Pane al Pane 9 anni dopo

Rileggere le cose che scrivevo 9 anni fa certe volte mi provoca imbarazzo, ma certe altre è invece occasione di positiva sorpresa e critica riflessione. Oggi ho trovato questo pensierino di quasi dieci anni fa che mi sembra ancora interessante.

26 Dicembre 2011

L’insofferenza per il PD e in genere per la sinistra post PCI è diventata un tratto corrente del pensiero  che si ritiene progressista, socialmente attento e aperto, “liberal”. Il termine inglese che non è tradotto dall’italiano “liberale” storicamente di diverso significato. Ho spesso avuto lo stesso atteggiamento di insofferenza e di sarcasmo critico, irritante per molti: ad esempio quando uso il termine soi disant sinistra (sedicente sinistra) per indicare quella sinistra intellettuale, spesso accademica e quasi sempre ampiamente privilegiata. Quella che altri critici chiamano cachemire left, pashmina left, gauche caviar, mercedes linke è, data la ricchezza dei termini disponibili, una realtà in molti paesi europei. Esiste come precisa area della società e non solo come terminologia sarcastica o polemica usata dai reduci e dalle vedove di quello che avrebbe potuto essere il Partito Socialista Italiano. E non è stato.

In molte occasioni ho spiegato le ragioni del mio scetticismo nei confronti dei resti del PCI (PdS, DS, PD, SEL,  etc.) per controbattere l’accusa che molti mi fanno e hanno fatto di essere rancoroso e viscerale nei confronti del PCI e delle sue code. 

Una cosa che non  ho mai fatto è stata quella di elaborare una critica positiva: (cioè proporre) come dovrebbe essere, secondo me, oggi, una sinistra dignitosamente e politicamente praticabile, non di etichetta, non di conformismo comodo e utile per la carriera (in genere accademica, televisiva, parastatale o nella magistratura).

E’ facile infatti deridere Bersani, per la sua goffaggine. Costretto dagli eventi e dalla ingessatura ideologica e culturale alle più imbarazzanti svolte e contraddizioni. Lo spazio di manovra  che gli è consentito è obbiettivamente limitato se non azzerato: una gabbia ideologica feroce. Non può denunciare gli errori storici (gulag, carri armati, massacri) senza offendere alcuni mostri sacri ancora attivi e potenti, anche ad alto livello, non può distinguersi dalla linea corporativa e obsoleta sindacale senza essere accusato di complicità con i padroni, non può abbracciare una linea di urgente e dovuta riforma del mercato del lavoro senza venire massacrato dalla demagogia dell’ala operaista del suo partito, lo zoccolo duro, è costretto a dichiarazioni di asservimento nei confronti del settarismo giustizialista anche quando questo è un evidente strumento di massacro della dialettica democratica del paese,  se denuncia la pirateria imprenditoriale dei “poteri forti” bancari e aziendali espone le sue cooperative alla stessa accusa per gli stessi comportamenti. Promuove referendum per la statalizzazione degli acquedotti e si lega le mani sul dibattito della urgente necessità di liberalizzazione del costoso parassitismo delle municipalizzate italiane….e via di seguito esemplificando. La gabbia ideologica che oggi costringe Bersani a votare insieme a  Berlusconi le manovre di Monti. Un incredibile ossimoro politico senza precedenti nella nostra storia al quale probabilmente nessuno dei due schieramenti sopravviverà.

La camicia di forza ideologica che gli stata cucita addosso da mezzo secolo di mistificazione dialettica è strettissima per cui per il povero Bersani non è più possibile dire pane al pane e vino al vino, perché si trova sempre fra i piedi qualche pezzo di pane ammuffito che deve però ingoiare e qualche bicchiere di vino acido che deve comunque bere. Per questo è costretto a riparare nella metafora colorita (se piove, piove per tutti, il maiale non è tutto di prosciutto, siam mica qui a tenere il piede in due scarpe, orco boia…) e altri simili evasivi divertimenti.

Caduto il muro (materiale e ideologico) nel 1989 il PCI, e la sinistra conforme al PCI, è riuscito solo a cambiare nomi, ma non è riuscito a cambiare né il manifesto né le sue espressioni verbali.  Non ha avuto il coraggio e la fantasia di capire che, se voleva sopravvivere, doveva diventare, esplicitamente e con franchezza, il partito della media borghesia: il grande, antico e solido strato sociale che, non solo in Italia, ha sempre compreso la grande maggioranza dei cittadini e non è mai stato rappresentato da una destra elitaria, ricca e ottusa da una parte e da una sinistra marxista, demagogica, altrettanto reazionaria e ottusa dall’altra. E nemmeno da un centro schiacciato dai due poli estremi. La sola idea di venire definito “partito della media borghesia” è probabilmente un incubo per la dirigenza ex PCI, che non ha mai fatto la rivoluzione proletaria, che non l’avrebbe mai fatta e che non la farà mai, ma che non lo vuole ancora ammettere.

Varrebbe la pena fare una seria riflessione sui valori di questa bistrattata media borghesia che da qualche secolo europeo a questa parte è stata il motore e la struttura di tutto il progresso sociale, ha fatto tutte le guerre, ha pagato tutte le crisi. Laica, istituzionale, decente, tenace, competente, meritocratica, sospettosa di qualunque rivoluzione settaria, insofferente per le finte lotte di classe e per i privilegi ingiusti. Intollerante della demagogia e, purtroppo, da sempre silenziosa e moderata per definizione e per ineludibile e necessaria tara genetica. 

I valori della  vera costante, permanente, quotidiana rivoluzione del senso comune della responsabilità e della competenza: una difficile pratica severa e rigorosa.

Ci vuole coraggio e fantasia non solo politica per trasformare il vecchio partito comunista, appesantito dalla burocrazia della finta rivoluzione, in un partito moderno senza una specifica riduttiva, castrante, grammatica ideologica, senza i pregiudizi storici nei confronti della socialdemocrazia, e senza i complessi per gli errori del passato onestamente ammessi, denunciati e riconosciuti. 

La differenza fra gli elettori persi e quelli che si acquisirebbero non dovrebbe lasciare dubbi, ma non è facile nella palude ideologica post-marxiana e dopo l’ubriacatura demagogica del defunto operaismo ritrovare una linea per dire “pane al pane e vino al vino”. Trovare gli uomini capaci di farlo. Ma che forza avrebbe ! Ma  è vero solo per il vecchio PCI?

Lorenzo Matteoli

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
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