Rivisitazione di un saggio scritto 33 anni fa.

Commento 2021

Nel mettere in ordine scritti e materiali vari sono incappato in questo saggio  del 1988 e l’ho riletto. Non mi sono annoiato e l’ho trovato stranamente attuale. Che uno scritto e riflessioni di 33 anni fa (avevo 50 anni) abbia ancora sapore di attualità è strano o, quantomeno, è un segno, forse non troppo preoccupante, che in fondo le cose non sono molto cambiate. 

Forse qualcosa dentro le cose, che in realtà sono cambiate, è rimasto intatto.

LM

15 Settembre 2021

Qualche riflessione sulla cultura in generale 
e su quella di Torino in particolare per proporre un progetto

Premessa
Nel corso di recenti dibattiti, discussioni e discorsi mi è capitato di registrare un atteggiamento, nei confronti della cultura, come se questa fosse un istituto. Si parla di fare cultura come se ci fosse un non fare cultura, di luoghi deputati alla cultura, come se ce ne fossero di non deputati, di manifestazioni culturali e di attività culturali come se ci fossero manifestazioni e attività altre. Talvolta l’atteggiamento è inconscio, implicito, sottinteso. Talvolta è marcato ed esclusivo: la stessa pronuncia della parola cultura ne viene sgradevolmente informata e provoca disagio e repulsione. Costruire steccati, erigere chiudende, delimitare orticelli, giardini e pascoli è antica e regressiva vocazione dell’uomo: ogni segnale di ripresa e di periodica affermazione della antica malattia richiede attenzione e affetto.

La grande banalità dei fondamenti deve essere riscoperta con umiltà: questo è il senso dell’esercizio che desidero svolgere.

Ogni volta che si discute di cultura la ampiezza del termine e le sue ineffabili implicazioni costituiscono elemento di forte provocazione e allo stesso tempo comportano non poche difficoltà di riferimento.

Ognuno parla di una qualche entità ideologica che certamente inerisce al significato di cultura: non è mai chiaro però se tutti stiano parlando della stessa cosa. Volendo aggiornare una discussione sulla cultura può essere utile riproporre alcune definizioni storicamente assestate e tenerle presenti nel successivo svolgimento dialettico per poterle confermare, articolare o superare completamente o parzialmente.

Una classica definizione è quella dell’antropologo inglese Edmond Burnett Tylor nel primo paragrafo del suo ‘Primitive Culture’ del 1871:

Cultura … è quel complesso aggregato che comprende la conoscenza, le credenze, l’arte, la morale, la legge, i costumi e ogni altra abitudine e capacità acquisita dall’uomo come membro della società.’

Kant, privilegiando il telos, scrive:

‘La produzione, in un essere ragionevole, della capacità di scegliere i propri fini in generale (e quindi di essere libero) è la cultura. Perciò la Cultura soltanto può essere l’ultimo fine che la natura ha ragione di porre al genere umano.’

Non sfugga il rapporto autoreferenziale. (1)

Secondo il Webster (2) al quarto significato della voce culture si legge:

‘Il modello complessivo del comportamento umano e dei suoi prodotti rappresentati dal pensiero, dalla parola, dall’azione e dagli artefatti e dipendente dalla capacità dell’uomo di apprendere e trasmettere conoscenza alle generazioni successive attraverso strumenti, linguaggio e sistema astratto di pensiero.’

e ancora:

‘..quel complesso intero che include la conoscenza, il credo, la morale, la legge, i costumi, le opinioni, la religione, la superstizione e l’arte.’

Secondo il nostro Devoto, attento alla storicità del concetto, la cultura è:

‘Il complesso delle manifestazioni della vita materiale, sociale e spirituale di un popolo, in relazione alle varie fasi di un processo evolutivo, o ai diversi periodi storici, o alle condizioni ambientali.’

Scolastica e riduttiva la definizione sulla Treccani (voce curata da B. Varisco docente di filosofia alla Sapienza di Roma negli anni 30):

‘ La Cultura è l’insieme delle cognizioni e delle disposizioni così mentali come sociali, al cui acquisto è necessaria, quantunque non sufficiente, una vasta e varia lettura.’

Per dirimere l’infelice espressione quantunque non sufficiente il Varisco impiega due pagine distinguendo e specificando, senza molto successo, la qualità e la modalità delle letture da svolgere. La Treccani si riscatta nel Nuovo Vocabolario della Lingua Italiana dove fornisce, tra le altre, la seguente definizione di cultura:

‘Complesso delle istituzioni sociali, politiche ed economiche, delle attività artistiche, delle manifestazioni spirituali e religiose che caratterizzano la vita di una determinata società in un dato momento storico.’

Secondo Abbagnano la migliore definizione di cultura è ad oggi quella data da Kluckhohn e Kelly: (3)

‘La Cultura è un sistema storicamente derivato di espliciti e impliciti progetti di vita che tendono ad essere partecipati da tutti i membri di un gruppo o da quelli specialmente designati’

Le definizioni sono a loro volta espressione di diverse culture in momenti storici diversi e, solo apparentemente, sono omologhe, consentono però di organizzare il pensiero e sollecitano ulteriore riflessione.

Tutte le definizioni evocano la struttura dialettica del concetto di cultura: la condotta (4) che costituisce l’espressione complessa della cultura, ne è al tempo stesso matrice in una dinamica autoreferenziale di grande interesse.

Gli antropologi, i pedagogisti, gli scienziati della comunicazione, da sempre, perseguono la conoscenza sulle modalità che legano il sistema del complesso aggregato culturale e quello dei comportamenti dalla scala individuale fino alla condotta sociale.

La condizione più evidente che si legge in tutte le definizioni è la specificità sociale della cultura: non esiste cultura fuori dalla società e dalle dinamiche interattive che caratterizzano l’acquisizione e la trasmissione di conoscenze, la formazione di credi, di attitudini e competenze; non esiste cultura fuori dalla storia.

Aveva colto questo elemento Karl Mannheim, parlando del pensiero individuale, della cultura di ognuno, come di prodotto del contesto sociale, dice che ognuno di noi esprime un momento specifico del pensiero complessivo della società nella quale vive. Quanto derivi la concezione dei singoli dal contesto storico e quanto invece questo sia il prodotto della interazione del pensiero di ognuno con il collettivo è il dato variabile che connota in modo diversissimo e dinamico la specificità di ogni situazione:

‘E così non sono gli uomini in generale che pensano, e nemmeno individui isolati, ma uomini di determinati gruppi che hanno sviluppato uno stile particolare di pensiero durante una serie senza fine di risposte a date situazioni tipiche, caratteristiche della loro comune posizione. In senso stretto non è corretto affermare che il singolo individuo pensi. E’ più giusto sottolineare che egli partecipa nel pensare ulteriormente ciò che altri uomini hanno pensato prima di lui. L’uomo si trova in una situazione ereditata già dotata di modelli di pensiero che le sono propri e cerca di elaborare ulteriormente i modelli ereditati di risposta o di sostituirli con altri per confrontarsi in termini più adeguati con i nuovi problemi determinati dalle modifiche e dai cambiamenti della sua situazione ( ….) Ogni individuo per il fatto di crescere in una società è quindi soggetto a una doppia predeterminazione: da una parte si trova in una situazione data e dall’altra trova in quella situazione modelli preformati di pensiero e condotta.’ (5)

Fra il privilegio del sociale storico e quello della concezione individuale si confrontano, con alterni successi, le diverse modalità critiche che ciclicamente emergono sul complesso svolgersi del pensare, del comprendere e dell’esprimere.

C’è da domandarsi fino a che punto è interessante definire il problema: si pensa, si esprime e si comprende, immersi e avvolti dal contesto, le cose pensate, comprese ed espresse interagiscono e si accumulano nella storia e informano, secondo la loro forza, capacità, verità, il contesto-matrice. Sapere dove finisce la funzione attiva della matrice e dove invece inizia la fase passiva del contesto non è rilevante, anche perchè questo limite è collocabile ovunque con piena legittimità: da ogni collocazione derivano responsabilità specifiche e diverse. E’ quindi importante e necessario dichiarare le posizioni e gli assunti per evitare, da una parte, di usare il pensiero collettivo come alibi, o come strumento e, dall’altra, di chiudersi nell’astrazione e nell’isolamento individuale: due posizioni che si risolvono, comunque, nell’arroganza.

Lo spazio di correlazione, fra i due estremi, è quello deputato alla comunicazione, alla capacità di assumerla, di promuoverla e di trasformarla in informazione e in messaggio, spesso in condizioni difficili sia sul piano della tecnica che su quello dell’humanitas.

Serve a poco il saper pensare e concepire, interpretare e sentire se a questa sensibilità non si associa la capacità di comunicare, sostenere e difendere pensiero e competenza. Spesso è il coraggio della propria cultura che manca, più che la cultura in se: inutili sono saggezza e conoscenza che si fanno travolgere dalle barricate vociferanti. Demagogia e conformismo sono affascinanti sirene e costituiscono spesso la strada più agevole da percorrere per acquisire facili gratificazioni.

Creare e garantire le condizioni che consentono di affrontare la realtà senza reticenze e senza paure è un imperativo etico: quando dire la propria, sentita e semplice verità è difficile e richiede coraggio al limite del sacrificio ed oltre, la colpa del silenzio e della malversazione, del falso ideologico non è solo pochezza dei singoli, è dell’intera società. E’ una responsabilità sociale e politica.

Le definizioni generali di cultura si prestano a qualche utile riduzione: è possibile applicarle ad ambiti definiti e parlare quindi di ‘cultura industriale’, ‘tecnologica’, ‘politica’, ‘sportiva’, ‘artistica’… restano verificati gli elementi di dinamica interattiva, di complessità e di aggregazione che caratterizzano le modalità di formazione e trasmissione

Nella società ad elevato contenuto di informazione è interessante anche un’altra provocazione: a parità di condizioni qualitative, quanto più la dinamica interattiva fra individuo e società è concentrata nel tempo e nello spazio, tanto più intensa sarà la accumulazione e lo spessore culturale del complesso aggregato risultante. (6)

Elemento questo da non trascurare dati i limiti di spazio e di tempo che, oggi, vincolano i processi formativi utili e i processi elaborativi efficaci.

Altre categorie che permettono valutazioni quantitative di un fenomeno culturale sono la diffusione, la continuità, la mobilità, la velocità delle interazioni. La possibilità di esprimere valutazioni quantitative di una cultura può essere irritante, ma non può essere disconosciuta specie se si accetta la caratteristica autoreferenziale del fenomeno.

Percorrendo rapidamente le conseguenze delle diverse definizioni si apprezza la sintesi espressa da Kant:….‘… la cultura è il senso del vivere in un luogo e in un momento’…….. la si intuisce poeticamente nella sua metafisica verità (7), la si interpreta con il comportamento e con questo la si tradisce, la si accetta o la si rifiuta, ma non si può sfuggire alla sua contaminazione creativa che è ineludibile.

Per gli antropologi la cultura è categoria più forte della vita e della morte: è infatti per valori culturali che spesso si rinuncia alla vita propria o altrui, o la si sceglie e impone.

Lo spessore, l’intensità, la potenza del messaggio culturale complesso in una società fortemente congestionata non sono catturabili facilmente, nè possono essere semplice oggetto di guida od orientamento da parte di azioni limitate e circoscritte. Anche se queste costituiscono elemento dell’aggregato complesso e partecipano del suo significato sia passivamente che attivamente.

La correlazione completa e ineffabile di tutto con tutto il resto può essere esaltante e al tempo stesso causa di frustrazione, di qualunquismo, di inerzia, oppure, di presunzione, arroganza e sciocca illusione. Il messaggio della cultura è composito, potente, con radicazione storica di dimensione e tempi antropologici, lo si interpreta, più che modularlo, e, interprentandolo correttamente, lo si amplifica, lo si sfrutta e lo si usa.

Ogni nostra manifestazione, quindi, è interpretazione della matrice culturale storica e partecipa di questa, la elabora criticamente e la rilancia modificata. (8)

Pensare di capovolgere questa logica di dipendenza è difficile, sarebbe egualmente sbagliato però assumere questa ipotesi come una ipotesi deterministica: infatti tutto non consegue in modo ineluttabile e il pensiero di ogni singolo individuo è comunque responsabile del formarsi di un pensiero sociale.

Il futuro consegue alla volontà collettiva e questa emerge dal gioco complesso delle volontà singole e della loro capacità di diffondersi e di convincere e, come sempre, l’azione (buona o cattiva) occupa lo spazio lasciato libero dalla inazione. (9)

E’ interessante riflettere, a valle di questi assunti generali, sulla responsabilità di una politica per la cultura e se l’ambito davvero esista in termini così specifici.

Come si può intervenire nel kantiano ...’senso del vivere in un luogo in un momento.’ ?

E, viceversa, come interviene questo senso e come informa le decisioni ai diversi livelli di responsabilità politica e amministrativa di una città ?

Una città rappresenta, quasi emblematicamente, quello che Mannheim chiama ‘situazione data e dotata di modelli preformati di pensiero’: chi vi nasce e chi vi opera subisce l’una e gli altri e se, in qualche modo, vuole agire, li deve assumere come condizioni storiche per la sua azione. La città è uno specchio della cultura insediata: specchio ambiguo, che risponde alla immagine riflessa con ritardi e con deformazioni indotte da questi ritardi. Ogni generazione vive nella città che altri hanno disegnato e voluto e disegna, a sua volta, la città dove altri vivranno. Il disegno di una città è la sua sintesi storica più leggibile e rappresenta in modo sostanziale il messaggio che le generazioni passate lasciano alla generazione presente. Messaggio, o suggestione, che va letto, interpretato, rinnovato, adeguato e, se del caso, negato, ma non può essere mai ignorato: quello che i latini chiamavano genius loci (10), e che gli antichi egizi rappresentavano con la figura degli dei della città . (11)

Le decisioni della città
Nulla si decide che non sia compreso (12) dalla cultura insediata: per decidere bene, per decidere in avanti e con visione strategica ampia, è necessario disporre di comprensione culturale, prima che di consenso politico o semplicemente numerico.

Essere interpreti e critici della cultura insediata e contribuire a formare questa cultura in termini e modi coerenti con il futuro voluto, sono momenti essenziali del più elementare programma etico e politico. Strumenti indispensabili per questa ipotesi di lavoro sono l’esistenza di una volontà, la capacità di esprimerla e di associarla a strumenti di figurazione e di suggestione programmatica e progettuale e la capacità di comunicarla a coloro che devono esserne artefici, utenti, fruitori.

Nel linguaggio e nel costume corrente questa sequenza è scaduta al concetto di formazione del consenso: in realtà è il luogo dei valori, del dover essere, dell’utopia e sarebbe bene riportare questa area alle valenze etiche che le spettano. Decisioni illuminate prive di comprensione culturale determinano scollamento fra chi decide e chi deve subire, attuare o fruire della decisione. Decisioni che utilizzano il consenso strumentalmente organizzato e, al limite, ne sfruttano valori e tendenze negative, sono demagogiche e conformi. Purtroppo è più facile organizzare il consenso che formare le condizioni di comprensione. In questa forbice si deve operare: da una parte provocando la crescita dell’interazione conoscitiva, aumentando la critica e l’informazione critica, fornendo strutture e quadri normativi e amministrativi che consentano espressione qualificata, scambi, comprensione, verifiche e pluralità. Dall’altra decidendo e proponendo, autorevolmente, linee amministrative e di gestione della cosa pubblica qualificate, accompagnandole e assistendole con illustrazione e documentazione capaci di superare la strumentale ritualità delle opposizioni interne ed esterne e i devianti paradigmi dell’informazione stampata e televisiva.

Una azione coerente e continua nel tempo, su linee strategicamente valide, forma il contesto culturale consistente con la comprensione. L’esserci e il fare, metodicamente, con continuità, vincono il dire: a lungo andare la gente comprende le cose e le distingue dalle parole.

Per esserci e per fare è necessario superare molte ambiguità ed equivoci. Uno in particolare è oggi allo sconto: l’equivoco tra delega e partecipazione. L’interpretazione che dopo gli entusiasmi del 1968 si diede della partecipazione e la condanna generica conseguente della delega non sono stati ancora esplicitamente superati: il timore di venire condannati per scarso rispetto della democrazia impedisce a molti, anche di grande responsabilità e ad alti livelli politici, di criticare pubblicamente le perversioni e la subcultura della partecipazione intesa come liturgia assembleare e come esercizio di futile verbalità individuale. Non serve la condanna verbale dell’assemblearismo liturgico associata, nella prassi, alla sua perpetuazione subalterna o servile; come non serve la condanna da parte di chi ha sempre e comunque condannato: una fase si supera necessariamente per sofferenza e per acquisire in positivo anche il suo contenuto di errore. Negli anni ’70, a causa delle responsabilità dei precedenti decenni, e per la cultura della sinistra in particolare, decidere equivaleva a prevaricare, scegliere ad arrogarsi, fare a imporre.

Non è un caso se il termine decisionismo (13) gode di notazione scettica e di insofferenza qualunque. Può sembrare strano, ma proporre e progettare, avere visioni strategiche e dichiararle per far crescere il senso collettivo è ancora oggi (o di nuovo?) pericoloso. Dopo venti anni deve essere possibile distinguere tra processo di formazione della decisione e decisione in se, senza che si scateni l’aggressione benpensante. Questa idea sembra in emergenza nel senso collettivo, ma non è ancora percepita dalla cultura dirigente che si adagia ancora sulla conformità consolidata e che non ha la forza, o, più semplicemente il coraggio, di portare alcune banali verità alla loro valenza politica.

L’illusione degli anni 70 che il trovarsi e votare in grandi assemblee potesse sostituire la delega alla decisione e non fosse solo strumento di informazione delle condizioni per decidere, limitando il pericolo di eccessi nella gestione di deleghe, ci ha lasciato una pesante eredità: il modello della partecipazione deforme deve essere rivisitato. Si deve ammettere che tutte le strutture pensate inseguendo questo modello sono in grave sofferenza o in crisi terminale. Deve essere affermata la necessità di assumersi la responsabilità della delega come condizione fondamentale di vera democrazia. Decidere vuol dire assumersi la responsabilità di scegliere interpretando i valori emergenti secondo un mandato legittimamente ricevuto: la diluizione delle responsabilità in una indefinibile pluralità di soggetti è stata solamente, e rischia di restare ancora per molto tempo, alibi, evasione, strumentalizzazione e causa di inerzia operativa.

Il recupero di questa responsabilità richiederà tempo e coraggio: è bene che avvenga presto prima che la sofferenza si trasformi in insofferenza e in nuova intolleranza. Recuperare responsabilità decisionale alla competenza e competenza alla responsabilità è operazione concettualmente semplice e può essere fatta in ambiente capace di apprezzare la semplicità e, al limite, la banalità come occasione di forte intensità espressiva e concettuale. Si tratta di un ambiente molto diverso da quello nel quale operiamo attualmente, oberato dal moralismo e dal conformismo demagogico, per cui qualunque decisione basata su criteri discrezionali di responsabilità è automaticamente marcata come clientelare.

La cultura di Torino
Gli uomini e i luoghi sono legati da una complessa interazione di condizioni, retroazioni e informazioni: è il sistema e l’ambito della cultura locale. E’ facile su questo argomento farsi prendere la mano dalle grandi apologie di internazionalità e condannare la cultura locale come forma ridotta o provinciale di espressione e senso. Quello che è importante è il rapporto, la relazione che si innesca tra la dimensione locale e la scala più ampia. Il significato portante dei valori locali e la loro forte potenzialità si esprimono nella interazione critica con altri sistemi di pensiero e di espressione: se viene a mancare l’interazione critica la potenzialità non si svolge e allora si scade nella riduzione provinciale.

Sul carattere della cultura torinese si sono scritti volumi e non è certamente questa la sede per aggiungere qualcosa allo specifico genere letterario.

Conviene sinteticamente ricordare l’archetipo torinese (14) consolidato: tenace, paziente, poco propenso alla comunicazione interpersonale, ascoltatore attento ma non disponibile, geloso della sua autonomia e convinto assertore dei suoi valori, evita lo scontro diretto con l’opinione avversa che preferisce contrastare passivamente e in modo mediato, formalmente rigoroso e attento alle procedure, scettico anche di fronte all’evidenza, rispetta la territorialità altrui ed esige rispetto per la propria, l’ironia è sempre critica e su tutto si diffonde una inconfessata reticenza a concludere, a definire, a precisare. E’ difficile per l’archetipo torinese affrontare l’inevitabile quota di errore contenuta in ogni conclusione e si preferisce lasciare sempre aperta una opzione finale: si va a fondo solo se e quando vigorosamente costretti dall’ineluttabilità o dal comando in qualunque forma questo si esprima: militare, gerarchico, burocratico, fatale. Se il comando lascia spazio per ulteriori rilanci, questo viene immancabilmente occupato.

Quando a questo archetipo si associa un progetto chiaro e forte si può scommettere sulla vittoria; quando la motivazione progettuale scade, viene a mancare, o si indebolisce, lo stesso profilo diventa matrice di involuzione difficilmente reversibile. Sembra quasi che il modello torinese sia dotato di un meccanismo interno di autodistruzione. La tenacia e la pazienza diventano inerzia; la riservatezza, incomunicabilità; l’autonomia, isolamento; l’attenzione formale diventa pseudorigore proceduralistico; lo scetticismo si trasforma prima in sospetto e poi in rifiuto; il rispetto della territorialità si riduce all’arroccamento feudale; l’ironia diventa denigrazione sarcastica anche di se stessi; la disponibilità per l’ultima opzione diventa imprecisione e scarso rigore attuativo. La progettualità sopravvive nella sua forma negativa di rivendicazione, memoria, rimpianto, nostalgia.

L’understatement (15) diventa lo statement: non è modestia consapevole della forza, è solo modestia. Qualche volta consapevole della inutilità.

Il paradigma di Mannheim, sulla sociologia della conoscenza, ha come corollario che lo svolgersi del pensiero e della capacità concettuale in un luogo e in un momento sono caratterizzati da continuità e conseguenza. Questa conseguenza va assunta come ipotesi di lavoro e non come condanna, come base sulla quale impostare il progetto e la volontà di futuro e non come matrice di un futuro scontato e ineluttabile al quale è doveroso arrendersi. Ed è bene che sia così: alla debolezza progettuale si deve reagire, si devono cercare le ragioni che la dominano e si devono rompere i circuiti impliciti che ne consolidano la continuità e la persistenza. Un contributo a questo scatto può venire da qualche riflessione sui progetti torinesi passati e su quelli recentemente perduti.

E’ ragionevole pensare che il progetto di Torino nel corso degli ultimi cento anni si sia spento, oppure che nessuno sia riuscito a esprimere per la città uno scopo, un senso compiuto, leggibile e compreso. L’indebolimento progettuale non è peculiarità torinese: segna in modo forte il pensiero contemporaneo e si legge, chiaramente riscontrato, da molti comportamenti correnti. Non sembra ci sia molta attenzione al fatto che, da venti anni a questa parte, i due fondamentali modelli di capitalismo, quello di stato e quello di mercato, sono entrati in una crisi della quale si è letto l’inizio, ma non si vede la fine. Il capitalismo di mercato è in crisi di espansione esplosiva e preoccupante, il capitalismo di stato è in crisi di marginalità: i modelli intermedi sono in emergenza sperimentale.(16) La capacità di proporre futuro attraverso quegli schemi non è stata ancora aggiornata né sostituita e la mancanza di grandi riferimenti concettuali omologati pone, sulla capacità elaborativa dei singoli e dei gruppi specifici, una forte responsabilità. Non sempre sono disponibili le condizioni per riscontrarla. A Torino, la fragilità propria della monocultura produttiva metalmeccanica, associata alla rapida sovrapposizione delle etnie insediate, seguita alla immigrazione massiccia degli anni 50 e 60, ha determinato una specifica sensibilità, rendendo assai più grave il vuoto concettuale seguito alla crisi generale del pensiero, eufemisticamente indicata come ratio negativa. Si è anticipata in qualche modo la scadenza della fine dell’utopia che Mannheim ha descritto nel 1936:

‘Lo scadere dell’utopia porta con se una stasi e un generale arresto delle cose nel quale lo stesso uomo diviene ‘cosa’. Dobbiamo affrontare il più grande paradosso immaginabile: l’uomo, dopo avere conseguito il massimo controllo razionale dell’esistenza, lasciato senza ideali, si riduce a mera creatura di impulsi. Così l’uomo, dopo un lungo tortuoso ed eroico sviluppo, raggiunto il più elevato livello di coscienza, quando la storia cessa di essere ‘fato cieco’ e diventa sempre di più una sua creatura, abbandonando l’utopia, perde la volontà di formare la storia e quindi la capacità di comprenderla.’ (17)

Le avanguardie in Torino
In questo quadro sono sempre esistite anche a Torino aree di individualità e di avanguardia. Nella pittura, nel teatro e in genere nelle performing arts, nel progetto, nella tecnologia, nel pensiero e nell’impresa: personaggi isolati e figure aziendali di calibro internazionale si formano e crescono anche in questa Città per affermarsi nel mondo. Il loro rapporto con la cultura di Torino è interessante da studiare e non può essere ridotto in poche categorie. Un tratto comune sembra leggibile: la città rivendica sempre il merito delle avanguardie, ma le osserva con distacco, non le identifica e non le assume come proprie, in una castrante applicazione della grande banalità nemo propheta in patria. Da parte dei soggetti raramente viene riconosciuta la matrice di Torino, le avanguardie rimangono con una forte identità personale, isolata che non incide e non produce un effetto contestuale apprezzabile, nè fertilizzazione incrociata utile. Il riferimento locale, nelle diverse biografie, è spesso assunto in termini di antagonismo più che di sinergia, e viene rapidamente superato: sempre in omaggio alla banalità dei profeti e delle patrie, quasi tutti gli operatori di questa area si dichiarano o agiscono come altri rispetto a Torino. Molti abbandonano la Città nella quale è impossibile lavorare, molti ne vengono allontanati, quasi espulsi, dalla resistenza passiva, frustrante, raramente competitiva. Sono emblematiche storie come quelle di D’Aronco, di Carlo Mollino, di Riccardo Gualino, a fianco delle quali ci sono però migliaia di storie meno famose, ma altrettanto significative. I progetti più belli degli architetti torinesi non sono a Torino: quasi come se la forza negativa dell’archetipo li abbia diminuiti nella capacità e nel coraggio espressivo. (18) Il problema non è semplice: è naturale che si cerchi sempre la linea meno faticosa per affermarsi e per esprimersi e, probabilmente, altri contesti sono più confortanti (più intensi) rispetto a quello di Torino. Non si può dimenticare però che in altri contesti, altre avanguardie, e altre storie, hanno lavorato e combattuto per istruire le condizioni di maggiore sinergia e conforto, senza abbandonare e senza isolarsi: l’azione individuale, critica, quotidiana e continua è la rivoluzione più efficacie e più appropriata per garantire la libertà del contesto, ma non è questo il carattere dell’avanguardia che, quasi per sua definizione, manca di tenuta e si lascia logorare dalla pazienza e dalla tenacia dell’archetipo.

Torino deve istruire la capacità di ascolto per l’innovazione e dotarsi di spazi fisici, economici e finanziarii che fornendo un habitat alle attività di avanguardia garantisca anche il collegamento con il contesto consolidato: se si perdono sistematicamente le aree avanzate di pensiero, concezione e ricerca si rinuncia a una insostituibile potenzialità.

La crisi degli ultimi venti anni
Nel 1968 la critica dei rapporti fra individuo e società diventò travolgente, si impose e non ha perso, segnando forse la più significativa svolta culturale del secolo. Nei seguenti, pesanti, anni 70, una rivoluzione cupa utilizzò e si sovrappose alla primavera e venne sconfitta, coinvolgendo e compromettendo nella sua tetraggine e nella sua sconfitta l’entusiasmo, la capacità propositiva, la disponibilità ingenua e la spinta innovativa del momento iniziale.

La complessa continuità che lega fasi, momenti storici e culturali, le responsabilità ancora vive, impediscono di distinguere il vero dal cinismo strumentale, l’involuzione tetra dalla evoluzione brillante, la freschezza giovanile dallo schematismo puerile, l’ottusità totalizzante dalla passione di rinnovamento.

Nessuno oggi ha la voglia, la forza, la capacità o il coraggio di rivendicare i valori che hanno vinto: ci sono i morti, ci sono gli assassini, e non ci sono vincitori. Le goffe filosofie rivoluzionarie si sono sgonfiate e, senza consenso, la violenza non si è riscattata. Nessuno sembra avere la legittimazione e il coraggio di rivendicare e distinguere i valori iniziali vincenti per paura di vedersi accollare le responsabilità della tragedia successiva e della successiva reazione: in questo senso continua il tradimento della primavera. Gli intellettuali, attenti e forse fin troppo presenti nella fase iniziale, non furono capaci, nella fase cupa successiva, di denunciare la semplificazione schematica e violenta per liberare la proposta innovativa, timorosi di perdere una occasione ‘di sinistra’ (19) ; mancarono i partiti, tesi alla utilizzazione strumentale qualunque degli eventi, più che alla vigilanza critica e alla elaborazione ideologica; mancò il governo che in qualche caso non comprese e sottovalutò le esigenze effettive e la domanda di rinnovamento e in qualche altro sbracò senza nessuna riflessione responsabile. Mancarono le centrali sindacali che cercarono di appropriarsi del ‘movimento’ senza capirne storia, motivi e obbiettivi, e ne vennero svuotate (20). Le baronie accademiche si divisero fra chi capiva, chi utilizzava, pochi che avvertivano i sintomi della violenza successiva nella esuberanza primaverile e chi, per varie paure o interessi, non faceva nulla, e vennero travolte. L’università è stata radicalmente cambiata dal combinato disposto della legge Capria e del ’68, ma il senso del cambiamento non è ancora oggi facile da capire.

Torino, più di altre città italiane, ha sofferto i dieci anni di piombo: per la fragilità della monocultura metalmeccanica dominante, per la concentrazione dell’offensiva, per la chiusura dell’archetipo torinese. Dieci anni di silenzio elaborativo imposto dalla paura e dalla corresponsabilità culturale e politica indiretta, dieci anni di furto di futuro e di progetto non si superano rapidamente nè facilmente. Più difficile ancora superarli se, per conformità e ancora per timore, non si impostano, dopo venti anni, serenamente e da sinistra, la valutazione e l’assestamento critico indispensabili a uscire dal tunnel.

Il progetto di Torino nella storia
Torino ha mantenuto, per molti secoli dopo la sua fondazione Romana, la motivazione iniziale di città militare, città forte, quartiere generale dei legionari della Gallia Cisalpina, dei capitani di ventura e dei mercenari imperiali, degli armigeri comitali e degli eserciti del Regno di Sardegna. L’innesco della vocazione produttiva e commerciale si imposta intorno al dodicesimo, tredicesimo secolo, anche come indotto della domanda di forniture militari. La prima zona industriale sulla Dora (lavorazione della seta, tessiture, siderurgia, segherie, concerie) risale al 1600. Dopo il periodo barbarico e l’intensa e lunga meditazione medioevale Torino, governata da Podestà e Capitani degli Imperatori fino al 1247, entra nella sfera di influenza dei Savoia nel 1248 quando Federico II di Svevia la concede come feudo a Tommaso di Savoia fratello di Amedeo IV: contropartita erano le nozze di Beatrice di Savoia figlia di Amedeo IV e vedova del Marchese di Saluzzo con Manfredi (22), figlio naturale di Federico II .

Centro politico principale dei Savoia dal 1418 assume in modo completo questo progetto nel 1563 quando dopo il trattato di Blois i Francesi abbandonano Torino e vi entra solennemente Emanuele Filiberto che fonda, fin da allora, la vocazione della Città a polo ispiratore della unificazione nazionale.

Nel 1700 il progetto dei Savoia raggiunge la massima maturità e in questo secolo si disegnano le caratteristiche fondamentali dell’architettura e dell’urbanistica torinese.

La battaglia per la rottura dell’assedio del 7 settembre 1706 fu vinta con decisioni d’avanguardia rispetto alle teorie militari del tempo (l’attacco di Eugenio e Vittorio Amedeo II su fronte rovesciata e senza linea di ritirata fra la Dora e la Stura fu innovativo e audacissimo), l’infiltrazione lungo la Stura di mille cavalieri e fanti guidati personalmente dal Duca di Savoia, fu episodio di grande modernità tattica e il rischio venne premiato con la vittoria su di un esercito di 30.000 uomini.

Giusti i monumenti a questi episodi affidati alla genialità della visione barocca che fece operare Guarini, i Castellamonte, Vittone e Juvara.

Il progetto di Torino capitale Italiana, oltre che del Regno Sabaudo, si chiude nel 1870 e inizia, quasi come sostituzione, il progetto industriale. Dapprima fortemente diversificato rispetto ai primordi seicenteschi: dolciario alimentare, lana, seta, tessiture e abbigliamento, macchine per la stampa, editoria, siderurgia, carta, chimica, pelli e cuoio, meccanica, strumenti di processo e utensileria di servizio. Poi sempre più polarizzato sulla meccanica: progetto che diventa a dominante automobilistica con la prima guerra mondiale e riduce tutte le altre attività al rango di indotto più o meno diretto.

Fino alla fine del 1800 e all’inizio del 1900, il progetto torinese rimase forte e le decisioni sulla Città significative: Porta Nuova (1850), gli ampliamenti, i grandi corsi… La tradizione sentiva ancora vicini gli episodi gloriosi di Torino, ultimo baluardo dell’Impero.

Era ancora questa eredità storica e questo orgoglio che legittimava e dominava il lavoro, popolarissimo in Torino, del Conte di Cavour per l’unificazione Italiana, e questo orgoglio era alla base della consapevolezza con la quale Torino si spogliava della dignità di capitale per la gloria di Roma, affrontava il rischio di perdere 200.000 abitanti, redditi, potere e sostituiva il tutto, in pochi anni, con il dominio industriale e di impresa: trasformando quello che avrebbe potuto essere un disastro sociale ed economico in spinta positiva e occasione di crescita.

Le esposizioni universali torinesi del 1884, del 1898 e del 1911, iniziative ad oggi non comparate per forza concettuale e impegno di impresa, dimostrano bene come l’archetipo torinese, associato a volontà e progetto di futuro, è struttura vincente. Iniziative sotto rischio, di visione strategica, con importanti conseguenze trainanti sulla economia e sulle imprese, connotano ancora la città fino agli anni ’30: gli emblemi sono lo stabilimento del Lingotto, lo stadio Mussolini, Via Roma, i Mercati Generali e la struttura iniziale di Torino Esposizioni.

In quegli anni Riccardo Gualino interpreta e anticipa il ruolo della finanza e della sua gestione in una società imprenditoriale moderna: anticipa troppo, forse arriva tardi o, forse ancora, commette errori di valutazione nei rapporti con il contesto e interviene su un terreno già condizionato dalla monocultura metalmeccanica e automobilistica. Gualino rappresenta l’occasione europea perduta di Torino: avrebbe potuto essere l’inizio della struttura sulla quale fare nascere la città del terziario, il polo di integrazione e complemento per la monocultura metalmeccanica e per il suo indotto diretto e dominato. L’uomo non riuscì a superare l’antagonismo della cultura insediata conforme e fu stroncato dal razzismo del regime in un silenzio significativo, colpevole e pesante dei protagonisti politici, sociali e di impresa di quegli anni.

Il fallimento delle iniziative finanziarie di Gualino segna in modo preciso il momento nel quale Torino ha perso la dinamica della cultura finanziaria e la conseguente proposta articolata e strategica. La cosa più importante che si perse fu la capacità di affrontare le imprese guardando il rischio dalla parte del vantaggio potenziale e le difficoltà dalla parte della professionalità e della competenza. Da allora il progetto di Torino si è polarizzato e ridotto sempre di più sugli schemi funzionali limitati alla produzione meccanica automobilistica e al suo indotto, esponendo di fatto la Città alla fragilità di una monocultura, che segna, in modo diverso, ma sempre negativo, sia le fasi di forte espansione che quelle di stagnazione. L’industria dell’auto, e il pensiero funzionale alla produzione metalmeccanica, divengono condizione pervasiva e immanente per la città. Non si individuano responsabilità personali nè esistono volontà dichiarate: il condizionamento avviene su un segnale monotono, diffuso da una pluralità di referenti, talvolta in apparente contraddizione e non riconducibili ad un controllo o ad un disegno politico, amministrativo e gestionale specificato. Il messaggio generico che si coglie di questo segnale è pragmatico/riduttivo: il minimo necessario alla operatività è sufficiente e giusto, tutto il resto si comprende con qualche difficoltà ed è tollerato come inutile necessario. Rischi non se ne corrono. Si tratta di una evidente estensione dell’atteggiamento di massimo privilegio della funzionalità che è buona regola dell’ingegneria meccanica, ma che non comprende le intuizioni dell’humanitas.

Il disegno della città che consegue a questo segnale difficilmente si stacca dallo squallore: quasi tutte le cose che, in genere, rendono bella una città ineriscono a categorie che con lo stretto necessario (23) hanno poco a che fare . La resistenza al segnale dominante è minima, spesso la subalternità si esprime come desiderio spontaneo di terzi e aventi causa che portano, felici, doni non richiesti, nè sollecitati, ma coerenti con il ‘segnale’, o presunti tali. L’interazione con l”archetipo’ torinese innesca sinergismi negativi ulteriormente aggravati dal compiacimento alla linea aziendale del Partito Comunista negli anni ’70, compiacimento del quale paghiamo ancora oggi le conseguenze. Data la enorme potenza del segnale, questo funziona come un flusso vigorosissimo che attira inesorabilmente e marca, senza possibilità di sfuggire, qualunque iniziativa o decisione: anche le iniziative completamente esterne ne vengono connotate, appunto, in quanto esterne !

Il progetto Romano, quello Comunale e quello Imperiale, il progetto dei Conti, Duchi, Principi e Re di Savoia, quello Risorgimentale, quello protoindustriale diversificato, il progetto delle grandi esposizioni universali, quello metalmeccanico prima e poi automobilistico, il fallimento del progetto finanziario, la monocultura automobilistica, il mancato progetto operaio degli anni ’20, degli anni ’40 e degli anni ’60/70: ogni progetto con la sua storia e tutti come storia complessiva di Torino. Molte proposte sono emerse dal 1980: l’asse Padano del MITO, il triangolo della macroregione Nord Ovest GEMITO, il triangolo Occitano Piemonte Savoia e Delfinato, la pianura meccatronica, tecnocity, le tecnologie alternative, il ‘nuovo lingotto’, il ‘forum per l’innovazione‘…..Tutti tentativi di riscattare la progettualità e di reimpostare una volontà di futuro, investimenti coraggiosi di pensiero e di azione che fino ad oggi non hanno avuto significative conseguenze, ma che certamente hanno contribuito ad aggredire l’enorme inerzia del sistema culturale consolidato.

Torino non riesce ancora a reagire in positivo con il suo archetipo, si svolge, inesorabile, la linea negativa. Tutto viene apparentemente condannato dalla qualunque impassibile, fredda e cinicamente autolesionista. Si consolida, quasi come gioco divertente, quello del massacro e del rifiuto, comunque, di ogni cosa: in queste condizioni è difficile proporre e forse non è nemmeno opportuno farlo. Prima di proporre è necessario recuperare il concetto di progetto come categoria originale e come premessa indispensabile: è stata distrutta per la generazione presente la responsabilità di assumere la delega storica e di lanciarla in avanti. Il futuro che non è oggetto di volontà, di disegno, di aspettativa e di tensione utopica non è nemmeno futuro: è una scontrollata, ineludibile congerie di qualunque accidente. Se manca la volontà di futuro progettare non serve, ma è quasi inutile anche vivere, di qui la sequenza delle priorità.

Forse questa è una delle motivazioni sulle quali si è andata formando e consolidando, come reazione, la subcultura della conservazione acritica di ogni vecchio muro e la stolida monumentalizzazione di qualsiasi rudere: non volendo esprimere il senso del vivere oggi ci si adagia soddisfatti sul senso di vivere ieri, senza distinguere, senza scegliere, senza volontà espressiva attuale: come se la forza concettuale e la capacità di fare di ieri possano supplire alla paura di fare di oggi. Quando qualcuno ci prova scattano immediatamente l’esecrazione e lo scandalo benpensante. Gli splendidi esempi di coraggio espressivo e di libertà concettuale che la storia degli architetti Italiani e dei loro committenti ci ha dato attraverso secoli (24), non sono emblemi operativi, nè insegnamento. La loro canzone favolosa è soffocata dalla verbalità di una cultura che non distingue il fare dal dir come si faccia.

Quanto sia forte, oggi, la debolezza del progetto è dimostrato dalla promozione a categoria di avanguardia della manutenzione dei monumenti, servizio peraltro utilissimo e necessario.

Gli ‘sponsors’ (i nuovi prìncipi) si sentono gratificati dall’investimento in conservazione e restauro dei monumenti perchè non hanno l’illuminazione e il coraggio, che gli antichi prìncipi avevano, di aggredire campi di ricerca e di indagine culturale avanzati e meno protetti dal conformismo. Si preferisce investire il denaro nella supplenza a istituzioni carenti, raccogliendo facile apprezzamento e consenso dal luogo comune, piuttosto che nell’intelligenza del futuro e della sua esplorazione progettuale. Un risultato sicuro sarà il consolidamento della carenza istituzionale.

Il primo, urgente, debito dunque, è quello di riconquistare spazio e dignità al progetto, al disegno ideale e oggettuale del futuro voluto e di recuperare, per questa generazione, il diritto/dovere di assumere la delega storica e di svolgerla in termini di attualità. Si devono ristabilire obbiettivi, priorità, strategie, con una sintesi etica di riferimento, con la competenza e il coraggio di proporre, scegliere e sbagliare. Allo scopo di perseguire il contenuto di felicità (25) insito nell’utopia e per non lasciare alla prossima generazione il carico irrisolto di nostri problemi, catastroficamente aggravato dal ritardo.

La situazione attuale
Ereditiamo un territorio metropolitano che negli ultimi quarant’anni anni non è stato oggetto di svolgimento progettuale: dopo la seconda guerra mondiale ci si è preoccupati dell’urgenza di ricostruire il più rapidamente possibile. Negli anni ’50 e ’60 ci si è preoccupati di produrre quanto più possibile, negli anni ’70 abbiamo dovuto gestire una crisi economica e industriale di scala planetaria aggravata dalle velleità rivoluzionarie, dal terrorismo e dalla staticità critica e operativa delle filosofie preposte alla gestione degli insediamenti complessi.

Nei primi anni ’80, con molto ritardo sulla elaborazione critica, cominciamo ad accorgerci che ci sono limiti fisici e sociali allo sviluppo dei sistemi urbani (26), ma una linea di progetto non si riesce ancora ad impostare perchè la gestione del territorio è ancora dominata dall’integralismo dell’urbanistica razionalcomprensiva degli anni ’70. L’investimento in analisi è enorme, senza struttura di sintesi e di obbiettivi: c’è la convinzione che sia possibile il controllo conoscitivo totale, che il sistema abbia una nascosta chiave risolvente, e che una volta trovata questa magica chiave, attraverso analisi estenuanti, tutto si possa svolgere di conseguenza e senza ricorrere a scelte rischiose e traumatiche, graziosamente assistiti dalla presunzione della ‘verità vera’.

Solo in questi anni inizia il recupero del dubbio e della probabilità e si comincia a tollerare la proposta che i sistemi complessi si affrontano per parti, tatticamente, muovendosi verso obbiettivi intermedi consistenti con il sistema/obbiettivo generale. Il sospetto e l’accusa di congiunturalismo e di carenza di quadro programmatico complessivo sono ancora pericolosi.

Così come i sistemi ambientali, sociali e fisici, sono stati fortemente compromessi da una prassi congiunturale e tattica dominata dalla cultura della produzione e dell’espansione, è sostenibile la speranza attiva di poterli recuperare, sempre con una prassi congiunturale e tattica, dominata però dalla cultura dello sviluppo congruente. Questa è l’ipotesi di lavoro sulla quale investire il massimo impegno.

Riappare il valore della definizione di Kant:

‘La produzione, in un essere ragionevole, della capacità di scegliere i propri fini in generale (e quindi di essere libero) è la cultura. Perciò la Cultura soltanto può essere l’ultimo fine che la natura ha ragione di porre al genere umano.‘ (27)

Affiorano i rapporti e la relazione di necessità che legano cultura e progetto, e l’altra sintesi, sempre di Kant, che definisce la cultura come….‘il senso del vivere in un luogo in un momento…’ evoca il ricordo di una posizione di John Dewey per il quale… ‘vivere vuol dire confrontare il proprio progetto di vita con il progetto di vita degli altri.’ (28)

Il sistema degli obbiettivi
Il sistema degli obbiettivi da porre e da raggiungere è semplice: trasformare Torino da città/fabbrica, da città della produzione metalmeccanica, in città per vivere. Da questo sistema/obbiettivo si può derivare, forse, il più bel progetto della storia di Torino, vantaggiosamente paragonabile alle splendide visioni barocche di Juvara, Guarini e dei Castellamonte. E’ il progetto per il quale Torino ha la massima potenzialità ambientale e strumentale con i milioni di metri quadrati di superfici industriali abbandonate che possono essere recuperate al disegno della città bella, con gli otto o novemila megawatt di potenza termica installata che possono essere ridotti a tremila per riconquistare il cielo azzurro e milioni di anni/uomo di vita per le generazioni future, con i milioni di ore/motore all’anno che possono essere ridotti per fattori per recuperare tempo alla vita di ognuno e sottrarlo al traffico. Un progetto normale, fattibile, naturale ed evidente, vigorosamente e splendidamente banale: leggibile con un solo sguardo alla cartografia urbana e all’ambiente attuale. La più grande trasformazione dalla fondazione stessa della Città: in effetti una rifondazione di Torino. (29)

E’ più probabile, se non certo, che si lavori meglio in una Città disegnata per vivere che in una Città disegnata per lavorare.

Gli strumenti
Gli strumenti per impostare e condurre un progetto alla realizzazione sono molti: primo fra tutti la sua formulazione corretta, per pochi elementi semplici e in termini comprensibili e coerenti con la cultura insediata e suggeritrice. Vanno espresse le figure del progetto, i suoi tempi, le modalità, le scadenze, i costi e i vantaggi. Il progetto va trasformato in mandato e quindi trasferito a responsabilità e competenze avendo la forza di non metterlo di nuovo e continuamente in discussione e di non sottoporlo alla ricattualità eversiva del democratismo strumentale.

Si deve, in questa fase di espressione del progetto, sapere correttamente associare la ‘filosofia’ alle ‘figure’ dove queste ultime non devono compromettere la prima e viceversa: un progetto di città è una filosofia prima di essere un disegno, ma dal disegno trae vigore, supporto e suggestione di ulteriore pensiero. Un altro importante, indispensabile, strumento che deve essere impostato è quello del dialogo diretto e istituito fra i diversi poteri di Torino: l’Amministrazione della Città e il sistema industriale produttivo insediato. I due attori devono riconoscere i rispettivi ruoli e assumere le conseguenti responsabilità giocando in modo dichiarato una partita avvincente, il cui esito è tanto più positivo per le due parti quanto più esplicito sarà il discorso e la sua conduzione. Le responsabilità politiche della Città non possono continuare a fingere che non ci sia in Torino il più potente sistema produttivo e finanziario europeo. Questo deve crescere sopra e oltre la corrente prassi di gestione indiretta della politica cittadina, confrontandosi in modo istituzionale con la Città su temi, problemi, programmi e strumenti (30). La responsabilità politica di Torino deve riscontrare nella prassi ciò che è patrimonio conoscitivo acquisito da tempo e cioè che la gestione esplicita del rapporto con il sistema industriale è condizione ineludibile. Il sistema industriale deve riconoscere che il vantaggio massimo viene da una struttura politica amministrativa non subalterna. Può darsi che questa strategia comporti fallimenti contingenti e qualche amarezza a breve termine per nicchie dirigenziali o per subaree politiche: sulla distanza è però questo lo strumento fondamentale per portare a termine il progetto di Torino. Questa è la grande responsabilità di una classe dirigente industriale di rango europeo che non è compiutamente avvertita del suo ruolo locale e di una classe politica continuamente a sbalzo su maggioranze aleatorie, condizionate dalla conformità demagogica e dal gioco dei veti incrociati.

Quale dei due attori avrà la forza, la modestia, la chiarezza di mente e di idee per impostare il più grande e normale progetto che Torino abbia mai avuto a disposizione? Riconoscere la struttura banale della realtà, esprimerla e portarla alla sua valenza politica è uno dei compiti più difficili di una classe dirigente, specie quando questo riconoscimento implica revisione coraggiosa della tacita, convenzionale, finzione conforme. Istruire le condizioni che consentono di anticipare i tempi di questo riconoscimento vuol dire facilitare il successivo svolgimento dialettico e ridurre il pericolo di rivelazioni tardive, violente e di rottura, affrontare questo compito e svolgerlo al meglio delle proprie capacità è un dovere.

Lorenzo Matteoli (31)

Post-fazione 1998
Rileggo il mio documento a dieci anni di distanza e lo trovo sempre interessante: un significato di particolare attualita’ viene alla lettura dall’inizio dell’abbandono di Torino da parte della Fiat segnato dalla caduta di Romiti e dall’avvento di Fresco. Un evento che potrebbe significare la rinascita della Citta’. Il documento non e’ stato mai pubblicato, ma ebbe a suo tempo ampia circolazione ufficiosa: ho deciso di metterlo sul WEB dove spero trovera’ lettori specificamente motivati dall’interesse per Torino.

NOTE
1) Secondo Luhmann un sistema è “autoreferenziale” quando contiene nella sua stessa struttura la matrice di adattamento e di aggiornamento, in questo caso il sistema dello scegliere i propri fini è strutturato dalla cultura che è scopo e obiettivo del sistema stesso.

2) Dizionario enciclopedico della lingua inglese.

3) in R. Linton “The science of man in the world crisis”, 1945.

4) condotta: termine corrispondente a “comportamento” quando riferito a gruppi e non a singoli individui

5) Da “Ideology and Utopia, an introduction to the Sociology of knowledge” di Karl Mannheim, edizione del 1936.

6) esempio chiaro sono le città e le grandi aree metropolitane dove la concentrazione di attività e di soggetti determina accelerazione critica ed elaborativa e intensità di esperienza esistenziale con conseguenze storicamente evidenti sulla cultura dei singoli e dei gruppi.

7) Giovanni Battista Vico scrive che…” se ben vi si riflette, il vero poetico è vero metafisico, a petto del quale il vero fisico, che non vi si conforma, dee tenersi a luogo di falso”…

8) “esagerata o degenerata” direbbe Hegel.

9) Northcote Parkinson: la terza legge.

10) letteralmente: “lo spirito del luogo”, la sua storia, la sua “cultura”, i comportamenti e i pensieri indotti e suggeriti da forme e pre-esistenze.

11) vedi L. Mumford, “The city in History”

12) nel senso dell’etimo latino “comprehendere”: comprendere, abbracciare a se con legami affettuosi (legare a se), abbracciare con la mente (intendere) e con le parole (esprimere).

13) alla luce di quanto avvenne successivamente il termine era malsopportato perché sinonimo di ‘concussione’: lo scetticismo aveva altre matrici;

14) l’archetipo torinese è una specificazione dell’archetipo nazionale del quale assume in modo più o meno marcato le linee di fondo.

15) understatement: “intenzionale mancanza di enfasi espressiva, come nell’ironia”

16) “lib/lab”, “perestrojka”, “partecipazione statale”, “economia mista”…;

17) da Karl Mannheim “Ideology and Utopia” opera citata.

18) e non si tratta solo di responsabilità soggettiva, come già più volte ribadito in queste note: quando non ci sono le condizioni di libertà espressiva, le responsabilità sono più ampie e pregresse;

19) il “manifesto” degli intellettuali italiani per Lotta Continua recentemente riemerso alla memoria in occasione del caso Sofri è da citare come esempio di questa paura.

20) il contributo del “movimento” alla modifica dei rapporti interni alla fabbrica è stato più forte delle conquiste di venti anni di lotte sindacali e questo per effetto della critica che sovvertì i rapporti tra individuo e società all’esterno della fabbrica.

21) quanto tempo e quanti morti ci sono voluti per capire che non erano compagni e nemmeno compagni che sbagliavano ?

22) …biondo era e bello e di gentile aspetto… Dante, Purg. III, vv 107 e seguenti.

23) a questo proposito deve essere evocata la responsabilità del Movimento Moderno e dei suoi interpreti più modesti.

24) chi avrebbe oggi il coraggio di applicare un fronte barocco a un castello medioevale come fece Juvara con Palazzo Madama? o di sovrapporre una cupola barocca, come fece Guarini, sull’abside della cattedrale gotica di Torino? Forse solo Andrea Bruno!

25) il “pursuit of happiness” è un diritto inalienabile dell’uomo che la Dichiarazione di Indipendenza dei tredici Stati fondatori dell’Unione ha stabilito essere una “self evident truth” nel 1776.

26) cfr Fred Hirsch “Social limits to growth”, 1967;

27) cfr pagina 2;

28) John Dewey “Democracy and education”, 1916;

29) uno dei costi più pesanti della deformazione patologica del clima urbano è quello derivante dalla sensibile riduzione delle “aspettative di vita” e dell’aumento di malattie polmonari che caratterizzano il profilo statistico “tipo” dei cittadini.

30) quando un albero diventa immenso non ci si può occupare solo dei suoi frutti: qualche preoccupazione per il terreno dove affondano le radici è opportuna, operando insieme a chi è deputato e si intende dei problemi del terreno.

31) Ho scritto questo documento nel corso di diversi mesi (tra luglio e dicembre 1988), riprendendolo e integrandolo più volte. Nel corso della stesura lo ho sottoposto alla lettura critica di amici, colleghi e compagni che hanno contribuito con commenti e critiche e che ringrazio. Parti di questo scritto sono state esposte in modo verbale ed informale nel corso di varie occasioni pubbliche e private e il dibattito seguito mi ha suggerito articolazioni e complementi: ho applicato l’insegnamento di Mannheim cercando di “pensare ulteriormente cose pensate da altri” e di giocare attivamente dentro ai modelli di pensiero correnti subendo e riscontrando la provocazione della “autoreferenzialità”. L’impostazione è appassionatamente illuminista, ricordando che fino a pochi anni fa il termine era impiegato come insulto nel linguaggio della “sinistra”. Oggi non più.

Qualche riflessione sulla cultura in generale 
e su quella di Torino in particolare per proporre un progetto

Premessa
Nel corso di recenti dibattiti, discussioni e discorsi mi è capitato di registrare un atteggiamento, nei confronti della cultura, come se questa fosse un istituto. Si parla di fare cultura come se ci fosse un non fare cultura, di luoghi deputati alla cultura, come se ce ne fossero di non deputati, di manifestazioni culturali e di attività culturali come se ci fossero manifestazioni e attività altre. Talvolta l’atteggiamento è inconscio, implicito, sottinteso. Talvolta è marcato ed esclusivo: la stessa pronuncia della parola cultura ne viene sgradevolmente informata e provoca disagio e repulsione. Costruire steccati, erigere chiudende, delimitare orticelli, giardini e pascoli è antica e regressiva vocazione dell’uomo: ogni segnale di ripresa e di periodica affermazione della antica malattia richiede attenzione e affetto.

La grande banalità dei fondamenti deve essere riscoperta con umiltà: questo è il senso dell’esercizio che desidero svolgere.

Ogni volta che si discute di cultura la ampiezza del termine e le sue ineffabili implicazioni costituiscono elemento di forte provocazione e allo stesso tempo comportano non poche difficoltà di riferimento.

Ognuno parla di una qualche entità ideologica che certamente inerisce al significato di cultura: non è mai chiaro però se tutti stiano parlando della stessa cosa. Volendo aggiornare una discussione sulla cultura può essere utile riproporre alcune definizioni storicamente assestate e tenerle presenti nel successivo svolgimento dialettico per poterle confermare, articolare o superare completamente o parzialmente.

Una classica definizione è quella dell’antropologo inglese Edmond Burnett Tylor nel primo paragrafo del suo ‘Primitive Culture’ del 1871:

Cultura … è quel complesso aggregato che comprende la conoscenza, le credenze, l’arte, la morale, la legge, i costumi e ogni altra abitudine e capacità acquisita dall’uomo come membro della società.’

Kant, privilegiando il telos, scrive:

‘La produzione, in un essere ragionevole, della capacità di scegliere i propri fini in generale (e quindi di essere libero) è la cultura. Perciò la Cultura soltanto può essere l’ultimo fine che la natura ha ragione di porre al genere umano.’

Non sfugga il rapporto autoreferenziale. (1)

Secondo il Webster (2) al quarto significato della voce culture si legge:

‘Il modello complessivo del comportamento umano e dei suoi prodotti rappresentati dal pensiero, dalla parola, dall’azione e dagli artefatti e dipendente dalla capacità dell’uomo di apprendere e trasmettere conoscenza alle generazioni successive attraverso strumenti, linguaggio e sistema astratto di pensiero.’

e ancora:

‘..quel complesso intero che include la conoscenza, il credo, la morale, la legge, i costumi, le opinioni, la religione, la superstizione e l’arte.’

Secondo il nostro Devoto, attento alla storicità del concetto, la cultura è:

‘Il complesso delle manifestazioni della vita materiale, sociale e spirituale di un popolo, in relazione alle varie fasi di un processo evolutivo, o ai diversi periodi storici, o alle condizioni ambientali.’

Scolastica e riduttiva la definizione sulla Treccani (voce curata da B. Varisco docente di filosofia alla Sapienza di Roma negli anni 30):

‘ La Cultura è l’insieme delle cognizioni e delle disposizioni così mentali come sociali, al cui acquisto è necessaria, quantunque non sufficiente, una vasta e varia lettura.’

Per dirimere l’infelice espressione quantunque non sufficiente il Varisco impiega due pagine distinguendo e specificando, senza molto successo, la qualità e la modalità delle letture da svolgere. La Treccani si riscatta nel Nuovo Vocabolario della Lingua Italiana dove fornisce, tra le altre, la seguente definizione di cultura:

‘Complesso delle istituzioni sociali, politiche ed economiche, delle attività artistiche, delle manifestazioni spirituali e religiose che caratterizzano la vita di una determinata società in un dato momento storico.’

Secondo Abbagnano la migliore definizione di cultura è ad oggi quella data da Kluckhohn e Kelly: (3)

‘La Cultura è un sistema storicamente derivato di espliciti e impliciti progetti di vita che tendono ad essere partecipati da tutti i membri di un gruppo o da quelli specialmente designati’

Le definizioni sono a loro volta espressione di diverse culture in momenti storici diversi e, solo apparentemente, sono omologhe, consentono però di organizzare il pensiero e sollecitano ulteriore riflessione.

Tutte le definizioni evocano la struttura dialettica del concetto di cultura: la condotta (4) che costituisce l’espressione complessa della cultura, ne è al tempo stesso matrice in una dinamica autoreferenziale di grande interesse.

Gli antropologi, i pedagogisti, gli scienziati della comunicazione, da sempre, perseguono la conoscenza sulle modalità che legano il sistema del complesso aggregato culturale e quello dei comportamenti dalla scala individuale fino alla condotta sociale.

La condizione più evidente che si legge in tutte le definizioni è la specificità sociale della cultura: non esiste cultura fuori dalla società e dalle dinamiche interattive che caratterizzano l’acquisizione e la trasmissione di conoscenze, la formazione di credi, di attitudini e competenze; non esiste cultura fuori dalla storia.

Aveva colto questo elemento Karl Mannheim, parlando del pensiero individuale, della cultura di ognuno, come di prodotto del contesto sociale, dice che ognuno di noi esprime un momento specifico del pensiero complessivo della società nella quale vive. Quanto derivi la concezione dei singoli dal contesto storico e quanto invece questo sia il prodotto della interazione del pensiero di ognuno con il collettivo è il dato variabile che connota in modo diversissimo e dinamico la specificità di ogni situazione:

‘E così non sono gli uomini in generale che pensano, e nemmeno individui isolati, ma uomini di determinati gruppi che hanno sviluppato uno stile particolare di pensiero durante una serie senza fine di risposte a date situazioni tipiche, caratteristiche della loro comune posizione. In senso stretto non è corretto affermare che il singolo individuo pensi. E’ più giusto sottolineare che egli partecipa nel pensare ulteriormente ciò che altri uomini hanno pensato prima di lui. L’uomo si trova in una situazione ereditata già dotata di modelli di pensiero che le sono propri e cerca di elaborare ulteriormente i modelli ereditati di risposta o di sostituirli con altri per confrontarsi in termini più adeguati con i nuovi problemi determinati dalle modifiche e dai cambiamenti della sua situazione ( ….) Ogni individuo per il fatto di crescere in una società è quindi soggetto a una doppia predeterminazione: da una parte si trova in una situazione data e dall’altra trova in quella situazione modelli preformati di pensiero e condotta.’ (5)

Fra il privilegio del sociale storico e quello della concezione individuale si confrontano, con alterni successi, le diverse modalità critiche che ciclicamente emergono sul complesso svolgersi del pensare, del comprendere e dell’esprimere.

C’è da domandarsi fino a che punto è interessante definire il problema: si pensa, si esprime e si comprende, immersi e avvolti dal contesto, le cose pensate, comprese ed espresse interagiscono e si accumulano nella storia e informano, secondo la loro forza, capacità, verità, il contesto-matrice. Sapere dove finisce la funzione attiva della matrice e dove invece inizia la fase passiva del contesto non è rilevante, anche perchè questo limite è collocabile ovunque con piena legittimità: da ogni collocazione derivano responsabilità specifiche e diverse. E’ quindi importante e necessario dichiarare le posizioni e gli assunti per evitare, da una parte, di usare il pensiero collettivo come alibi, o come strumento e, dall’altra, di chiudersi nell’astrazione e nell’isolamento individuale: due posizioni che si risolvono, comunque, nell’arroganza.

Lo spazio di correlazione, fra i due estremi, è quello deputato alla comunicazione, alla capacità di assumerla, di promuoverla e di trasformarla in informazione e in messaggio, spesso in condizioni difficili sia sul piano della tecnica che su quello dell’humanitas.

Serve a poco il saper pensare e concepire, interpretare e sentire se a questa sensibilità non si associa la capacità di comunicare, sostenere e difendere pensiero e competenza. Spesso è il coraggio della propria cultura che manca, più che la cultura in se: inutili sono saggezza e conoscenza che si fanno travolgere dalle barricate vociferanti. Demagogia e conformismo sono affascinanti sirene e costituiscono spesso la strada più agevole da percorrere per acquisire facili gratificazioni.

Creare e garantire le condizioni che consentono di affrontare la realtà senza reticenze e senza paure è un imperativo etico: quando dire la propria, sentita e semplice verità è difficile e richiede coraggio al limite del sacrificio ed oltre, la colpa del silenzio e della malversazione, del falso ideologico non è solo pochezza dei singoli, è dell’intera società. E’ una responsabilità sociale e politica.

Le definizioni generali di cultura si prestano a qualche utile riduzione: è possibile applicarle ad ambiti definiti e parlare quindi di ‘cultura industriale’, ‘tecnologica’, ‘politica’, ‘sportiva’, ‘artistica’… restano verificati gli elementi di dinamica interattiva, di complessità e di aggregazione che caratterizzano le modalità di formazione e trasmissione

Nella società ad elevato contenuto di informazione è interessante anche un’altra provocazione: a parità di condizioni qualitative, quanto più la dinamica interattiva fra individuo e società è concentrata nel tempo e nello spazio, tanto più intensa sarà la accumulazione e lo spessore culturale del complesso aggregato risultante. (6)

Elemento questo da non trascurare dati i limiti di spazio e di tempo che, oggi, vincolano i processi formativi utili e i processi elaborativi efficaci.

Altre categorie che permettono valutazioni quantitative di un fenomeno culturale sono la diffusione, la continuità, la mobilità, la velocità delle interazioni. La possibilità di esprimere valutazioni quantitative di una cultura può essere irritante, ma non può essere disconosciuta specie se si accetta la caratteristica autoreferenziale del fenomeno.

Percorrendo rapidamente le conseguenze delle diverse definizioni si apprezza la sintesi espressa da Kant:….‘… la cultura è il senso del vivere in un luogo e in un momento’…….. la si intuisce poeticamente nella sua metafisica verità (7), la si interpreta con il comportamento e con questo la si tradisce, la si accetta o la si rifiuta, ma non si può sfuggire alla sua contaminazione creativa che è ineludibile.

Per gli antropologi la cultura è categoria più forte della vita e della morte: è infatti per valori culturali che spesso si rinuncia alla vita propria o altrui, o la si sceglie e impone.

Lo spessore, l’intensità, la potenza del messaggio culturale complesso in una società fortemente congestionata non sono catturabili facilmente, nè possono essere semplice oggetto di guida od orientamento da parte di azioni limitate e circoscritte. Anche se queste costituiscono elemento dell’aggregato complesso e partecipano del suo significato sia passivamente che attivamente.

La correlazione completa e ineffabile di tutto con tutto il resto può essere esaltante e al tempo stesso causa di frustrazione, di qualunquismo, di inerzia, oppure, di presunzione, arroganza e sciocca illusione. Il messaggio della cultura è composito, potente, con radicazione storica di dimensione e tempi antropologici, lo si interpreta, più che modularlo, e, interprentandolo correttamente, lo si amplifica, lo si sfrutta e lo si usa.

Ogni nostra manifestazione, quindi, è interpretazione della matrice culturale storica e partecipa di questa, la elabora criticamente e la rilancia modificata. (8)

Pensare di capovolgere questa logica di dipendenza è difficile, sarebbe egualmente sbagliato però assumere questa ipotesi come una ipotesi deterministica: infatti tutto non consegue in modo ineluttabile e il pensiero di ogni singolo individuo è comunque responsabile del formarsi di un pensiero sociale.

Il futuro consegue alla volontà collettiva e questa emerge dal gioco complesso delle volontà singole e della loro capacità di diffondersi e di convincere e, come sempre, l’azione (buona o cattiva) occupa lo spazio lasciato libero dalla inazione. (9)

E’ interessante riflettere, a valle di questi assunti generali, sulla responsabilità di una politica per la cultura e se l’ambito davvero esista in termini così specifici.

Come si può intervenire nel kantiano ...’senso del vivere in un luogo in un momento.’ ?

E, viceversa, come interviene questo senso e come informa le decisioni ai diversi livelli di responsabilità politica e amministrativa di una città ?

Una città rappresenta, quasi emblematicamente, quello che Mannheim chiama ‘situazione data e dotata di modelli preformati di pensiero’: chi vi nasce e chi vi opera subisce l’una e gli altri e se, in qualche modo, vuole agire, li deve assumere come condizioni storiche per la sua azione. La città è uno specchio della cultura insediata: specchio ambiguo, che risponde alla immagine riflessa con ritardi e con deformazioni indotte da questi ritardi. Ogni generazione vive nella città che altri hanno disegnato e voluto e disegna, a sua volta, la città dove altri vivranno. Il disegno di una città è la sua sintesi storica più leggibile e rappresenta in modo sostanziale il messaggio che le generazioni passate lasciano alla generazione presente. Messaggio, o suggestione, che va letto, interpretato, rinnovato, adeguato e, se del caso, negato, ma non può essere mai ignorato: quello che i latini chiamavano genius loci (10), e che gli antichi egizi rappresentavano con la figura degli dei della città . (11)

Le decisioni della città
Nulla si decide che non sia compreso (12) dalla cultura insediata: per decidere bene, per decidere in avanti e con visione strategica ampia, è necessario disporre di comprensione culturale, prima che di consenso politico o semplicemente numerico.

Essere interpreti e critici della cultura insediata e contribuire a formare questa cultura in termini e modi coerenti con il futuro voluto, sono momenti essenziali del più elementare programma etico e politico. Strumenti indispensabili per questa ipotesi di lavoro sono l’esistenza di una volontà, la capacità di esprimerla e di associarla a strumenti di figurazione e di suggestione programmatica e progettuale e la capacità di comunicarla a coloro che devono esserne artefici, utenti, fruitori.

Nel linguaggio e nel costume corrente questa sequenza è scaduta al concetto di formazione del consenso: in realtà è il luogo dei valori, del dover essere, dell’utopia e sarebbe bene riportare questa area alle valenze etiche che le spettano. Decisioni illuminate prive di comprensione culturale determinano scollamento fra chi decide e chi deve subire, attuare o fruire della decisione. Decisioni che utilizzano il consenso strumentalmente organizzato e, al limite, ne sfruttano valori e tendenze negative, sono demagogiche e conformi. Purtroppo è più facile organizzare il consenso che formare le condizioni di comprensione. In questa forbice si deve operare: da una parte provocando la crescita dell’interazione conoscitiva, aumentando la critica e l’informazione critica, fornendo strutture e quadri normativi e amministrativi che consentano espressione qualificata, scambi, comprensione, verifiche e pluralità. Dall’altra decidendo e proponendo, autorevolmente, linee amministrative e di gestione della cosa pubblica qualificate, accompagnandole e assistendole con illustrazione e documentazione capaci di superare la strumentale ritualità delle opposizioni interne ed esterne e i devianti paradigmi dell’informazione stampata e televisiva.

Una azione coerente e continua nel tempo, su linee strategicamente valide, forma il contesto culturale consistente con la comprensione. L’esserci e il fare, metodicamente, con continuità, vincono il dire: a lungo andare la gente comprende le cose e le distingue dalle parole.

Per esserci e per fare è necessario superare molte ambiguità ed equivoci. Uno in particolare è oggi allo sconto: l’equivoco tra delega e partecipazione. L’interpretazione che dopo gli entusiasmi del 1968 si diede della partecipazione e la condanna generica conseguente della delega non sono stati ancora esplicitamente superati: il timore di venire condannati per scarso rispetto della democrazia impedisce a molti, anche di grande responsabilità e ad alti livelli politici, di criticare pubblicamente le perversioni e la subcultura della partecipazione intesa come liturgia assembleare e come esercizio di futile verbalità individuale. Non serve la condanna verbale dell’assemblearismo liturgico associata, nella prassi, alla sua perpetuazione subalterna o servile; come non serve la condanna da parte di chi ha sempre e comunque condannato: una fase si supera necessariamente per sofferenza e per acquisire in positivo anche il suo contenuto di errore. Negli anni ’70, a causa delle responsabilità dei precedenti decenni, e per la cultura della sinistra in particolare, decidere equivaleva a prevaricare, scegliere ad arrogarsi, fare a imporre.

Non è un caso se il termine decisionismo (13) gode di notazione scettica e di insofferenza qualunque. Può sembrare strano, ma proporre e progettare, avere visioni strategiche e dichiararle per far crescere il senso collettivo è ancora oggi (o di nuovo?) pericoloso. Dopo venti anni deve essere possibile distinguere tra processo di formazione della decisione e decisione in se, senza che si scateni l’aggressione benpensante. Questa idea sembra in emergenza nel senso collettivo, ma non è ancora percepita dalla cultura dirigente che si adagia ancora sulla conformità consolidata e che non ha la forza, o, più semplicemente il coraggio, di portare alcune banali verità alla loro valenza politica.

L’illusione degli anni 70 che il trovarsi e votare in grandi assemblee potesse sostituire la delega alla decisione e non fosse solo strumento di informazione delle condizioni per decidere, limitando il pericolo di eccessi nella gestione di deleghe, ci ha lasciato una pesante eredità: il modello della partecipazione deforme deve essere rivisitato. Si deve ammettere che tutte le strutture pensate inseguendo questo modello sono in grave sofferenza o in crisi terminale. Deve essere affermata la necessità di assumersi la responsabilità della delega come condizione fondamentale di vera democrazia. Decidere vuol dire assumersi la responsabilità di scegliere interpretando i valori emergenti secondo un mandato legittimamente ricevuto: la diluizione delle responsabilità in una indefinibile pluralità di soggetti è stata solamente, e rischia di restare ancora per molto tempo, alibi, evasione, strumentalizzazione e causa di inerzia operativa.

Il recupero di questa responsabilità richiederà tempo e coraggio: è bene che avvenga presto prima che la sofferenza si trasformi in insofferenza e in nuova intolleranza. Recuperare responsabilità decisionale alla competenza e competenza alla responsabilità è operazione concettualmente semplice e può essere fatta in ambiente capace di apprezzare la semplicità e, al limite, la banalità come occasione di forte intensità espressiva e concettuale. Si tratta di un ambiente molto diverso da quello nel quale operiamo attualmente, oberato dal moralismo e dal conformismo demagogico, per cui qualunque decisione basata su criteri discrezionali di responsabilità è automaticamente marcata come clientelare.

La cultura di Torino
Gli uomini e i luoghi sono legati da una complessa interazione di condizioni, retroazioni e informazioni: è il sistema e l’ambito della cultura locale. E’ facile su questo argomento farsi prendere la mano dalle grandi apologie di internazionalità e condannare la cultura locale come forma ridotta o provinciale di espressione e senso. Quello che è importante è il rapporto, la relazione che si innesca tra la dimensione locale e la scala più ampia. Il significato portante dei valori locali e la loro forte potenzialità si esprimono nella interazione critica con altri sistemi di pensiero e di espressione: se viene a mancare l’interazione critica la potenzialità non si svolge e allora si scade nella riduzione provinciale.

Sul carattere della cultura torinese si sono scritti volumi e non è certamente questa la sede per aggiungere qualcosa allo specifico genere letterario.

Conviene sinteticamente ricordare l’archetipo torinese (14) consolidato: tenace, paziente, poco propenso alla comunicazione interpersonale, ascoltatore attento ma non disponibile, geloso della sua autonomia e convinto assertore dei suoi valori, evita lo scontro diretto con l’opinione avversa che preferisce contrastare passivamente e in modo mediato, formalmente rigoroso e attento alle procedure, scettico anche di fronte all’evidenza, rispetta la territorialità altrui ed esige rispetto per la propria, l’ironia è sempre critica e su tutto si diffonde una inconfessata reticenza a concludere, a definire, a precisare. E’ difficile per l’archetipo torinese affrontare l’inevitabile quota di errore contenuta in ogni conclusione e si preferisce lasciare sempre aperta una opzione finale: si va a fondo solo se e quando vigorosamente costretti dall’ineluttabilità o dal comando in qualunque forma questo si esprima: militare, gerarchico, burocratico, fatale. Se il comando lascia spazio per ulteriori rilanci, questo viene immancabilmente occupato.

Quando a questo archetipo si associa un progetto chiaro e forte si può scommettere sulla vittoria; quando la motivazione progettuale scade, viene a mancare, o si indebolisce, lo stesso profilo diventa matrice di involuzione difficilmente reversibile. Sembra quasi che il modello torinese sia dotato di un meccanismo interno di autodistruzione. La tenacia e la pazienza diventano inerzia; la riservatezza, incomunicabilità; l’autonomia, isolamento; l’attenzione formale diventa pseudorigore proceduralistico; lo scetticismo si trasforma prima in sospetto e poi in rifiuto; il rispetto della territorialità si riduce all’arroccamento feudale; l’ironia diventa denigrazione sarcastica anche di se stessi; la disponibilità per l’ultima opzione diventa imprecisione e scarso rigore attuativo. La progettualità sopravvive nella sua forma negativa di rivendicazione, memoria, rimpianto, nostalgia.

L’understatement (15) diventa lo statement: non è modestia consapevole della forza, è solo modestia. Qualche volta consapevole della inutilità.

Il paradigma di Mannheim, sulla sociologia della conoscenza, ha come corollario che lo svolgersi del pensiero e della capacità concettuale in un luogo e in un momento sono caratterizzati da continuità e conseguenza. Questa conseguenza va assunta come ipotesi di lavoro e non come condanna, come base sulla quale impostare il progetto e la volontà di futuro e non come matrice di un futuro scontato e ineluttabile al quale è doveroso arrendersi. Ed è bene che sia così: alla debolezza progettuale si deve reagire, si devono cercare le ragioni che la dominano e si devono rompere i circuiti impliciti che ne consolidano la continuità e la persistenza. Un contributo a questo scatto può venire da qualche riflessione sui progetti torinesi passati e su quelli recentemente perduti.

E’ ragionevole pensare che il progetto di Torino nel corso degli ultimi cento anni si sia spento, oppure che nessuno sia riuscito a esprimere per la città uno scopo, un senso compiuto, leggibile e compreso. L’indebolimento progettuale non è peculiarità torinese: segna in modo forte il pensiero contemporaneo e si legge, chiaramente riscontrato, da molti comportamenti correnti. Non sembra ci sia molta attenzione al fatto che, da venti anni a questa parte, i due fondamentali modelli di capitalismo, quello di stato e quello di mercato, sono entrati in una crisi della quale si è letto l’inizio, ma non si vede la fine. Il capitalismo di mercato è in crisi di espansione esplosiva e preoccupante, il capitalismo di stato è in crisi di marginalità: i modelli intermedi sono in emergenza sperimentale.(16) La capacità di proporre futuro attraverso quegli schemi non è stata ancora aggiornata né sostituita e la mancanza di grandi riferimenti concettuali omologati pone, sulla capacità elaborativa dei singoli e dei gruppi specifici, una forte responsabilità. Non sempre sono disponibili le condizioni per riscontrarla. A Torino, la fragilità propria della monocultura produttiva metalmeccanica, associata alla rapida sovrapposizione delle etnie insediate, seguita alla immigrazione massiccia degli anni 50 e 60, ha determinato una specifica sensibilità, rendendo assai più grave il vuoto concettuale seguito alla crisi generale del pensiero, eufemisticamente indicata come ratio negativa. Si è anticipata in qualche modo la scadenza della fine dell’utopia che Mannheim ha descritto nel 1936:

‘Lo scadere dell’utopia porta con se una stasi e un generale arresto delle cose nel quale lo stesso uomo diviene ‘cosa’. Dobbiamo affrontare il più grande paradosso immaginabile: l’uomo, dopo avere conseguito il massimo controllo razionale dell’esistenza, lasciato senza ideali, si riduce a mera creatura di impulsi. Così l’uomo, dopo un lungo tortuoso ed eroico sviluppo, raggiunto il più elevato livello di coscienza, quando la storia cessa di essere ‘fato cieco’ e diventa sempre di più una sua creatura, abbandonando l’utopia, perde la volontà di formare la storia e quindi la capacità di comprenderla.’ (17)

Le avanguardie in Torino
In questo quadro sono sempre esistite anche a Torino aree di individualità e di avanguardia. Nella pittura, nel teatro e in genere nelle performing arts, nel progetto, nella tecnologia, nel pensiero e nell’impresa: personaggi isolati e figure aziendali di calibro internazionale si formano e crescono anche in questa Città per affermarsi nel mondo. Il loro rapporto con la cultura di Torino è interessante da studiare e non può essere ridotto in poche categorie. Un tratto comune sembra leggibile: la città rivendica sempre il merito delle avanguardie, ma le osserva con distacco, non le identifica e non le assume come proprie, in una castrante applicazione della grande banalità nemo propheta in patria. Da parte dei soggetti raramente viene riconosciuta la matrice di Torino, le avanguardie rimangono con una forte identità personale, isolata che non incide e non produce un effetto contestuale apprezzabile, nè fertilizzazione incrociata utile. Il riferimento locale, nelle diverse biografie, è spesso assunto in termini di antagonismo più che di sinergia, e viene rapidamente superato: sempre in omaggio alla banalità dei profeti e delle patrie, quasi tutti gli operatori di questa area si dichiarano o agiscono come altri rispetto a Torino. Molti abbandonano la Città nella quale è impossibile lavorare, molti ne vengono allontanati, quasi espulsi, dalla resistenza passiva, frustrante, raramente competitiva. Sono emblematiche storie come quelle di D’Aronco, di Carlo Mollino, di Riccardo Gualino, a fianco delle quali ci sono però migliaia di storie meno famose, ma altrettanto significative. I progetti più belli degli architetti torinesi non sono a Torino: quasi come se la forza negativa dell’archetipo li abbia diminuiti nella capacità e nel coraggio espressivo. (18) Il problema non è semplice: è naturale che si cerchi sempre la linea meno faticosa per affermarsi e per esprimersi e, probabilmente, altri contesti sono più confortanti (più intensi) rispetto a quello di Torino. Non si può dimenticare però che in altri contesti, altre avanguardie, e altre storie, hanno lavorato e combattuto per istruire le condizioni di maggiore sinergia e conforto, senza abbandonare e senza isolarsi: l’azione individuale, critica, quotidiana e continua è la rivoluzione più efficacie e più appropriata per garantire la libertà del contesto, ma non è questo il carattere dell’avanguardia che, quasi per sua definizione, manca di tenuta e si lascia logorare dalla pazienza e dalla tenacia dell’archetipo.

Torino deve istruire la capacità di ascolto per l’innovazione e dotarsi di spazi fisici, economici e finanziarii che fornendo un habitat alle attività di avanguardia garantisca anche il collegamento con il contesto consolidato: se si perdono sistematicamente le aree avanzate di pensiero, concezione e ricerca si rinuncia a una insostituibile potenzialità.

La crisi degli ultimi venti anni
Nel 1968 la critica dei rapporti fra individuo e società diventò travolgente, si impose e non ha perso, segnando forse la più significativa svolta culturale del secolo. Nei seguenti, pesanti, anni 70, una rivoluzione cupa utilizzò e si sovrappose alla primavera e venne sconfitta, coinvolgendo e compromettendo nella sua tetraggine e nella sua sconfitta l’entusiasmo, la capacità propositiva, la disponibilità ingenua e la spinta innovativa del momento iniziale.

La complessa continuità che lega fasi, momenti storici e culturali, le responsabilità ancora vive, impediscono di distinguere il vero dal cinismo strumentale, l’involuzione tetra dalla evoluzione brillante, la freschezza giovanile dallo schematismo puerile, l’ottusità totalizzante dalla passione di rinnovamento.

Nessuno oggi ha la voglia, la forza, la capacità o il coraggio di rivendicare i valori che hanno vinto: ci sono i morti, ci sono gli assassini, e non ci sono vincitori. Le goffe filosofie rivoluzionarie si sono sgonfiate e, senza consenso, la violenza non si è riscattata. Nessuno sembra avere la legittimazione e il coraggio di rivendicare e distinguere i valori iniziali vincenti per paura di vedersi accollare le responsabilità della tragedia successiva e della successiva reazione: in questo senso continua il tradimento della primavera. Gli intellettuali, attenti e forse fin troppo presenti nella fase iniziale, non furono capaci, nella fase cupa successiva, di denunciare la semplificazione schematica e violenta per liberare la proposta innovativa, timorosi di perdere una occasione ‘di sinistra’ (19) ; mancarono i partiti, tesi alla utilizzazione strumentale qualunque degli eventi, più che alla vigilanza critica e alla elaborazione ideologica; mancò il governo che in qualche caso non comprese e sottovalutò le esigenze effettive e la domanda di rinnovamento e in qualche altro sbracò senza nessuna riflessione responsabile. Mancarono le centrali sindacali che cercarono di appropriarsi del ‘movimento’ senza capirne storia, motivi e obbiettivi, e ne vennero svuotate (20). Le baronie accademiche si divisero fra chi capiva, chi utilizzava, pochi che avvertivano i sintomi della violenza successiva nella esuberanza primaverile e chi, per varie paure o interessi, non faceva nulla, e vennero travolte. L’università è stata radicalmente cambiata dal combinato disposto della legge Capria e del ’68, ma il senso del cambiamento non è ancora oggi facile da capire.

Torino, più di altre città italiane, ha sofferto i dieci anni di piombo: per la fragilità della monocultura metalmeccanica dominante, per la concentrazione dell’offensiva, per la chiusura dell’archetipo torinese. Dieci anni di silenzio elaborativo imposto dalla paura e dalla corresponsabilità culturale e politica indiretta, dieci anni di furto di futuro e di progetto non si superano rapidamente nè facilmente. Più difficile ancora superarli se, per conformità e ancora per timore, non si impostano, dopo venti anni, serenamente e da sinistra, la valutazione e l’assestamento critico indispensabili a uscire dal tunnel.

Il progetto di Torino nella storia
Torino ha mantenuto, per molti secoli dopo la sua fondazione Romana, la motivazione iniziale di città militare, città forte, quartiere generale dei legionari della Gallia Cisalpina, dei capitani di ventura e dei mercenari imperiali, degli armigeri comitali e degli eserciti del Regno di Sardegna. L’innesco della vocazione produttiva e commerciale si imposta intorno al dodicesimo, tredicesimo secolo, anche come indotto della domanda di forniture militari. La prima zona industriale sulla Dora (lavorazione della seta, tessiture, siderurgia, segherie, concerie) risale al 1600. Dopo il periodo barbarico e l’intensa e lunga meditazione medioevale Torino, governata da Podestà e Capitani degli Imperatori fino al 1247, entra nella sfera di influenza dei Savoia nel 1248 quando Federico II di Svevia la concede come feudo a Tommaso di Savoia fratello di Amedeo IV: contropartita erano le nozze di Beatrice di Savoia figlia di Amedeo IV e vedova del Marchese di Saluzzo con Manfredi (22), figlio naturale di Federico II .

Centro politico principale dei Savoia dal 1418 assume in modo completo questo progetto nel 1563 quando dopo il trattato di Blois i Francesi abbandonano Torino e vi entra solennemente Emanuele Filiberto che fonda, fin da allora, la vocazione della Città a polo ispiratore della unificazione nazionale.

Nel 1700 il progetto dei Savoia raggiunge la massima maturità e in questo secolo si disegnano le caratteristiche fondamentali dell’architettura e dell’urbanistica torinese.

La battaglia per la rottura dell’assedio del 7 settembre 1706 fu vinta con decisioni d’avanguardia rispetto alle teorie militari del tempo (l’attacco di Eugenio e Vittorio Amedeo II su fronte rovesciata e senza linea di ritirata fra la Dora e la Stura fu innovativo e audacissimo), l’infiltrazione lungo la Stura di mille cavalieri e fanti guidati personalmente dal Duca di Savoia, fu episodio di grande modernità tattica e il rischio venne premiato con la vittoria su di un esercito di 30.000 uomini.

Giusti i monumenti a questi episodi affidati alla genialità della visione barocca che fece operare Guarini, i Castellamonte, Vittone e Juvara.

Il progetto di Torino capitale Italiana, oltre che del Regno Sabaudo, si chiude nel 1870 e inizia, quasi come sostituzione, il progetto industriale. Dapprima fortemente diversificato rispetto ai primordi seicenteschi: dolciario alimentare, lana, seta, tessiture e abbigliamento, macchine per la stampa, editoria, siderurgia, carta, chimica, pelli e cuoio, meccanica, strumenti di processo e utensileria di servizio. Poi sempre più polarizzato sulla meccanica: progetto che diventa a dominante automobilistica con la prima guerra mondiale e riduce tutte le altre attività al rango di indotto più o meno diretto.

Fino alla fine del 1800 e all’inizio del 1900, il progetto torinese rimase forte e le decisioni sulla Città significative: Porta Nuova (1850), gli ampliamenti, i grandi corsi… La tradizione sentiva ancora vicini gli episodi gloriosi di Torino, ultimo baluardo dell’Impero.

Era ancora questa eredità storica e questo orgoglio che legittimava e dominava il lavoro, popolarissimo in Torino, del Conte di Cavour per l’unificazione Italiana, e questo orgoglio era alla base della consapevolezza con la quale Torino si spogliava della dignità di capitale per la gloria di Roma, affrontava il rischio di perdere 200.000 abitanti, redditi, potere e sostituiva il tutto, in pochi anni, con il dominio industriale e di impresa: trasformando quello che avrebbe potuto essere un disastro sociale ed economico in spinta positiva e occasione di crescita.

Le esposizioni universali torinesi del 1884, del 1898 e del 1911, iniziative ad oggi non comparate per forza concettuale e impegno di impresa, dimostrano bene come l’archetipo torinese, associato a volontà e progetto di futuro, è struttura vincente. Iniziative sotto rischio, di visione strategica, con importanti conseguenze trainanti sulla economia e sulle imprese, connotano ancora la città fino agli anni ’30: gli emblemi sono lo stabilimento del Lingotto, lo stadio Mussolini, Via Roma, i Mercati Generali e la struttura iniziale di Torino Esposizioni.

In quegli anni Riccardo Gualino interpreta e anticipa il ruolo della finanza e della sua gestione in una società imprenditoriale moderna: anticipa troppo, forse arriva tardi o, forse ancora, commette errori di valutazione nei rapporti con il contesto e interviene su un terreno già condizionato dalla monocultura metalmeccanica e automobilistica. Gualino rappresenta l’occasione europea perduta di Torino: avrebbe potuto essere l’inizio della struttura sulla quale fare nascere la città del terziario, il polo di integrazione e complemento per la monocultura metalmeccanica e per il suo indotto diretto e dominato. L’uomo non riuscì a superare l’antagonismo della cultura insediata conforme e fu stroncato dal razzismo del regime in un silenzio significativo, colpevole e pesante dei protagonisti politici, sociali e di impresa di quegli anni.

Il fallimento delle iniziative finanziarie di Gualino segna in modo preciso il momento nel quale Torino ha perso la dinamica della cultura finanziaria e la conseguente proposta articolata e strategica. La cosa più importante che si perse fu la capacità di affrontare le imprese guardando il rischio dalla parte del vantaggio potenziale e le difficoltà dalla parte della professionalità e della competenza. Da allora il progetto di Torino si è polarizzato e ridotto sempre di più sugli schemi funzionali limitati alla produzione meccanica automobilistica e al suo indotto, esponendo di fatto la Città alla fragilità di una monocultura, che segna, in modo diverso, ma sempre negativo, sia le fasi di forte espansione che quelle di stagnazione. L’industria dell’auto, e il pensiero funzionale alla produzione metalmeccanica, divengono condizione pervasiva e immanente per la città. Non si individuano responsabilità personali nè esistono volontà dichiarate: il condizionamento avviene su un segnale monotono, diffuso da una pluralità di referenti, talvolta in apparente contraddizione e non riconducibili ad un controllo o ad un disegno politico, amministrativo e gestionale specificato. Il messaggio generico che si coglie di questo segnale è pragmatico/riduttivo: il minimo necessario alla operatività è sufficiente e giusto, tutto il resto si comprende con qualche difficoltà ed è tollerato come inutile necessario. Rischi non se ne corrono. Si tratta di una evidente estensione dell’atteggiamento di massimo privilegio della funzionalità che è buona regola dell’ingegneria meccanica, ma che non comprende le intuizioni dell’humanitas.

Il disegno della città che consegue a questo segnale difficilmente si stacca dallo squallore: quasi tutte le cose che, in genere, rendono bella una città ineriscono a categorie che con lo stretto necessario (23) hanno poco a che fare . La resistenza al segnale dominante è minima, spesso la subalternità si esprime come desiderio spontaneo di terzi e aventi causa che portano, felici, doni non richiesti, nè sollecitati, ma coerenti con il ‘segnale’, o presunti tali. L’interazione con l”archetipo’ torinese innesca sinergismi negativi ulteriormente aggravati dal compiacimento alla linea aziendale del Partito Comunista negli anni ’70, compiacimento del quale paghiamo ancora oggi le conseguenze. Data la enorme potenza del segnale, questo funziona come un flusso vigorosissimo che attira inesorabilmente e marca, senza possibilità di sfuggire, qualunque iniziativa o decisione: anche le iniziative completamente esterne ne vengono connotate, appunto, in quanto esterne !

Il progetto Romano, quello Comunale e quello Imperiale, il progetto dei Conti, Duchi, Principi e Re di Savoia, quello Risorgimentale, quello protoindustriale diversificato, il progetto delle grandi esposizioni universali, quello metalmeccanico prima e poi automobilistico, il fallimento del progetto finanziario, la monocultura automobilistica, il mancato progetto operaio degli anni ’20, degli anni ’40 e degli anni ’60/70: ogni progetto con la sua storia e tutti come storia complessiva di Torino. Molte proposte sono emerse dal 1980: l’asse Padano del MITO, il triangolo della macroregione Nord Ovest GEMITO, il triangolo Occitano Piemonte Savoia e Delfinato, la pianura meccatronica, tecnocity, le tecnologie alternative, il ‘nuovo lingotto’, il ‘forum per l’innovazione‘…..Tutti tentativi di riscattare la progettualità e di reimpostare una volontà di futuro, investimenti coraggiosi di pensiero e di azione che fino ad oggi non hanno avuto significative conseguenze, ma che certamente hanno contribuito ad aggredire l’enorme inerzia del sistema culturale consolidato.

Torino non riesce ancora a reagire in positivo con il suo archetipo, si svolge, inesorabile, la linea negativa. Tutto viene apparentemente condannato dalla qualunque impassibile, fredda e cinicamente autolesionista. Si consolida, quasi come gioco divertente, quello del massacro e del rifiuto, comunque, di ogni cosa: in queste condizioni è difficile proporre e forse non è nemmeno opportuno farlo. Prima di proporre è necessario recuperare il concetto di progetto come categoria originale e come premessa indispensabile: è stata distrutta per la generazione presente la responsabilità di assumere la delega storica e di lanciarla in avanti. Il futuro che non è oggetto di volontà, di disegno, di aspettativa e di tensione utopica non è nemmeno futuro: è una scontrollata, ineludibile congerie di qualunque accidente. Se manca la volontà di futuro progettare non serve, ma è quasi inutile anche vivere, di qui la sequenza delle priorità.

Forse questa è una delle motivazioni sulle quali si è andata formando e consolidando, come reazione, la subcultura della conservazione acritica di ogni vecchio muro e la stolida monumentalizzazione di qualsiasi rudere: non volendo esprimere il senso del vivere oggi ci si adagia soddisfatti sul senso di vivere ieri, senza distinguere, senza scegliere, senza volontà espressiva attuale: come se la forza concettuale e la capacità di fare di ieri possano supplire alla paura di fare di oggi. Quando qualcuno ci prova scattano immediatamente l’esecrazione e lo scandalo benpensante. Gli splendidi esempi di coraggio espressivo e di libertà concettuale che la storia degli architetti Italiani e dei loro committenti ci ha dato attraverso secoli (24), non sono emblemi operativi, nè insegnamento. La loro canzone favolosa è soffocata dalla verbalità di una cultura che non distingue il fare dal dir come si faccia.

Quanto sia forte, oggi, la debolezza del progetto è dimostrato dalla promozione a categoria di avanguardia della manutenzione dei monumenti, servizio peraltro utilissimo e necessario.

Gli ‘sponsors’ (i nuovi prìncipi) si sentono gratificati dall’investimento in conservazione e restauro dei monumenti perchè non hanno l’illuminazione e il coraggio, che gli antichi prìncipi avevano, di aggredire campi di ricerca e di indagine culturale avanzati e meno protetti dal conformismo. Si preferisce investire il denaro nella supplenza a istituzioni carenti, raccogliendo facile apprezzamento e consenso dal luogo comune, piuttosto che nell’intelligenza del futuro e della sua esplorazione progettuale. Un risultato sicuro sarà il consolidamento della carenza istituzionale.

Il primo, urgente, debito dunque, è quello di riconquistare spazio e dignità al progetto, al disegno ideale e oggettuale del futuro voluto e di recuperare, per questa generazione, il diritto/dovere di assumere la delega storica e di svolgerla in termini di attualità. Si devono ristabilire obbiettivi, priorità, strategie, con una sintesi etica di riferimento, con la competenza e il coraggio di proporre, scegliere e sbagliare. Allo scopo di perseguire il contenuto di felicità (25) insito nell’utopia e per non lasciare alla prossima generazione il carico irrisolto di nostri problemi, catastroficamente aggravato dal ritardo.

La situazione attuale
Ereditiamo un territorio metropolitano che negli ultimi quarant’anni anni non è stato oggetto di svolgimento progettuale: dopo la seconda guerra mondiale ci si è preoccupati dell’urgenza di ricostruire il più rapidamente possibile. Negli anni ’50 e ’60 ci si è preoccupati di produrre quanto più possibile, negli anni ’70 abbiamo dovuto gestire una crisi economica e industriale di scala planetaria aggravata dalle velleità rivoluzionarie, dal terrorismo e dalla staticità critica e operativa delle filosofie preposte alla gestione degli insediamenti complessi.

Nei primi anni ’80, con molto ritardo sulla elaborazione critica, cominciamo ad accorgerci che ci sono limiti fisici e sociali allo sviluppo dei sistemi urbani (26), ma una linea di progetto non si riesce ancora ad impostare perchè la gestione del territorio è ancora dominata dall’integralismo dell’urbanistica razionalcomprensiva degli anni ’70. L’investimento in analisi è enorme, senza struttura di sintesi e di obbiettivi: c’è la convinzione che sia possibile il controllo conoscitivo totale, che il sistema abbia una nascosta chiave risolvente, e che una volta trovata questa magica chiave, attraverso analisi estenuanti, tutto si possa svolgere di conseguenza e senza ricorrere a scelte rischiose e traumatiche, graziosamente assistiti dalla presunzione della ‘verità vera’.

Solo in questi anni inizia il recupero del dubbio e della probabilità e si comincia a tollerare la proposta che i sistemi complessi si affrontano per parti, tatticamente, muovendosi verso obbiettivi intermedi consistenti con il sistema/obbiettivo generale. Il sospetto e l’accusa di congiunturalismo e di carenza di quadro programmatico complessivo sono ancora pericolosi.

Così come i sistemi ambientali, sociali e fisici, sono stati fortemente compromessi da una prassi congiunturale e tattica dominata dalla cultura della produzione e dell’espansione, è sostenibile la speranza attiva di poterli recuperare, sempre con una prassi congiunturale e tattica, dominata però dalla cultura dello sviluppo congruente. Questa è l’ipotesi di lavoro sulla quale investire il massimo impegno.

Riappare il valore della definizione di Kant:

‘La produzione, in un essere ragionevole, della capacità di scegliere i propri fini in generale (e quindi di essere libero) è la cultura. Perciò la Cultura soltanto può essere l’ultimo fine che la natura ha ragione di porre al genere umano.‘ (27)

Affiorano i rapporti e la relazione di necessità che legano cultura e progetto, e l’altra sintesi, sempre di Kant, che definisce la cultura come….‘il senso del vivere in un luogo in un momento…’ evoca il ricordo di una posizione di John Dewey per il quale… ‘vivere vuol dire confrontare il proprio progetto di vita con il progetto di vita degli altri.’ (28)

Il sistema degli obbiettivi
Il sistema degli obbiettivi da porre e da raggiungere è semplice: trasformare Torino da città/fabbrica, da città della produzione metalmeccanica, in città per vivere. Da questo sistema/obbiettivo si può derivare, forse, il più bel progetto della storia di Torino, vantaggiosamente paragonabile alle splendide visioni barocche di Juvara, Guarini e dei Castellamonte. E’ il progetto per il quale Torino ha la massima potenzialità ambientale e strumentale con i milioni di metri quadrati di superfici industriali abbandonate che possono essere recuperate al disegno della città bella, con gli otto o novemila megawatt di potenza termica installata che possono essere ridotti a tremila per riconquistare il cielo azzurro e milioni di anni/uomo di vita per le generazioni future, con i milioni di ore/motore all’anno che possono essere ridotti per fattori per recuperare tempo alla vita di ognuno e sottrarlo al traffico. Un progetto normale, fattibile, naturale ed evidente, vigorosamente e splendidamente banale: leggibile con un solo sguardo alla cartografia urbana e all’ambiente attuale. La più grande trasformazione dalla fondazione stessa della Città: in effetti una rifondazione di Torino. (29)

E’ più probabile, se non certo, che si lavori meglio in una Città disegnata per vivere che in una Città disegnata per lavorare.

Gli strumenti
Gli strumenti per impostare e condurre un progetto alla realizzazione sono molti: primo fra tutti la sua formulazione corretta, per pochi elementi semplici e in termini comprensibili e coerenti con la cultura insediata e suggeritrice. Vanno espresse le figure del progetto, i suoi tempi, le modalità, le scadenze, i costi e i vantaggi. Il progetto va trasformato in mandato e quindi trasferito a responsabilità e competenze avendo la forza di non metterlo di nuovo e continuamente in discussione e di non sottoporlo alla ricattualità eversiva del democratismo strumentale.

Si deve, in questa fase di espressione del progetto, sapere correttamente associare la ‘filosofia’ alle ‘figure’ dove queste ultime non devono compromettere la prima e viceversa: un progetto di città è una filosofia prima di essere un disegno, ma dal disegno trae vigore, supporto e suggestione di ulteriore pensiero. Un altro importante, indispensabile, strumento che deve essere impostato è quello del dialogo diretto e istituito fra i diversi poteri di Torino: l’Amministrazione della Città e il sistema industriale produttivo insediato. I due attori devono riconoscere i rispettivi ruoli e assumere le conseguenti responsabilità giocando in modo dichiarato una partita avvincente, il cui esito è tanto più positivo per le due parti quanto più esplicito sarà il discorso e la sua conduzione. Le responsabilità politiche della Città non possono continuare a fingere che non ci sia in Torino il più potente sistema produttivo e finanziario europeo. Questo deve crescere sopra e oltre la corrente prassi di gestione indiretta della politica cittadina, confrontandosi in modo istituzionale con la Città su temi, problemi, programmi e strumenti (30). La responsabilità politica di Torino deve riscontrare nella prassi ciò che è patrimonio conoscitivo acquisito da tempo e cioè che la gestione esplicita del rapporto con il sistema industriale è condizione ineludibile. Il sistema industriale deve riconoscere che il vantaggio massimo viene da una struttura politica amministrativa non subalterna. Può darsi che questa strategia comporti fallimenti contingenti e qualche amarezza a breve termine per nicchie dirigenziali o per subaree politiche: sulla distanza è però questo lo strumento fondamentale per portare a termine il progetto di Torino. Questa è la grande responsabilità di una classe dirigente industriale di rango europeo che non è compiutamente avvertita del suo ruolo locale e di una classe politica continuamente a sbalzo su maggioranze aleatorie, condizionate dalla conformità demagogica e dal gioco dei veti incrociati.

Quale dei due attori avrà la forza, la modestia, la chiarezza di mente e di idee per impostare il più grande e normale progetto che Torino abbia mai avuto a disposizione? Riconoscere la struttura banale della realtà, esprimerla e portarla alla sua valenza politica è uno dei compiti più difficili di una classe dirigente, specie quando questo riconoscimento implica revisione coraggiosa della tacita, convenzionale, finzione conforme. Istruire le condizioni che consentono di anticipare i tempi di questo riconoscimento vuol dire facilitare il successivo svolgimento dialettico e ridurre il pericolo di rivelazioni tardive, violente e di rottura, affrontare questo compito e svolgerlo al meglio delle proprie capacità è un dovere.

Lorenzo Matteoli (31)

Post-fazione 1998
Rileggo il mio documento a dieci anni di distanza e lo trovo sempre interessante: un significato di particolare attualita’ viene alla lettura dall’inizio dell’abbandono di Torino da parte della Fiat segnato dalla caduta di Romiti e dall’avvento di Fresco. Un evento che potrebbe significare la rinascita della Citta’. Il documento non e’ stato mai pubblicato, ma ebbe a suo tempo ampia circolazione ufficiosa: ho deciso di metterlo sul WEB dove spero trovera’ lettori specificamente motivati dall’interesse per Torino.

NOTE
1) Secondo Luhmann un sistema è “autoreferenziale” quando contiene nella sua stessa struttura la matrice di adattamento e di aggiornamento, in questo caso il sistema dello scegliere i propri fini è strutturato dalla cultura che è scopo e obiettivo del sistema stesso.

2) Dizionario enciclopedico della lingua inglese.

3) in R. Linton “The science of man in the world crisis”, 1945.

4) condotta: termine corrispondente a “comportamento” quando riferito a gruppi e non a singoli individui

5) Da “Ideology and Utopia, an introduction to the Sociology of knowledge” di Karl Mannheim, edizione del 1936.

6) esempio chiaro sono le città e le grandi aree metropolitane dove la concentrazione di attività e di soggetti determina accelerazione critica ed elaborativa e intensità di esperienza esistenziale con conseguenze storicamente evidenti sulla cultura dei singoli e dei gruppi.

7) Giovanni Battista Vico scrive che…” se ben vi si riflette, il vero poetico è vero metafisico, a petto del quale il vero fisico, che non vi si conforma, dee tenersi a luogo di falso”…

8) “esagerata o degenerata” direbbe Hegel.

9) Northcote Parkinson: la terza legge.

10) letteralmente: “lo spirito del luogo”, la sua storia, la sua “cultura”, i comportamenti e i pensieri indotti e suggeriti da forme e pre-esistenze.

11) vedi L. Mumford, “The city in History”

12) nel senso dell’etimo latino “comprehendere”: comprendere, abbracciare a se con legami affettuosi (legare a se), abbracciare con la mente (intendere) e con le parole (esprimere).

13) alla luce di quanto avvenne successivamente il termine era malsopportato perché sinonimo di ‘concussione’: lo scetticismo aveva altre matrici;

14) l’archetipo torinese è una specificazione dell’archetipo nazionale del quale assume in modo più o meno marcato le linee di fondo.

15) understatement: “intenzionale mancanza di enfasi espressiva, come nell’ironia”

16) “lib/lab”, “perestrojka”, “partecipazione statale”, “economia mista”…;

17) da Karl Mannheim “Ideology and Utopia” opera citata.

18) e non si tratta solo di responsabilità soggettiva, come già più volte ribadito in queste note: quando non ci sono le condizioni di libertà espressiva, le responsabilità sono più ampie e pregresse;

19) il “manifesto” degli intellettuali italiani per Lotta Continua recentemente riemerso alla memoria in occasione del caso Sofri è da citare come esempio di questa paura.

20) il contributo del “movimento” alla modifica dei rapporti interni alla fabbrica è stato più forte delle conquiste di venti anni di lotte sindacali e questo per effetto della critica che sovvertì i rapporti tra individuo e società all’esterno della fabbrica.

21) quanto tempo e quanti morti ci sono voluti per capire che non erano compagni e nemmeno compagni che sbagliavano ?

22) …biondo era e bello e di gentile aspetto… Dante, Purg. III, vv 107 e seguenti.

23) a questo proposito deve essere evocata la responsabilità del Movimento Moderno e dei suoi interpreti più modesti.

24) chi avrebbe oggi il coraggio di applicare un fronte barocco a un castello medioevale come fece Juvara con Palazzo Madama? o di sovrapporre una cupola barocca, come fece Guarini, sull’abside della cattedrale gotica di Torino? Forse solo Andrea Bruno!

25) il “pursuit of happiness” è un diritto inalienabile dell’uomo che la Dichiarazione di Indipendenza dei tredici Stati fondatori dell’Unione ha stabilito essere una “self evident truth” nel 1776.

26) cfr Fred Hirsch “Social limits to growth”, 1967;

27) cfr pagina 2;

28) John Dewey “Democracy and education”, 1916;

29) uno dei costi più pesanti della deformazione patologica del clima urbano è quello derivante dalla sensibile riduzione delle “aspettative di vita” e dell’aumento di malattie polmonari che caratterizzano il profilo statistico “tipo” dei cittadini.

30) quando un albero diventa immenso non ci si può occupare solo dei suoi frutti: qualche preoccupazione per il terreno dove affondano le radici è opportuna, operando insieme a chi è deputato e si intende dei problemi del terreno.

31) Ho scritto questo documento nel corso di diversi mesi (tra luglio e dicembre 1988), riprendendolo e integrandolo più volte. Nel corso della stesura lo ho sottoposto alla lettura critica di amici, colleghi e compagni che hanno contribuito con commenti e critiche e che ringrazio. Parti di questo scritto sono state esposte in modo verbale ed informale nel corso di varie occasioni pubbliche e private e il dibattito seguito mi ha suggerito articolazioni e complementi: ho applicato l’insegnamento di Mannheim cercando di “pensare ulteriormente cose pensate da altri” e di giocare attivamente dentro ai modelli di pensiero correnti subendo e riscontrando la provocazione della “autoreferenzialità”. L’impostazione è appassionatamente illuminista, ricordando che fino a pochi anni fa il termine era impiegato come insulto nel linguaggio della “sinistra”. Oggi non più.

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
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