25 Verde sette anni dalla costruzione

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Andrea Terranova e Lorenzo Matteoli dialogano con Luciano Pia

Agosto 2020

(AT): Buongiorno Luciano,
ritorniamo in via Chiabrera a sette anni dalla fine dei lavori.
Come avevi preventivato «25 Verde» è giunto alla sua maturità: la ricchezza del verde, l’ossidazione del Cor-Ten, i rivestimenti in legno, hanno trovato un completo equilibrio, per così dire, organico.
E in un momento in cui si parla sempre più (a volte in modo inappropriato) di «obsolescenza programmata» degli edifici, qui siamo di fronte ad un qualcosa di completamente diverso.
Se nel primo caso l’obiettivo è limitare la durata ad un periodo prefissato (una sorta di «mortalità» pianificata), in «25 Verde» il paradigma appare essere quello della imprevedibilità del vivente.
Ma non solo, mi sembra che al di là della tua intenzionalità (c’è un vecchio adagio in estetica: «ciò che l’autore non sa») «25 Verde» stia diventando sempre più una sorta di sistema omeostatico e simbiotico – per dir così – à la Gaia di James Lovelock (o, volendo essere più contemporanei, alla “Pandora”: il pianeta del film Avatar, uscito nel 2009 proprio mentre stavi terminando il progetto), in cui ambiente e abitanti appaiono strettamente integrati per formare un unico “sistema” che si autoregola.
Cosa ne pensi? C’è qualcosa di plausibile in queste mie affermazioni?

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(LP): Buongiorno Andrea,
naturale-artificiale, paesaggio-costruito, sono sempre visti come due aspetti separati, come elementi in antitesi. Nell’immaginario comune costruiamo una abitazione per “ripararci dalla natura”. Da qualche millennio cerchiamo di “liberarci” dai legami con la natura per essere altro; l’uomo non è un animale, non vogliamo fare una vita da cani ecc. Con queste premesse l’uomo costruisce lo spazio in cui vive, evidentemente slegato dalle leggi della natura. Quale è l’elemento base della natura se non l’evoluzione, il continuo cambiamento adattamento, ricombinazione, casualità, sempre essendo lo stesso insieme degli stessi elementi. Quando si costruisce, normalmente si parte dai presupposti opposti: gli elementi vengono organizzati in un insieme perché garantiscano nel tempo la conservazione delle prestazioni e delle forme richieste, quindi devono restare invariati il più possibile altrimenti non corrispondono più alle richieste di partenza, che restano per noi invariate nel tempo.
Da un lato quindi la natura cambia e si evolve nel tempo, pur restando sempre la stessa, dall’altra il nostro operare umano cerca di mantenere invariate situazioni che ci proteggano dal variare delle condizioni nel tempo.
E’ evidente quindi che il nostro modo di operare è da considerarsi “contro natura”. Usare i pesticidi, sbancare le montagne, costruire nel letto dei fiumi, non sono certo nello spirito di continuità delle leggi naturali e della sostenibilità intesa come garanzia di conservazione delle risorse e delle possibilità nel tempo.
Quando abbiamo cominciato come uomini a “tradire la natura”?
Secondo me quando è cominciata la disuguaglianza, che secondo Rousseau ha coinciso con il concetto di proprietà privata. Da allora in poi l’animale uomo ha cominciato a dover difendere i “diritti acquisiti” e così poco per volta si è sentito

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prediletto da Dio, uguale a Dio, Dio invincibile, conquistatore del mondo, conquistatore dello spazio, e poi?
Mano a mano che l’uomo si sentiva più forte ed invincibile, capace di piegare la natura al suo volere, alle sue “necessità”, reali o indotte che siano da comportamenti e convinzioni, ha cercato di manipolare la natura a suo servizio ed ingabbiarla al suo volere, senza tener conto del fattore tempo-cambiamento-evoluzione.

Oggi finalmente dopo secoli di follie, cominciamo a renderci conto che forse stiamo pensando in un modo sbagliato e che pensando di migliorare il nostro ambiente vitale lo abbiamo in realtà distrutto. Che nell’obbiettivo di creare delle comunità urbane in cui poter meglio vivere e crescere, queste sono diventate per noi la morte della speranza. Quando è nato il progetto del «25 Verde», questi pensieri, riflessioni, dubbi erano ormai evidenti tra di noi e, credo, non si potesse fare a meno di esplicitarli e prenderne atto per ripensare in modo critico il nostro modo di fare.

Se guardiamo l’evoluzione dell’architettura dall’antichità ad oggi, possiamo paragonare l’allontanamento del rapporto con ambiente e natura all’evoluzione tecnologica. L’architettura razionale, a mio avviso rappresenta l’apice di questo avvicinamento all’evoluzione tecnologica.

La purezza delle forme, la complessità impiantistica necessaria alla gestione dei fabbricati, non è altro se non la voglia del Dio di “creare” un essere perfetto, nonostante il tempo e lo spazio varino.
Ho cercato quindi, nel «25 Verde», di invertire la tendenza; tempo, spazio, materia ed azione si combinano nel tempo e variano diventando sempre altro. Non una forma definita, un materiale invariato (elementi impossibili in natura) ma materie in cambiamento, forme che variano ed elementi che si adattano alla natura, questa compresa che comprende l’uomo come elemento parte della natura.

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Il territorio è inteso come spazio abitabile tal quale è in natura, o come cambia naturalmente, e non un ambiente che contiene uno spazio abitativo che protegge dai cambiamenti della natura nel tempo. Tempo spazio evoluzione sono quindi continui e porteranno nel tempo a variazioni più o meno significative che oggi non possiamo ipotizzare, ma che obbligatoriamente ci saranno. Forma che non è forma definita se non dal tempo e dalle variazioni, ambiente che è e sarà sempre altro.

E’ il tempo a costruire lo spazio, la natura a plasmarlo, l’uomo (animale tra animali) ad abitarlo, modificarlo, distruggerlo.
Quello che oggi è il «25 Verde» non sarà domani e non era ieri, questo è quello che conta e quello che vuole essere, esempio di possibili mutazioni, integrazioni, variazioni, demolizioni, ricostruzioni, continuità, discontinuità, restando sempre se stesso ed altro nel tempo, nello spazio, nel luogo, ovunque, nel pensiero, non pensato, condiviso, negato.

(AT): Devo dire, caro Luciano, che mi hai colto di sorpresa: l’allargamento che hai dato all’orizzonte del discorso non era per nulla scontato. Sul rapporto tempo/spazio provo a seguirti con gli strumenti che ho a mia disposizione.

Nel 1934 Paul Valery scrisse che “lo spazio e il tempo non sono più da vent’anni in qua, ciò che erano da sempre” (La conquista dell’ubiquità). In effetti – nel periodo compreso tra il 1880 e i primi anni venti del Novecento – la nascita e lo sviluppo di nuovi mezzi di trasporto e di comunicazione modifica profondamente il modo di percepire la coppia spazio/tempo. L’idea di una moltiplicazione ad infinitum di tempi e spazi ha il sopravvento su una concezione che afferma l’unicità

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dell’esperienza spazio-temporale. E tutto ciò comporta un riconoscimento della presenza di un tempo privato, «soggettivo» (per dirla con Henri Bergson).
Paradossalmente l’architettura, la disciplina per eccellenza nella produzione di spazi (e di tempi), appare impreparata di fronte a questo mutamento; mi viene alla mente il giudizio severo di Luigi Prestinenza Puglisi (se non sbaglio, uno degli interpreti più attenti del tuo lavoro): commentando il celebre Spazio tempo architettura (1941) di Siegfried Giedion (e criticando i suoi apologeti: da Colin Rowe a Peter Eisenman), afferma che «contrariamente alle intenzioni (demiurgiche) di Giedion, noi non abbiamo introdotto nell’architettura la dimensione temporale ma la abbiamo annientata» (Spazio-tempo-architettura: la costruzione di un mito). In questo senso, mi sembra che proprio il gap palesato dai vari «modernismi» (di Giedion, di Rowe, di Eisenman ecc.) ci porti a riflettere sul ruolo che può ancora svolgere l’architettura: mi vien da pensare a Paul Ricoeur (che ha dedicato all’architettura pagine illuminanti e per me decisive) e alla sua «poetica della volontà» [vedi Paul Ricoeur, La metafora viva (1975), tr. it Jaca Book, Milano, 1997], il cui centro pulsante è costituito dalla «metafora», non più mero artificio discorsivo ma vero e proprio dispositivo cognitivo capace di aprire un mondo e di renderlo manifesto.

Per te caro Luciano il «verde», il «legno», gli «alberi», il «Cor-Ten» non sono meri abbellimenti del «discorso» progettuale ma sono costrutti densi di vitalità; così come la «metafora» per Ricoeur «non è viva soltanto per il fatto che vivifica un linguaggio costituito. La

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metafora è viva per il fatto che inscrive lo slancio dell’immaginazione in un “pensare di più” a livello del concetto» (La metafora viva, cit., p. 401). Ecco, mi sembra che «25 Verde» rappresenti l’esito di un «pensare di più», immaginando una forma che – come hai ben scritto – «non è forma definita se non dal tempo e dalle variazioni, ambiente che è e sarà sempre altro».

(LP): Certamente Andrea, qui si sta allargando il margine e mi sembra che si stia facendo quello un tempo era stato fatto da illustri pensatori che, partendo dalla considerazione del giovamento della giustizia (natura per noi), hanno teorizzato, analizzandole, le forme di governo decretando chi e come si debba governare (progettare per noi). Come loro, anche noi, possiamo chiederci a chi giovI la natura (giustizia), se ai buoni o ai malvagi, ai forti ed ai deboli, se ai demoni o ai santi. Ammesso che riusciamo a fare categorie distinte e che siamo d’accordo sulle due liste, dei buoni e dei cattivi e come stabilire chi sta da una parte e chi dall’altra, a chi giova la natura, chi trova compimento e benessere in essa, chi la rifugge e vuole imbrigliarla? Tu disquisirai su questi aspetti che io, standoci dentro, non posso cogliere con sufficiente distacco e critica d’insieme.

Io preferisco stare al centro, nel non agire, e lasciare che naturalmente le cose evolvano e continuino naturalmente e costantemente nel tempo secondo la logica che autoregola l’evoluzione per cui il risultato è sempre il migliore possibile. Questo è quello che penso o che non penso e che naturalmente ha portato alla nascita del «25 Verde». La consapevolezza che dando la possibilità alla natura ed ai suoi elementi (tutti gli esseri viventi e non, noi tra loro), di trovare giovamento dalla libertà e mutabilità nel tempo e nello spazio. Tu invece devi «tirare fuori» dal 25 verde con la

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tua analisi critica quello che è li nascosto, non evidente e non detto. Io che sono stato il “mediatore” tra la comune necessità e la realizzazione, non sono capace di criticare me stesso e quello che faccio, non ne ho la distanza critica e la giusta distanza. Preferisco ascoltare e semmai rispondere alle tue indagini riflessive, tu che sei un comunicatore ed un lettore critico della realtà saprai cogliere i lati nascosti della psiche.

(AT): Caro Luciano, devo confessarti il mio imbarazzo per aver portato alla luce un nucleo profondo della tua anima di progettista; al tempo stesso, questa tua verbalizzazione mi ha fornito la chiave per mettere a fuoco ciò che non avevo ben chiaro: da una parte, tu pensi come un «artista» (tratto caratteriale che deriva dalla tua formazione) che «lascia» al pubblico l’interpretazione del proprio lavoro; dall’altra, vedo l’attitudine operosa del «coltivare» (non solo edifici organici): come architetto sei diventato anche un «coltivatore di comunità». Per me è fuor di dubbio che nelle tue architetture (penso a «Scuola di Biotecnologie», «25 Verde», «Casa Hollywood») l’idea di «comunità» degli abitanti diventi un elemento fondante. Nelle tue parole io vedo un forte riferimento al «giusto e al buono», alla kalokagathìa della cultura greca classica, che si dà con il riconoscimento del «primato dei destinatari» – di chi vivrà le tue architetture – improntato ad un rapporto di pari grado tra progettista ed abitante. E mi sembra che questo spazio «democratico» di apertura si fondi su un patto di lealtà che vede da parte tua quattro condizioni di base: chiarezza,

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leggerezza, profondità, rispetto. Cosa ne pensi? Ti ritrovi in questa mia concettualizzazione?

(LP): Concordo con te, Andrea, che il problema non è mai e solo di fare architettura che sia una risposta “piacevole” ad un’esigenza di carattere abitativo, ma di dare risposte sociali, o forse meglio, di interpretare socialmente con il nostro operare il sentire comune, trascriverlo in realtà. In altre parole dare forma alla natura che è in noi, operare naturaliter nella natura umana che, in quanto parte di un tutto “organico”, condivide socialmente, possibilmente in senso buono e giusto, il tempo e lo spazio che la natura stessa immanentemente ci contiene.

Aggiungerei solo, per ultimo, alle tue quattro condizioni, la “pazzia” che molte volte mi è stata affibbiata dopo la realizzazione del «25 Verde». Ebbene si, la follia, quella elogiata da Erasmo è fondamentale per poter pensare, vivere, lavorare, evolvere naturalmente, naturalmente parlando.

Agosto 2020

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“Conclusione” di Lorenzo Matteoli

Caro Luciano e Caro Andrea,
ho seguito il vostro interessante dialogo su “25 Verde” sette anni dopo la sua realizzazione.
Che le architetture “vivano” nel tempo e si integrino nel paesaggio urbano per mezzo della nostra abitudine a vedercele è un fatto certo, anche se complicato: avviene una strana transazione, siamo noi che cambiamo, ma trasferiamo il nostro cambiamento alla città nella quale viviamo perché, cambiando, la vediamo diversa. Si aggiungono i nostri ricordi, la solidità del quotidiano, la sensazione del futuro, e l’immagine percepita è diversa.
Questa percezione nel caso di “25 Verde” è particolare, perché in questi anni l’architettura “ibrida” di Luciano è oggettivamente cambiata: la parte vegetale è cresciuta, in qualche caso in modo vistoso, il rapporto con la parte edilizia (strutture, vetrate, terrazze, muri) è oggi molto diverso da quello che era quando l’edificio fu costruito. Non siamo più noi che cambiando vediamo cambiare l’architettura, è l’architettura che muta e ci impone il divenire, perché una sua parte importante è effettivamente “viva e vegeta”.
Le città e le loro architetture, insieme alla gente che ci vive, sono un tessuto “organico” imposto al territorio: le città nascono, vivono, invecchiano, si ammalano e muoiono. Un fatto che difficilmente viene rappresentato nella “pianificazione urbana” che invece presume di operare su tessuti inerti, immobili e passivi.

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La vita dell’architettura ibrida di Luciano, evidente oggi e chiaramente registrata dal 2013 ad oggi sette anni, invita a riflettere: per usare una definizione resa famosa nel 1966 da Robert Venturi e da Denise Scott Brown, si tratta di un “garbato manifesto” (in inglese “a gentle manifesto”). Manifesto garbato (proprio come Luciano) ma fermo e severo, e basta guardare il contesto urbano intorno a “25 Verde”: la differenza toglie il fiato e si qualifica come vera e propria limpida denuncia. L’architettura non solo come ospite del verde (id est balconi e fioriere se vogliamo citare il “bosco verticale” di Boeri, realizzato qualche tempo dopo) ma come sintesi di verde e costruito. Non solo verde e acciaio. Verde e spazio vivibile, spazio che vive con chi lo abita.

La suggestione è quella per un tessuto urbano profondamente diverso: non vivo perché noi lo vediamo cambiare, ma vivo perché lui cambia. Nei giorni, nelle settimane nei mesi nelle stagioni e negli anni. Una misura del nostro tempo biologico integrata nella casa abitata.

L’ibrido vegetale/architettonico disegnato da Luciano è un manifesto garbato non solo per l’architettura dei singoli edifici, ma per la forma urbana stessa. Il sogno di Vitruvio: gli dei della foresta tornano alla città che non è più una metastasi/cancerosa che aggredisce il territorio, ma un tessuto architettonico vegetale organico che consente al territorio di ospitare abitanti senza le nefaste conseguenze dei milioni di chilometri quadrati di deserto cementizio inquinante. Una suggestione affascinante per il recupero dello squallore criminogeno delle nostre periferie urbane.

Auguri!

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Regesto visivo Fotografie e didascalie di Luciano Pia

Abbiamo chiesto a Luciano Pia un repertorio di immagini a compendio del “dialogo”: ci ha consegnato una ventina di fotografie da lui scattate abbinate (con evidenti analogie formali) a layout e foto- inserimenti dei suoi progetti e concept, accompagnate da brevi, essenziali, didascalie.

Riferimenti testuali (e non)

Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (1955), tr. it. Einaudi, Torino, 1966.

James Cameron, Avatar, 161′, Col, U.S.A., 2009.
Henri Bergson, Materia e memoria: saggio sulla relazione tra il corpo e lo spirito (1896-1907),

tr. it. Laterza, Roma-Bari, 2009.
Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia (1511), tr. it. Einaudi,. Torino, 1997.

Sigfried Giedion, Spazio tempo e architettura, lo sviluppo di una nuova tradizione (1941), tr. it. Hoepli, Milano 1989.

Martin Heidegger, Saggi e discorsi (1954), tr. it. Mursia, Milano, 1976.
Werner Jaeger, Paideia. La formazione dell’uomo greco (1934), tr. it., Bompiani, Milano,

2003. (per il concetto di kalokagathìa)

Stephen Kern, Il tempo e lo spazio (1983), tr. it. il Mulino, Bologna, 1988.

James Lovelock, Gaia (1979) tr. it. Bollati Boringhieri, Torono, 2011

Piero Palmero, Andrea Terranova, Abitare l’immaginario, Celid, Torino, 1994.

Man Ray, Tutti gli scritti, Feltrinelli, Milano 1981.

Luigi Prestinenza Puglisi, “Spazio, tempo, architettura? La costruzione di un mito”, in http://www.prestinenza.it/2014/11/spazio-tempo-architettura-la-costruzione-un-mito.

Paul Ricoeur. La metafora viva (1975), tr. it Jaca Book, Milano, 1981.
Paul Valery, “La conquête de l’ubiquité”, in Oeuvres complètes, Gallimard, Paris, 1960.

Video su “25 Verde” della trasmissione Echologis, produzione TVOnly e France Televisions, in https://vimeo.com/148988829page32image54346304

25 Verde: bibliografia di riferimento (in ordine cronologico)

2019 – Marina Paglieri ”La Wikipedia torinese dei paesaggi più belli“, la Repubblica, 7 aprile.
2019 – Jean-Francois Caille ”Foret habitee sur structure en corten“, AMC Magazine, n. 276, mars.

2018 – Thomas Hellquist ”Arkitekturen, shonheten och hegel“, KRITIK Magazine, n. 37, juni.
2018 – Christian Benna ”L’architetto: il riuso di qualità non costa meno“, Corriere Torino, 19 luglio.

2017 – Michael Webb ”25 Verde: Corten Forest“, Building Community: New Apartment Architecture, october.
2016 – Baran Danis ”25 Green“, Konsept Projeler Magazine, Istambul, n- 4.
2017 – Sisto Giriodi ”Torino ritorno al futuro“, Torino.

2016 – Nikitha K Paul ”Where the Woods, ake over“, Design Detail – The Architecture Magazine, (India), vol. 3 n. 26.
2016 – Sandra Makowski ”Liben Wie im Wald“, Holz-Zentralblatt, n.19.
2016 – Simona Galateo “25 Green”, in I condomini, Hachette, Milano.

2016 – Zhu Yingxin, Bruno Stagno ”25 Green“, World Architecture, n. 6. 2016 – AA.VV., ”The Name Lives on“, Zincspiration.
2016 – Gaia Passi “Un cuore verde”, AD Outdoor, n.419.
2015 – Yoon Jeong, “LucianoPia ’25 Green’”, Landscape World, vol. 82. 2015 – Jeong Geunae, “Luciano Pia: Live Natural“, J. J. Magazine, n.124. 2015 – Paola Molteni, “Urban Regeneration”, Of Arch, n. 135.

2015 – Fritz Habecuss, “Grüner Wohnen”, Die Zeit, n. 38.
2015 – Thierry Paquot, “Archi-architecture”, Cartier Art e Culture, n. 41.
2015 – Angelios Psilopoulos “Green in Grey, Architecture in Hybrid Mode – 25 Green”, C3 Magazine, n. 371.
2015 – Jon Astbury “Green Torino”, The Architectural Review, may.
2015 – Natur’actu “Une cabane vivante!”, La Petite Salamandre, n. 5.
2015 – Martin Di Peco “Sustentabilidad – Recortes”, Summa+, n. 5.
2015 – Lhasarna Turner “Naturalism. 25 Verde”, StyleBiblio, may.
2015 – 年室内设计师 “25 Green: a House among Trees”, Designer Magazine.
2015 – Beate Scheder “Baumhaus fur Grosse”, Wired Germany, n. 5.
2015 – Luciano Pia “Agaçlar Arasinda Bir Ev: Yesil 25”, Yapi, n. 401.
2014 – Luciano Pia, “Context Generates Shape: 25 Green”, Residential Landscape, n.5. 2013 – Giancarlo Priori, “Le case tra gli alberi”, in 100 progettisti italiani, Roma.
2013 – Gaia Pettena, “ La casa tra gli alberi in via Chiabrera a Torino ”, L’industria delle costruzioni, n.430.
2013 – Marco Vinelli, “Ritorno a Babilonia”, Corriere della Sera, 9 marzo.
2013 – David J. Haines, “Turin, residenza 25 Verde”, in Water Enjoyment, volume 3. 2013 – Annamaria Gai, “Anche a Torino la natura è di casa”, Progettare, n. 2.
2013 – Caterina Grosso, “De son bureau fermé à ses chantiers ouverts. Luciano Pia, architecte solitaire”, Le courrier de l’architecte, n. 5.
2013 – Paola Molteni “25 Green: the Marriage of Nature and Real Estate”, Of Arch, n.126.

2013 – Francesca Chiorino, “Il barone rampante. Calvino a Torino. Francesca Chiorino intervista Luciano Pia”, Casabella n. 822.
2013 – Davide Tommaso Ferrando “Una casa sull’albero o un albero entro una casa”, Il giornale dell’architettura, n. 112.

2012 – (senza indicazione di autore), “La casa sull’albero “, A+D+M, n. 40.
2012 – “Eventi: tendenze verdi”, Ville e giardini, novembre 2012.
2012 – Paola Pierotti “Torino, sulla riva del Po spunta la casa-albero”, Progetti & Concorsi – Il Sole 24 Ore, 28 gennaio 2012.
2012 – Michela Finizio “La casa efficiente vale il 10% in più”, Casa 24 – Il Sole 24 Ore, gennaio.
2010 – “Verde hi-tech”, Paysage, giugno.

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Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
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