Gli scenari dell’Europa nel pensiero contemporaneo

 

Lorenzo Matteoli

8 Marzo 2016

 

 

Nel mio esercizio sulla rivoluzione francese come interpretata da Jonathan Israel ho commesso un errore scrivendo che non c’erano stati pensatori o filosofi interpreti, critici o anticipatori di scenari Europei (Italiani) contemporanei. Uno svarione del quale mi devo scusare. In effetti c’è una vasta letteratura interessante e ho scelto quattro documenti che in qualche modo rappresentano l’abbondanza di materiale che fin dagli anni settanta è stato pubblicato e che ha come oggetto l’Europa più che specificamente l’Italia:

Plaidoyer pour l’Europe décadente (In defense of Decadent Europe), Raymond Aron, pubblicato nel 1977,

Nach dem Krieg: Die Wiedergeburt Europas di Jürgen Habermas e Jacques Derrida (sottoscritto da Umberto Eco) pubblicato nel Maggio del 2003,

Manifeste pour une renaissance européenne, di Alain de Benoist pubblicato nel 1999 (edizione inglese nel 2012) e il libro di  Walter Laqueur,

After the Fall: the end of the European Dream and the decline of a Continent, pubblicato nel 2011. Questo forse il più interessante dell’ampia letteratura sulla “fine dell’Euro e dell’Europa” di Maastricht.

 

Il libro di Raymond Aron scritto in un momento critico per l’Europa negli anni del terrorismo BR e Rote Armee, dopo l’ubriacatura del ‘68 e la crisi del Kippur del 1973 parte da un confronto fra il regime comunista della Russia ancora stalinista e i regimi dell’Europa democratica liberale. Aron quasi profeticamente prevede la possibile decadenza europea come conseguenza dei nazionalismi e della corruzione del concetto di democrazia che avrebbe provocato l’indebolimento dei governi centrali e la marginalizzazione dell’Europa nel contesto mondiale.  L’opera di Aron riletta oggi fornisce un quadro preliminare della malaise che sta attraversando la Unione Europea[1].

Il manifesto di Habermas (2003) evoca un’Europa più forte animata da valori in qualche modo antagonisti rispetto al “liberismo” brutale di matrice Americana: equità, welfare, sovra-nazionalismo “europeo”, autorevole e incisiva presenza sul teatro diplomatico internazionale. Habermas chiede ai cittadini dell’Europa rinata di prendere coscienza del loro comune destino politico. La necessità di allargare le loro specifiche identità nazionali avrebbe dovuto assicurare il superamento e il rifiuto della “alternativa costosa e grezza fra guerra e pace”. L’Europa doveva “portare tutto il suo peso politico a livello internazionale e alle Nazioni Unite per contrastare l’unilateralismo egemonico degli Stati Uniti”. Qualunque disegno futuro del nuovo ordine mondiale, secondo Jürgen Habermas, non sarebbe stato accettabile senza la partecipazione dell’Unione Europea. In “una società globale complessa” non conta solo la potenza militare, ma anche la “soft power” del negoziato, dei vantaggi economici garantiti dalle relazioni istituzionali. Per Habermas “l’identità Europea” è quella delle tradizioni storiche e della cultura politica dell’Europa Occidentale. Gli Europei, secondo il Manifesto di Habermas, hanno imparato a rispettare le differenze; partecipano della dialettica dell’Illuminismo[2], della modernità e del progresso tecnologico. Nelle società europee il rapporto tra religione e stato è diverso rispetto agli Stati Uniti: “Per noi sarebbe inimmaginabile un Presidente che inizia il suo lavoro quotidiano con una pubblica preghiera, richiamandosi a “missioni divine” prima di annunciare decisioni politiche con serie conseguenze.” In Europa c’è “fiducia nel potenziale di civiltà dell’intervento dello Stato” che corregge le deficienze del mercato e consente equità e solidarietà: la conquista delle lotte e della forza del movimento operaio – e delle tradizioni sociali Cristiane – del 20esimo secolo in Europa. Per questo gli Europei preferiscono l’etica di una “maggiore giustizia sociale” rispetto alla morale individualistica della concorrenza che accetta e implica l’estrema ineguaglianza sociale.

Questa visione, e gli altri principi esposti nel Manifesto, secondo Habermas avrebbe consentito all’Europa di “opporre agli stati Uniti una visione alternativa (universalistica) e un concetto diverso dell’ordine mondiale, superando l’eurocentrismo e abbracciando la visione Kantiana di una politica basata sulla legge e su solide istituzioni internazionali”.

Il documento di Habermas, pubblicato nel 2003, rappresenta bene il pensiero della sinistra Europea ed ebbe un certo riscontro nell’ambito degli intellettuali tedeschi, francesi e italiani, ma, a parte la pubblicazione sul Frankfurter Allgemeine Zeitung, non  raggiunse il grande pubblico e nemmeno l’opinione della dirigenza politica europea. L’amicizia di Jürgen Habermas con Joschka Fisher forse danneggiò la proposta data la particolare storia personale di questo ministro non proprio coerente con gli ideali del grande centro tedesco ed europeo. Il Governo tedesco non apprezzò il documento che in quel particolare momento creava imbarazzo con il Presidente Bush Jr, già irritato per la non adesione della Germania alla “Coalition of the willing” contro l’Iraq di Saddam Hussein.

Il manifesto del Wiedergeburt (Rinascita) dell’Europa di Jürgen Habermas traccia comunque uno scenario di quella che potrebbe essere la futura Europa vista con l’ottimismo di una sinistra “conforme” e un po’ banale. Non era ancora scoppiata la tragedia della Grande Crisi  Finanziaria, e non era ancora scoppiata la tragica evidenza della fuga di centinaia di migliaia di profughi e clandestini dall’Africa e dal Medio Oriente. Anche se i segni premonitori della crisi finanziaria cominciavano ad apparire e se i problemi della ghettizzazione degli immigrati africani e mediorientali nelle città europee erano già sfociati in crisi urbane violente. L’attacco alle Torri Gemelle aveva comunque già cambiato il mondo e imposto brutalmente i radicali cambiamenti che sarebbero seguiti nei rapporti tra Occidente, Islam e terrorismo di matrice islamica. La sinistra europea non aveva ancora affrontato le contraddizioni fra l’aggressione del fondamentalismo islamico e i valori di apertura e disponibilità della tradizione storica socialista. Contraddizionche ancora oggi non sono state risolte.

 

Il “Manifeste pour une renaissance européenne” Alain de Benoist parte da una dura denuncia della  “modernità”: “L’immaginario della modernità è dominato dai desideri di libertà e uguaglianza. Questi due valori cardinali sono stati traditi.”  “Gli individui oggi sono soggetti a un immane meccanismo di dominazione e la loro libertà è solo una forma vuota. Anche la promessa di uguaglianza è stata tradita sia dal comunismo che ha portato al potere regimi totalitari criminali, che dal  capitalismo che l’ha volgarizzata legittimando in nome dell’uguaglianza le più odiose forme di ineguaglianza sociale ed economica”. “La Modernità proclama diritti senza fornire in alcun modo i mezzi per esercitarli.”

…“La fine delle ideologie è una espressione che sancisce l’esaurimento storico delle narrative che hanno mobilitato e si sono incistate nel liberalismo, socialismo, comunismo, nazionalismo, fascismo e alla fine nel nazismo. Il ventesimo secolo ha segnato la fine di quasi tutte queste dottrine i cui risultati concreti sono stati genocidi, pulizia etnica, eccidi, guerre totali fra nazioni e rivalità permanente fra gli individui, disastri ecologici, caos sociale e la perdita di qualunque riferimento significativo. Solo al prezzo di questa radicale ristrutturazione si potranno esorcizzare l’anomia e il nichilismo di oggi.”

…”La modernità non sarà superata da un ritorno al passato, ma per mezzo di alcuni valori pre-moderni in una dimensione  decisamente post-moderna.”…

“Il liberalismo: il nemico principale. Incorpora la ideologia dominante della modernità.”…

 

Il Manifesto di Alain de Benoist e Charles Champetier (1999) è il compendio del pensiero elaborato in trenta anni dal gruppo GRECE (Groupement de recherche et d’études pour la civilisation européenne) fondato da Alain de Benoist e i suoi colleghi nel 1968. Vennero a suo tempo etichettati come “Nuova Destra” una qualifica che Benoist e i suoi colleghi hanno sempre rifiutato e mal tollerato ritenendo che il loro pensiero si collocasse al di fuori delle obsolete categorie “destra” e “sinistra”. Charles Champetier, editore delle pubblicazioni di GRECE, ha collaborato nella collazione e nella ordinazione di trent’anni di elaborazione del pensiero di GRECE anche per fornire linee di guida per il suo sviluppo all’inizio del nuovo millennio. Il testo resta l’unico tentativo di GRECE di esporre in modo comprensivo gli elementi fondanti della loro filosofia.

La sola lettura delle “Posizioni” (Capitolo III del libro) è sufficiente per capire quanto errata sia stata la qualifica di “nuova destra” alle idee di GRECE probabilmente conseguenza e responsabilità della chiusura settaria della sinistra del ’68 che non voleva concorrenza o confronto. Allora, e ancora oggi, basta la qualifica di “destra” per sconfiggere la controparte dialettica, con una inconsistente generalizzazione.

Ecco le “Posizioni” di GRECE:

 

  1. Contro l’indifferenziazione: per chiare e forti identità.
  2. Contro il razzismo; per il diritto alla differenza.
  3. Conto l’immigrazione; per la cooperazione.
  4. Contro il sessismo; per il riconoscimento del Genere.
  5. Contro la Nuova Classe; per l’autonomia dal basso.
  6. Contro il Giacobinismo, per una Europa Federale.
  7. Contro la depoliticizzazione; per il rafforzamento della Democrazia.
  8. Contro il produttivismo; per nuove forme di “lavoro.
  9. Contro le attuali feroci politiche economiche; per un<a economia al servizio del popolo.
  10. Contro il gigantismo; per le comunità locali.
  11. Contro le megalopoli; per città a scala umana.
  12. Contro la tecnologia senza controllo; per una Ecologia integrata.
  13. Per l’indipendenza del pensiero e il ritorno alla discussione delle idee.

 

Dai titoli delle Posizioni e dalla loro attenta lettura si percepisce una linea utopica relativamente ragionevole e discutibile che di “destra” nel senso attuale, corrotto, della categoria ha ben poco. Una attenta verifica parallela con il documento di Jürgen Habermas rivelerebbe molte affinità e in molti casi una maggiore definizione dialettica dei problemi.

 

ConAfter the Fall: the End of the European Dream and the decline of a Continent”  Walter Laqueur disegna un quadro storico ampio che parte dalle origini del sogno Europeo con una interessante citazione di Victor Hugo del 1849, che forse sorprenderà molti:

Verrà un giorno quando tu Francia, tu Russia, tu Italia, tu Inghilterra, tu Germania e voi tutte nazioni del continente, senza perdere le vostre caratteristiche distintive e gloriose qualità individuali sarete unite in una entità superiore e formerete la Fratellanza Europea…Verrà un giorno che vedrà le pallottole e le bombe sostituite dai voti del suffragio universale dei popoli e dalla venerabile autorità di un grande Senato sovrano…”.

Laqueur percorre poi la storia più recente dell’Europa attraverso le crisi degli ultimi 50 anni, la difficoltà di formare un sentimento Europeo sovranazionale, il rapporto di collaborazione e competizione con gli Stati Uniti, la catastrofe della Grande Crisi Finanziaria, il dramma della immigrazione scontrollata…fino alla confusa situazione attuale e ai primi sintomi di disgregazione. Negli ultimi quattro capitoli Walter Laqueur traccia gli scenari plausibili al 2020 e al 2030, la marginalizzazione dell’Europa. Tenta anche una difesa della Europa decadente, evocando il libro di Raymond Aron, e traccia il profilo del Superstato “fantasma”.

 

Dalla lettura di questi quattro documenti si possono dedurre e tracciare sinteticamente le dinamiche involutive politiche, sociali ed economiche alla base della crisi dell’Unione Europea e di conseguenza ipotizzare gli interventi o i possibili eventi potenzialmente risolutivi per una inversione della tendenza o per una sua conferma.

L’esercizio è connotato da forte incertezza per la nota caratteristica del futuro: la sia imprevedibilità. Di seguito sulla base dei quattro documenti assunti come riferimento una compilazione dei problemi principali, la loro descrizione schematica e per ogni situazione una traccia di intervento e azione politica

 

L’idea di Europa

Il 25 Marzo 1957 veniva firmato a Roma il Trattato istitutivo della CEE (Comunità Economica Europea), il Trattato della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA) era stato firmato sei anni prima il 18 Aprile 1951. Questi due trattati sono stati la premessa del Trattato di Maastricht del 7 Febbraio 1992 con il quale si formalizzava l’Unione Europea.

L’idea dell’Unione Europea era comunque molto precedente se  Victor Hugo nel 1849 l’aveva già formulata e se Altiero Spinelli nel 1936 (circa) scriveva il Manifesto di Ventotene dove la visione dell’Europa Federale veniva definita per la prima volta.

Queste anticipazioni e queste visioni quasi profetiche hanno mosso gli intellettuali e i politici che hanno successivamente definito le prime visioni in termini di trattati e norme internazionali (Jean Monnet, Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer, Charles De Gaulle, Paul Henry Spaak, Robert Schumann) non senza un intenso e contrastato dibattito.

La convinzione e la passione dei “padri dell’Europa” negli anni non si è trasformata in un un diffuso e forte sentimento sovranazionale “Europeo”. I cittadini della attuale Unione Europea si sentono “storicamente Europei” ma sentimentalmente e politicamente si sentono Italiani, Spagnoli, Francesi, Tedeschi, Inglesi, Olandesi, Belgi etc. L’Europa delle Nazioni pensata da Charles De Gaulle non è cresciuta e sono rimaste forti e ben definite le Nazioni d’Europa. Con i loro conflitti e con le loro idiosincrasie. Non è bastata l’immagine forte e affascinante di Federico Secondo di Hohenstaufen, la bandiera con le stelle d’oro in campo blu, e l’Inno alla Gioia di Beethoven e tantomeno il Festival della Canzone Europea per creare il legame affettivo di un sentimento di appartenenza sovranazionale.

Bruxelles e la sua Euro-burocrazia non ispirano fiducia, non esprimono autorevolezza, non esprimono il carisma delle capitali nazionali: Londra, Parigi, Berlino, Roma…

La mancanza di questa componente affettiva, forse sentimentale, elemento indispensabile dell’Identità storica culturale e politica è forse la lacuna di fondo dell’Europa attuale. La matrice della sua scarsa autorevolezza nei confronti del resto del mondo e del poco affetto da parte dei suoi cittadini: ha vinto l’idea razionale illuminista dell’Europa, ha perso quella romantica.

Non è stata una perdita irrilevante. Non è tardi per recuperare.

 

Le deficienze della moneta unica

L’Euro è nato male: una moneta senza patria, senza autorità monetaria responsabile di guidarla nell’oceano infido dei mercati finanziari, priva delle articolazioni normative per adeguarla alle diverse realtà economiche dei paesi utenti, fragile di fronte all’aggressione speculativa di mostri finanziari (e politici) di incredibile potenza. Invece di facilitare e indurre la definizione della unità politica indispensabile alla sua gestione e difesa, come qualcuno aveva pensato potesse avvenire, ne ha compromesso la maturazione forse in modo irrecuperabile. L’insanabile conflitto macroeconomico tra le economie forti dell’Europa e le economie deboli sta creando antagonismo e ostilità che rischiano di provocare conseguenze scismatiche. I ragionieri di Maastricht hanno pensato che il quadro politico sarebbe venuto di conseguenza mentre era la moneta unica che doveva venire come conseguenza del quadro politico. Adesso recuperare il percorso inverso è difficile se non impossibile. Non sono state previste procedure di uscita dall’Euro e non sono state previste procedure per la “chiusura” dell’Euro e nessuno sembra avere idee per aggiustare questo vuoto di norme. Per un singolo paese uscire dall’Euro è una sicura sciagura economica e restarci è una sicura sciagura economica. Una alternativa impossibile.

Chiudere l’esperimento con un ritorno simultaneo e ordinato di tutti i paesi membri dell’Unione Monetaria alle loro valute nazionali è forse l’unica strada praticabile, possibilmente negoziando un tasso di cambio non di rapina come all’andata. La maturazione politica per una operazione di questa importanza, complessità e rischio non c’è, né a Roma né a Parigi, Berlino e Bruxelles e forse nemmeno a Francoforte (BCE), anche se l’unico che la può disegnare e condurre a termine potrebbe essere proprio Mario Draghi.

 

La BCE: rischiosa supplenza.

Mario Draghi disse “We will do whatever it takes…” (Faremo qualunque cosa sia necessaria…) per salvare l’Euro e da allora la BCE compra miliardi di titoli dei paesi dell’Eurozona. Non si capisce bene dove finiscano tutti i miliardi del Quantitative Easing dati alle banche italiane visto che i finanziamenti da queste alle industrie nello stesso periodo sono diminuiti di 15 miliardi di Euro. Sembra dunque che Mario Draghi sia rimasto solo a fare “whatever it takes” Il sospetto è che le banche italiane prendano i soldi per investirli su manovre speculative redditizie e non per finanziare industrie e aiutare l’Italia a uscire dalla palude. O forse le banche beneficiarie hanno ancora nella segreta pancia una buona paccata di “subprime” funds e adoperano i fondi BCE per coprire i loro buchi/voragini.

Mario Draghi sta operando in supplenza del complesso meccanismo burocratico di Bruxelles: i ministri delle finanze dei Paesi membri stanno a guardare in silenzio. Se il QE di Mario Draghi non dovesse funzionare per effetto della scarsa collaborazione dei Governi Europei e delle banche Europee avremo perso un personaggio di grande calibro e un po’ di inetti manager di banche Europee si saranno arricchiti con bonus esosi.

È indispensabile che l’opinione pubblica Europea sia correttamente informata, con linguaggio non gergale, di cosa sta avvenendo con i soldi pubblici e che le banche beneficiarie/intermediarie del Quantitative Easing siano oggetto di attenta verifica da parte delle Banche Centrali.

Le operazioni del Q.E. devono essere approvate e avallate da Bruxelles e dai ministri finanziari dei Paesi membri per non esporre la BCE e il suo Presidente a rischi insostenibili in termini di sola ragioneria. Se necessario all’operazione bisognerà dare la forza politica e il peso economico che l’emergenza finanziaria drammatica richiede, possibilmente evitando che con l’occasione altri incapaci manager si arricchiscano indebitamente.

 

Governo Europeo e sovranità nazionali.

Il Governo dell’Europa disegnato da Maastricht è una insulsa nullità burocratica: praticamente senza poteri di intervento e senza poteri di verifica. Una grossa macchina mangiatrice e produttrice di carta inutile. Non senza arroganza e supponenza nei confronti dei lontani sudditi “amministrati”. Questa è l’immagine percepita e se la sostanza è diversa poco importa: oggi purtroppo è vero ciò che appare. Fra le migliaia di norme regolamenti e leggi prodotte vengono regolarmente citate, non a torto, quelle relative alle dimensioni delle fragole e quelle sulla denominazione latina dei pesci…erroneamente estese dagli interpreti ai mercatini di borgata.

La classe dirigente Europea non è riuscita a costruire la credibilità e l’autorevolezza del Governo di Bruxelles che nei sentimenti di “sudditi” è rimasta una burocrazia esosa e spesso farneticante. Di qui la difficoltà per i Paesi membri di rinunciare a quote della loro sovranità per rendere efficiente e utile il governo Europeo, difficoltà che si somma alla naturale reticenza delle burocrazie nazionali a rinunciare a spazi di potere e di sottopotere.

Per chiedere la rinuncia a quote di sovranità ai paesi membri bisogna che la credibilità e la autorevolezza del Governo di Bruxelles siano coltivate e affermate riducendo il coefficiente di burocratismo e il numero di norme clientelari e sciocche prodotte. Anche l’atteggiamento della burocrazia di Bruxelles dovrebbe essere meno autoreferenziale e più orientati sui clienti (customer oriented) meno disponibile a lobby di privilegio.

 

Salari: Europa/Asia.

La struttura industriale Europea è stata praticamente smantellata dalla concorrenza del manifatturiero asiatico ed Est-Europeo che sfrutta manodopera pagata con salari al limite della schiavitù per invadere i mercati occidentali con prodotti di consumo. Basta una rapida ispezione  su cento prodotti nei nostri grandi magazzini per verificare che il 90% degli articoli sono Made in China, Taiwan, Vietnam, Cambogia, Indonesia…Probabilmente con tecnologie e ingegneria, design e gestione Italiana o Europea. La de-localizzazione di industrie e il massiccio import di prodotti dall’Asia dall’Est Europeo hanno ridotto a deserti industriali fasce territoriali che una volta erano la ricchezza del Paese: la Pianura Meccatronica del Canavese, la fascia lungo l’autostrada Milano Venezia, il manifatturiero veneto e adriatico sono oggi solo capannoni vuoti, abbandonati e fatiscenti. L’Europa e l’Italia hanno perso centinaia di migliaia di posti di lavoro, centinaia di miliardi di produzioni annue, patrimoni di conoscenze tecnologiche, una o due generazioni di personale qualificato.

Vanno riveduti i criteri con i quali si ammettono importazioni di prodotti da paesi con pratiche salariali ignobili, vanno imposti limiti severi alla esportazione di processi produttivi e tecnologie, va incentivato il rientro di industrie delocalizzate. La libera circolazione di merci da paesi che sfruttano in modo ignobile la manodopera è una pratica suicida indecente e inammissibile.

 

Difesa

L’autorevolezza e lo spazio politico nelle sedi internazionali non sono garantiti solo dalla diplomazia e dalla politica: alle affermazioni dialettiche vanno associati concreti e credibili strumenti di implementazione e di “enforcement”. La Costituzione italiana “…ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…” ma c’è uno spazio di principi etici che va difeso, uno spazio di libertà di popoli e genti che richiede attenzione da parte dei Paesi ricchi e liberi, uno spazio di imprese che lavorano in territori pericolosi che vanno garantite. Attenzione che deve avere riscontro con strumenti in grado di renderla efficace. Il dibattito su questo concetto è duro ma il dettato costituzionale italiano è chiaramente inadeguato e pone il Paese in situazioni di continuo imbarazzo. L’Europa non può dipendere dagli eserciti degli Stati Uniti, né questi sono oggi ancora disponibili per il servizio. Bisogna prenderne atto e decidere di conseguenza. L’Europa disarmata è fragile ed esposta a ogni sorta di ricatto. Mai come oggi l’assioma dell’antica Roma (si vis Pacem para Bellum) è stato così vero: la migliore tutela e garanzia della pace sta in una forza armata capace di garantirla. Un assunto fondamentale ineludibile.

 

 

 

Invecchiamento demografico

L’Europa sta invecchiando: la campana demografica indica una situazione oggi pericolosa e catastrofica quando proiettata nel futuro. Il ringiovanimento demografico non può essere lasciato all’immigrazione terzomondiale, medio-orientale o dall’est Europeo. Questo è il fenomeno più preoccupante e più difficile da affrontare sia nella congiuntura che strategicamente. Il primo passo è prenderne atto e prendere atto delle sue conseguenze. Le soluzioni seguiranno, sia strategiche che congiunturali.

 

Immigrazione

Il fenomeno nelle dimensioni attuali ha connotazione chiaramente catastrofica sia per il numero dei migranti, sia per il loro profilo culturale e religioso, e di qualifiche professionali. L’Europa deve impostare e applicare procedure di identificazione, di verifica delle competenze e di verifica dello status: profugo politico o emigrante economico clandestino. Saranno poi attuate misure di rimpatrio negoziate con i Paesi di partenza per garantire la incolumità e la libertà dei soggetti rimpatriati sulla traccia di quanto fatto in questi giorni dall’Australia con l’Iran. Contemporaneamente vanno consolidate misure per la integrazione e l’adattamento degli immigrati già accolti: chi non accetta di partecipare a questi programmi deve essere posto davanti all’alternativa di rimpatrio. Gli imam che predicano comportamenti di rifiuto della legge e di contestazione delle tradizioni dei paesi ospiti vanno espulsi con procedura diretta e inoppugnabile. Il rispetto delle leggi, tradizioni e cultura del paese ospite deve essere un categorico ineludibile responsabilmente accettato, chi vuole essere rispettato deve rispettare. Qualunque offesa a questo principio deve implicare l’espulsione senza appello. L’accoglienza incondizionata è una pratica complice di regimi assoluti di connotazione nazista.

 

Energia

La transizione a energie fluenti dei sistemi energetici europei deve essere facilitata e incentivata, vanno finanziati programmi di ricerca per la invenzione di tecnologie di accumulo energetico a basso costo e alta capacità. La svolta determinante avverrà con l’accoppiamento del parco automobilistico motorizzato da propulsori elettrici alimentati da energia di origine eolica o solare con i sistemi di accumulo territoriali accessibili da terminali diffusi. Nell’arco di circa trenta anni questa ipotesi tecnologica consentirà di ridurre del 30-40% la dipendenza da combustibili fossili dell’Europa.

Un cambiamento epocale con conseguenze macroeconomiche, ambientali, occupazionali oggi a malapena definibili.

 

Educazione/Ricerca

La crisi che dal 2008 e forse anche da prima di questo anno soffoca l’economia europea ingrossando le file dei disoccupati in particolare dei giovani neo-laureati o neo-diplomati sta provocando una fuga di cervelli verso paesi che offrono occupazione e potenzialità di carriera.

Decine di migliaia di giovani vanno via dall’Europa e dall’Italia ogni anno (nel 2014 13 mila giovani italiani sono venuti in Australia). Si tratta di una perdita immane di risorse intellettuali e di lavoro che l’Europa sta regalando ai paesi economicamente forti o caratterizzati da dinamiche di crescita economica. Ogni giovane laureato è costato al Paese (famiglia e società) decine di migliaia di Euro di infrastruttura scolastica e universitaria, ogni giovane laureato inserito in una realtà produttiva straniera produce reddito e profitto per decine di migliaia di dollari/Euro all’anno. Nel complesso sono milioni di dollari che non entrano nell’economia nazionale, ma maggiore, incalcolabile, è il danno per le idee e per il potenziale di innovazione che i giovani cervelli possono garantire in un robusto contesto industriale economico produttivo.

Oltre a riforme non demagogiche della pubblica istruzione deve essere inventata e istruita una area di “parcheggio” post universitario attivo per i giovani incentivando le aziende private e pubbliche perché creino questo spazio di attesa attiva, produttiva e formativa che riduca la fuga dei cervelli e la disastrosa perdita di risorse intellettuali del paese.

 

Ambiente

La difesa dell’ambiente va organizzata su basi scientifiche evitando e reprimendo le forme di fanatismo verde pericolose e contro-producenti che oggi occupano un spazio lasciato libero dalla inadempienza e incultura dei governi dei paesi dell’Unione Europea e del Governo di Bruxelles. Esempio clamoroso la gestione isterica del problema degli OGM: l’Italia li ha vietati in blocco sulla base di sciocche generalizzazioni ed è costretta ad importare prodotti geneticamente modificati da altri paesi europei.

 

GFC: il mostro finanziario

La Grande Crisi Finanziaria del 2008 non è stata ancora superata, non sono stati individuati e perseguiti i responsabili della finanza criminale negli Stati Uniti e in Europa. La BCE si deve fare carico di una indagine severa e il Governo di Bruxelles deve agire per recuperare i capitali sottratti alle banche europee dal capitalismo finanziario criminale USA.  Allo stato attuale la crisi senza fine dell’Euro anche conseguenza delle divisioni fra gli Stati membri e delle misure deboli, lente e pasticciate decise a Bruxelles costituisce un grande regalo agli Stati Uniti e al dollaro che di fronte alla debolezza dell’Euro sembra moneta forte e sicura, dove la realtà è ben diversa. La valuta americana con l’enorme privilegio garantito dall’essere l’unica imposta al mercato del petrolio (fisico e finanziario) scarica sul resto del mondo il malessere della macroeconomia USA con impliciti enormi vantaggi per l’economia americana: un problema che l’Europa di Bruxelles dovrebbe affrontare con molta franchezza, forse più importante della dimensione delle fragole…a proposito di “free riders” (scrocconi). Per il presidente Obama, per la Banca Federale, per le banche americane e per le grandi industrie USA l’immagine di superiorità americana associata alla fragilità dell’Euro tutto sommato è una proficua combinazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Plaidoyer pour l’Europe décadente

(In defense of Decadent Europe),

Raymond Aron, pubblicato nel 1977.

 

Manifeste pour une renaissance européenne,

Alain de Benoist

Pubblicato su Elements 94 nel Febbraio 1999

Edizione inglese del 2012 Arktos Media Ltd, Londra

 

Nach dem Krieg: Die Wiedergeburt Europas,

Jürgen Habermas et Jacques Derrida (sottoscritto da Umberto Eco)

Pubblicato da Frankfurter Allgemeine Zeitung  il 31 Maggio 2003

 

After the Fall:

the End of the European Dream and the decline of a Continent

Walter Laqueur, 2011

Thomas Dunne Books, St. Martin Press, New York.

[1] Dopo la pubblicazione del suo libro Aron disse che il titolo era sbagliato e avrebbe dovuto essere Plaidoyer pour l’Europe liberale (In defense of Liberal Europe).

[2] Interessante il recupero dell’Illuminismo da parte di Habermas: per l’ortodossia leninista il concetto stesso era da sempre ritenuto blasfemo.

NOTE:

[1] Dopo la pubblicazione del suo libro Aron disse che il titolo era sbagliato e avrebbe dovuto essere Plaidoyer pour l’Europe liberale (In defense of Liberal Europe).

[2] Interessante il recupero dell’Illuminismo da parte di Habermas: per l’ortodossia leninista il concetto stesso era da sempre ritenuto blasfemo.

 

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
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Una risposta a Gli scenari dell’Europa nel pensiero contemporaneo

  1. Ornella Mariani ha detto:

    ANALISI GRANDIOSA Date: Wed, 9 Mar 2016 10:39:50 +0000 To: ornmariani@hotmail.com

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