 anni.

L’Europa conobbe quel tipo di comando e di burocrazia nel 1200 con Federico II di Svevia che grazie a quella struttura riuscì a governare un Impero che si estendeva dalla Sicilia al Nord Europa: sconfitto solo dal potere dei Papi. Dopo di allora i Papi hanno conitnuato a vincere. (LM)

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
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2 risposte a Made in China

  1. Antonio Casella ha detto:

    Ciao Lorenzo,

    Interessante quell’articolo sulla Cina e il tuo commento che segue.

    Comunque la Cina, per quanto si legge, ha fatto tanto in Africa, tanto piu’ degli ex paesi coloniali. C’e’ anche il fatto che in Cina, nonostante il grande potere centralizzato del partito comunista, la corruzione e’ abbastanza forte.

    Saluti,

    Antonio

  2. claudia ha detto:

    bello, sono tra Myammar e Singapore, dove vive mio figlio con famiglia. concordo

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