Il “Potere” come sistema-rete complesso

Obbiettivo
Obiettivo di questo esercizio è la definizione di una figura che rappresenti il potere nella sua complessità e articolazione per consentirne una costruttiva noncomprensione. Nulla è più scoraggiante del non riuscire a comprendere qualcosa. Accettare di non comprenderla può essere utile per gestirla, parteciparla o escluderla. Un po’ come ha fatto la filosofia cattolica con la Santissima Trinità: la sua qualifica di mistero della fede altro non è se non una posizione per la sua noncomprensione. I vantaggi che possono venire da una accettata noncomprensione sono alla base di tutte le più importanti conquiste scientifiche e della matematica in particolare. Una scienza solidamente basata sulla assoluta noncomprensibilità dei suoi fondamentali concetti, e sulla loro posizione come tali.

Noncomprendere, fra le altre cose, significa avere la analitica distillazione dei dettagli e non poter afferrare il significato complessivo di un sistema nel quale interagiscono molti elementi e molti subsistemi caratterizzati da forte variabilità. Il concetto è omologo a quello dell’intuizione pre-rinascimentale…poetica nel senso vichiano. [1]

 

Il Potere

Ilpoterein una società civile è il sistemarete di rapporti, funzioni e interazioni che ne progettano, organizzano, dirigono, informano le attività
secondo finalità specifiche
esplicitamente, implicitamente o accidentalmente definite
o volutamente non definite
da soggetti che facciano parte di quella società
o che vi siano in qualche modo coinvolti.

Rapporti, funzioni e interazioni che possono essere di svariata natura: ufficiali, ufficiosi, istituzionali e non, politici, gerarchici, giuridici, economici, finanziari, sindacali, religiosi, fisici, sessuali, di forza, affettivi, sociali, culturali, commerciali, di impresa, mediatici, logistici, comportamentali, antropologici, intuitivi, poetici, sentimentali, accidentali, espliciti o impliciti… e ancora, variamente combinati e interagenti nel tempo e nello spazio (storia e geografia), a scala nazionale e internazionale.

Il “potere” comprende il Governo e Opposizione, ma non coincide né con l’uno né con l’altra, può identificarsi, sovrapporsi, essere sinergico, neutrale o antagonista rispetto al Governo e all’Opposizione.

Le regole sono variabili e congiunturali. Non necessariamente chiare né qualificabili. Mentre le specifiche parti e sottosistemi del sistema-rete complessivo hanno in genere scopi e obbiettivi precisi e regole coerenti con i motivi della loro particolare istituzione o formazione,[2] la disorganica mutualità fra di loro, mentre non tocca il loro scopo specifico che resta chiaro, rende le modalità funzionali e le tattiche dell’intero sistema molto meno chiare se non del tutto oscure e incomprensibili. Al limite e alla fine questa scarsa chiarezza funzionale incide anche sul risultato finale del sistema di potere e in genere lo compromette. L’obiettivo era chiaro, ma il risultato non corrisponde.

L’esistenza di ‘capi’, presidenti, direttori, generali, ministri, sindaci consiglieri e assessori, ammiragli, capitani, boss e altre figure di comando e decisione non deve ingannare, esistono e comandano all’interno e nell’ambito del sistema di reti nel quale giocano ruoli consistenti con la dinamica ineffabile del sistema complesso. Si assumono o gli vengono conferite responsabilità, ma in realtà ne hanno solo una immagine minima.

In letteratura si trovano molte definizioni del potere, ma quasi sempre molto sintetiche, non consentono la comprensione del concetto complesso e una sua analisi funzionale articolata. Quasi tutte assumono l’ipotesi di una “figura” identificabile come soggetto detentore del potere: individuo o associazione di individui, organismo istituzionale eletto o meno. Una ipotesi che non è rappresentativa dell’essenza vera del “potere” che oggi, nel degrado della democrazia, non ha più una identità specifica e definibile, ma è diffuso, dotato di struttura informale continuamente variabile oppure, con un aggettivo di moda: liquido.

Tutte le definizioni di potere in letteratura sono caratterizzate da un fondamentale errore concettuale: danno per scontata la comprensibilità del potere, che invece è una entità caratterizzata da non comprensibilità. Tanto che vale l’assioma: un potere comprensibile non è un potere. Proprio come una divinità comprensibile non è una divinità…

Tutte le definizioni e le ipotesi di configurazione oggettuale formalizzata del potere, di sua collocazione identificabile nella struttura sociale, sono pericolose perché portano, in sede di gestione e confronto politico, a errori che possono avere tragiche conseguenze, sempre a inefficacia. Un errore che ha caratterizzato sia la critica marxista che quella liberale e tutte le numerose correnti di pensiero che da quei filoni sono derivate, fino alle più attuali e moderne. Non Antonio Gramsci che invece, molto lucidamente e con lungimiranza, aveva individuato nell’ egemonia culturale il concetto che indica le varie forme di dominio culturale e/o di direzione intellettuale e morale da parte di un gruppo o di una classe che «sia in grado di imporre ad altri gruppi, attraverso pratiche quotidiane e credenze condivise, i propri punti di vista fino alla loro interiorizzazione, creando i presupposti per un complesso sistema di controllo». Un concetto molto moderno e attuale, difficilmente comprensibile dalla cultura dominante quando venne espresso. O, più probabilmente, rifiutato per la matrice “comunista“. O ancora per la implicita, pericolosa, orwelliana minaccia. Applicato con sistematica disciplina e grande successo specialmente dal PCI in Italia. Il Partito attento agli insegnamenti del Maestro.

La complessità e la diffusione sono le caratteristiche che rendono il sistema-rete di potere soggetto a deviazioni e deformazioni fisiologiche o patologiche che ne esaltano la potenziale capacità di interdizione dell’azione dei governi e in genere di qualunque responsabilità di guida, che, in casi estremi, ne possono provocare il collasso o il blocco funzionale completo.

La definizione, nella sua più ampia accezione, si applica ai vasti sistemi politici e corporativi (corporate bodies) nazionali e internazionali, ma anche ai micro-sistemi aziendali o ai micro-sistemi delle comunità sociali, fino alla cellula familiare.
La letteratura

La letteratura sul “potere” è monumentale: se ne sono occupati e se ne occupano da sempre e continuamente, filosofi, storici, sociologi, politologi, politici, burocrati, magistrati, re, presidenti, papi, giornalisti e normali cittadini, ma è sempre utile riflettere su come è fatto e come funziona il sistema-rete del “potere” in una società moderna e complessa, per capire, se mai fosse possibile, come lo si possa gestire, controllare, cambiare, conquistare, squalificare, usare, abusare, corrompere o riportare dentro gli argini della decenza e della civile liberale convivenza, in un regime democratico, senza forconi e senza ghigliottine, polizia, galere, gulag, torture, propaganda o altre malversazioni più o meno interessanti, subdole, crudeli, odiose, criminali.

 

Breve storia

Per migliaia, decine di migliaia di anni il potere è stato monocratico. Nella società dei cacciatori era il cacciatore più forte della famiglia-tribù che aveva il comando. L’alfa-uomo comandava, gestiva la giustizia, organizzava la caccia, divideva gli animali uccisi, sceglieva le sue donne, puniva e premiava secondo il suo personale arbitrio o saggezza. Il suo strumento di comando era il rispetto della sua forza e della necessità della sua azione sul terreno di caccia. Poteva avere assistenti deputati a qualche funzione accessoria. Quante migliaia di anni ci siano voluti perché il potere dell’alfa-uomo venisse moderato o associato da altri soggetti della comunità, famiglia, tribù è luogo di ipotesi, leggende e fiabe, ma non di storia. È probabile che la prima associazione al potere monocratico personale dell’alfa-uomo sia stata quella del sacerdote-stregone quando questa figura riuscì a distinguersi da quella dell’alfa-uomo.
Nei molti secoli, millenni, successivi e nelle diverse geografie si formarono poi organi collegiali. Prima in embrione: i consiglieri del re, la famiglia allargata, la sua guardia scelta, poi sempre più formalizzati i consigli, le assemblee del popolo. La necessità di regolare il funzionamento di questi organi produsse le prime “regole”. La tradizione e i costumi dettati dal contesto ambientale formarono a poco a poco un “corpo” di norme, regole, tradizioni di condotta e di comportamento. Lo strumento di comando diventò gradualmente il rispetto delle norme amministrato dal “capo”. Non più il capo come soggetto individuale.

La responsabilità del “capo” era quella di garantire la sopravvivenza della famiglia-tribù: la sopravvivenza dei suoi soggetti e del “capo” era il “progetto” del sistema di potere. La migliore sopravvivenza del gruppo sociale era anche lo scopo delle “regole”.

Dal potere monocratico del “capo tribù” si è passati alle oligarchie, alle monarchie assistite da consigli e poi parlamenti e quindi alle repubbliche parlamentari di connotazione democratica, sostanziale o meramente formale. Le società si sono complessificate e si sono formati i sistemi-rete interattivi, diffusi, liquidi, di relazioni e funzioni che oggi ospitano e che si identificano con “il potere”, secondo dinamiche continuamente variabili che sfuggono a una rappresentazione oggettuale. Con queste reti si confrontano oggi, in modo raramente vincente, i governi eletti delle democrazie.

 

Il progetto.

La condizione prima per qualunque struttura di potere è il “progetto”: la dichiarazione, definizione, oppure la assunzione, degli obbiettivi di una società e delle modalità per raggiungerli.

Indipendentemente dal tipo di società, di organizzazione politica, di contesto antropologico, geografico, storico, culturale ed economico il progetto ufficiale dichiarato, esplicito o storico implicito, presunto o assunto, vero o falso, del potere è sempre quello della ottimazione, oggettiva o soggettiva, della condizione ambientale, economica, sociale e individuale dei membri di quella società. Secondo una convinzione molto popolare oggi, anche in ambiti sociali e culturali sofisticati, ci sono segrete cupole o elites chiuse depositarie del potere planetario globale (Bilderbeg, Davos, Aspen, CIA e simili).[3] Si tratta di una semplificazione ingenua e affascinante, ma è di nuovo l’errore di identificazione oggettuale di una entità che non può essere contenuta in un organismo esistente e reale. I fautori di questa interpretazione spesso si confondono con l’altra credenza popolare: quella che tutto avvenga come conseguenza di un “complotto” ordito e organizzato da una fantastica “cupola”.

La realtà è molto più vaga, complessa e interessante. Il sistema-rete del potere è soggetto a controllo, ma questo non è nelle mani di individui o gruppi di individui, istituti o associazioni più o meno formalizzate, ma è nella struttura stessa del sistema, che è autoreferenziale (sistemi la cui struttura è lo stesso sistema sono definiti auto-referenziali cfr Niklas Luhmann)

È vero che il ‘progetto’ sociale complessivo e implicito propone sempre una società più giusta, eguale, e coerente con le condizioni ambientali, ma è anche vero che questo progetto viene affrontato dalla interazione di una miriade di operatori e soggetti con diverse competenze, interessi e funzioni che, sulle modalità e sugli strumenti per realizzarlo, hanno idee diverse. Non sempre documentabili, spesso sostenibili solo attraverso assunti ideologici, atti di fede, convinzioni soggettive e pregiudiziali, imposizioni nascoste dalla qualifica di ‘politiche’. Di qui la generale conflittualità della dialettica politica e sociale che sottendono. Anche una autorità gerarchica del massimo livello all’interno del sistema-rete, quale ad esempio un Governo, non ha mai la capacità di intervenire in modo esecutivo, finale, determinante, ma è sempre mediata da funzioni operative intermedie che modificano, interpretano, deformano l’oggetto secondo le loro intenzioni, la loro specifica volontà e competenza.

Il risultato finale, se mai esiste un risultato finale, è il prodotto del potere secondo il processo che il sistema-rete, nella situazione contingente, ha determinato con le improbabili, ma forti dinamiche che lo caratterizzano.

 

         Alcune caratteristiche del sistemarete

La visione del potere come ineffabile, diffuso e liquido ectoplasma non deve ingannare: in specifiche situazioni di contesto storico il sistema-rete può acquisire connotazioni che possono essere più precise quando una delle interazioni o funzioni prende particolare vigore. Talvolta anche troppo precise. Può essere la componente politica in uno dei suoi segni, oppure la componente religiosa, o quella imprenditoriale, finanziaria nazionale o internazionale, economica, militare, sociale. Il potere cambierà assumendo il profilo più coerente con la funzione dominante e quindi avrà una identità meno vaga: sarà più comprensibile.

La transizione verso la comprensibilità dei sistemi complessi è in genere connessa con loro trasformazioni pericolose. La eccessiva semplificazione del sistema di potere è in genere una caratteristica negativa e corrisponde quasi sempre a qualche forma di gestione totalitaria del sistema. D’altra parte un sistema eccessivamente complesso, per numero di fattori interagenti, per importanza e forza dei singoli fattori, per numero di input nel tempo, può nascondere altri pericoli perché nella rete complessa si possono insediare linee di controllo forzosamente semplificate, non percepite, deformate, più o meno legittime, che agiscono approfittando della o coperte dalla complessità e sempre nel suo ambito.

Al sistema-rete di potere non si applicano le regole che valgono per altri sistemi complessi, che non consentono modellazione o studio mediante simulazioni. Questo per l’eccesso di variabili e per la aleatorietà della loro variabilità oltre che per la forte stocasticità degli eventi caratteristici. Il sistema atmosfera/oceani, un esempio di sistema complesso ad elevata variabilità, può essere osservato in tempo reale con i satelliti: la modellazione avviene sulla realtà che viene interpretata mediante il confronto con sequenze storiche o statisticamente ricostruite.
Non ci sono invece satelliti che consentano di osservare una società civile e le variabili che ne caratterizzano lo svolgimento per effetto del sistema di governo o del sistema-rete di potere. Il sogno della sociologia.

Le indagini di opinione non possono rappresentare l’elemento dinamico che caratterizza l’evoluzione storica delle società civili complesse dove si sia formato un sistema-rete di potere come quello tentativamente definito all’inizio di questo esercizio. Il grande numero di operatori e delle variabili possono significare relativa stabilità del modello generale, ma non essendo disponibile una misura delle condizioni critiche, come per l’atmosfera, è impossibile conoscere la resilienza o la fragilità del sistema. Una minima variazione del fattore ennesimo può essere catastrofica. Per simmetrica analogia è possibile ipotizzare che sistemi-reti di potere deboli per la molteplicità e per i mutui antagonismi degli operatori, non siano in grado di produrre una guida efficace per il raggiungimento degli obbiettivi di progetto e questo nonostante la chiarezza, la necessità o urgenza dei medesimi.
Questa difficoltà o impossibilità sembra confermata dalla situazione politica in Italia degli ultimi 40 anni dove nessun governo è riuscito a implementare le misure urgenti e necessarie per il recupero della situazione economica e finanziaria del Paese. Il problema non è la competenza, non era la credibilità, non l’autorevolezza e non l’economia (come diceva Clinton).

Il problema è la cultura. La cultura della gente. La gente non partecipa se non si fida. Per avere la fiducia della gente non basta l’autorevolezza, non basta la competenza, non basta la chiarezza del linguaggio. Tutte condizioni necessarie, ma non sufficienti. Per ottenere fiducia bisogna saper comunicare con affetto, con passione e con umiltà. Con la fiducia della gente qualunque governo, potrebbe superare tutte le difficoltà che oggi inchiodano il paese nella marginalità inefficace. Oggi la comunicazione è controllata da altre componenti del sistema-rete di potere (sindacati, confindustria, stampa, TV, banche) il segnale che arriva alla gente è parziale, confuso, contraddittorio, irritante, inutile, spesso falso e pericoloso. Quasi sempre inquinato da moralismo urlato, sciocco, travestito da sensibilità etica. Purtroppo demagogicamente efficace. Sembra più vero che mai dunque che la cultura sia la chiave risolvente dell’impasse: secondo l’intuizione che fu a suo tempo di Antonio Gramsci, di nuovo attuale e forse oggi ascoltata con più attenzione.

Quale cultura? ci si deve chiedere, una domanda che trova scarna risposta nell’opera del filosofo critico caposcuola della critica marxista italiana. La cultura è un concetto quanto mai vago disastrosamente tradito dalla democrazia degradata. Infatti una interpretazione sfortunata e una applicazione ancora più infelice del concetto di democrazia ha portato al potere del popolo senza che questo sia in alcun modo associato alla competenza del popolo e ancor meno a quella dei delegati eletti e costantemente rinnegati e svuotati di delega. L’unica cultura dominante è oggi quella prodotta dalla demagogia dei talkshow e dell’informazione di consumo quotidiano, assolutamente dissociata da qualunque competenza e, ancora di più, da qualunque responsabilità. È proprio il degrado di questa democrazia, che ha insediato il sistema-rete di potere liquido che sta soffocando la politica e la governabilità, lo stesso che uccide la possibilità di comunicare tra la gente e il governo. La cultura che deve esse recuperata oggi è quella che definirei la cultura della interazione competente delle singole reti e della armonizzazione dei loro effetti nel sistema generale.

In accezione più ampia la cultura delle relazioni fra individui e fra individui e società.

Il problema è colmare lo spaventoso vuoto da disinteresse e rifiuto provocato e voluto da qualche secolo di degrado della democrazia. Un Paese con una opinione pubblica correttamente informata e attrezzata culturalmente per interagire supera la non comprensione del sistema-rete liquido.

Ecco una fotografia pessimistica, ma non molto lontana dalla realtà, della situazione italiana dopo 2023 giorni (67.5 mesi) di governi emergenza dal 16 Novembre 2011 al 31 maggio 2017:

Il mercato del lavoro non si riforma, la scuola non si riforma, la giustizia non si riforma, il sistema fiscale non si riforma, lUniversità non si riforma, non si controllano le spese delle amministrazioni decentrate (regioni, provincie, comuni), il sistema del credito non si riforma, la massiccia, ridondante burocrazia della macchina statale è intoccabile, gli stipendi e le vergognose liquidazioni dei vescovi conti del parastato non si toccano, liberalizzazioni zero, privatizzazioni zero, dismissione beni demaniali zero, investimenti per il rilancio zero.

È chiaro che l’interdizione suicida del sistema-rete di potere in Italia è solida e più che mai aggressiva ed efficace. I governi sono prigionieri, avvolti dalla rete al punto che non riescono nemmeno a denunciare la situazione che risentono, ma non vedono. Credono di negoziare, concertare, ma in realtà subiscono.

I governi non riescono a fare nulla se non a gravare di tasse la popolazione e le imprese, tasse che pesano maggiormente sui redditi bassi. l’IVA oltre al venti per cento soffoca le famiglie e gli artigiani e incoraggia l’evasione. Il debito pubblico aumenta oltre la soglia della sostenibilità. Il pareggio di bilancio senza tagli agli sprechi è impossibile. Non ci vuole un grande acume politico per vedere che in questo modo non solo non si esce dalla crisi, ma ci si affonda sempre di più.

Il dibattito scioccamente sterilizzato sul falso problema austerità/pubblica spesa, mentre dovrebbe essere impostato su sprechi/non sprechi, efficacia/inefficacia: prima di qualunque taglio alla spesa sociale o al welfare è necessario affrontare con fermezza l’enorme spazio di spreco sistematico imposto dal parassitismo clientelare cronico e fisiologico italiano. Uno spazio che consentirebbe un recupero di efficienza e un innesco di risanamento dei conti pubblici vigoroso e a breve termine.

Lo scenario a breve medio termine non può che derivare da questo quadro.
In qualche modo si dovrà bloccare il sistema-rete o con una crescita culturale della opinione pubblica, oppure per l’intervento di una leadership illuminata, oppure con un governo di salute pubblica.

Escludendo perché inaccettabili o utopiche le ipotesi del leader illuminato e della dittatura di salute pubblica vale la pena considerare l’ipotesi della crescita culturale della pubblica opinione.

 

La cultura delle relazioni

La forza dell’individuo moltiplicata dalla sua interazione con il sociale.

Secondo questo scopo vanno valutati e re-impostati tutti i programmi di educazione, istruzione, formazione oggi purtroppo praticati in Italia, ereditati da ideologie e filosofie incoerenti e percorsi da pedagogia approssimativa.

Una vera rivoluzione deve essere attuata nei primi tre anni scolari e negli asili infantili dove si formano i profili caratteriali dei soggetti che ne determineranno i comportamenti esistenziali in modo irreversibile.

Vanno rieducati gli educatori. Vanno selezionati e pagati molto bene gli educatori.

La scuola come oggi organizzata e gestita di fatto mortifica la potenza di apprendimento dei giovanissimi cervelli. Invece di insegnare ad apprendere, uccide la potenzialità conoscitiva naturale dettando e impartendo elementi di conoscenza predigeriti ed esausti. Costringendo la favolosa potenza induttiva dei cervelli freschi e pristini con schemi, grammatiche, paradigmi e dati: gabbie tossiche dalle quali solo pochi eccezionalmente dotati riusciranno a fuggire e a liberarsi, anche quei pochi non senza danni e senza prezzi pesanti esatti dalla liturgia imposta. Vanno educati individui, soggetti unici, tutelandone la individualità unica e preziosa. Questa va integrata dalla capacità di interagire con gli altri e con il sociale. Il tutto in una rete interattiva sostanzialmente rispettosa.

Il rigore comportamentale oggi condizionato dalla educazione per grammatiche e schemi deve essere recuperato e applicato, ancora più rigorosamente, all’apprendimento liberato dagli schemi e dalle liturgie conformi.

Una posizione che richiede enormi investimenti, studio elaborazione pratica e implica tempi lunghi, ma se non verrà impostata e applicata si confermerà la catastrofe attuale per altre generazioni.

Solo soggetti utenti attrezzati in modo consistente da una istruzione liberata dagli schemi potranno utilizzare l’enorme potenza strumentale delle tecnologie che saranno disponibili senza il pericolo di venirne dominati e schiacciati.

 

 

[1] “…se bene vi si rifletta, il vero poetico è un vero metafisico a petto del quale il vero fisico che non vi si conforma dee tenersi a luogo di falso.” Giambattista Vico, Principj di Scienza Nuova, d’intorno alla comune natura delle Nazioni. Milano 1836, dalla Società Tipografica dei Classici Italiani. p. 200 Volume V.

[2] L’associazione dei banchieri ABI, la Confindustria, l’Assomineraria, la bocciofila di Poirino, i Boy Scout, il Sindacato dei Tranvieri, …La Filodrammatica di Borgo a Buggiano, il Coro della Cappella Sistiina…

[3] Mentre è improbabile che ci siano enti o soggetti che complottano è invece vero che molti degli enti sospettati o accusati di complottare agiscano più saggiamente su strategie di lungo termine connotate culturalmente: far crescere quell’opinione comune e diffusa che annulla l’efficacia del sistema rete liquido e induce elementi di orientamento specifici della dinamica complessa. Molto simili ma non identici a funzioni di guida.

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
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