Filosofie e rivoluzioni 2

 

Lorenzo Matteoli
Primo Marzo 2016

 

Il libro di Jonathan Israel “Revolutionary Ideas: an intellectual history of the French Revolution”  nel quale  viene svolta la tesi molto precisa che la poderosa vicenda storica venne innescata con molto anticipo rispetto alle date di cronaca e alimentata durante il suo decennale svolgimento (1789-1799) dalle idee dell’Illuminismo di Rousseau, Voltaire, Diderot solleva una questione interessante e generale: sono le idee e le filosofie che muovono la Storia o le condizioni sociali ed economiche delle specifiche congiunture?

La miseria, la fame, le angherie dei dittatori e delle grette monarchie, le centinaia di migliaia di morti di guerre assurde perse scatenano le masse, creano sul campo i “capi”, provocano la ribellione e la inziale rivolta che si trasforma poi nel travolgente e inarrestabile uragano che alla fine spazza i vecchi regimi e porta al governo dei Paesi una nuova classe politica (o militare) dirigente capace di cambiare economie, società, progetti e la vita di milioni di persone per generazioni.

Oppure sono le filosofie e le visioni della ragionevole o radicale utopia che descrivono possibilità di vita migliore, di giustizia più giusta, di rispetto sociale degli Istituti per gli individui e viceversa, e di generale equità che, rappresentate al popolo da pensatori e leader capaci di comunicare, innescano la struttura ideologica della rivolta che poi si trasforma in inarrestabile uragano …

Una domanda solo in apparenza del tipo “uovo o gallina”: lo stesso Jonathan Israel che parte nel suo libro con la affermazione quasi assoluta del privilegio delle idee e delle filosofie, nel corso della sua narrativa riconosce le concause economiche e sociali, sempre mantenendo ai filosofi, ai “pamphleteers”, agli agitatori e ai capipopolo il ruolo di provocatori, di interpreti e di guida politica delle masse e degli eventi. Nel bene e nel male.

Scorrendo rapidamente le vicende dei grandi cambiamenti storici “moderni”: Riforma e Controriforma, rivoluzione Americana, Francese, Russa, Cinese, la Magna Charta, il Risorgimento Italiano, l’avvento di Hitler in Germania e di Mussolini in Italia, la Glasnost e il crollo del regime comunista Sovietico, e la stessa Istituzione della Unione Europea non è difficile trovare negli anni che li hanno preceduti le tracce più o meno forti degli uomini, delle storie, degli ideali che ne hanno istruito la visione, la cultura e il progetto pratico e politico.

Lo svolgimento e la narrativa di ogni episodio è poi specifico e diverso e stabilire un privilegio preciso fra crisi fattuali scatenanti e humus ideale se non impossibile è difficile e i valori soggettivi dominano il giudizio. Personalmente sono portato a pensare che le idee anticipano sempre gli eventi: nel brodo culturale della storia il progetto, la visione e il desiderio di futuro sono ingredienti essenziali e continuamente presenti; affermare che lo provocano è una intuizione ulteriore improbabile, ma è anche difficile da negare.

Cosa sarebbe successo del Boston Tea Party senza le idee di Samuel Adams (1722-1803), Thomas Paine (1737-1809) e prima di loro il filosofo illuminista inglese John Locke (1632-1704). John Adams (1735-1826) secondo presidente degli Stati Uniti, nel 1818 scrive:

The Revolution was effected before the war commenced. The Revolution was in the minds and hearts of the people … This radical change in the principles, opinions, sentiments, and affections of the people was the real American Revolution.

Una opinione che supporta l’ipotesi di Jonathan Israel.

 

Se questa può diventare una ipotesi di lavoro vuol dire che nell’età che viviamo, nella cultura espressa o implicita della nostra società, nel pensiero comune della gente, nelle scuole, nelle università, nelle chiese, nelle fabbriche e negli uffici, nelle case della gente, nelle redazioni dei giornali e dei media si parla già nel senso di quella che gli illuministi francesi del 1780 chiamavano la “volonté generale” che in qualche modo, date le opportune circostanze e congiunture, innescherà il “cambiamento”. Usando questo nome perché è difficile oggi pensare a una “rivoluzione” con le connotazioni di radicalità e violenza che la storia del termine comporta. Una difficoltà che qualcuno potrebbe anche qualificare come “rimozione” dovuta alla condizione del pensiero moderato e “liberal”.

Ora è vero che nelle democrazie moderne il “cambiamento” è garantito in modo continuo dal dibattito parlamentare, dalla produzione o revoca di leggi e da procedure istituzionali che dovrebbero garantire l’aggiornamento e il ricambio delle classi dirigenti attraverso la liturgia delle elezioni, è anche vero che il graduale degrado degli istituti democratici negli ultimi 50 anni ha compromesso i processi di aggiornamento e ricambio delle classi dirigenti e di governo. Fenomeni di imbarbarimento corruttivo delle burocrazie e dei parlamenti hanno via via congelato i processi di verifica e di ricambio, se non dei singoli soggetti, certamente dei comportamenti delle istituzioni e delle strutture di governo. Nel quadro che si è consolidato anche forti volontà di riforma si scontrano con resistenze coriacee e impenetrabili quando non vengono assorbite e cooptate dal “sistema”.

Rimane l’istituto del ricambio elettorale, anche se mutilato da norme riduttive che limitano fortemente l’accesso di soggetti non cooptati dalle segreterie dei partiti, e dovrà essere utilizzato al meglio delle ridotte potenzialità residue. Il problema è quello delle “idee” che ne istruiranno l’uso e l’applicazione per consentire di nuovo la sua funzionalità di strumento di ricambio e aggiornamento della classe dirigente del Paese.

Per individuare dunque quale può essere l’embrione di volontà generale che si sta formando in Italia è necessario riflettere sui luoghi e sui modi nei quali questo embrione si genera e si forma oggi:

la filosofia, l’economia, il petrolio, ambiente sostenibilità planetismo, la scuola, i partiti, i giornali, la televisione, i social media, le piazze e la strada.

 

La filosofia

I filosofi accademici “ufficiali” contemporanei si occupano o si sono occupati di astrazioni speculative estreme e assolutamente incomprensibili per il pubblico vasto: pensiero debole, decostruzione, grammatologia, “sapere intorno al senso dell’intero”, metafisica della presenza, fonocentrismo e logocentrismo… portare queste riflessioni sul piano della prassi e della guida di sistemi economici e  sociali è impossibile se non specificamente interdetto. Karl Marx si è occupato del collegamento tra elaborazione ideologica e prassi, e in tempi più recenti Herbert Marcuse (1898-1979)  con “One dimensional Man” e Ortega y Gasset (1883-1955) con il suo esercizio negativo sulla “Rivoluzione delle masse”. Sul versante della critica al materialismo storico significativa l’opera di Karl Popper (1902-1994) (La miseria dello storicismo). Altri importanti riferimenti classici della speculazione filosofica moderna-

contemporanea sono Ludwig Wittgenstein, Jacques Derridà, Martin Heidegger, Gianni Vattimo, Pier Aldo Rovatti, Umberto Galimberti°.

Sicuramente qualcosa del loro pensiero è percolato nella cultura corrente, ma il vigore di quelle tracce è difficile da valutare e lo spazio sociale che ne è stato interessato è oggi limitato dopo la popolarità originale.

° Relativamente a quanto scritto da lui e a quanto da lui “rielaborato” da altri pensatori con il copia e incolla;

 

L’Economia

Forse più importanti dei maestri della filosofia moderna-contemporanea sono gli economisti, critici e storici dell’economia con le pubblicazioni più recenti: Thomas Piketty, Joseph Stiglitz, Paul Krugman, Serge Latouche, Amory Lovins. Rispettivamente la revisione del “Capitale” di Marx per il 21esimo secolo, la ingiusta dinamica di privilegio economico del capitalismo deviato, il neo keynesianesimo, la “decroissance”, la possibile alternativa energo-ambientale.

Oceanica la produzione letteraria degli economisti o storici dell’economia  dopo il  2008, sulla GFC (Grande Crisi Finanziaria) e sulle sue implicazioni. Il testo forse migliore è quello di Andrew Ross Sorkin “Too big to Fail!”, nel quale oltre alla narrativa storica, si tenta una spiegazione del grande imbroglio finanziario scatenato da Wall Street negli anni immediatamente precedenti al 2008 con la incredibile inerzia degli organismi di controllo governativi. È molto forte il sospetto che il grande imbroglio non sia ancora per nulla archiviato e che molte delle recenti vicende nell’economia Europea e Mondiale siano ancora conseguenza pesante della immane truffa USA 1995-2008. Per esempio non è dato sapere quante banche Europee, e Italiane, abbiano nel segreto delle loro pance e nei risvolti oscuri dei loro bilanci miliardi di dollari di titoli “sub-prime” che oggi non valgono la carta sulla quale sono stampati. Questa potrebbe essere una delle ragioni per le quali le centinaia di miliardi di Euro del Q.E. (Quantitative Easing) che Mario Draghi ha pompato nelle banche Europee (e Italiane) non sono stati usati per finanziare il rilancio dell’economia, ma per coprire gli enormi “buchi” segreti lasciati dal G.I.A. (Grande Imbroglio Americano). La complessità dei “prodotti” finanziari “derivati” messi sul mercato dalle banche Americane era tale che gli stessi membri dei CdA e i Presidenti non erano (e non sono ancora oggi) in grado di comprenderli. Figuriamoci i dirigenti delle banche Italiane che spesso non sono nemmeno in grado di comprendere un banale contratto di locazione scritto in inglese, ma la Città di Milano ha perso la causa contro la Deutsche Bank proprio sul problema della informazione ambigua con la quale la D.B. aveva circonvenuto i semplici funzionari meneghini, forti sul dialetto lombardo, ma scarsi in inglese. Gli stessi motivi potrebbero spiegare la recentissima catastrofica crisi della DB coperta segretamente da Angela Merkel per evitare il collasso sistemico dell’Euro. Sulla conoscenza della lingua inglese da parte dei banchieri tedeschi non si possono fare ironie. Quindi non capivano proprio il combinato disposto.

Il dibattito attuale si muove tra due poli in apparenza antagonisti: immissione di denaro pubblico nelle economie, oppure de-regolamentazione per lasciare più spazio al mercato e alla iniziativa privata. Come spesso nel pensiero dei grandi economisti la chiarezza esecutiva per implementare le teorie lascia a desiderare e la dimostrazione dei risultati plausibili è sempre fumosa. Solo Serge Latouche ed Amory Lovins si pongono il problema dei limiti “finiti” dell’ambiente, ma la spiegazione di Latouche come innescare e gestire la “decroissance” è debole e inconsistente, in realtà nasconde un cambiamento socialmente sconvolgente. Più solida la teoria di Lovins, che cerca spiegazioni tecniche che sono comunque al limite dell’utopia.

 

Sicuramente, per le misteriose connessioni che caratterizzano i brodi culturali delle società civili, il pensiero dei “maestri” e dei “visionari” in qualche modo arriva a istruire la “volontà generale”. Quanto forti siano le tracce e fino a che punto, senza l’intervento di mediatori e interpreti convincenti, queste siano in grado di orientare condotte sociali e comportamenti dei singoli è campo assai poco definito dove il taglio della convinzione ideologica dei soggetti, per non parlare chiaramente di “pre-giudizio” ideologico, è molto importante. Dove le resistenze della conservazione sono fortissimo. Sicuramente alcuni dei “leader” politici più acculturati hanno letto e forse anche capito i testi fondamentali del dibattito competente, ma la maggior parte riferisce e parla per “sentito dire”, come coloro che “credono di sapere”. È comunque in questi modi che gli estremi del dibattito intellettuale e scientifico arrivano al “Bar Sport” dove si trasformano in convinzione di voto…o di astensione, senza necessariamente una vera comprensione dei problemi.

 

Una comprensione che a quel livello è obbiettivamente impossibile né si può pretendere: è questo il limite e il senso del suffragio universale, la gente non vota razionalmente, solo pochissimi sono in grado di farlo.

Ma il voto irrazionale dei molti è un vero poetico e, con le parole di Giovanni Battista Vico, “… talché, se bene vi si rifletta, il vero poetico è un vero metafisico, a petto del quale il vero fisico, che non vi si conforma, dee tenersi a luogo del falso.” (Cinque “degnità” de La Scienza Nuova, LXVII)

 

 

Il petrolio

L’altro problema che oggi occupa il dibattito sull’economia è quello della finanziarizzazione dell’economia reale: dallo scambio di denaro per il pagamento di merci e servizi si è passati allo scambio di denaro per acquisto di opzioni su ipotetici valori futuri. La ricchezza reale prodotta dalla manipolazione e spostamento di capitali virtuali per l’acquisto di valori virtuali supera per ordini di grandezza la ricchezza prodotta con i margini sul pagamento di lavoro e di merci. Questo è diventato drammaticamente vero nel campo del petrolio dove l’unità finanziaria Brent ICE  viene quotata in Dollari US[1] e trattata sui mercati finanziari mondiali come future in volumi quotidiani che superano per ordini di grandezza il greggio effettivamente estratto. Il valore del Brent ICE è dettato da condizioni finanziarie che non hanno nulla a che vedere con le condizioni di mercato relative all’estrazione, alla domanda, offerta e al consumo di greggio.

Sulla vicenda del petrolio e della sua economia la analisi più chiara è quella di Salvatore Carollo (“Understanding Oil Prices: a guide to what drives the price of Oil”) la spiegazione sintetica in questo estratto  dalla “Staffetta Quotidianawww.staffettaonline.com sempre di Salvatore Carollo:

Il mercato del Brent finanziario nasce in questo nuovo contesto neoliberista ed ha un chiaro carattere di strumento “politicamente” orientato al raggiungimento di alcune finalità concrete:

a.strappare il controllo del prezzo del petrolio ai paesi arabi del Golfo
b. mettere a disposizione della City di Londra uno strumento potentissimo per il controllo della liquidità mondiale, trasformandola in una sorta di potenza finanziaria extra territoriale ed extra continentale;
c. disporre di uno strumento di re-distribuzione della ricchezza dal basso verso l’alto, in direzione opposta a quella “sognata” negli anni ’60.

Di fatto, il mercato petrolifero finanziario (il Brent IPE/ICI) era divenuto una sorta di “buco nero” nella finanza mondiale, capace di inghiottire denaro, sottraendo risorse ai settori produttivi per destinarli al puro gioco della borsa petrolifera. Questo gioco impazzito crolla nel 2008, con il fallimento di Lehman Brothers. Un blocco di banche (Meryl Lynch, Goldman Sachs, Morgan Stanley…) hanno cercato di attrarre ulteriori risorse verso il mercato finanziario del petrolio, alimentando aspettative di crescita della domanda, di limitazioni dell’offerta (ri-edizione della teoria del “peak oil”) e creando il miraggio di un prezzo di 250-300 dollari a barile in pochi mesi. Questi fondi aggiuntivi avrebbero dovuto compensare le perdite che si erano determinate con la crisi dei titoli subprime. Il tracollo improvviso di Lehman Brothers, purtroppo avvenuto quando il prezzo era risalito “soltanto” a 147 dollari/barile, ha posto la parola fine al tentativo delle banche ed ha determinato la vendita immediata dei contratti a futuri del Brent, con il conseguente tracollo del prezzo da 147 a 37 dollari a barile in poche settimane. L’intervento degli Stati (specialmente quelli anglosassoni) per salvare le banche in crisi, ha messo a loro disposizione denaro “fresco”, che avrebbe dovuto essere utilizzato per sostenere le imprese e l’economia. Al contrario, i nuovi capitali furono usati dalle banche “salvate” per riprendere il gioco interrotto qualche mese prima con il Brent a 37 dollari/barile. I massicci acquisti di barili di carta in borsa, nel giro di due mesi, riportarono il prezzo da 37 a 90 dollari a barile, consentendo alle banche, grazie al denaro pubblico, di quasi triplicare i capitali in loro possesso. Non esiste nessun investimento al mondo che abbia una redditività paragonabile. Il nuovo crollo intorno a 30 dollari/barile di oggi si colloca nella stessa dinamica degli ultimi decenni. Dopo tante parole spese sull’Opec e sui Sauditi, comincia ad emergere sempre più chiaramente che, ancora una volta, dietro il crollo del prezzo del Brent, non ci sono cambiamenti rilevanti nel mercato fisico o cambiamenti importanti nei fondamentali, ma una nuova crisi delle banche di investimento, che, per compensare le perdite registrate con una serie di titoli tossici (finalmente se ne comincia a parlare), hanno venduto barili di carta per bilanciare la loro liquidità, determinando l’indebolimento del Brent e facendo fuggire gli investitori da questo mercato. La differenza (fra iol crollo del 2015) con il 2008 sta nella consapevolezza che, oggi, gli Stati non potranno immettere un nuovo flusso di denaro fresco (pubblico) per consentire alle grandi banche di rilanciare il gioco del Brent. E quindi, il problema della stabilità e del governo del prezzo del petrolio si ripropone in modo nuovo e drammatico.

Ambiente, sostenibilità, planetismo.

La sensibilità sui problemi dell’ambiente è diventata un luogo ideologico di fondamentale importanza nella cultura contemporanea della pubblica opinione. Una sensibilità sempre esistita ma in tempi moderni ri-fondata con il testo cult del 1972 “I limiti dello sviluppo” di Meadows & Meadows, Aurelio Peccei et al. (committenti MIT e Club di Roma) al quale seguì nel 1979 “Gaia” di James Lovelock e in seguito una immane letteratura[2] e molto fanatismo verde incolto ed estremo che ha prodotto in molti casi danni gravissimi all’ambiente, e continuerà a produrne in futuro.

L’ipotetico Pianeta Verde non sarà prodotto da tecnologie energetiche e sostenibili (già disponibili) se prima non cambierà il modello economico che oggi governa tutto il Sistema di insediamento e uso dell’ambiente da parte dell’uomo. Direbbe  Bill Clinton  “It’s the economy stupid!”. Contro qualunque strategia di cambiamento sostenibile si erge il muro granitico di una economia/finanza di rapina contingente che volutamente ignora i costi ambientali di processi e tecnologie, della quale non si vede la fine. Una fine che imporrà cambiamenti radicali nel paradigma economico e finanziario, capitalista o comunista che sia. Le tecnologie sono disponibili, manca la volontà politica e la corretta informazione della pubblica opinione.

Deve ancora crescere e insediarsi un pensiero “ambientale”, libero da fanatismo radicale, economicamente praticabile, capace di interpretare correttamente il complesso sistema di compromessi fra ambiente e insediamento antropico sul breve, medio e lungo termine e di guidare il cambiamento che impegnerà le prossime cinque o dieci generazioni con investimenti planetari di portata epocale.

Anche un viaggio di mille miglia comincia con un primo passo (Lao Tsi 400 A.C. filosofo cinese) e quel passo è “cultura e informazione”: al primo punto lo smantellamento del fanatismo radicale e dei suoi sacerdoti. Al secondo punto la severa revisione della deviazione finanziaria dell’economia reale. Il resto seguirà come conseguenza naturale.

 

La scuola

Oggi la filosofia viene insegnata nei licei italiani (Classico e Scientifico) e nelle ex-Magistrali per tutti gli anni dei corsi secondo programmi che sono rimasti più o meno gli stessi dai tempi della riforma Gentile, sostanzialmente informati da un criterio storicistico: schematica cronologia e contenuto critico molto limitato. Per molti liceali la filosofia dei programmi è un incomprensibile pastone recepito in modo pappagallesco e rapidamente dimenticato. Per la ristretta cerchia di quelli che intuiscono l’importanza della materia l’assaggio di speculazione filosofica liceale è un inizio stimolante e provocatorio.  I segnali che il mondo della scuola manda al pubblico più ampio sono peraltro consistenti con il pensiero conforme. Data la massiccia presenza della popolazione giovanile sui social media potrebbero esserci sorprese.

 

I partiti

La crisi dei partiti degli anni 1990 ha visto la decadenza e in pratica l’azzeramento del dibattito all’interno dei partiti italiani che era forse il luogo nel quale la visione concettuale delle idee incrociava i problemi di guida e di governo della società civile. Nei partiti e nelle “fondazioni” collegate ai partiti oggi si discutono strategie di breve termine su problemi congiunturali nell’ottica di preparare i “quadri” per intercettare quote di voto il più possibile consistenti. Le attività di ricerca e il dibattito sono in genere limitate alla gestione e interpretazione delle indagini di opinione. In altre parole è stato capovolto il rapporto tra il partito e la pubblica opinione: mentre una volta il partito elaborava e proponeva alla pubblica opinione visioni, manifesti e progetto, oggi il partito, abbandonato il ruolo di guida, cerca di capire la tendenza dominante della pubblica opinione sui diversi problemi allo scopo di istruire in modo conseguente i suoi programmi e il suo progetto politico. In linea di massima questa è la ragione dell’appiattimento del dibattito politico che è diventato un confronto tattico di breve termine più formale che sostanziale. Il target di popolazione raggiunto da questa attività è molto ridotto: i partiti in Italia non svolgono più il ruolo di formazione e di educazione dell’opinione pubblica di una volta (anni 1950 e 1960) e sono invece i più forti baluardi del pensiero conforme indifferenziato nei contenuti.

 

I giornali

Ogni giorno si vendono in Italia circa 4 milioni di quotidiani letti da una popolazione stimata in 22.5 milioni di lettori (fonte ADS Accertamento Diffusione Stampa, anno 2013) se tutti i lettori stimati dall’ADS leggessero i quotidiani in modo integrale seguendo non solo la cronaca locale, la pubblicità e gli annunci mortuari, ma anche il dibattito politico coperto dalle varie redazioni il dato indicherebbe una notevole maturità di una quota significativa (73%) dell’elettorato Italiano (aventi diritto al voto circa 50 milioni percentuale votanti 60% elettorato effettivo 30 milioni) ma è legittimo pensare che i lettori “integrali” siano molti di meno e che non ci sia totale sovrapposizione fra i lettori dei giornali e il popolo degli elettori: quanti lettori di giornali fanno anche parte degli assenti alle urne?

 

La televisione

“Una democrazia non può esistere se non si mette sotto controllo la televisione, o più precisamente non può esistere a lungo fino a quando il potere della televisione non sarà pienamente scoperto.” (Karl R. Popper)

Sono circa 7.6 milioni gli spettatori che seguono la televisione sui maggiori canali (RAI e Mediaset) e lo share dei talk show, molto calato negli ultimi due anni, vede 1.5 milioni di spettatori per Ballarò di Giannini, 1.3 milioni di spettatori per 8 e mezzo di Lilly Gruber nel 2014, mentre La Gabbia si attesta sui 700 mila ascolti. Forse il peso dei talk show sulla formazione della “volontá generale” è meno importante di quanto si pensi, persa molta della popolarità dopo l’ubriacatura santoriana e il malcostume dei partecipanti usi a berciarsi addosso (vergognoso il diffuso stile “brunetta” di continuare a gridare la stessa frase per impedire di parlare alla controparte). Resta invece forte il peso dell’immagine, pensiero, comportamenti, modelli culturali che la televisione confeziona e impone in modo subliminale e che è fortemente sottovalutato. La battuta di Karl Popper è più che giustificata.

 

I social media

Su 35 milioni di utenti di internet in Italia ci sono 26  milioni di utenti Facebook che passano una media di 4.7 ore al giorno al computer. Cosa venga veicolato o possa venire veicolato su questa utenza in termini di idee, modelli di comportamento, costume, politica, valori, fantasie o quant’altro è difficile da sapere. Certo si tratta del fenomeno di interazione personale più importante che si sia mai verificato in Italia da sempre. Allo stato attuale delle conoscenze il combinato disposto del complesso sistema di informazione/interazione dei social media può dar luogo a fenomeni di enorme potenza e di forte devianza.

Qualunque sia la disaggregazione degli argomenti trattati dagli utenti di Facebook (e degli altri social media): storie personali, pettegolezzi, battute, immagini, commenti sulla congiuntura politica, sociale, economica è chiaro che il “messaggio” diretto e indiretto complessivo è determinante agli effetti della formazione di opinione, costume, idee, visione e della illuministica “volonté generale”.

Questo fenomeno è il vero elefante nel negozio di cristalli che nessuno vede e se lo si vede non si riesce a capire come si muove e cosa potrá rompere. Il pensiero comune risultante dai milioni di interazioni personali quotidiane sui social media potrebbe riservare grandi sorprese[3], specialmente se affidato a qualche dirompente sintetico messaggio capace di andare “viral” e raggiungere in modo convincente i milioni di soggetti. Un interessante ipotesi per gli esperti di comunicazione.

 

La strada e la piazza

La gente è preoccupata, confusa. Bombardata e spaventata dalle notizie sul debito pubblico insostenibile, a suo tempo dalla campagna sullo spread istruita e manovrata in modo strumentale, oberata di tasse, ingannata da discorsi e parole del Capo del Governo che non corrispondono alla realtà (ricordano per la irresponsabile leggerezza le battute di Maria Antonietta sulle brioches). La gente si interroga sulla inerzia del Governo sui problemi che lo stesso Governo denuncia. I tagli non ci sono, il debito aumenta, le tasse anche. Privilegi odiosi nei confronti di pochi non sono toccati e addirittura tutelati: pensioni milionarie, stipendi e liquidazioni multimilionari per manager incapaci di aziende pubbliche fallimentari, banche fallite che erogano finanziamenti pericolosi agli amici e ai compagni. Grandi banche, gestite dalle clientele di partito, tecnicamente alla bancarotta. Corruzione endemica a tutti i livelli. Conflitti di interessi diffusi e sistemici. Le Amministrazioni Regionali e di molte città anche loro quasi tutte ai margini della bancarotta. Migliaia di industrie piccole e medie che falliscono, chiudono o esportano macchine e tecnologia nei Paesi dell’Est o in Asia. La disoccupazione a livelli drammatici, tragica quella dei giovani e dei cinquantenni. Il sistema giudiziario politicizzato, lento, feudale, con schegge impazzite che abusano dei loro uffici per manovre di potere personale o di parte, nella indifferenza o ipocrita connivenza del massimo organo di controllo e del suo flebile presidente. Sullo sfondo di questa generale paludosa catastrofe la marea incontrollata di migranti, che arriva sulle spiagge di Calabria, Sicilia e isole. Pochi rifugiati politici, molti sono solo clandestini, quasi sicuramente alcuni pericolosi, non verificati, ospitati in strutture marginali, accolti in modo indiscriminato, irresponsabile con la copertura di una idea di “multiculturalismo” assurda e di fatto complice sostenitrice di regimi fascisti e ideologie fanatiche, reazionarie, razziste e sanguinarie. L’incubo di un terrorismo da fanatismo religioso che l’Europa aveva superato da secoli. I monumenti della nostra libertà democratica di pensiero, parola e di espressione aggrediti con attentati che massacrano centinaia di inermi cittadini. Pochi osano denunciare la assurda pervasiva imbecillità di una ideologia lontana dalla realtà e contrabbandata come “di sinistra”, di fatto ottusa, bigotta e reazionaria. Su questo quadro di deprimente angoscia l’evasivo silenzio del Governo e dei suoi ministri che, con il Presidente del Consiglio, sembrano vivere in un altro Paese. Imperdonabile l’assenza di una visione, di un programma e di un progetto adeguato alla gravità dei problemi, il fumo della distrazione con riforme farraginose, finte e sbagliate e con polemiche antieuropee futili e inutilmente provocatorie.

Per questo cupo scenario economico, sociale e culturale è drammatica la totale assenza di una minima volontà di guida. La latitanza della classe dirigente e del Governo aumenta lo sconcerto, l’angoscia della gente e lo spazio per proposte estreme improbabili e pericolose.

Mentre il Titanic affonda il Governo si sfascia sulla “step child adoption”: un principio di civiltà importantissimo che interesserà, forse, 1000 persone in Italia. Gli altri 60.793.612 sono altrove.

Questi sentimenti sono molto radicati e diffusi, ma sono ignorati quando non criticati dal Governo, trovano riscontro da parte di rappresentanti che cercano di sfruttare la rabbia e la frustrazione della gente. Una maggiore attenzione alla realtà da parte delle istituzioni e del Governo sarebbe urgente e dovuta, recupererebbe un po’ di fiducia della gente, e ridurrebbe lo spazio potenzialmente eversivo dei margini estremi del dibattito politico.

L’Europa sta drammaticamente sottovalutando il problema del fascismo teocratico religioso del quale si è fatta incautamente sostenitrice una sinistra motivata da una ideologia di tolleranza multiculturale che applicare al problema specifico è irresponsabile se non criminale. Il prezzo di questa ideologica mostruosità puerilmente buonista lo pagheranno, caro, le future generazioni, e lo pagano adesso i veri rifugiati e perseguitati dei vari regimi.

 

 

 

Gli eventi che gli storici raccontano per descrivere il processo rivoluzionario, tutti causalmente concatenati quando visti dal futuro, nel nostro modello sono sintetizzati nelle diverse posizioni che il sistema occupa nello spazio degli stati, cioè dai punti della traiettoria che, appartenendo a un attrattore strano, non è in alcun modo prevedibile se non nel brevissimo termine, e mai con sicurezza.(Federico Butera, Rivoluzione: saltare da un attrattore strano a un altro.)

 

È vero che cambiamenti radicali sembrano impossibili per il nostro Paese. Una apparenza: perché in Italia da molti anni c’è un “regime” e in realtà radicali cambiamenti avvengono con molta più frequenza di quanto non si creda e non si veda. Infatti in Italia dal 1994 ad oggi ci sono stati ben 4 “colpi di Stato morbidi” se con questo termine si intende un cambiamento del Primo Ministro imposto oppure organizzato con procedure irrituali e con personaggi non eletti secondo le regole della Costituzione,  ma “nominati” con applicazione smaccatamente abusiva delle competenze d’ufficio, con la copertura  di un concordato complice “silenzio stampa”.

 

  • nel 1994 la nomina di Lamberto Dini da parte del Presidente Scalfaro che fece pressione per l’uscita dal Governo Berlusconi di Umberto Bossi, costringendo quest’ultimo alle dimissioni;
  • nel 2011 la nomina di Mario Monti da parte del Presidente Napolitano che manovrò per forzare Berlusconi a dimettersi;
  • nel 2013 la nomina di Enrico Letta da parte del Presidente Napolitano, che manovrò per forzare Mario Monti a dimettersi;
  • nel 2014 la nomina di Matteo Renzi da parte del Presidente Napolitano che manovrò per costringere Enrico Letta a dimettersi;

 

Tutte queste nomine furono assolutamente fuori da prassi legittime (attrattori strani) e giustificano l’impiego del termine “colpo di stato morbido”. Le stesse decisioni prese da un Presidente della Repubblica che non avesse avuto il consenso implicito del PCI/DS/ PdS/PD avrebbero provocato durissime reazioni sulla stampa di regime, che invece in tutte e quattro le occasioni rimase in silenzio quando addirittura non approvò con entusiasmo.

 

Ecco allora alcuni degli scenari possibili:

 

Sovversione, rivolta, anarchia, Colpo di Stato, Putsch militare

Cambiamento radicale rigoroso

Cambiamento velleitario

Cambiamento ragionevole moderato

More of the same

 

 

 

Sovversione, rivolta, anarchia, Colpo di Stato, Putsch militare

Le elezioni non danno un risultato politicamente operabile, nessuna maggioranza possibile, il Governo in carica viene confermato per gestire la “ordinaria amministrazione” in condizioni di fragilità politica estrema. Taglio drastico del finanziamento ai partiti. Confisca dei beni mobili e immobili dei Partiti attuali ed estinti. Tutto può succedere. Il Presidente della Repubblica dichiara lo stato di emergenza e incarica un Generale dell’Esercito di predisporre un Governo di Salute Pubblica. Blocco dell’immigrazione, deportazione migranti economici, controllo severo di infiltrazioni terroristiche. Svalutazione del 30% del debito pubblico in mano a privati nazionali. Le riserve auree della Banca d’Italia vengono messe gradualmente in vendita per ricomprare il debito sovrano dalle banche tedesche e francesi. Pesanti investimenti in manutenzione del territorio. Proteste e rivolte nelle piazze italiane. Ordine pubblico garantito dall’esercito.

 

Cambiamento radicale rigoroso

Taglio della spesa pubblica: riduzione stipendi dei pubblici dipendenti del 20%, tetto massimo di tutte le pensioni a 4000.00 Euro mensili, aumento di quelle minime mediante redistribuzione parziale dei margini realizzati, liquidazione di tutti gli enti inutili, pesanti investimenti in manutenzione del territorio, vendita graduale del 50% delle riserve auree per ricomperare il debito sovrano dalle banche francesi e tedesche. Taglio drastico del finanziamento ai partiti.  Divieto di esportazione di industrie e processi manifatturieri, rientro coatto delle industrie esportate negli ultimi dieci anni, parzialmente sussidiato con esenzioni fiscali triennali. Blocco dell’immigrazione, deportazione migranti economici, controllo severo di infiltrazioni terroristiche. Razionalizzazione spesa sanitaria delle regioni sulla base di indici nazionali unificati (base indici spesa sanitaria Trentino Alto Adige), Commissariamento Sanità Regionali inadempienti. Commissariamento Regioni con bilancio fuori controllo.

 

 

Cambiamento velleitario

Taglio drastico alla spesa pubblica, stipendi dei dipendenti pubblici dimezzati, pensioni ridotte del 40%, tesseramento dei generi alimentari di base (pane, farina, latte, olio, pasta, carne…) razionamento combustibili per riscaldamento e trasporto, investimenti pesanti in infrastrutture, manutenzione territorio. Liquidazione enti inutili. Commissariamento di tutte le Regioni. Regime monetario doppio concordato con Bruxelles, nuova Lira/Euro. Il 50% dei risparmi investito in riduzione del carico fiscale. Taglio drastico del finanziamento ai partiti. Taglio del 40% degli stipendi nel settore privato concordato con i sindacati. Scioperi e disordini, occupazioni, dichiarazione stato di emergenza. Il Presidente della Repubblica chiede un governo di emergenza.

 

Cambiamento ragionevole moderato

Taglio della spesa pubblica, stipendi dei dipendenti pubblici ridotti del 10%, tetto massimo di tutte le pensioni 5000.00 Euro mensili, liquidazione di tutti gli enti inutili, il 30% dei risparmi investiti in riduzione del carico fiscale, indicizzazione spese sanitarie regionali (base indici Regione Trentino Alto Adige). Commissariamento Sanità Regionali inadempienti. Finanziamento innovazione tecnologica, progetto quinquennale di rilancio del manifatturiero italiano, divieto di esportazione di processi produttivi industriali, incentivazione rientro processo esportati. Blocco dell’immigrazione, deportazione migranti economici, controllo severo di infiltrazioni terroristiche. Taglio drastico del finanziamento ai partiti. Taglio del 50% delle indennità ai parlamentari italiani in Europa, taglio del 50% indennità ai parlamentari italiani, revisione severa dei rimborsi spese ai parlamentari in Italia e in Europa.

 

More of the same

Controllo della spesa pubblica finto, Spending Review continuamente rinviata. Sprechi di sistema incontrollati. Corruzione endemica. Sprechi delle Regioni e degli Enti locali incontrollati. Immigrazione incontrollata. Privilegi delle pensioni d’oro intatti, sistematiche liquidazioni milionarie di manager decotti. Disoccupazione giovanile drammatica. Disoccupazione lavoratori maturi tragica. Amministrazioni Regionali alla bancarotta, sistema Giudiziario incontrollato, protagonismo di magistrati arroganti tollerato, tasse sempre più pesanti, drastici interventi di commissariamento della Unione Europea. Il Governo controllato dalla Troika: Banca Mondiale, FMI, Banca Europea. Il popolo in piazza, l’ordine pubblico garantito dall’esercito. Applicazione dello scenario Cambiamento radicale rigoroso.

 

 

Sulla base degli scenari schematicamente illustrati si possono identificare le probabili maggioranze di governo e i probabili programmi.

 

Coalizione Lega – M5S

Coalizione PD – M5S

Coalizione Centro – Destra – Lega

PD con appoggio esterno M5S

PD con appoggio esterno Lega

Monocolore PD

 

…e tutte le altre impossibili varianti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Brent Crude è un termine qualificatore del greggio dolce leggero del Mare del Nord che è diventato un riferimento ufficiale nel commercio mondiale del petrolio greggio. In origine il termine era un acronimo per indicare la stratigrafia geologica dei giacimenti del mare del Nord: Broom, Rannoch, Etive, Ness and Tarbert. Gli altri indicatori ancora correnti sono il WTI (West Texas Intermediate) il Dubai Crude anche noto come Fateh. il  WCS (Western Canadian Select). Il Brent, per iniziativa degli operatori della Borsa di Londra, è poi diventato una unità puramente finanziaria chiamata Brent ICE (ICE, Inter Continental Exchange) equivalente a 1000 barili di petrolio WTI West Texas Intermediate, ovvero a 159 m3.

 

[2]  Alle tonnellate di carta sul tema non è mancato il mio contributo nel 1978 con ”Azione Ambiente” edizioni Cortina, Torino, e vari altri testi su energia, climatologia urbana, e futuro della città in anni seguenti.

[3] Collective attention in the age of (mis)information

Delia Mocanu1, Luca Rossi1, Qian Zhang1, M_arton Karsai1;2 Walter Quattrociocchi1;3_

1 Laboratory for the Modeling of Biological and Socio-technical Systems, Northeastern

University, Boston, MA 02115 USA

2 Laboratoire de l’Informatique du Parall_elisme, INRIA-UMR 5668, IXXI, ENS de Lyon

69364 Lyon, France

3 Laboratory of Computational Social Science, IMT Alti Studi Lucca, 55100 Lucca, Italy

_ Corresponding Author E-mail: walter.quattrociocchi@imtlucca.it

 

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
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