Il crollo del viadotto sul Polcevera 2

Ex Post

Dalla cronaca e dai racconti dopo il crollo emergono elementi nuovi per descrivere una figura sempre più precisa di quello che è avvenuto e delle vicende precedenti.
Da anni si sapeva che la situazione  strutturale del ponte era “terminale”  gli interventi di manutenzione finalizzati alla sostituzione  con cavi esterni dei cavi interni al calcestruzzo erano fin troppo significativi del giudizio che l’ingegneria dava della affidabilità dei “tiranti” o “stralli”.
Poco si sa, per ora, sulle condizioni delle strutture portanti orizzontali in cls pre compresso, ma vanno tenuti presenti i seguenti fattori:

a. sollecitazioni dinamiche di milioni di passaggi di carichi pesanti (un TIR pesa in genere 40 tonnellate);
b. vibrazioni di varia frequenza indotte dal traffico che possono aver provocato fenomeni di ri-cristallizzazione e fragilità in punti critici delle armature in acciaio azzerandone la resilienza alla rottura fragile da impatto;
c. rilassamento plastico delle strutture in acciaio teso all’interno delle travi in cls e degrado della precompressione;
d. modifica dell’assetto strutturale ‘calcolato’ provocata dagli adattamenti delle livellette che si erano resi necessari nei primi anni dopo la costruzione per ristabilire la linearità orizzontale delle campate. Un errore del quale lo stesso Ing. Riccardo Morandi si era reso conto e che lo tormentava non poco.

Sembra da alcune testimonianze che ci sia stato un fulmine che ha colpito in qualche punto il viadotto immediatamente prima del crollo. Un fulmine quando si abbatte su un ostacolo solido è come una potente mazzata che moltiplicata da fenomeni di risonanza è stata letale per i possibili nodi della struttura in acciaio resi fragili dalle vibrazioni. La rottura fragile è consistente con la dinamica istantanea del crollo.

Molti operatori negli ultimi tre anni e anche prima, sia all’interno dell’azienda Concessionaria che all’esterno, avevano espresso dubbi sulla affidabilità strutturale del viadotto. Queste opinioni erano state stroncate da dichiarazioni drastiche, “durerà ancora cento anni“,  di alcuni dirigenti della Concessionaria.

La storia della favoletta.
Il progetto della “gronda” alternativa era stato avversato in sede politica dai rappresentanti del Movimento 5Stelle che avevano qualificato come “favoletta” la tesi della scarsa affidabilità strutturale del viadotto. Nella loro tradizionale opposizione a qualunque opera pubblica in quanto “mangiatoia” (della serie “chi fa ruba” tipica del PCI anni ’70-80).
La vicenda fino a ieri era riportata nel sito web dei 5S ed è stata cassata nella notte fra il 14 e il 15 agosto.
Oggi i 5S accusano di sciacalleria chi ricorda la storia della favoletta. Ma ci sono responsabilità politiche oltre che tecniche nella debolezza del comportamento gestionale che ha impedito di affrontare con decisione tempestiva il problema, responsabilità di “quelli che la politica viene prima della scienza“.  Sarà anche sciacalleria, ma certe cose vanno ricordate perché non se ne perda la forte implicazione didattica. Invece di cancellare la vicenda dal sito web, gesto vergognoso, sarebbe opportuno che i responsabili chiedessero umilmente scusa.

Come tutte le grandi sciagure anche il crollo del viadotto sul Polcevera è un insegnamento crudele e severo che va affrontato con molta umiltà e con molto rispetto per le decine di morti che ha provocato.

(lorenzo matteoli)

 

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
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Una risposta a Il crollo del viadotto sul Polcevera 2

  1. Paolo Bertalotti ha detto:

    A proposito dell’affermazione “chi fa ruba” e degli assurdi allungamenti dei tempi di realizzazione delle opere, con conseguenti aggiornamenti prezzi, riporto un breve testo di Vitruvio (I secolo a.C.) sul rispetto del preventivo di spesa:
    “Nella famosa e importante città greca di Efeso, come raccontano gli antichi, era stata istituita una legge di certo severa, ma sostanzialmente corretta nel suo principio. Infatti quando un architetto si assumeva la committenza di una opera pubblica fissava un preventivo di spesa per la realizzazione dell’edificio. Presentandolo poi ad un magistrato perché fosse approvato, i suoi beni venivano ipotecati fino a che non fosse ultimato il lavoro. Una volta terminata l’opera, se la spesa complessiva restava entro i termini del preventivo, l’architetto riceveva pubblici onori e riconoscimenti. Se invece il preventivo di spesa non veniva superato per più di un quarto si provvedeva a sanare il disavanzo, ricorrendo a fondo pubblico senza penalizzazioni per l’architetto, ma se il costo superava questo limite la differenza veniva prelevata dai beni dell’architetto. Magari vigesse questa legge anche a Roma e non solo per gli edifici pubblici, ma anche per quelli privati!” (Vitruvio, De Architectura, inizio Libro decimo, Traduzione Luciano Migotto)

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