Nota 2020 alla ripubblicazione de “I Komunisti

Nella surreale condizione della quarantina (lockdown, selfisolation in Australia) è una condizione di sopravvivenza ideologica necessaria trovare cose da fare. Possibilmente cose utili o significative. L’alternativa è purtroppo solo…aspettare di morire. Oltre scrivere occasionali “pensierini” (cfr La Catena di Montaggio, Ripartire) da poco ho scoperto l’interesse di rileggere le cose che scrivevo dieci anni fa, negli anni “berlusconiani”. Non ho mai condannato, esecrato, maledetto Berlusconi come era obbligatorio fare per essere rispettati dalla “soi disant sinistra”. Criticavo la sua pesante responsabilità, denunciavo, ne indicavo stupidaggini, volgarità, errori, ma non era sufficiente la relativa moderazione dettata dalla certezza che l’alternativa politica non esisteva. Come la storia successiva e attuale ha poi dimostrato. Molti amici non hanno apprezzato la mia scarsa ferocia nei confronti del caimano. Molti hanno stigmatizzato più o meno severamente. Molti, in termini espliciti, mi hanno qualificato come “berlusconiano di merda”.  
Ecco “I Komunisti” un pensierino del gennaio 2011 abbastanza significativo del mio atteggiamento critico/moderato. Particolarmente interessante la critica al PD dove anticipo quello che si è verificato poi e che si sta svolgendo oggi: la lunga tormentata crisi del glorioso Partito Comunista alla ricerca di una sua attualità storica e politica verso l’ammissione, dopo 50 anni di massimalismo stalinista, che l’odiata socialdemocrazia, forse, è la linea vincente. (LM)

I Komunisti.

8 Gennaio 2011


I carri armati  russi a Budapest 1956 approvati dal PCI di Napolitano

I carri armati russi a Budapest nel 1956 approvati dal PCI di Napolitano

La polemica ricorrente di Silvio Berlusconi sui “komunisti” provoca reazioni beffarde da parte del PD. Le battute del Presidente del Consiglio vengono dismesse con irrisione e sufficienza. Qualcuno le associa alla vecchia favola dei komunisti che mangiano i bambini per inquadrarle nella categoria del falso paradossale e dell’assurdo archeologico. Puntualmente la liturgia si è ripetuta dopo l’intervento telefonico di Berlusconi alla trasmissione Kalispera dove ha ripetuto che, anche se hanno cambiato (più volte) il nome del partito, i “komunisti” ci sono ancora e non hanno cambiato il modo di fare politica e la loro cultura di base è sempre la stessa. 

Può darsi che Berlusconi usi un linguaggio antiquato e che le sue “esternazioni” contro i “komunisti” abbiano una impronta e un tono che ricorda vecchie polemiche contro il PCI di stretta osservanza stalinista degli anni ‘50, ‘60 e ‘70 (‘80?). Un partito che raccoglieva più del 30% dei voti degli italiani. E che della “lealtà” alla Russia di Stalin si faceva orgogliosissimo vanto. Che manifestava, insieme a Giorgio Napolitano, a favore dei carri armati Russi in Ungheria, a Praga e a Berlino Est. Che bollava come traditori quelli del “Manifesto” e li buttava fuori dal Partito con disonore perché avevano criticato l’intervento USSR a Budapest. Il PCI al Consiglio Comunale di Torino, sindaco Novelli, presentava mozioni a favore di Pol Pot ancora negli anni ‘70.

Una posizione ufficiale del PCI e dei suoi massimi organi dirigenti sulle questioni sopra evocate non è mai stata né chiara, né disponibile. Tutti presumono che sia stata fatta e fanno finta di darla per scontata, ma dove e quando e in che termini è problema oscuro. Sembra che non sia una cosa rilevante e comunque il PD non è il PCI, dicono, e non si vede perché dovrebbe fare una autocritica su questioni che riguardano un altro partito. Altri tempi. Altra storia. Sono però gli stessi uomini e questo in qualche modo è come la sabbia sotto i denti. Ora finché la polemica arriva da Berlusconi è facile scaricarla con la consueta supponenza, più difficile è la “dismissione” quando la polemica e le accuse di “avere perso il pelo ma non il vizio” arrivano dall’interno del PD o da aree adiacenti al PD. L’insofferenza verso i vecchi paradigmi e verso la dialettica delle “frattocchie” è cruda all’interno dei quadri e Bersani non riesce sempre a contenerla, e forse non vuole nemmeno contenerla. È interessante notare che le cose che dice Berlusconi, con il suo linguaggio un po’ datato, sono le stesse che dicono i giovani “rottamatori” Matteo Renzi e Matteo Ricci, che Veltroni dice di Dalema, che Franceschini, Tinagli e Marino sussurrano della invecchiata nomenclatura che ancora controlla il PD. Che Chiamparino dice con chiarezza appena velata dal suo lungo servizio nel PCI “storico” di Torino. Certo il modulo linguistico della giovane generazione è più articolato, il vocabolario molto più “up to date” (devono fare attenzione perché lo spazio dialettico disponibile è limitato), ma la sostanza è proprio quella che anche Berlusconi denuncia: il PD non ha ancora superato “il crollo del muro”. Non ha le idee per andare oltre verso una vera socialdemocrazia (per molti compagni ancora una parolaccia) e quando qualcuno ha le idee manca il coraggio e quando ha le idee e il coraggio viene “tagliato fuori” dalla vecchia guardia che non molla la camera dei bottoni, congelata dalla paura di perdere consenso, di essere bruciata da Dipietro, da Vendola, da Pisapia e dalla sinistra estrema.

Quali sono le parole chiave della critica interna al PD? Ecco un repertorio tratto da recenti interventi (molti reperibili sul web):

Rinnovamento, cambiamento, faremo un Italia diversa, nuove forze che devono essere riconosciute, non riusciamo a dare un alternativa credibile, il problema è generale, visione nuova da mettere in campo, pensiero politico nuovo, litighiamo fra di noi e non diamo risposte…

Ci si può divertire a trovarne altre, ma queste sono sufficienti ad inquadrare il problema: se Berlusconi dice che i “komunisti” sono sempre gli stessi viene sbeffeggiato, ma la loro critica interna (specialmente giovanile) sente pesantemente la necessità di “cambiare”. La domanda che viene naturale è “cambiare rispetto a cosa?” Evidentemente rispetto alla pre-esistente cultura politica che è precisamente quella che Berlusconi denuncia esponendosi alla loro supponente irritazione.

Ogni generalizzazione va sempre presa con molta prudenza, ma ci sono alcuni elementi “grammaticali” che caratterizzano la antica dialettica delle “frattocchie” e che possono servire a identificare lo stile del PCI storico che è rimasto nel PD e che ha attraversato indenne le varie crisi (DS, PDS). Personalmente ne ho individuate alcune fra le più significative.

Il Teorema”: viene costruito un modulo descrittivo ad hoc di una situazione, persona, legge, problema. Il “modulo” viene consolidato per mezzo di sistematica ripetizione e reiterazione, fino a quando non sostituisce la realtà nell’immaginario collettivo e nella pubblica opinione. Dopodiché la dialettica viene esercitata sul “teorema” e non sulla realtà delle cose o delle persone.

Variante del “teorema” è “l’etichetta”: si attribuisce alla controparte una opinione o una posizione di comodo e ci si confronta con questa invece che ascoltare e confrontarsi con quanto effettivamente il soggetto dice, scrive o sostiene in modo documentato e competente.

La terza grammatica è l’“astrazione”: di una situazione complessa (una legge, per esempio, o una crisi congiunturale) si astrae un dettaglio particolarmente utile per sostenere la propria tesi (o il teorema) e su questo dettaglio si concentra l’operazione dialettica, facendo in modo che la controparte sia costretta a difendersi su un terreno sfavorevole mentre gli aspetti gravi e significativi del problema vengono lasciati in secondo piano.

Le tre “grammatiche” base si prestano poi a mille sfumature e in mano a operatori abili sono armi efficacissime specialmente nei dibattiti manipolati dei talk show televisivi.

In alcuni talk show le tecniche di manipolazione sono arrivare al punto di “ricostruire” una controparte di comodo come fa Annozero con le “docufiction”, oppure con Travaglio e Guzzanti che intervistano una Gelmini finta rappresentata da una macchietta grottescamente sciocca. Tecniche che sono sicuramente oltre ogni decenza giornalistica e non giustificabili dal taglio che superficialmente sembra quello della satira, ma in realtà è una falsificazione sostanzialmente offensiva.

Se si ascoltano con attenzione i dibattiti o gli interventi in Parlamento specialmente quelli della “nomenclatura” si potranno individuare le “grammatiche” e le loro varianti e si potrà valutare la loro attualità ed efficacia.

Gli altri strumenti di manipolazione della dialettica politica dei quali il PCI era grande maestro sono quelli della costruzione di un simulacro di opinione pubblica mediante attivisti e simpatizzanti. La scuola, l’università, la giustizia, la stampa, gli organici delle amministrazioni locali a tutti i livelli (comuni, province, regioni) sono tutte strutture dove ancora oggi il PD può contare su una potente eredità di simpatizzanti attivi e convinti che sono in grado di movimentare i grandi numeri necessari per “fare opinione” e per provocare riverbero mediatico. La piazza. Una eredità lasciata dal PCI che per questo ha sempre operato strategicamente avendo in mente i tempi lunghi.

Un ulteriore elemento caratteristico della agenda politica del PD che autorizza il sospetto di una loro “genetica” o storica tendenza a preferire percorsi diversi dalle procedure democratiche è la pervicacia con la quale insistono nei tentativi di sovvertire gli equilibri politici mediante iniziative “diverse”. Di questo tipo è oramai chiara e consolidata la linea “giustizialista” assistita da magistrati allineati e strumentali. Sempre fra i tentativi “diversi” dalla pratica democratica la recente manovra coordinata con Gianfranco Fini: un non dichiarato accordo con parte della maggioranza per mettere in crisi il governo e farlo saltare su un voto di fiducia. Sotto molti aspetti l’operazione può essere qualificata come un vero “colpo di stato”. È difficile pensare che senza solide garanzie Fini avrebbe preso le iniziative che alla fine sono fallite con la sconfitta del 14 Dicembre. Altro esempio di “centralismo democratico” è la liturgia delle “primarie” dove il popolo della sinistra viene chiamato ad avallare, possibilmente senza discutere, le nomine fatte dalla cupola del Partito. Le “primarie” del PD che vennero a suo tempo vendute come l’esempio di democrazia interna del Partito hanno poi rivelato la loro vera essenza: una liturgia il cui unico scopo era di spalmare una parvenza di dialettica democratica sulla brutalità sovietica della segreteria. Queste sono le primarie e questo è il candidato che dovete votare. A Milano è andata male perché la “base” del Partito comincia ad accorgersi di come stanno le cose e non segue le istruzioni dettate dalla Segreteria. Questi comportamenti di profilo squisitamente totalitario vengono ovviamente negati dal PD: possono anche essere stati gestiti senza premeditazione o disegno, ma l’operazione fatta in modo implicito è ancora più preoccupante. Il PD persegue le sue logiche seguendo in modo subliminale la sua vocazione genetica. Quando Berlusconi denuncia la malattia totalitaria del PD le reazioni sono di irritata derisione, ma nel chiuso delle Sezioni il malessere delle cellule è forte e l’istanza di “cambiamento” sempre più critica e ha lo stesso segno delle esternazioni di Berlusconi. Prima o poi si esprimerà in modo esplicito e forse drammatico e dalla crisi potrebbe iniziare un percorso verso la socialdemocrazia. Quando il PD (o la nuova sigla che verrà inventata) sarà arrivato a una nuova maturità politica il “quadro” politico italiano sarà completamente diverso dall’attuale settario teatrino. La “nomenclatura” sarà finalmente in pensione e con le nuove generazioni politiche potrà nascere una vera alternanza bipolare anche in Italia. Ma fino ad allora le reiterate “esternazioni” di Berlusconi sui “comunisti” non solo sono giustificate dalla realtà delle cose, ma sono utilmente salutari. Che è la ragione per la quale oggi irritano la cupola del Partito Democratico.

C’è una cosa alla quale bisogna fare attenzione: per certi aspetti il dibattito politico è simile al gioco del tennis. La qualità dello scambio tende ad appiattirsi sul livello del giocatore più scadente. Questo è il motivo del generale squallore della dialettica politica in Italia. Sia in Parlamento che nei luoghi del dibattito pubblico (essenzialmente la televisione) lo scambio è arrivato a livelli infimi. Agli argomenti si sostituisce l’urlo, quando la tesi favorita dal conduttore è in difficoltà il dibattito viene interrotto dalla “pubblicità” o dal conduttore stesso. Spessissimo tutti parlano e urlano simultaneamente ripetendo a mo’ di slogan una “frase d’attacco” per sommergere verbalmente la controparte. Essendo impossibile la verifica immediata delle informazioni e delle affermazioni molto spesso la falsificazione più smaccata riesce ad imporsi sugli ascoltatori. I dibattiti somigliano più a scontri fisici che a confronti dialettici fa due tesi o due opinioni. Un incubo orwelliano. L’audience aumenta con la violenza, la provocazione e la volgarità degli interventi. Una spirale inarrestabile verso il peggio. Più audience più profitto di pubblicità, più volgarità e più violenza verbale…

Forse è tempo che un movimento di opinione intervenga per fermare l’obbrobrio.

Forse la partecipazione a questi dibattiti dovrebbe essere riconsiderata criticamente da tutte le parti in causa. Forse gli organi di controllo della RAI/TV dovrebbero intervenire con maggiore autorevolezza.

Tollerare e incoraggiare questa cultura deteriore non è indice di democrazia e di rispetto della libertà di espressione perché è proprio questa cultura che è un insulto alla democrazia e alla libertà di espressione.

lorenzo matteoli

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
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