Cosa nasconde la “vittoria” di Tsipras

Lorenzo Matteoli

25 Luglio, 2015

Come sempre succede inoltrandosi nelle vicende assistendo allo svolgimento, all’involuzione o evoluzione degli eventi cambia la comprensione che delle vicende si ha. Si capiscono cose che all’inizio sembravano incomprensibili e oscure. Così sta succedendo per il dramma Grecia/Euro/Bruxelles/Europa. La vicenda greca, le diverse reazioni alla crisi greca, hanno rivelato e stanno rivelando molto di più di quanto si legga correntemente sui giornali. Anche in questa vicenda …nulla è mai come appare, la intricata dinamica complessità come un fiore mostruoso si apre nel suo svolgimento e ogni giorno ci si propongono prospettive diverse e diverse interpretazioni.

La notte dei lunghi coltelli a Bruxelles (13 luglio 2015) ha denunciato anche ai più entusiasti convinti sostenitori dell’euro-sogno che l’Europa federale non ci sarà mai. Si è capito quando Tsipras è crollato davanti alla coalizione nord europea accettando un pacchetto non molto diverso da quello rifiutato dal popolo greco nel referendum del 5 luglio: irrealizzabile, depressivo, disastroso secondo una analisi puramente contabile, peggio secondo una analisi politica.

Perché le 28 economie dei paesi membri non saranno mai in grado di avere un profilo macroeconomico e finanziario omologo che possa essere gestito con una politica monetaria coordinata, per non dire unica, da una banca centrale con i poteri e l’autonomia di una vera banca centrale. Regimi fiscali, culture d’impresa, debiti sovrani, crediti, produttività, infrastrutture, clima, ambiente e condizioni territoriali, politiche sindacali, contratti di lavoro, sistemi salariali, welfare, assistenza sanitaria, non consentono una gestione monetaria unica. Perché la moneta i suoi controvalori, cambi, potere d’acquisto, valori sui mercati a breve e lungo termine rappresenta e sintetizza tutte queste cose. Tutte caratterizzate da dinamiche variabili nel tempo che richiedono gestione specifica, una per una, altrettanto variabile e dinamica nel tempo. Il tentativo di imporre questa omologazione come automatica conseguenza della moneta unica è fallito: era una semplificazione schematica, brutale e non ha funzionato. Un errore commesso da una intera classe dirigente politica sicuramente assistita da grandi competenze bancarie, finanziarie e monetarie, evidentemente non sufficienti per affrontare o per rinunciare a una impresa senza precedenti nella storia del denaro. Un’analisi di questo errore non è ancora stata fatta. L’Euro non ha resistito all’urto della Grande Crisi Finanziaria del 2008 ed è diventato una macchina monetaria massacrante per le economie deboli e di ingiusto privilegio per le economie forti. La Germania e per estensione l’Europa del Nord, non potranno mai accettare una costruzione federale che costerebbe l’8 o il 9% del loro reddito annuale, evidentemente preferiscono la situazione attuale dove le economie deboli sono succursali dominate dalle macchine produttive e di export più forti. Una tendenza destinata a incidere sempre di più.

L’accordo imposto a Tsipras non è una soluzione del problema greco e nel giro di qualche mese la crisi si riproporrà in termini ancora più duri: la boccata d’ossigeno che è stata data in cambio di condizioni feroci servirà solo a fare affondare ancora di più la Grecia nel ciclo perverso che l’ha portata alla crisi di ieri. Come è avvenuto per le precedenti “boccate d’ossigeno”. L’avvertimento al resto dell’Europa è terribile.

Nella notte dei lunghi coltelli di Bruxelles c’era un personaggio non omologo al resto della compagnia: Mario Draghi.

Il Presidente della BCE ha garantito a Tsipras il finanziamento ponte (fino a 900 milioni di Euro dal fondo della Emergency Liquidity Assistance) che ha consentito di salvare le banche greche dalla bancarotta e lo ha fatto interpretando con fermezza autorevole il suo mandato. Draghi ha detto alla leadership europea riunita che il “debt relief” per la Grecia è una necessità sulla quale, nelle attuali condizioni macroeconomiche e monetarie, non si discute: si tratta solo di definirne le modalità, la logistica. Non si tratta di “se” ma di “come” ha detto e non era certo la cosa che Schäuble o la Merkel volevano sentirsi dire. Niente ideologia, niente moralismo, solo fredda argomentazione finanzaria che nessuno si è azzardato a contrastare.

Draghi ha fatto “l’analisi concreta della situazione concreta” e da questa analisi ha tratto la conclusione che per evitare una catastrofe umanitaria alla Grecia e incontrollabili conseguenze agli altri paesi dell’eurozona la Grecia aveva bisogno di soldi cash subito. Draghi ha provveduto. Dopo si vedrà.

Draghi ha deciso ed eseguito senza consultare nessuno interpretando in modo ampio il mandato di Presidente della BCE e confermando la dimensione straordinaria del suo personaggio. Autorevolezza e autonomia rarissime nel panorama della politica e della cultura manageriale pubblica europea attuale.

Sono stati evidentemente quei 900 milioni “subito” che hanno convinto Tsipras ad accettare il pacchetto avvelenato proposto dai creditori. Anche lui deve avere pensato: dopo si vedrà.

La posizione, la decisione e l’operazione eseguita da Mario Draghi rappresenta l’evento “chiave” della vicenda greca a Bruxelles. Uno svolgimento determinante ma non risolutivo. Draghi non è un “politico”, non ha una “costituency” che lo deve votare, ha un mandato come Presidente della Banca Centrale Europea, nominato dal Parlamento Europeo, sarà in carica fino alla fine di Ottobre 2019. Incarico non rinnovabile. È difficile sapere cosa ha in mente Draghi per il futuro dell’Euro, ma è molto probabile che il futuro dell’Euro dipenda anche da quello che ha in mente Draghi, quanto valga quell’anche non è dato sapere. Probabilmente lo stesso Draghi non lo sa. Come Presidente della Banca Centrale Europea la deve far funzionare oggi e il mandato della BCE è quello di gestire la strana moneta unica europea, orfana di patria, nelle condizioni politiche disponibili e date. Se queste cambieranno nel senso di convergere verso una “federazione” la BCE sarà una vera banca centrale. Nel caso più probabile che la convergenza si confermi impossibile il compito della BCE sarà quello di istruire, organizzare e presiedere allo smantellamento dell’Euro. Una impresa senza precedenti, molto più difficile di quella che portò alla sua istituzione, da progettare, da assistere politicamente, da gestire nella complessa logistica esecutiva. Scopo dell’operazione: smantellamento della moneta unica e ritorno a un situazione, che non può essere uno statu quo antea, anche questa tutta da progettare, con il minimo danno per i paesi membri, prevenendo e bloccando possibili aggressioni finanziarie sui mercati durante la delicata transizione.

Garantire la continuità della finanza, della macroeconomia e microeconomia durante la transizione, impedire speculazioni indebite sui nuovi regimi di cambio, simultaneamente e in modo armonico in tutti i 28 paesi dell’Eurozona.

Se il collasso avverrà prima dell’ottobre 2019 sarà Draghi responsabile dell’operazione, se avverrà dopo sarà il suo successore a gestire l’impossibile impresa.

Intorno alla provvisoria soluzione della crisi greca si svolge il dibattito delle varie parti politiche, mediatiche, d’impresa, finanza, banche etc. ancora incerto e confuso perché tutta la vicenda è ancora oscura sia per le competenze tecniche che per quelle più generiche della politica e della informazione. Chi conferma la necessità di “più Europa”, chi chiede l’uscita dall’Euro e dall’Europa, chi galleggia sulla speranza di “riforme dei trattati”, di cessione di sovranità nazionali, chi ricorda con nostalgia i “padri fondatori”, chi cita gli Stati Uniti e chi la Svizzera, documentazione e argomenti che non si alzano molto dal livello strillato noto con la categoria “bar sport”, o “caffè Italia”.

Interessante la posizione della sinistra-sinistra che mentre denuncia la ferocia di Merkel e Schäuble e la “irrealizzabilità” del pacchetto proposto il 13 luglio dai creditori celebra anche la vicenda come una “vittoria” del compagno Alexis Tsipras.

Secondo questa visione Tsipras ha fatto vedere al mondo la debolezza culturale e politica della Germania e del Nord Europa e quindi la inaccettabilità della loro pretesa alla leadership europea. La denuncia di Tsipras, secondo questa analisi, dovrebbe aprire una nuova prospettiva di azione politica per la sinistra europea: trovare una nuova unità nei singoli paesi e a livello europeo per superare la chiusa logica dell’austerità, cancellare il “fiscal compact” modificare i meccanismi monetari perversi dei “trattati” e …dopo si vedrà. (nota: “dopo si vedrà” è una battuta di Napoleone citata da Lenin in uno schema di metodologia rivoluzionaria: intanto conquistiamo il potere…poi si vedrà)

La sinistra-sinistra non sembra molto interessata al fatto che questa vittoria di Tsipras potrà costare al popolo greco, e in futuro al popolo italiano, qualche decina di anni di miseria. La cosa importante è l’apertura di un nuovo possibile fronte di azione politica.

Ci sono dettagli che però sarebbe opportuno svolgere.

Per uscire dall’austerità ci vogliono soldi: investimenti nel lavori pubblici, nella manutenzione del territorio, nella manutenzione del costruito, nelle infrastrutture, nelle reti, nell’informatica e nella ricerca e formazione. Per l’Italia non è un problema semplice. Non potendo aumentare il debito pubblico, che è già probabilmente oltre il livello di sostenibilità, non potendo aumentare le tasse che stanno già soffocando le imprese, non potendo stampare Euro, bisogna inventare qualcos’altro. Non basta la presunzione patetica dell’azzeramento dell’evasione fiscale, l’eliminazione delle auto blu, dei 10 vitalizi senatoriali offensivi, la riduzione dell’appannaggio alla Presidenza della Repubblica: misure che non sono nemmeno utili per l’immagine e penosamente insignificanti per credibilità e per la sostanza.

Non resta che tagliare la spesa pubblica: il 20-30% della spesa pubblica. In Italia è possibile dato il grande margine di spreco attuale. Eliminare gli sprechi clientelari del nostro bilancio cresciuti in 50 anni di gestione demagogica. Razionalizzare la burocrazia, eliminare stratificazione burocratica clientelare (eliminare provincie, accorpare regioni, accorpare comuni).

Ci si chiede quale governo sarà in grado di farlo se il taglio di 10 vitalizi è considerato una impresa epocale (cfr dichiarazione di Laura Boldrini: segno forte di moralizzazione ha detto).

La domanda è: quali sono le sinistre (e le destre) italiane ed europee in grado di portare avanti un programma di questo genere?

La sinistra di governo, in Europa e in Italia, per proporre il superamento dell’austerità, sul quale credo che tutti siamo d’accordo, deve convincere se stessa e il popolo che la condizione prioritaria per farlo è il taglio della spesa pubblica, partendo dagli sprechi e via via avvicinandosi, se necessario, ai tagli più dolorosi, culturalmente e socialmente sacrificali. Con i soldi recuperati dai tagli si finanzierà l’abbandono dell’austerità. Poi si vedrà.

Ma nella soddisfazione per il nuovo fronte di lotta politica si leggono anche altre pulsioni. Quella che sta emergendo, per questa sinistra, dalla crisi dell’Euro e dal suo possibile fallimento catastrofico è una ipotesi di sconfitta del “capitalismo”. È fallita la rivoluzione, è crollato il muro, sono falliti gli assalti giustizialisti, la scalata al potere con gli strumenti della democrazia è sempre più improbabile, ma forse la catastrofe monetaria riuscirà a smantellare una volta per tutte la malefica fortezza del capitalismo. Il demonio che si è adattato a tutto non riuscirà a metabolizzare questa botta. Dietro la folla degli antieuro al pesto e all’amatriciana, che avevano ingenuamente sperato nel referendum greco come grande svolta, che erano andati ad Atene per essere presenti al grande evento storico e che sono rimasti scottati e delusi dal cedimento di Tsipras del 13 luglio, molto più seria e tranquilla sta avanzando la antica sinistra storica che intravede nel crollo della moneta unica la sconfitta finale del capitalismo e l’alba più grigia che dorata di una nuova era di eguaglianza nella miseria.

Se sarà necessario e inevitabile lo smantellamento dall’Euro deve portare l’Europa in una situazione di mercato libero e libera impresa in un quadro politico di socialdemocrazia liberal avanzata. Questo dovrebbe essere il mandato a Mario Draghi o al suo successore quando dovranno impostare e gestire l’incredibile evento.

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
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