Un’altra Utopia

Lorenzo Matteoli, 14 Giugno 2015

Il dibattito sul problema dei “migranti” divide l’Italia e l’Europa, ma anche il resto del mondo; i paesi ricchi e industrializzati che non hanno il problema o l’hanno risolto con misure drastiche, militari, o non ne sono stati ancora interessati.

Gianni Pardo nella sua recente analisi con il consueto rigore concettuale e logico di pensiero ha sintetizzato il problema e ha indicato le soluzioni teoriche per la possibile soluzione. Si tratta di una soluzione che richiede da parte del governo Italiano volontà politica, chiarezza, fermezza operativa, organizzazione logistica e strutture esecutive consistenti. Purtroppo nessuna di queste caratteristiche è tipica della cultura di governo e della capacità esecutiva Italiana. Di qualunque segno sia il governo e non escluderei nemmeno una compagine governativa guidata o condizionata da Matteo Salvini…tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare … dice un noto adagio molto italiano, e anche Salvini si troverebbe quel mare davanti. Come se lo sta trovando l’attuale italian superman al timone del Governo. Le cifre dei migranti attuali e futuri dai sub-continenti travolti da guerre di varia matrice e da quelli affamati da carestia attuale e futura, senza ipotesi di soluzione in archi di tempo generazionali, sono centinaia di migliaia se non milioni all’anno. Proiettare questa immane pressione di demografia marginale, perseguitata o affamata per anni a venire dà una sola indicazione: catastrofe planetaria e guerre della peggiore specie fra haves e havenots. Nemmeno la più feroce e criminale ipotesi salviniana (Mad Max sarebbe un boy scout) sarà mai in grado di contenere questa pressione: i futuri boat people si sposteranno su navi che ne porteranno decine di migliaia alla volta. Sbarcheranno con l’appoggio di marine militari su qualunque spiaggia Europea, Americana, Canadese. L’unico paese che non avrà il problema sarà la Repubblica Popolare Cinese e lascio ai miei pochi lettori di immaginare come mai.

Questa premessa per suffragare l’affermazione che nessuna strategia di contenimento, selezione, filtro, respingimento o rimpatrio sarà mai in grado di risolvere il problema. Non ci vuole Cassandra per prevedere nell’arco di pochi anni e forse anche di domani incidenti seri di connotazione terroristica o razzista estrema.

La possibile realtà è che tutte le tattiche elencate vanno associate a una strategia di visione molto più ampia e molto più impegnativa di calibro geo-politico, trans generazionale (25-50 anni). Attraverso le Nazioni Unite bisogna cercare territori attualmente disabitati e potenzialmente colonizzabili nel continente africano capaci di ospitare una popolazione che potenzialmente potrebbe essere di qualche decina di milioni di persone nell’arco dei prossimi 15-20 anni. Il nuovo Stato/Colonia attrezzato e dotato di consistenti infrastrutture, dotato di organismi istituzionali sotto la sovranità multinazionale dell’ONU sarà popolato dal fiume di migranti che attualmente cercano di arrivare in Europa, verrà costruita una economia produttiva industriale e agricola e nell’arco di mezzo secolo potrà diventare una “nazione” con la dignità e gli istituti di una moderna democrazia.

L’investimento necessario per implementare questa strategia è sicuramente inferiore al costo consolidato della gestione della emigrazione selvaggia attuale e futura, la gestione iniziale sotto la supervisione dell’ONU controllerebbe la certezza di deviazioni corruttive come quelle che sicuramente avvelenerebbero un analogo progetto affidato a un paese africano attuale. La disponibilità di un territorio disabitato in area sub-sahariana eviterebbe conflitti con popolazioni residenti (come avvenne per l’iniziativa di Balfour in Palestina). L’ipotesi ha ovviamente bisogno di un enorme sforzo progettuale, ma prima di quello ci vorrebbe, e non credo ci sarà mai, una partecipata visione politica della leadership mondiale. Il denaro e la tecnologia non sarebbero evidentemente un problema a valle della forza e della volontà politica. Una strategia come quella descritta posta in essere faciliterebbe e giustificherebbe le tattiche intermedie di controllo e contenimento contingente del fiume di migranti e automaticamente ne aumenterebbe la fattibilità.

Per tranquillizzare i miei lettori sul mio stato mentale e per moderare i sorrisi di compiacente benevolenza degli amici è bene che chiarisca che sono io il primo a indicare la dimensione utopica della proposta, ma devo anche fare presente che sono proprio utopie di questo genere quelle che hanno istruito e consolidato il progresso dell’umanità negli ultimi 40 secoli di storia e lascio ad altri il divertimento di ricordare gli esempi.

Senza contare che a fronte della assoluta impraticabilità di soluzioni salviniane o di marca ancora peggiore avrei dei dubbi su cosa effettivamente qualificare come utopia. La mia utopia potrà essere ingenua, di difficilissima implementazione, ma le altre sono catastroficamente sanguinose e sicuramente fallimentari.

Nota di riconoscimento: da citare il professore, ingegnere Giorgio Ceragioli, collega e maestro, fondatore del Movimento Sviluppo e Pace che più di cinquanta anni fa aveva previsto in termini storicamente precisi quello che oggi sta avvenendo sulla costa nordafricana e nel Mediterraneo tra la Sicilia e l’Africa.

Riporto tre interventi sul Legno Storto e la mia risposta:

Non ho risposte facili ai dubbi di Marco, Ursus, Falcone, ma qualche riflessione ulteriore.

Certo lo spazio geografico disabitato è un problema, ma il deserto del Sahara ha acque in falde profonde e gli Israeliani hanno trasformato il Negev in una pianura agricola. La tecnologia agraria offre sequenze operabili e sperimentate per trattare la superficie dei deserti e andare dai licheni all’humus e alla fertilità coltivabile che sono state applicate in Australia, in Israele e nel Nord Africa.

La divisione in sette di diverso fanatismo islamico dei migranti potrebbe essere risolta con l’articolazione in diverse aree geografiche delle neocolonie/stati, ma non bisogna dimenticare che la strategia è plurigenerazionale e che forse quelli che devono ancora nascere non avranno la tara degli attuali padri e madri.

Il finanziamento di realtà nazionali esistenti in Africa presenta la difficoltà di risolvere la corruzione dominante in tutti quei paesi dove sicuramente i nuovi arrivati verrebbero usati come schiavi (cosa che avviene in modo più o meno scoperto oggi in Italia, in Francia, in Spagna e in Germania).

L’ONU potrebbe essere un ente incapace di gestire la proposta nell’attuale stato di decadenza, ma un nuovo istituto ad hoc potrebbe nascere con migliori auspici se ci fossero volontà politica e visione utopica coerenti con l’idea.

Ai sospetti sui possibili finanziatori dei passaggi sui barconi mortali agli attuali migranti non saprei cosa rispondere: è possibile che un trasferimento di miliardi di dollari ogni mese non sia in qualche modo individuabile? Forse sì, ma varrebbe la pena documentarsi. Se così fosse staremmo tutti quanti ad abbaiare sotto l’albero sbagliato e forse l’intervento da fare per fermare la transumanza sarebbe molto più semplice.

Ma in realtà la mia provocazione utopica ha anche un altro scopo oltre a quello grammaticale di esporre la mia ingenuità alla benevola ironia degli amici: pensare fuori dallo schema corrente dei respingimenti, rimpatri, affondamenti, o altre tattiche poliziesche o militari.

A un problema di dimensione planetaria plurigenerazionale vanno date soluzioni di dimensione planetaria plurigenerazionali.

Con buona pace dei Salvini e della Lombardia Felix.

ursusDomenica, 14 Giugno 2015 11:10

In larga parte nutro i medesimi dubbi di falcone42. In particolare, mi sfugge quale parte del mondo sia oggi possibile considerare colonizzabile (nel senso che non sia già popolata) e, soprattutto, tecnicamente pilotabile, in tempi non biblici,verso uno sviluppo paragonabile a quello dell’Europa, attuale bersaglio dei migranti.

Peraltro, come in parte suggerisce ancora falcone42, non sarebbe più economico sostenere direttamente lo sviluppo nei paesi d’origine, spesso ricchi di materie prime e con molte aree adatte sia all’industrializzazione che all’agricoltura?
Mi spingo oltre: non avrebbe più senso (perchè sposerebbe una serie di interessi convergenti da ambo le sponde) e sarebbe più concretamente fattibile il ripristino della tutela (chiamatela colonialismo, se volete) politica ed economica del mondo sviluppato, in forma associata o per aree di pertinenza, sulle aree più bisognose?
Peraltro, oggi la tutela si svolge ancora, nonostante le apparenze, con metodi e risultati peggiori dell’epoca coloniale, nella massima parte dei casi.

Modificato il: 14-06-2015 11:12:08

Marco F. CavallottiDomenica, 14 Giugno 2015 11:02

Caro Matteoli, le utopie, per avere un seguito “operativo”, debbono essere di quelle dotate “di gambe”. Ad esempio, era un’utopia l’idea di rifondare in Palestina uno Stato di Israele. Ma lo era avendo “a disposizione” un popolo compatto e determinato nel conseguimento di questo obiettivo, un territorio rimasto sostanzialmente in balia di modesti potentati locali, con la crisi dell’Impero ottomano; più tardi, si operò in nella temperie del più che giustificato complesso di colpa di mezzo mondo nei riguardi di un popolo fatto oggetto dell’Olocausto.
Mi pare che rispetto all’ipotesi adombrata nel tuo articolo non sussista alcuna delle condizioni che elenco sopra, rendendo l’idea – temo – assai poco praticabile. Infatti al posto del popolo ebraico abbiamo un mosaico di popoli e di etnie assai spesso in competizione, se non in guerra aperta fra loro; e invece di un territorio quasi “di nessuno” abbiamo un continente nel quale i nazionalismi stanno crescendo a dismisura, anche per reazione al “neocolonialismo” cinese – ma non credo che potremmo affidare alla Cina il compito di realizzarlo…

falcone42Domenica, 14 Giugno 2015 10:29

Alcuni dubbi:
1) come fanno milioni di “havenots” (se tali sono) a disporre di due-tremila dollari ciascuno da dare agli scafisti? (a meno che, sulle navi “che ne porteranno decine di migliaia alla volta”, il biglietto costi solo 20 $).
2) dove si trovano, in Africa, “territori attualmente disabitati e potenzialmente colonizzabili … capaci di ospitare una popolazione che potenzialmente potrebbe essere di qualche decina di milioni di persone nell’arco dei prossimi 15-20 anni”? Potenzialmente colonizzabili sono i territori che offrono possibilità di vita, quali acqua e agricoltura, oppure ricchezze estrattive; a meno che l’autore ipotizzi di colonizzare il Sahara …
3) come si può pensare ad uno stato governato da “organismi istituzionali sotto la sovranità multinazionale dell’ONU”, visto che quest’ultima non è manco in grado di governare i propri organismi istituzionali interni?
Voglio dire: non facciamo prima a trasferire una parte della ricchezza dagli “haves” nostrani agli “havenots” africani, magari sotto forma di investimenti in infrastrutture produttive (posto che non se la accaparrino quei pochi africani che appartengono già alla categoria degli “haves”), perché questi possano vivere bene o almeno passabilmente a casa loro?
Circa il punto 1), si rafforza in me il sospetto che i dollari spesi per il viaggio in nave vengano già da “haves” nostrani; almeno stando a quanto emerge dalle inchieste attuali su “mafia capitale” e dintorni. E’ solo un sospetto, ovviamente; però mi sono sempre chiesto dove trovino i soldi disperati che fuggono da guerre (dove, presumibilmente, non li lasciano scappare portandosi appresso tutti i loro averi), miseria e persecuzioni. Quegli stessi disperati che poi – stando a quanto riferiscono i media – dopo essere stati per settimane in specie di campi di concentramento, si fanno prendere a bastonate per salire sull’imbarcazione per la quale hanno sborsato una vera (per loro) fortuna

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
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