Cosa impariamo dalla tragedia inglese

Dopo le vignette il testo.

Selection+Week+5
L’ipotesi secondo “remain”

Unknown
La visione British riduttiva  (ma non tanto) dell’EU.

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Un’altra visione British: UK  in fuga dal castello Europeo che crolla,
… proprio a causa della porta sbattuta da UK!!!

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La catastrofe viscerale del referendum: il sonno della ragione, la vittoria dell’ignoranza.

Nella complicata vicenda di Brexit si incrociano molte “figure” del diffuso collasso che caratterizza la gestione delle democrazie nel mondo, in modo più o meno drammatico ed esplicito nelle diverse geografie.  Di seguito il mio tentativo di analisi.

  1. La difficoltà dei governi di comunicare con la “gente”. I processi di formazione e di elezione delle classi politiche non sono in grado di rappresentare la realtà sociale che li esprime. I rappresentanti eletti non sono effettivi rappresentanti delle complesse culture che li votano, perché i sistemi elettorali sono obsoleti, e perché le motivazioni delle scelte politiche sono profondamente disturbate dalla manipolazione mediatica. La gente crede di scegliere in realtà esegue in modo automatico quello che il sistema mediatico di informazione vuole.
  2. L’interferenza dei nazionalismi etnici sul sentire comune. L’identità sociale che era una volta una categoria sentita e apprezzata a livello nazionale si è disaggregata e parcellizzata in subculture locali, etniche, di classe, economiche, corporative. Ogni subcultura è matrice di egoismi specifici, spesso antagonisti, ostili, disomogenei. Ogni egoismo facilmente strumentalizzabile e utilizzabile per obbiettivi spuri e particolari.
  3. La disuguaglianza economica. Negli ultimi 20 anni di capitalismo, post-comunismo, neo-liberismo la mancanza di meccanismi di riequilibrio finanziario fra centro e periferia delle economie di mercato, o fortemente dominate dal mercato, ha provocato un pesante aumento della disuguaglianza economica: i ricchi sono diventati più ricchi e le classi medie e i poveri sono diventati più poveri. La grande crisi finanziaria mondiale del 2008 ha accelerato la dinamica. La disuguaglianza inasprisce la dialettica sociale e radicalizza le opzioni politiche.
  4. La obbiettiva crisi culturale dell’Unione Europea, la incapacità politica  o la obbiettiva impossibilità di “riformare” l’attuale Unione e portarla verso una visione federale dell’Europa ha dato campo agli euroscettici: Brexit è nata in Inghilterra, ma i suoi embrioni sono di origine EU. Bruxelles ha obbiettive responsabilità nella tragedia inglese e non sembra sia in grado di riconoscerle né di affrontarle.
  5. Remain non è stato capace di spiegare in modo chiaro i suoi motivi, gli inglesi non hanno capito perché devono restare in una entità multinazionale, in crisi concettuale e funzionale, dopo secoli di storia imperiale/insulare di successo e sono mancate spiegazioni convincenti. Bruxelles non è stata utile, per non dire che non ha collaborato, o che non è stata in grado di collaborare.
  6. I Brexiteers non hanno espresso solidi argomenti, solo un generico sentimento nazionale di Britishness, Good Old Blighty kind of stuff in qualche caso storicamente nobile, ma in genere ai margini di un nazionalismo parrocchiale e viscerale.
  7. I vantaggi del grande mercato da 500 milioni di consumatori, chiarissimi agli operatori di impresa, industriali e commerciali o della finanza globale, lasciano la massa degli elettori assolutamente indifferente, solo motivata da una contingenza senza futuro. Per il voto leave  le conseguenze non contano. Anzi non ci sono proprio. Per la cultura populista in genere “i fatti non contano” e per coloro per i quali fatti non contano “le parole non servono.”
  8. Gli egoismi parlamentari, la difficoltà del negoziato con l’Europa ha esposto Theresa May alla aggressione di colleghi Tories che hanno visto la possibilità di sostituirla e alla aggressione dell’opposizione Labour che ha visto la possibilità di un ritorno al potere. Nessuno dei due partiti aveva proposte migliori di quelle di Theresa May come ha dimostrato il voto dopo l’esautorazione di Theresa May e la assunzione dell’iniziativa da parte del Parlamento: nessuna delle 8 proposte è stata approvata. Se Theresa  non è stata capace, il Parlamento è stato peggio di lei.
  9. Last but not least: L’errore di proporre un referendum, su una questione così complessa. La brutale semplificazione dell’opzione remain/leave  ha delegato il sofisticato problema geo-politico, culturale,  finanziario, economico alla visceralità del voto popolare. L’esperienza ha dimostrato, se ce ne era bisogno, che le procedure referendarie per problemi complessi sono una catastrofe: un vergognoso tradimento della responsabilità della classe dirigente politica e una violenta aggressione alla democrazia.
  10. Chiusura: Forse uno dei più significativi fallimenti della “politica” come istituto e come cultura e una delle più catastrofiche vittorie del viscero sulla ragione.

Oggi nel Parlamento inglese ci sarà l’ultima opportunità di votare una uscita “ordinata” dell’Inghilterra dall’Europa. Theresa May ha messo a disposizione le sue dimissioni in cambio dell’approvazione della sua ipotesi di Brexit emendata dalla dichiarazione politica sul possibile futuro post-Brexit. Se verrà di nuovo respinta ci sarà il massacro dell’uscita NO DEAL.
(lorenzo matteoli).

PS Ieri il Parlamento Inglese ha bocciato per la terza volta la proposta  Brexit di Theresa May, la possibilità di uscita senza regole (NO DEAL) è adesso all’ordine del giorno e le conseguenze sono del tutto oscure.  Se ci sia un disegno dietro questa decisione è una possibilità che scopriremo  fra poco. (lm)

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
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Una risposta a Cosa impariamo dalla tragedia inglese

  1. Wendy Charnell ha detto:

    Poor Old Blighty !

    xW >

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