Piccolo thriller Cino-americano

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Premessa
Qualche anno fa (nel 2015) ho tradotto per conto di un editore italiano il libro del dissidente cieco cinese Chen Guangcheng, (Titolo: L’avvocato a piedi nudi) traducendo riscontrai una serie di incongruenze e di contraddizioni fra le diverse fonti citate e nel racconto stesso dell’autore. Decisi di fare un piccolo studio sulla vicenda. Di seguito la mia breve memoria che propongo come studio sulla tecnica negoziale e sulle diverse culture che la interpretarono per la Repubblica Democratica popolare Cinese e per gli Stati Uniti. Mandai all’editore italiano la mia “postfazione” e, credo, che anche a seguito della sua lettura l’editore decise di non pubblicare il volume.  La traduzione venne pagata, ma il libro in italiano non è mai uscito. Chi è interessato lo trova pubblicato online dal Guardian in versione integrale inglese. La mia traduzione in italiano ovviamente non è disponibile perché di proprietà dell’editore italiano.
Lorenzo Matteoli

Il contesto politico delle relazioni USA/Cina nel 2012
Gli anni 2010-2011-2012 sono gli anni della politica di apertura verso la Cina del Presidente Barack Obama. In quegli anni iniziative di scambio commerciale, culturale, viaggi di esponenti dell’impresa, della finanza, e del commercio dei due Paesi sono correnti. Gli Stati Uniti cercano aperture verso la Cina e la Cina ricambia. Molti figli della nomenclatura politica cinese studiano in università americane. La Cina inoltre da anni investe sistematicamente negli Stati Uniti e nella finanza USA.  La RPC è notoriamente titolare di grandi quote di Bond del Tesoro Americano. La battuta corrente negli ambienti finanziari internazionali è che se la Cina vendesse i Bond USA a sue mani potrebbe provocare la bancarotta degli Stati Uniti in 24 ore. Ovviamente svalutare irrimediabilmente anche i propri investimenti negli Stati Uniti non è una cosa di particolare interesse per la RPC.

Liturgie fondamentali della politica della Cina verso gli Stati Uniti e viceversa sono i Dialoghi Strategici ed Economici (S&ED). Iniziati nel 2009, oggi (2015) arrivati alla settima edizione. Gli S&ED vedono la partecipazione di membri dei due Governi assistiti da centinaia di operatori finanziari, economici, d’impresa in una due giorni intensa di seminari, conferenze, incontri dei vertici nei quali si istruiscono le basi di manovre finanziarie, trattative commerciali e di collaborazione imprenditoriale del valore di migliaia di miliardi di dollari.
Ogni anno il Dialogo S&ED viene preparato da segreterie bilaterali Cina/USA che lavorano a tempo pieno per predisporre le basi delle trattative nei vari settori.
Il rinvio, l’aggiornamento o peggio l’annullamento di una di queste liturgie comporterebbe un danno economico e politico enorme per le due economie. Né gli Stati Uniti né la Repubblica Popolare Cinese si possono permettere di far saltare una di queste manifestazioni per un incidente diplomatico.
La Quarta Edizione del Dialogo Strategico Economico Cina-USA si svolse nei giorni 3 e 4 maggio 2012. Chen Guangcheng era riuscito a fuggire dai suoi arresti domiciliari il 20 aprile 2012 ed era arrivato a Pechino nella notte del 23 aprile, il 26 aprile entrava nell’ambasciata americana a bordo di un SUV dell’ambasciata.
Era evidente che la trattativa fra Repubblica Popolare Cinese e gli Stati Uniti sulla situazione di Chen Guangcheng si sarebbe svolta a ridosso del quarto S&ED (e anche durante)  e da questo episodio sarebbe stata inevitabilmente condizionata.
La trattativa per l’incidente Chen Guangcheng condotta a lato, e con importanti interferenze, del quarto Strategic&Economic Dialogviene citata dal giornalista Matt Lee della Associated Press durante la conferenza stampa finale di Hillary  Rodham Clinton come: “the elephant in the room that’s been dogging us…” con un gioco di parole intraducibile (l’elefante nella stanza che ci azzannava…).
Non sapremo mai se Chen Guangcheng fosse al corrente prima della sua fuga da Dongshigu del quarto S&EDprevisto a Pechino per il 3 e il 4 maggio 2012, quindi in una analisi politicamente corretta l’ipotesi va esclusa e la coincidenza va considerata significativa, ma assolutamente casuale.
Il racconto che Chen Guangcheng fa della drammatica trattativa tra la squadra negoziale americana e la controparte cinese, trattativa che si concluse con la sua “liberazione” e partenza per gli Stati Uniti, impone qualche riflessione su molti suoi aspetti: la  condotta del negoziato diplomatico fra due grandi potenze, la cultura della parte americana e la cultura della controparte cinese a quel tavolo, in quell’anno, il mandato ricevuto dalle due squadre dai rispettivi vertici di governo e come questo mandato sia stato in qualche modo “fluido” durante il negoziato.
Il negoziato fra RPC e USA sull’incidente Chen Guangcheng  èstato condotto al massimo livello della struttura di potere sia americana che cinese, quasi in presa diretta con la Casa Bianca per gli Stati Uniti e quasi in presa diretta con il Presidente della Repubblica popolare Cinese, con il suo Primo Ministro e con il Segretario del Partito Comunista  della RPC. Per questo l’episodio è tanto più interessante.
La vicinanza ai vertici dei rispettivi governi rende fragile la vicenda negoziale: una parola sbagliata del vertice massimo non è più rimediabile, mentre il successo del negoziato è legato alla continua massima fluida apertura di tutte le possibili opzioni. D’altra parte le interferenze dei vertici, ufficiose e solo raramente documentate, sono state risolventi, in caso di impasse critica sul tavolo negoziale. L’innegabile significato del potere.
Il caso di Chen Guangcheng è stato emblematico e si presta più in generale allo studio delle culture negoziali: metodi, strategie, tecniche, psicologia, errori…
Le trattative vanno condotte allo scopo di raggiungere un accordo non per “vincere”, tutti gli elementi caratteriali dei soggetti al tavolo negoziale devono venire rigorosamente controllati da attenta regia, la maturazione delle proposte deve avvenire in tempi ristretti una condizione che impone flessibilità intellettuale e rapida visione sistemica, il compromesso che caratterizza la soluzione deve rappresentare il mandato ricevuto dalle due parti in modo equilibrato. Un accordo caratterizzato da “sacrificio” di una delle parti sarà sempre fragile.
La soluzione non deve essere una né una “vittoria” né una “sconfitta” per nessuna delle parti in causa.

Il team americano è condotto da Kurt Campbell vice segretario del Dipartimento di Stato USA, con Prof. Harold Koh consulente legale del Segretario di Stato Hillary R. Clinton, l’Ambasciatore a Pechino Gary Locke, il numero due dell’ambasciata americana a Pechino dr. Robert Wang, si aggiunge al team nella fase finale l’Ambasciatore Bill Burns decano del corpo diplomatico USA per espressa volontà di Hillary Clinton.
Del team cinese conosciamo solo il nome del capo Cui Tiankai, Laureato in lingue dalla East China Normal University e dalla School of Advanced International Studies della John Hopkins University di Washington D.C., membro della delegazione della RPC alle Nazioni Unite e Vice Ministro degli Esteri della RPC all’epoca dell’incidente Chen Guangcheng. Successivamente, nel 2013, nominato ambasciatore della RPC a Washington.
La squadra cinese era formata da dieci funzionari due dei quali non sono mai stati presentati ufficialmente agli americani, solo in modo informale si seppe che rappresentavano uno i servizi segreti cinesi e l’altro il Ministero per la Sicurezza dello Stato.
Nessuno dei membri del team cinese ha mai preso la parola: solo Cui Tiankai parlava. Alla fine di ogni riunione riferiva a superiori gerarchie, probabilmente lo stesso Premier cinese Wen Jiabao o Dai Bingguo il funzionario capo del Ministero degli Esteri cinese: l’interlocutore diretto di Hillary Rodham Clinton. Il rapporto fra Hillary e Dai era ed è rimasto di forte intesa personale e di simpatia reciproca, molto oltre la formalità dei rapporti formali e burocratici.
La vicenda è studiata ancora oggi come un esempio della difficoltà  che caratterizza le relazioni diplomatiche con la Repubblica Popolare Cinese: complicate dalla natura opaca della governance cinese, dalla stratificazione delle burocrazie, dal potere oscuro dei servizi segreti e delle polizie per la sicurezza dello stato, dal ruolo del Partito Comunista ai diversi livelli del potere ufficiale, dalle tensioni che ancora oggi segnano il governo centrale dai governi periferici delle province e delle città, eredità questa non ancora superata della Rivoluzione Culturale.

I tre racconti del negoziato
Il racconto di Chen è evidentemente filtrato dal suo forte risentimento per sette anni di violenze fisiche e morali subite da lui e dalla sua famiglia immediata e allargata: quattro anni carcere dopo un processo farsa su accuse fittizie, tre anni di arresti domiciliari gestiti con malvagità inaudita, pestaggi, arroganza e crudeltà gratuite. Il tutto condotto con l’esplicito progetto di provocarlo a gesti inconsulti per poterlo poi condannare a morte o alla morte civile nel carcere a vita. Comprensibile quindi la sua totale mancanza di fiducia nel governo cinese e nei suoi rappresentanti nel negoziato.  L’abuso fisico personale e più grave ancora alla moglie e ai figli è una ferita permanente e senza possibilità di guarigione.
È evidente che questa condizione psicologica non gli consente una valutazione obbiettiva della condotta del team negoziale americano. La sua informazione sulla trattativa inoltre è filtrata dai negoziatori stessi che non ritengono opportuno riferirgli con esattezza tutto quello che avviene attorno al tavolo negoziale.
Chen viene anche tenuto all’oscuro delle condizioni poste dai vertici Obama e Clinton e di come queste cambiano durante il negoziato, se ne rende conto leggendo il cambiamento nel comportamento degli impiegati dell’ambasciata, ma non ha informazione diretta.
Chen Guangcheng non sembra cogliere una caratteristica importante della situazione politica cinese di quegli anni: il conflitto fra la vecchia guardia maoista formatasi durante i dieci anni della Rivoluzione Culturale ancora presente nella stratificazione del potere cinese e la nuova generazione politica formatasi durante la leadership riformatrice di Den Xiao Ping.
Chen non sembra nemmeno rendersi conto del conflitto fra i capi politici e i servizi di sicurezza della Provincia dello Shandong, ancora legati ai dettati della Rivoluzione Culturale e il governo centrale di Pechino riformatore e dominato dai leader formatisi sotto Deng Xiao Ping.
Senza questa sensibilità Chen attribuisce al governo centrale e alla segreteria del partito di Pechino responsabilità che sono invece dei funzionari provinciali di Shandong, accettando acriticamente il millantato credito di questi nel merito.
La frattura fra gli eredi della linea maoista e i riformatori post Deng Xiao Ping attraversa anche il governo dove tutti gli apparati della sicurezza e della polizia sono ancora controllati dalle logiche maoiste del comunismo cinese. Questa frattura determina comportamenti apparentemente schizoidi del team negoziale cinese a tratti durissimi e a tratti ragionevoli a seconda dei segnali provenienti dai vertici: apparati di sicurezza, presidente Hu Jintao o primo ministroWen Jiabao. Esempio di questa sindrome sono gli interventi durissimi del capo del team cinese Cui Tiankai , finalizzati a rappresentare, almeno verbalmente, la linea dura voluta dai servizi segreti a dal ministero per la Sicurezza dello Stato.
Sull’episodio ci sono altre due fonti importanti:

Hillary Rodham Clinton Segretario di Stato presente a Pechino per il Dialogo Strategico Economico Cina-USA del 2012. Hillary Clinton dedica all’episodio l’intero capitolo quinto del suo libro “Hard Choices” (Chapter 5, Beijing: The dissident.).

Harold Koh, consulente legale di Hillary Rodham Clinton e numero due della delegazione negoziale.  Coreano di seconda generazione, Dean della Facoltà di Legge della NYU e professore di diritto internazionale in quella Università con specifica competenza sull’Asia e la Cina. Il Prof. Harold Koh dedica all’episodio una conferenza di 80 minuti tenuta nel 2014 alla New York University dove racconta in modo preciso e analizza tutta la vicenda come da lui vissuta nella delegazione, nei contatti con Hillary Clinton, nei contatti con i colleghi della delegazione e con lo stesso Chen Guangcheng. La conferenza del Prof. Harold Koh alla NYU è disponibile in video nella versione integrale su internet.

Altre informazioni si ricavano da alcune battute del Prof. Jeremy Cohenrilasciate in occasione della lecture di Harold Koh alla NY.
Kurt Campbell, che non lavora più per il Dipartimento di Stato USA, non ha mai rilasciato dichiarazioni sull’evento e non ha mai risposto agli inviti della stampa e dei media americani perché fornisse la sua versione della vicenda. Non vuole intervenire o è vincolato alla riservatezza dal suo contratto con il Dipartimento di Stato USA. L’opinione di Kurt Campbell traspare comunque dalle cronache del negoziato fatte da Hillary Clinton da Harold Koh e dallo stesso Chen: frustrazione e irritazione.

Dalla attenta lettura di queste fonti e dai riferimenti incrociati  di Koh e Clinton si possono poi dedurre interessanti notizie sulla delegazione cinese e sui vertici della RPC (presidenza, governo e Partito Comunista) che la controllavano.
Il Washington Post del 19 maggio 2012 in un lungo articolo a firma William Wan riporta una cronaca del negoziato basata su dichiarazioni di membri del team negoziale rilasciate sotto condizione di anonimato.

Il mandato delle due squadre
I “brief” delle due squadre negoziali, alla luce di come vennero svolte le trattative erano simili: risolvere l’incidente il più rapidamente possibile con il minimo danno politico.

La squadra cinese doveva risolvere due difficili condizioni interne: il conflitto fra il governo centrale di Pechino e il governo della Provincia di Shandong (residenza di Chen) e il conflitto fra la vecchia guardia maoista nel governo della RPC e nella Segreteria del Partito Comunista della RPC e la corrente  riformatrice post Deng Xiao Ping. I diversi poteri hanno continuato a confrontarsi durante la trattativa. La squadra cinese aveva inoltre un problema di immagine cruciale: l’incidente gettava una pessima luce sull’immagine di apertura e di progresso sociale che la Cina voleva dare di se al mondo dopo la svolta di Den Xiao Ping e la fine dei “dieci terribili anni” della Rivoluzione Culturale.

La squadra americana aveva il problema della tenacia con la quale Chen Guangcheng  difendeva le sue richieste (garanzie per se per la famiglia e per gli amici che lo avevano aiutato nella fuga, punizione dei responsabili degli abusi nei suoi confronti, libertà di movimento in Cina e all’estero, libertà di contattare i media) Un altro problema per gli americani era la totale mancanza di fiducia di Chen nei confronti del governo cinese dei suoi organi di sicurezza interna dai quali era stato torturato, picchiato e ingiustamente incarcerato.
La squadra negoziale americana aveva anche una precisa sintesi di guida politica da parte  del Segretario di Stato Hillary Clinton: “His wishes and our values.

Tutte e due le squadre avevano inoltre il problema, drammatico, di non far saltare a causa dell’incidente di Chen Guangcheng il quarto Dialogo Strategico ed Economico che era in programma a Pechino per il 3 e il 4 di maggio 2012. Tutte e due le squadre volevano chiudere l’incidente prima dell’inizio del Dialogo.

Quando le delegazioni cominciano la trattativa il 29 aprile a.m. sia Koh che Campbell che l’Ambasciatore Locke insistono con Chen che il tempo a disposizione è pochissimo: vogliono chiudere in 24 massimo 36 ore.
Chiaramente vogliono sgomberare il campo dallo spinoso problema prima dell’apertura del quarto S&ED il 3 di maggio e dell’arrivo del Segretario di Stato Hillary Clinton a Pechino il 2 di maggio: 24 ore al massimo 36 ore.
Koh prima dell’inizio dei colloqui ha fatto una serie di accertamenti sui “precedenti” e sulla legittimità della iniziativa dell’Ambasciata di accogliere Chen anzi di andare addirittura a prenderlo con un’auto della Ambasciata per portarlo nella sede della Missione Diplomatica USA a Pechino. Koh segue uno schema negoziale definito dai tre termini: engage/translate/leveragedi quella che secondo la corrente filosofia della politica estera USA è chiamata la “smart power” come distinta dalla “hard power”.
Engage/translate/leverage: coinvolgere/traslare/far valere.
Oltre a trovare i precedenti trasferibili alla situazione in emergenza per coinvolgere la controparte Koh ha anche trovato una ipotetica soluzione da mettere sul tavolo come rottura della prima impasse: la offerta della NYU di una borsa di studio triennale a Chen da utilizzare al Campus di Shanghai della NYU nella più grande East China Normal University. Questo grazie alle sue solide conoscenze accademiche.

Le fasi del negoziato
Il negoziato si svolge i quattro fasi più due:

  1. scontro iniziale
  2. apertura dialettica
  3. proposte e controproposte
  4. prima chiusura negoziale

Dopo la prima chiusura negoziale e una reticente accettazione della proposta da parte di Chen questi cambia idea e impone un drammatico aggiornamento della trattativa

  1. intervento di Hillary Clinton Dai Bingguo e riapertura della trattativa
  2. accordo ultimo e definizione

Lo scontro iniziale
Cui Tiankai il capo del team cinese apre la trattativa esponendo la posizione cinese:
Avete un cittadino cinese nell’ambasciata, consegnatelo immediatamente e il problema è risolto.
A questa posizione segue una tirata di mezzora dura e polemica: Chen è considerato un criminale bugiardo e manipolatore, la accoglienza nell’ambasciata USA un’offesa al popolo cinese per la quale gli americani dovranno scusarsi, l’ospitalità nell’ambasciata e la richiesta di negoziare sono una indebita interferenza degli Stati Uniti in questioni interne della RPC.
Cui avverte inoltre i negoziatori americani che qualora la notizia della presenza del dissidente cinese nell’ambasciata venisse resa nota questi sarebbe stato immediatamente accusato di tradimento e trattato di conseguenza.
La durezza della posizione iniziale e la tirata polemica corrispondono alla tecnica consolidata tradizionale della scuola dei negoziatori cinesi e sono date per scontate dagli americani. Questi addirittura interpretano positivamente la linea dura proposta da Cui Tiankai come un segnale di debolezza per la mancanza di argomenti e per l’imbarazzo delle documentate malversazioni dei funzionari dello Shandong nei confronti di Chen Guangcheng.

Alla posizione iniziale cinese risponde Kurt Campbell con la posizione americana:
Dobbiamo tutelare i desideri di Chen Guangcheng e rispettare i nostri valori: Chen vuole restare in Cina libero e vuole giustizia per gli abusi sofferti, noi vogliamo garanzie per questo suo desiderio da parte del governo della RPC.
Il capo del team negoziale cinese Cui Tiankai   prende atto e dichiara:
Le nostre posizioni sono molto diverse.

A questo punto le due squadre negoziali si aggiornano.

Apertura dialettica
Nella riunione successiva Harold Koh propone di nuovo la posizione americana
Chen resta in Cina libero e garantito e ha ricevuto un’offerta di borsa di studio triennale dalla New York University per il Campus di Shanghai della NYU.
Cui Tiankai rifiuta la proposta della NYU e Kurt Campbell chiede che la controparte cinese proponga altre sedi universitarie in Cina.
Il rifiuto della proposta della NYU viene interpretato positivamente dalla parte americana come un’apertura negoziale.

Proposte e controproposte
Nella riunione successiva, infatti, Cui Tiankai   propone sette sedi universitarie in Cina che potrebbero accogliere Chen Guangcheng come studente.
La dinamica negoziale cambia completamente in modo positivo. La proposta viene riferita a Chen che accetta l’idea della sede di Tianjin, ma continua a chiedere garanzie per se e per la famiglia che non ritiene vengano date in modo esplicito e credibile dai cinesi. Chen comincia a dubitare della capacità negoziale e della fermezza sul mandato del team americano. Nel suo libro accusa esplicitamente gli uomini del team negoziale americano di aver “mollato” e di essersi arresi alla pressione dei cinesi.
L’urgenza per il prossimo inizio del quarto S&EDsi fa pressante per il tavolo negoziale tutte e due le squadre della trattativa vogliono chiudere.
Il team americano riceve pressioni da Washington. Obama non è più molto convinto di una difesa assoluta di Chen e chiede che la vicenda del dissidente non comprometta il quarto S&ED.
Durante le diverse riunioni il team americano nota che spesso Cui Tiankai   si consulta con un funzionario del Ministero degli Interni cinese e che gli scambi sono sempre molto tesi. Nell’ultimo scambio con un funzionario della Sicurezza Cui Tiankai innervosito interrompe bruscamente il colloquio. Il fatto viene registrato da Harold Koh. I cambiamenti della linea negoziale cinese sembrano riflettere indicazioni che vengono dai vertici. Indicazioni che non sono sempre dello stesso segno.

Appare evidente una situazione di conflitto nel campo cinese. C’è irritazione da parte dei funzionari del governo centrale nei confronti dei responsabili della Provincia di Shandong per il trattamento volutamente criminale al quale hanno sottoposto Chen, ma le contraddittorie indicazioni di tendenza negoziale fanno capire che ci sono anche divergenze fra i vertici dell’autorità centrale. Probabilmente tra la segreteria del Partito Comunista Cinese e il governo.
Nel 2012 in Cina non tutte le Province hanno sinceramente adottato la linea di Den Xiao Ping tesa a superare la Rivoluzione Culturale e i suoi metodi. Nel Partito Comunista Cinese nel 2012 ci sono ancora resistenze di connotazione maoista sia a Pechino che in qualche Provincia, sicuramente in quella di Shandong dove risiede Chen Guangcheng. Vale il vecchio detto: da Mosca si vede tutta la Russia, da Pechino non si vede tutta la Cina.

Dalla parte americana la squadra negoziale deve registrare un cambiamento dell’atteggiamento della Casa Bianca: Obama adesso vuole chiudere ed è preoccupato di un possibile fallimento del S&ED e in questo senso manda messaggi a Kurt Campbell aumentando la pressione contingente sulla squadra americana. Il team negoziale americano dovrà anche gestire il drammatico cambiamento di Chen che non intende più rimanere in Cina dove non si sente sicuro, ma vuole andare negli Stati Uniti.

Prima chiusura negoziale
Fra il 30 aprile e il 1° maggio le due squadre al tavolo negoziale raggiungono comunque un accordo in questi termini:
Chen deve lasciare l’ambasciata e andare nell’ospedale Chao-Yang dove sarà curato, i funzionari di Shandong porteranno la moglie Weijing e i figli Kerui e  Kesi a Pechino e Chen li incontrerà all’ospedale. Chen non potrà contattare i media per tutto il tempo della sua degenza. Dopodiché Chen andrà a studiare legge  a Nanchino con uno stipendio del governo della RPC.
Se Chen non accetta verrà accusato di “tradimento” e trattato di conseguenza.

Kurt Campbell, Harold Koh e l’ambasciatore Locke riferiscono i termini dell’accordo a Chen che lo rifiuta categoricamente. Senza garanzie esplicite non mi muovo, a Shandong e a Dongshigu  la persecuzione nei confronti della famiglia allargata (il nipote e il fratello maggiore) non è cessata. Il divieto di contattare i media è chiaro segno della malafede della parte cinese. La sede universitaria la scelgo comunque io e non me la impone il governo cinese.
Inutilmente l’ambasciatore Locke e il numero due  Robert Wang (tutti e due cino-americani di seconda generazione) e Kurt Campbell cercano di convincere Chen che l’assistenza degli Stati Uniti è una garanzia sufficiente. L’insistenza degli americani addirittura insospettisce Chen sulla loro effettiva sincerità: non sono più dalla mia parte commenta nel suo racconto.
Kurt Campbell è frustrato dichiara di non saper più cosa fare. E minaccia addirittura di dimettersi dal team negoziale.
Il giorno dopo i cinesi organizzano il trasferimento della moglie di Chen Weijing e dei due figli a Pechino: un importante segnale del loro possibile impegno.
Nei giorni seguenti Chen riceve in ospedale la visita di un alto funzionario cinese che ha l’incarico di raccogliere la sua denuncia per gli abusi sofferti: un altro segno della disponibilità cinese al tavolo negoziale.
Nelle successive ventiquattro ore Koh, Campbell e Locke riescono a convincere Chen che però si sente coartato e alla fine, cedendo anche alla richiesta della moglie terrorizzata dalle minacce dei cinesi di “strappare” l’accordo, a pochi minuti dalla scadenza dell’ultimatum cinese acconsente al trasferimento all’ospedale.
Il momento viene registrato in diverse narrative non tutte concordanti anche per problemi di traduzione dal cinese e di interpretazione del “tono” e della “mimica” di Chen.
Secondo Hillary Clinton, Chen dichiara entusiasta “Let’s go!”(in Cinese “Uomen zou ba”), secondo Harold Koh  dichiara  “Zò!” una formula colloquiale o più dura che si traduce meglio con un “Basta! Andiamo!” Nella traduzione in inglese del suo libro Chen si dichiara rassegnato e con il pianto in gola dice  “Let’s go.”

Ecco il racconto di Chen:
I realized that I would have to be on my own, and yet there was no way for the ambassador or any of the Americans in the room to understand what I had been through or to fully appreciate the depths of my disappointment and despair. Though I could not see them, I turned my face to each of the officials surrounding me, taking in each one in turn. Suppressing the emotion in my voice, I said, simply, “Let’s go.”
Capii che ero solo, né l’ambasciatore né gli altri in quella stanza potevano capire cosa avevo sopportato e comprendere la mia disperazione e l’amarezza della mia delusione. Anche se non potevo vederli mi voltai verso i funzionari intorno a me  soffermandomi un istante su ognuno di loro. Trattenendo l’emozione nella voce  dissi semplicemente: “Andiamo.”

Ecco il racconto di Hillary (riferito da Harold Koh evidentemente e da Kurt Campbell):
Finally Chen jumped up, full of purpose and excitement, and said: “Let’s go.” The long, difficult drama  seemed finally to be coming to an end.
Alla fine Chen saltò in piedi, deciso ed eccitato e disse: “Andiamo.” Il lungo difficile dramma sembrava finalmente avviarsi alla conclusione.

 Ecco il racconto di Harold Koh:
There is a long telephone call of Mr. Chen with his wife. He gets off the phone  and I say, “Mr Chen are you ready to go?” there is a moment of silence and he says “Zò” and he gets up.
C’è una lunga telefonata del Signor Cen con la moglie. Quando finisce la telefonata dico, “Signor Chen è pronto per andare?” c’è un momento di silenzio e poi lui dice “Zò,” e si alza.

Dopo una breve indagini linguistica capisco che “Zò.” è la forma abbreviata di “Uomen zò bà” (Let us go) può essere colloquiale, ma può essere anche di chiusura come in “Basta! Andiamo.”

 Riapertura della trattativa
Arrivato in ospedale Chen incontra la moglie, telefona ai suoi amici e ai suoi avvocati cinesi che lo sconsigliano drasticamente di accettare la proposta cinese.
La sera stessa del suo arrivo in ospedale, dopo il colloquio con la moglie e con gli amici Chen cambia idea e lo comunica per prima cosa alla stampa mettendo in forte imbarazzo il team negoziale.
Chen riesce anche a contattare telefonicamente in modo avventuroso la riunione della Commissione per la Sicurezza del Congresso degli Stati Uniti che vota una mozione a suo favore.
Il comportamento e le dichiarazioni di Chen alla Commissione del Congresso vengono ripresi e strumentalizzati da Mitt Romney in campagna elettorale come candidato repubblicano alla presidenza che accusa Obama di aver abbandonato Chen e di aver tradito i valori americani sui diritti umani.
L’attivismo di Chen irrita il Ministero degli Affari Esteri cinese che emette un comunicato durissimo accusando gli americani di interferire con gli affari interni della RPC e chiedendo le scuse ufficiali.
Chen la mattina del giorno seguente comunica il cambiamento di idea al team negoziale tramite il numero due dell’Ambasciata Robert Wang.
La nuova fase negoziale si svolge in parallelo con il Quarto Dialogo Strategico ed Economico Cina-USA  2012.
Il cambiamento imposto da Chen alla linea negoziale mette in difficoltà Kurt Campbell e irrita il capo del team cinese Cui Tiankai  al quale Kurt chiede un’altra riunione.Cui Tiankai conferma la sua disistima per Chen e rimprovera agli americani la fiducia concessa al soggetto.
Per gli osservatori esterni il negoziato è compromesso.
Interviene Hillary che organizza un incontro privato con il suo referente Dai Bingguo, partecipano Cui Tiankai convocato da Dai Bingguo e Kurt Campbell invitato da Hillary Clinton.
Hillary apre con un apprezzamento per le due squadre negoziali e per l’accordo che sono riuscite a definire. Suggerisce poi la nuova linea come non molto diversa dall’accordo raggiunto: si tratta solo di anticipare la partenza di Chen per gli Stati Uniti. Hillary descrive il negoziato e il possibile accordo come un momento storico dei rapporti fra Stati Uniti e Cina.
Dai Bingguo ascolta in silenzio, preoccupato, e quando risponde parla quasi sussurrando: “La Cina ha fatto il possibile” esita a lungo e poi aggiunge, “se la parte americana ritiene che si possa fare di più le due squadre devono di nuovo sedersi al tavolo delle trattative.”Cui risponde bruscamente in cinese, “Con lui non voglio più parlare!” accennando a Kurt. Dai Bingguo dice con fermezza a Cui Tiankai di fare un altro tentativo.
Dai prega Hillary di non accennare al problema nei suoi colloqui con il Presidente Hu Jintao e con il Premier Wen Jiabao.

Accordo ultimo e definizione
Poco dopo durante l’incontro di Hillary con il premier cinese Wen Jiabao un funzionario chiama in disparte Cui, l’ambasciatore cinese a Washington Zhang Yesui e i loro assistenti che si riuniscono in un angolo della sala.
Dopo la riunione informale, una incredibile eccezione al rigoroso protocollo, uno degli assistenti chiede a Kurt:
“Siete sicuri che questo sia quello che vuole ?”
“Assolutamente sì,” rispose Kurt.
Poco dopo nella stessa mattina il Ministero degli Esteri cinese emette il comunicato rilanciato dalla Agenzia Xinhua “Come cittadino cinese Chen Guangcheng può fare domanda per studiare all’estero.”
Nel pomeriggio Cui Tiankai si incontra con Kurt Campbell, Harold Koh, Gary Locke e Robert Wang. Per una intera ora insiste pesantemente sul problema dell’interferenza americana negli affari interni cinesi. Conclude citando il comunicato stampa del Ministero degli Esteri.
A quel punto si capisce che il negoziato è concluso.

I cinesi dettano le condizioni: Chen non gode di un trattamento speciale, si riservano un tempo che non specificano per rilasciarlo in modo che non sembri che stiano cedendo a una pressione esterna.
In particolare insistono sul fatto che la decisione sia presentata come una serie di iniziative separate delle due parti, non si tratta di un ”accordo” e nemmeno di una “intesa.” Né vittoria, né sconfitta.

Cui lascia la riunione con un ultimo significativo avvertimento agli americani: Non dite nulla che ci costringa a contraddirvi.

I cinesi mantengono i patti il 18 maggio consegnano il visto a Chen e alla sua famiglia, il 19 maggio Chen Weijing Kerui e Kesi partono per New York.
Il 20 maggio 2012 Chen Guangcheng con la moglie e i due figli arriva a New York accolto dal Prof. Jerry Cohen e inizia la sua collaborazione con la NYU.

Dopo un anno di vita negli Stati Uniti
Il 17 Giugno 2013, un anno dopo il suo arrivo a New York, il rapporto tra Chen Guangcheng e la New York University, è in crisi.
Chen accusa la NYU di volerlo “buttar fuori”. Ecco la sua dichiarazione alla stampa:
“Fin dall’agosto e dal settembre 2012 il Partito Comunista Cinese ha fatto pressione sulla NYU  tanto che dopo solo tre o quattro mesi dal nostro arrivo negli Stati Uniti la NYU mi ha chiesto di discutere le modalità della mia dipartita.”
Chen sostiene che la NYU cede alle pressioni dei cinesi. Secondo il New York Postche per primo ha riportato l’ipotetica notizia la NYU sta attualmente stringendo una relazione con la RPC per aprire una sede a Shanghai.
Secondo Chen “l’azione del Partito Comunista Cinese nei circoli accademici degli Stati Uniti è molto più intensa di quanto la gente non pensi e alcuni studiosi non hanno altra scelta se non quella di adeguarsi. L’indipendenza accademica e la libertà accademica negli Stati Uniti sono sotto una forte minaccia da parte di un regime totalitario.”
Anche la NYU ha rilasciato la sua dichiarazione alla stampa:
Fin dall’inizio siamo stati lieti di accogliere il Signor Chen e la sua famiglia negli Stati Uniti e di averli aiutati ad iniziare la loro nuova vita. Ci dispiace di apprendere la sua dichiarazione che contiene una serie di insinuazioni sul ruolo del Governo cinese nelle decisioni della NYU, insinuazioni che sono false e contraddette da fatti bene accertati.
Secondo la NYU  l’incarico del signor Chen con la NYU aveva la durata di un anno.
La collaborazione del Signor Chen con la NYU e la sua conclusione non hanno nulla a che vedere con il governo cinese. Tutte le collaborazioni sono a termine. Ancora prima del suo arrivo la sua collaborazione era stata definita come una esperienza di un anno. Il Signor Chen oggi ha due ottime offerte di collaborazione istituzionale. Avevamo cominciato a discutere mesi fa con il signor Chen e la sua famiglia della prossima transizione per dargli il tempo di organizzarsi al meglio  e non per fantasiose “pressioni” da parte della Cina. Ci dispiace vedere che quel periodo di tempo non è stato usato in modo più saggio. L’università si rammarica e si stupisce per le insinuazioni, ma continuerà a collaborare con la famiglia del Signor Chen per facilitare il loro trasferimento.”

Epilogo
Chen Guangcheng collabora oggi con il Witherspoon Institute una fondazione attiva nel campo dei valori etici, morali e religiosi della Società americana. L’Istituto Witherspoon si colloca politicamente nell’area vicina al Senatore Chris Smith noto difensore della politica “pro-life” anti-aborto.
Chris Smith, democratico, membro del Congresso americano aveva sostenuto e cooptato Chen nella sua campagna contro l’aborto (pro-life) strumentalizzando la battaglia contro l’aborto forzato condotta a suo tempo dallo stesso Chen in Cina. Ma c’è una profonda differenza tra la battaglia contro l’aborto violentemente imposto dalla “pianificazione famigliare” in Cina e l’aborto voluto e volontario delle libere donne americane.
Chen si è trovato coinvolto in una linea ideologica molto diversa da quella della NYU notoriamente nello spettro politico “liberal” in America, questa probabilmente l’origine del “divorzio” fra NYU e Chen Guangcheng.
In occasione di una sua visita a Londra per ricevere un premio del Parlamento inglese per la sua battaglia per i diritti umani in Cina Chen Guangcheng non viene ricevuto dal Premier David Cameron, e rilascia una dichiarazione nella quale sostiene che il rifiuto di Cameron è motivato da timore di irritare la Repubblica popolare Cinese.

Le domande di Jeremy Cohen
Restano aperte una serie di questioni denunciate con molta franchezza dal Prof. Jeremy Cohen dopo la lecture di Harold Koh alla NYU. L’ottuagenario professore  collabora da una vita con la Cina dove ha anche insegnato legge e diritto internazionale, gode della fiducia del governo Cinese e non ha riserve. Le sue domande per questo sono interessanti e illuminano su ipotizzabili diverse interpretazioni di tutta la vicenda.
Cohen si chiede:

  1. Come ha fatto Chen Guangcheng a fuggire da Dongshigu, scalare sette muri e camminare cieco per diversi chilometri tra Dongshigu e Xishigu è impresa impossibile per un cieco. Certamente qualcuno lo ha aiutato. Difficile anche credere alla distrazione delle decine di guardie intorno alla casa di Chen.
  2. Come mai la occhiuta polizia di Pechino non lo ha localizzato a Pechino dove Chen ha girato per tre giorni in compagnia di attivisti noti alla polizia e controllati?
  3. Come mai le macchine della polizia che seguivano l’auto dell’ambasciata americana non sono riuscite a fermarla e non hanno avvertito di fermarla le guardie cinesi davanti all’entrata dell’ambasciata?

Conclusione ipotetica alternativa
Non avremo mai una risposta documentata a queste domande, ma la indicazione ipotetica che da queste domande senza risposta si può trarre è che Chen Guangcheng sia  stato lasciato fuggireperché era scomodo tenerlo in Cina dove era diventato una figura catalizzatrice del dissenso politico pericolosa a se e ad altri, indifendibile dalle aggressioni dei potentati periferici cinesi. Meglio lasciarlo andare negli Stati Uniti dove presto la sua voce si sarebbe affievolita nel grande rumore della politica interna americana.
La RPC avrebbe avuto il vantaggio collaterale di risparmiare un sacco di soldi per gestire la costosa prigionia dello scomodo dissidente.
La fuga, la trattativa e la liberazione? Una complicata sceneggiata organizzata e gestita per questioni di faccia così importanti nella cultura politica e sociale asiatica.

Nella saggezza dei proverbi: …a nemico che fugge ponti d’oro… una saggezza che sicuramente non manca alla cultura pluri-millenaria della Cina.

Lorenzo Matteoli

 

Altre fonti
https://www.pon.harvard.edu/daily/international-negotiation-daily/learning-from-international-negotiations-the-chen-guangcheng-crisis/

https://www.washingtonpost.com/news/theworldpost/wp/2018/05/03/china-human-rights/?utm_term=.6ab2bcf37205

 

 

 

 

 

 

 

 

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
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