La non scissione del PD

 

Lorenzo Matteoli

Venerdi 17 febbraio 2017

 

Guardiamo tutti con molta curiosità, alcuni con speranze attive, altri con previsioni funeste, alla prossima scissione o non scissione del PD.

Comune sensazione è che in questo modo il PD non può andare avanti: invece di “fare politica” l’attività principale dei dirigenti è il litigio settario. Non è sana dialettica interna, linfa vitale del dibattito in un partito politico. I vecchi e nuovi compagni non discutono, confrontano, elaborano idee, progetti, programmi proposte e strategie, ma molto più brutalmente …cercano la jugulare. Senza esclusione di colpi.

Non sono “dentro” le cose del PD, ma come quasi tutti gli italiani, guardo da fuori e cerco di farmi qualche idea: questa mia analisi è quindi l’analisi di uno qualunque. Come la maggioranza di noi siamo.

La domanda da un milione di dollari

Dove sta “la sinistra” oggi in Italia?

È anche la domanda che si pongono, o almeno si suppone si pongano, i dirigenti del PD e i dirigenti della “minoranza” interna del PD. Perché se il PD vuole essere un partito di sinistra la nozione fondamentale è sapere dov’è la sinistra oggi in Italia, se c’è (ci sia), e possibilmente anche com’è (come sia).

La risposta a questa domanda è quello che divide le due parti impegnate nella lotta fratricida in corso. Nessuna delle due peraltro si è ad oggi sbilanciata in una definizione o “narrativa” chiara.

Bersani leader (non)-scissionista-triste importante, dice che il PD di Renzi “non è più la sua casa”, ma ci si chiede se la sua casa era il PD di quando ne era lui segretario. Forse anche il pettinatore di bambole avrebbe dei dubbi, ma una definizione diversa non l’ha data, nemmeno “mangiata e cotta”. Più a sinistra? Vendoliano? Rifondarolo? Cossuttiano? Ferreriano? Civatiano? Tutte formule e nomi veramente “mangiati e cotti” che non sono mai usciti dal 3-4%. E come sarebbe diverso il PD di Bersani? Emiliano casareccio? Tortelein?  Forse gli basterebbe che non fosse “renziano”…ma i contenuti? E come si porrebbe il suo PD tortelein con Grillo? Si farebbe mangiare un’altra volta?

D’Alema (Dalema?) il Richelieu della scissione “intelligente”, propone formule quasi morotee, ma come leader di un PD di sinistra-sinistra non ha le carte in regola.  Ancora meno come leader di un PD a caccia dei voti ipoteticamente socialdemocratici degli assenti. Sia Bersani che D’Alema e ora forse anche l’etereo Andrea Orlando sono a disagio nel PD a trazione Renzi, ma non sono chiari i confini tra il disagio per motivi personali e il disagio per motivi di progetto politico-culturale.

Questa minoranza, dove l’unico giovane è Speranza, ma non basta essere giovani, ci vogliono anche idee “per”, ritiene che ci sia una sinistra disponibile valutata (copyright Dalema) nel 10%. nascosta da qualche parte tra loro e lo spappolamento ideologico vendoliano. Nascosta molto bene.

La domanda è cosa fai con il 10% (fra l’altro comunque litigioso perché la coppia Dalema-Bersani +Speranza, non garantisce una granitica compattezza) contro il 30% probabile di Grillo e il 15% probabile di Salvini?

Quel 10% nell’ipotesi di una alleanza con Vendola scenderebbe di colpo al 6%. Quindi marginalità garantita o ammucchiata funesta.

Non ci si meraviglia dunque se la richiesta vera di questa s-compagine è di “parlare”. Parliamone, discutiamo, programmiamo, parliamone ancora, analizziamo, distinguiamo, sillogizziamo, rimandiamo congresso, rimandiamo tutto, parliamo, discutiamo, analizziamo. Una vecchia malattia delle molteplici sinistre italiane. Dei problemi si parla, non si risolvono, se ne parla.

Dall’altra parte Matteo Renzi, carico del peso di “errori”, della responsabilità della ‘sciagura’ del 4 dicembre, e tarato dalla sbruffoneria fiorentina che non piace al Nord e nemmeno al Sud. Costretto dal suo ottimismo a raccontare palle che ora gli vengono addebitate senza sconti. Ma come può un primo ministro italiano manifestare pessimismo senza suicidarsi? In Italia oggi si può essere ottimisti senza raccontare palle?

L’unica arma formidabile che ha in mano Renzi è la convinzione che ci sia una sinistra socialdemocratica nascosta nel bosco che lo separa dalla attuale palude del centrodestra a trazione Alfano e che questa sinistra socialdemocratica sia pronta a votare per lui se si depura della infida “minoranza” interna. Secondo lui sono quelli che gli hanno dato il 40% dei voti il 4 dicembre. Mentre Bersani fa finta di volere la scissione, ma sa benissimo che fuori dal PD per lui c’è solo la pensione e il bassotto da portare a fare la pipi. Renzi la scissione la vuole veramente perché ha capito che la ‘minoranza’ interna non ha futuro fuori dal PD e dentro rischia di affossare le magre speranze che il PD ha di confrontarsi in modo credibile con i Grillini. Se ne ha. Per questo gioca tutto sul logoramento e spera nella intransigenza della setta che trascini Bersani e gli altri pensionandi dove non vorrebbero assolutamente andare. Meno Dalema che ha ancora speranze impronunciabili.

C’è poi Emiliano, the rising star del PD, latore di un renzismo senza Renzi di marca pugliese. Le sue tare sono la Puglia e la ex-magistratura. Ma è presto per valutare la sua effettiva potenzialità. Per me scarsa, ma è solo una mia sensazione.

Nell’arco dei prossimi mesi vedremo chi vincerà la resa dei conti interna del PD.

E poi c’è Gentiloni…l’uomo tranquillo.

 

Tempi interessanti

Perché il contesto globale nel quale si muove la crisi italiana è un Oceano in tempesta: Trump che spappola l’impero Americano, l’Europa, senza leadership e senza strategie, tenuta insieme da una moneta unica tarata, fragile, pre-fallimentare, anche se irreversibile, nelle mani del Quantitative Easing di Draghi, e della Mogherini che dice che i rapporti con l’America di Trump dovranno essere rivisti. Mentre la Cina, vera superpotenza globale,  si sta comperando il mondo.

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
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