Elogio dell’insofferenza

La travolgente, fangosa, ipocrisia che ha dominato media e TV in occasione della morte di Pietro Ingrao sollecita qualche riflessione.

Ingrao è stato un comunista ortodosso, convinto, ha praticato e difeso tutti i peggiori errori del suo partito, stalinismo nella guerra in Spagna, carri armati in Ungheria, solidarietà a Honecker in occasione della caduta del muro di Berlino, condanna di Solidarnosc,  li ha celebrati in centinaia di scritti, rendendosi responsabile di convincere onesti e semplici compagni di base della sua cecità politica e del suo errore. Cementando in questo modo l’ingessatura ideologica del PCI: proprio quella sindrome che ha portato quel partito, sconfitta dopo sconfitta all’attuale disgregazione per voluto, perseguito, convinto distacco e negazione della realtà e della storia. Invece di superare la sanguinosa visione stalinista verso una sana socialdemocrazia, Ingrao, al servizio di Mosca, ha forzato la linea gretta e reazionaria, ha condannato il partito socialista all’emarginazione, ha bloccato la dialettica della sinistra italiana in una palude cupa e priva di futuro: condanna di qualunque dissenso interno, censura di Cucchi e Magnani, censura al gruppo del Manifesto,  condanna della Primavera di Praga, elogio di Husak e di Breznev condanna di Dubcek, approvazione dell’impiccagione di Imre Nagy leader della Rivoluzione Ungherese del 1956, opposizione dogmatica con Palmiro Togliatti alla corrente rifomista di Amendola e via di seguito di dogma in dogma di chiusura in chiusura.

Muore Ingrao centenario e tutti questi tragici errori, tutte le responsabilità politiche per il ritardo incolmabile imposto al suo partito, e all’Italia, sono dimenticati, cancellati dall’incredibile sciocca correttezza politica di una sinistra senza memoria senza visione critica, senza coraggio di opinione. Cantano Bella Ciao esaltando il più reazionario dei compagni. Si elogia dell’uomo “il comunista di ferro” senza rendersi conto del significato tragico di questa cifra, senza ricordare i milioni di morti ammazzati che quella feroce convinzione ha giustificato ed esaltato in nome di una “purezza di ideali” che dovrebbe invece suscitare orrore e condanna.

Questa ipocrisia e questa melensaggine devono essere condannate e denunciate: fino a quando non si avrà il coraggio di farlo non si potranno spezzare le catene ideologiche che impediscono la crescita e l’affermazione di un pensiero e di una cultura “liberal” in Italia. Sempre schiavi dello schema “guelfi e ghibellini”, “papisti o imperiali” la cupa palude nella quale con il libero critico e indipendente pensiero affonda qualunque libertà.

Per questo nei confronti delle recenti equivoche manifestazioni di saponoso cordoglio è giusto esprimere radicale insofferenza: è morto un uomo che ha molto sbagliato e molto ha fatto sbagliare, è giusto sperare che con lui siano morti anche i suoi errori. Lo si dica senza riserve e senza paura.

Con il che R.I.P.

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
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2 risposte a Elogio dell’insofferenza

  1. Aneurin Hughes ha detto:

    Excellent article.I totally agree. Dove sei? Torno a Canberra 12 Novembre. Tante cose Andy

    Sent from my iPhone

    >

  2. Giovanni Fracastoro ha detto:

    Sacrosanto. Mio padre applaude dalla tomba, ma pure io

    Inviato da smartphone Samsung Galaxy.

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