LA STANZA NUMERO 30


Il racconto di Ilda Boccassini dei suoi quaranta anni nella Magistratura Italiana

Ilda Boccassini

Non solo la biografia professionale di una donna PM, il racconto di trenta anni di Italia e dell’attuale disastro del nostro Sistema Giudiziario.

Un racconto scritto con passione e ferocia militante, con il rigore e la puntualità documentale di un atto legale, con l’affetto e la tenerezza femminile di una dichiarazione d’amore. Bagnato di lacrime commoventi e immerso nel dolore della perdita senza riscatto di Giovanni Falcone.

Un libro da leggere, da riflettere, una denuncia che impone azione conseguente.

Ilda Boccassini ha scritto un monumento: un pezzo fondante della profonda radicale riflessione che dovrà ricostruire l’Istituto del Sistema Giudiziario Italiano. Una riflessione che in questi anni si sta lentamente formando, mentre la politica sta aspettando il leader con la dimensione culturale per affrontare il problema.

Nei trenta anni di storia giudiziaria italiana Ilda Boccassini è stata protagonista di vicende giudiziarie sconvolgenti. Prima per significato storico l’indagine e la condanna di tutti i responsabili della strage di Capaci (24 ergastoli).

Fondamentali i processi alla macchina criminale del potere berlusconiano: una lunga battaglia contro l’uso strumentale dei media e del partito personale per la difesa aggressiva degli interessi particolari, dei sodali e delle aziende Fininvest. Molti, e io per primo, dovranno rivedere la loro opinione su questa figura, alla luce della narrazione di Ilda Boccassini. 

La vittoria clamorosa in prima istanza nel processo Ruby, azzerata dalle successive assoluzioni in appello e cassazione, sentenze che pongono domande alle quali si dovrà, prima o poi,  dare risposta.[1]   È la storia il giudice ultimo che commenta, assolve e condanna le sentenze.
Altri episodi fondamentali nei quali Ilda Boccassini ha svolto ruoli centrali: la “Duomo Connection”,  IMI SIR Lodo Mondadori, vicende che hanno visto la sistematica pesante, e spesso purtroppo efficace, interferenza del potere politico e mediatico della macchina berlusconiana per la coartazione della Giustizia. Su queste vicende il libro di Ilda Boccassini riempie un vuoto di informazione del quale sono seriamente responsabili i media omologhi italiani.

Determinante è stata l’esperienza a Caltanissetta per la lotta alla mafia e la successiva responsabilità nella direzione dell’antimafia a Milano, dove Ilda ha posto le basi di un atteggiamento strutturale organico della lotta al sistema mafioso italiano, perforando la sindrome individuale di Nicola Gratteri.

La narrazione dei silenzi, dell’inerzia, della grigia  anonima connivenza e, infine, della corruzione smaccata nei tribunali di Palermo, Roma, Milano dà un quadro cupo, deprimente della magistratura, a tratti illuminato dalla lealtà e dal sacrificio al dovere di alcuni esempi di eccezione. Come preoccupano la settarietà ipocrita del potere politico e dei media omologhi e la realtà di ampie zone grigie della borghesia imprenditoriale italiana, che spesso “cerca” attivamente lo strumento mafioso, più che venirne passivamente cercata.

Il quadro generale della storia è impietoso e non suggerisce ottimismo, ma il racconto ha un tratto squisitamente femminile: bella e intelligente la rivendicazione  dei colori, delle collane, dell’abbigliamento come affermazione etica, ideologica e culturale della donna Pubblico Ministero in un contesto di arrogante maschilismo settario, pesantemente responsabile del generale degrado istituzionale.

Commovente, tacitiana e travolgente la dichiarazione d’amore che riscatta un diritto ineludibile della persona e degli affetti, diritto ulteriore rispetto ad ogni conforme ipocrisia, ed esente da ogni condizione impossibile. 
Chiara, bella, anche se implicita, citazione dell’invocazione di Francesca: Amor che a nullo amato amar perdona…! ( verso 103 del Canto V dell’Inferno della Divina Commedia di Dante).

Corollario:
 La Stanza numero 30 
di Ilda Boccassini  non è solo racconto, biografia, cronaca, denuncia, forte rivendicazione, passione, dichiarazione d’amore. È un preciso mandato perché si dia corso quanto prima alla radicale ricostruzione del nostro Sistema Giudiziario sulla base della antica e solida tradizione di rigore, competenza, indipendenza, autonomia che è nella sua storia documentata dal sacrificio di centinaia di martiri e di eroi, tradizione oggi criticamente soffocata.

Tragicamente ineffabile la dedica  al coraggio delle donne Afgane, gesto di conclusiva coerenza.

lorenzo matteoli


[1] Dalle pagine del libro:

“… Berlusconi fu condannato a sette anni di reclusione, un anno in più rispetto alla pena che avevo richiesto. +

La sentenza fu ribaltata in secondo grado e il presidente del collegio Enrico Tranfa si dimise in aperta polemica con quella decisione. La Cassazione confermò l’assoluzione.”

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
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