Una brutta storia australiana

 

Lorenzo Matteoli

30 Aprile 2015

Andrew Chan (31 anni) e Myuran Sukumaran (34anni) sono stati fucilati ieri notte nell’isola indonesiana di Besi, rifiutando la benda, senza assistenza spirituale (negata dalla polizia) e cantando forse “Advance Australia fair… ” arrestati nel 2005 all’aeroporto di Bali insieme ad altri 7 “muli” con 9 kili di eroina che cercavano di contrabbandare in Australia. L’Australia, profondamente offesa, sotto shock è divisa anche perché ci sono dettagli che la stampa italiana non ha pubblicato. I “Bali Nine” vennero arrestati all’aeroporto e colti in flagrante imbottiti di eroina con cerottoni intorno alla pancia. Sette condannati a un numero imprecisato di anni di galera e i due “ring leaders” condannati a morte. Il Premier australiano Tony Abbott e la sua ministra egli esteri Susy Bishop vengono accusati dalla pubblica opinione di essere stati inerti per dieci anni e di essersi mobilitati troppo tardi e con scarsa convinzione. Accusa fondata. Per il momento l’Australia ha richiamato l’ambasciatore Australiano a Jakarta.

La cosa che brucia la pubblica opinione australiana è che i “Bali Nine” vennero denunciati alla Polizia Indonesiana dalla Polizia Australiana che aveva a sua volta ricevuto l’informazione dal padre di uno dei nove (Lee Rush senior padre di Scott Anthony Rush) che voleva “tirare fuori” il figlio dal giro. Il padre Lee Rush aveva ricevuto assicurazioni dalla Polizia Australiana che il figlio sarebbe stato avvertito e che gli sarebbe stato impedito di partire per Bali. Cosa che non avvenne. Se la Polizia Australiana non avesse informato gli Indonesiani i nove sarebbero (teoricamente) arrivati a Brisbane o a Sydney e sarebbero stati arrestati su territorio australiano e processati secondo la legge australiana che non prevede la pena di morte per il contrabbando di droga (come in: Afghanistan, Bangladesh, Brunei, Cina, Cuba, Egitto, India, Indonesia, Iran, Iraq, Giordania, Kuwait, Laos, Malesia, Marocco, Nord Korea, Oman, Qatar, Pakistan, Arabia Saudita, Singapore, Somalia, Sri Lanka, Siria, Sudan, Taiwan, Tailandia, Emirati Arabi Uniti, Stati Uniti, Vietnam, Yemen, Zimbabwe).

Non è mai stato chiarito il motivo per il quale la Polizia Australiana decise di denunciare ai colleghi Indonesiani i “Bali Nine” e certamente il padre preoccupato di “tirar fuori” il figlio dal circuito starà chiedendoselo amaramente. Il Capo della Polizia Australiana Mick Keelty nel merito a suo tempo ha dichiarato:

“Una cosa bisogna tenere presente ed è che noi operiamo in Australia secondo le leggi penali australiane, e se noi dovessimo collaborare solo con paesi che hanno le nostre stesse leggi penali la nostra collaborazione non andrebbe molto lontano dall’Australia. Dobbiamo lavorare con i sistemi giuridici in vigore negli altri paesi e questo è sempre stato efficace, specialmente nel campo del traffico di eroina.”

 L’Australia peraltro non consente l’estradizione di criminali versi paesi nei quali è in vigore la pena di morte. La condanna a morte indonesiana è assurda, una beffa tragica, per chi conosce Bali dove il commercio di droga è esplicito e corrente per le strade e sotto gli occhi della polizia. Gli otto fucilati di ieri potrebbero essere i primi di 64 condannati attualmente in prigione in Indonesia. I motivi politici del rigore inflessibile del presidente indonesiano Joko Widodo (che ha rifiutato di concedere la grazia) sono probabilmente da cercare nella sua acquiescenza alla linea Shariatica dell’Islam indonesiano, una volta morbido ma negli anni sempre più radicalizzato e fondamentale, e nella cultura tipicamente indonesiana che ritiene disdicevole “perdere la faccia”.

L’effetto strano della condanna a morte e della pena di morte per traffico di droga in Indonesia è quello di promuovere (insieme alla ovvia pressione corruttiva) la tolleranza della polizia per il traffico plateale di droga nelle strade di Bali: nessun poliziotto (corrotto o meno) si vuole prendere la responsabilità di condannare qualcuno a morte. Quindi si finge di non vedere e magari si guadagna anche qualche rupia (di bawa meja = sottobanco). Nei dieci anni di galera Andrew Chan e Myuran Sukumaran si erano notoriamente riabilitati organizzando corsi di educazione per i compagni detenuti e altre attività di riqualificazione sociale, ma questo non è valso a nulla.

 

 

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
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Una risposta a Una brutta storia australiana

  1. Marco Romano ha detto:

    Grazie dell’attenzione a questa crudele storia sulla quale sapevamo solo la nuda notizia.

    Sul Corriere di oggi una lunga intervista di Fassino sostiene quanto ti avevo scritto sulla ratio di Renzi

    Un abbraccio

    Marco

    _____

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