Notre Dame Fire & Europe

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Unknown

 

La domanda è come mai  l’incendio che ha distrutto Notre Dame, emblema e fortissimo simbolo di valori Europei, ha provocato una ondata di commossa solidarietà nell’Europa dominata dal populismo sovranista e dal rifiuto dell’E.U. politico/amministrativa di Bruxelles, Parigi, Francoforte e Berlino?

Bisogna esprimere alcune riserve per accogliere la domanda nella sua posizione generale. La prima riserva è sui numeri. Quale è stata la consistenza numerica di coloro che hanno espresso una opinione? Quanti di loro erano convinti europeisti e quanti invece erano populisti-sovranisti.
Da resoconti dei media sembra sia stata una reazione unanime, corale, ma la realtà potrebbe essere molto diversa, come il significato della commozione espressa potrebbe essere diverso per i singoli individui. Sicuramente le interviste e le dichiarazioni dei parigini che osservavano allibiti la violenza dell’incendio erano dominate dalla intensa commozione che lo spaventoso spettacolo provocava, nessuno potrebbe restare indifferente. In quel campione di folla la reazione è stata unanime: una tragedia, una perdita irrecuperabile, l’emblema storico dell’Europa e dei suoi valori, l’identità concettuale dell’Europa, distrutti da un evento mostruoso,  inconcepibile, incomprensibile e inaccettabile.
Analoga la reazione di chi ha guardato le immagini alla televisione: commozione, angoscia, stupore, di un campione di pubblico mondiale e probabilmente di centinaia di milioni di soggetti. Molti in Europa.
Questa breve riflessione per riscontrare la sostanza numerica dei soggetti che hanno in qualche modo reagito con commozione all’incendio e che lo hanno percepito come la “perdita di qualcosa”. Di cosa esattamente è da vedere.

I cristiani delle varie denominazioni certamente hanno sentito l’incendio come offesa a un simbolo della loro fede/identità religiosa. Quanta “Europa” ci sia in questa identità è oggetto di riflessione, e quanta “Europa politica” oggetto di ulteriore riflessione.
La riflessione è quella della relazione fra simboli, emblemi, icone, e il loro effettivo significato valoriale.
Credo che l’unica discussione politica sul problema sia quella svoltasi negli ultimi trenta anni negli Stati Uniti in diverse riprese sul Flag Protection Act, un emendamento al Bill of Rights che voleva introdurre il reato di “flag desecration”, proposto una volta dal governo del Texas e una volta dal Governo Federale degli Stati Uniti. L’emendamento venne bocciato tutte e due le volte dalla Corte Suprema degli Stati Uniti (Texas vs Johnson, 21 Giugno 1989, United States vs Eichmann, 11 giugno 1990) con motivazione di incostituzionalità perché “bruciare la bandiera” o comunque “dissacrarla”, secondo i giudici della Corte Suprema, è un gesto protetto dalla Costituzione Americana in quanto costituisce “libertà di espressione” (free speech right).
Secondo questa interpretazione i “simboli” non rappresentano i “valori”. Per estensione l’incendio della cattedrale di Notre Dame non rappresenta la perdita dei valori dei quali Notre Dame è emblema, si tratta di una rappresentazione sentimentale e non sostanziale. Una lettura grammaticale del dettato costituzionale americano, impugnabile sul piano degli affetti, ma limpida sul piano della “ratio”….very American.
Che senso ha traslare questi ragionamenti al rapporto tra populismo sovranista anti-europeo e commozione solidale provocata dall’incendio di Notre Dame? Una traslazione acrobatica dialetticamente, ma plausibile.
Si danno due opinioni:

  1. Quella di coloro che ritengono ci sia contraddizione tra sentimenti sovranisti-antieuropei e commozione solidale provocata dall’incendio di Notre Dame;
  2. Quella di coloro che ritengono che ci si possa commuovere per l’incendio e rimanere convinti avversari dell’Europa di Bruxelles, Parigi, Francoforte e Berlino.

Personalmente riconosco solo la ipotesi 1: chi si commuove per l’incendio di Notre Dame, non può avere sentimenti anti-europei di matrice populista/sovranista. La “sovranità” in un mondo globale e in un continente legato da storia millenaria come l’Europa non è concepibile e tantomeno praticabile. Nel prossimo secolo solo la disponibilità di un mercato enorme può consentire la transizione a un capitalismo giusto, alla realizzazione della uguaglianza economica, a norme ambientali efficaci e praticabili e alle tecnologie per riscontrarle, a una struttura dell’industria manifatturiera capace di competere con la potenza industriale Asiatica e Americana. L’alternativa è una brutale subalternità economica, finanziaria e politica, la condizione coloniale: questa sarà la fine dell’ideologia sovranista. Con buona pace dei vari Salvini, Orban, Farage et al. con i vari ingenui Luigi Dimaio al seguito.
La matrice culturale comune delle nazioni europee è tale da giustificare nei libri di storia di questi anni la qualifica della Seconda Guerra Mondiale come “Guerra Civile Europea”.
Tradurre la matrice culturale in una figura politica dell’Europa non è però semplice: non tutti nei ventotto paesi della Unione Europea hanno acquisito questa coscienza e non essere riusciti a istituirla e a promuoverla è la più grave responsabilità della classe politica europea degli ultimi 50 anni, la ragione principale della attuale crisi della E.U. come gestita dalla burocrazia e dalla politica di Bruxelles. Un fallimento che vede peraltro anche una forte responsabilità di tutti i paesi membri e in particolare dei paesi: fondatori Francia, Germania, Italia, Belgio Lussemburgo e Olanda:

Si apre così il dibattito sui motivi per i quali è importante capire la differenza fra l’opinione 1 e l’opinione 2 e i due partiti che le sostengono.
Il problema vero è che c’è una enorme differenza tra l’Europa in essere oggi a Bruxelles, Parigi, Francoforte e Berlino e l’Europa concepita dalla cultura internazionale attuale dove gli stati nazionali si organizzano in una entità politica sovranazionale, l’unica capace di garanzia degli interessi comuni, della comune libertà e nel contempo della specifica identità dei paesi membri.
Il potere dell’ente politico sovranazionale prevale su quelli dei paesi membri solo quando siano in gioco interessi documentati della Comunità.
Si faccia bene attenzione: non dal “Manifesto di Ventotene” che invece in modo inplicito prefigura una mega-dittatura mondiale, più che una pluralità di libere democrazie associate in una entità sovranazionale. Manifesto che è stato per molto tempo luogo di ambiguità e fraintendimento, senza negare la sua importanza come lucida anticipazione concettuale.
 Non ci vuole meno Europa, ma è necessaria un’Europa diversa, che non è la confusione non descritta dai sostenitori dell’attuale retrogrado e gretto populismo sovranista.
L’Europa di Bruxelles è in crisi perché ha tradito, nel burocratismo e nel settarismo degli stati membri, la visione culturale di una Europa politica capace di garantire gli interessi comuni e la comune libertà, un’Europa nella quale le identità degli stati membri si associano e si rispettano nella figura sovranazionale.
Nella storia avvenimenti drammatici hanno spesso provocato riflessione e nuove visioni capaci di risolvere la crisi contingente: la speranza di chi crede nell’Europa è che la commozione provocata dall’incendio di Notre Dame, sicuramente significativa di un comune sentire europeo, forte e culturalmente portante, faccia rinascere nella gente e imponga alla politica, la visione di una diversa Europa sovranazionale e la forza necessaria a vincere la grettezza della attuale involuzione populista.

Se questo avverrà  Notre Dame non sarà bruciata invano.

(Lorenzo Matteoli)

 

The Notre Dame Fire and Europe
April 21st
Lorenzo Matteoli

The question is:  how come the fire that destroyed Notre Dame Cathedral in Paris started a wave of passionate European solidarity, while Europe is strangled by sovereign petty populism and  anti-E.U. feelings?

The general position of the question must be taken with caution. First of all the numbers. How many have actually expressed some kind of opinion? Among them how many strong supporters of Europe and how many sovereign-populist partisans?

According to the media, the reaction has been unanimous but reality can be different, as well as the meaning of the expressed passion for each individual person.

Certainly, the stunned Paris crowd watching the fire on the scene were tearful, deeply moved: nobody could be indifferent.

The reaction of that specific crowd was unanimous: a tragedy, an irrecoverable loss, the historical symbol of Europe and of its values destroyed by an inconceivable event, an unacceptable monstrosity.

Similar reactions by those who watched the scene on TV: passion, anguish, stupor, all over the world, possibly an audience of many hundreds of millions of people – most of them in Europe.

This only acknowledges the numbers of those who, in some way, reacted and perceived the fire as the “loss of something”, exactly of what we do not yet know.
Christians, of various denominations, must have felt the fire as an insult to a symbol of their faith and their religious identity. How much of “Europe”in that identity is arguable and how much of “Political Europe” even more so. The debate is about the relationship between symbols, emblems, icons and their factual value. I think the most important public confrontation on that problem has taken place in the United States during the last thirty years and was about the Flag Protection Act, an amendment to the Bill of Rights aimed at the introduction of the “flag desecration crime”. This was  proposed once by the State of Texas and once by the Federal Government. In both instances the amendment was rejected by the Supreme Court of the United States on grounds of unconstitutionality, the act of burning the flag being protected by the American Constitution as freedom of speech.  According to this interpretation “symbols” do not represent “values”. Thus the Notre Dame fire is not a loss of the values for which the cathedral stands or is believed to stand.
It is a sentimental representation, not one of substance, a pragmatic reading of the United States Constitution. One can challenge it as a matter of feelings, but it is clear as a matter of fact…very American.
Is it reasonable to transfer this logic to the relationship between anti-european sovereign populism and passionate solidarity provoked by the Notre Dame fire? I would say this is an intellectual challenge but a plausible one. There are two opinions:

  1. Those who believe there is conflict between sovereign anti-Europe feelings and passionate solidarity provoked by the Notre Dame fire.
  2. Those who believe that one can be moved to passionate solidarity by the fire and still stand strongly against the Brussels (Paris, Berlin) Europe

I personally accept only the position A : those who passionately  react to the Notre Dame Fire  as a tragic loss for the European culture  cannot foster any anti- European feeling of populist sovereignty.

Sovereignty” in a global world, in a continent bound by thousands of years of history like Europe, is inconceivable and even less viable.

In the coming century only the availability of a huge market will allow the transition to a revised, fair, decent form of capitalism, the implementation of economic equality, effective and feasible environmental standards, technologies to resolve them and a manufacturing structure capable of competing with Asian and American industrial powers

The alternative is brutal economic, financial and political subserviency, that is an abject colonial condition. This will be the end of the current populist-sovereign ideologies.

The common cultural matrix of the European countries is such that in the current debate WW2 is qualified as “European Civil War”.

Translating this cultural matrix into a European Institution is not a simple matter: not everybody in the 28 countries has achieved this feeling and the failure in establishing and promoting it is the most serious responsibility of the European political class of the last 50 years and the main reason for the present E.U. crisis as implemented by the Brussels political bureaucracy.  This is a failure with heavy responsibility for all the member countries but particularly of the founding countries; France, Germany, Italy, Belgium, Luxembourg and The Netherlands.
This is why the understanding of the difference between the assumption A and the assumption B is relevant.

Skipping a few logical steps, which I leave to the intelligence of my readers, the real problem here is that there is a huge difference between Europe as implemented today by the Brussels bureaucracy and Europe as conceived by present day international culture, where individual states are organized into a political supranational institution, capable of supporting common interests, protecting common freedom and at the same time granting the peculiar identity of each individual member state.

The powers of the supranational institution overrule the powers of the member states only when community interests are at stake, not an easy matter but workable.

To be very clear: not the “Manifesto of Ventotene” (by Altiero Spinelli et al.) that implicitly drafts a world mega-dictatorship, more than a plurality of freely united democracies. The Manifesto has been ambiguously misunderstood for a long time, and now it is time to move on without neglecting its great conceptual anticipation (conceived in Ventotene in 1942).

We do not need less Europe, we need a different Europe, which is not the nondescript confusion roughly drafted by the supporters of the reactionary feudal sovereign populist platform.

Brussels Europe, bogged in the sectarian bureaucratism of the member states, is in the doldrums  and has betrayed the cultural vision of a political Europe, an institution  in which these identities are integrated and respected by the supranational body.

Throughout history dramatic events have often provoked thought and new visions to solve the emergency: the hope of those who believe in Europe is that the passion inflamed by the Notre Dame fire, meaningful as a common European emotion, may be the source of a new vision for a different supranational Europe with the strength to overcome the petty-minded current populist involution.

If this happens, Notre Dame did not burn in vain.

In his comment Paolo Bertalotti tried to insert a nice photograph of Notre Dame but the system does not allow pictures in the comments so here it is:

Screenshot 2019-04-23 at 08.20.21

(English translation edited by Wendy Charnell)

 

 

 

 

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
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Una risposta a Notre Dame Fire & Europe

  1. Paolo Bertalotti ha detto:

    Notre Dame
    La vista dell’incendio della cattedrale mi ha reso muto, spettatore inerte, con gli occhi lucidi di fronte a questo dramma. Solo dopo alcuni giorni ho recuperato alcune righe che ho scritto in un articolo in seguito alla visita nella chiesa:
    “Il buio dell’interno, le lucine tremolanti dei lumini, le vetrate colorate, il brusio sommesso delle preghiere dei fedeli, l’odore del fumo delle candele e un senso di religiosità diffuso che aleggiava in tutta la chiesa mi spinsero ad uscire dal mio solito riserbo e a raccontare a bassa voce, le mie sensazioni a Ignazia e Silvana, le due amiche con cui ero andato a visitare la chiesa di Notre Dame de Paris. Ero ancora studente e anche se di solito non parlavo in pubblico, in quella occasione il racconto fluiva spontaneo; parlavo della spiritualità e della chiesa, della forte sensazione di unione ideale con tutte le persone che erano vicine a noi, quando ad un certo punto, avendo visto gli occhi lucidi delle mie amiche e alcune lacrime scorrere lungo il viso … mi è venuto un groppo alla gola, mi sono emozionato, non sono più riuscito a parlare e, senza commenti, abbiamo continuato in silenzio la visita alla chiesa.” (Paolo Bertalotti)

    Volendo … posso aggiungere questo poche righe:
    “Ho sempre raccontato ai miei studenti questa esperienza personale, chiedendo poi come prima cosa, una lettura soggettiva, una pausa di meditazione, la stesura di appunti e disegni, prima di ogni ragionamento, invitandoli a passare dalla lettura e dalla rappresentazione delle sensazioni percepite prima di iniziare il percorso di ricerca con gli strumenti scientifici, nell’idea che questo approccio consenta di collegare la lettura soggettiva ai dati scientifici, il sentimento con gli aspetti tecnici.”

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