“VEDERE” E’ SEMPRE IL RISULTATO DI DOVE SEI E DI DOVE TI COLLOCHI PER “GUARDARE”

È una banalità, ma svolgere le implicazioni e lo “svolgimento” delle sue implicazioni può essere interessante.

Ognuno “guarda” dal suo punto di vista, dalla sua “storia”, dalla sua “competenza” e vede quello che questa condizione gli consente di vedere. Spesso ritiene che questo sia sufficiente e non si preoccupa di altro.

La prima cosa che sarebbe opportuno fare è sapere qualcosa di più sulla propria “storia”. Ricordare quali condizioni subìte o felicemente vissute possono avere lasciato tracce o memorie, piacevoli, sgradevoli, utili o meno, che oggi, quando “guardiamo,” ci fanno “vedere”. Oppure ci impediscono di vedere,  oppure suggeriscono una specifica interpretazione/comprensione di quello che vediamo. Memorie lontane nel tempo, condizioni subliminali, traumi rimossi.  Oppure esperienze recenti, attuali, dirette, indirette. 

Come è utile per noi sapere da dove si guarda per vedere, così è utile sapere “da dove” gli altri guardano per capire cosa vedono e comunicare attraverso quel filtro, contro quel filtro o per mezzo di quel filtro.

Ho scritto dove ci si colloca per guardare, ma ho anche scritto che la “storia” di ognuno detta le condizioni di quella “collocazione”: non siamo completamente liberi di “collocarci” come e dove vogliamo per guardare. La nostra “storia” detta in modo non eludibile molte delle condizioni del nostro punto di vista, se non le più importanti. Sembrerebbe un lemma determinista, ma non lo è. Determinismo è la storia che detta e prefigura il futuro, ma la storia che condiziona la nostra capacità critica non prefigura e non determina il futuro: forma e informa il nostro cervello, produce le categorie che, sulla base della nostra esperienza e vita passata, inducono la nostra valutazione del presente. Ci comportiamo secondo il dettato della nostra cultura, il “senso di vivere in un luogo in un momento[1]. Una condizione ineludibile e del tutto naturale.

Da questo ovvio assunto derivano alcune interessanti conseguenze. Per esempio non possiamo condannare chi applica determinate categorie di giudizio e valutazione, dopo una vita passata nei corridoi del potere e delle segreterie dei partiti, nell’arroganza del pregiudizio razzista, nello squallore della demagogia populista, nella convinzione che quell’arroganza “paga” in termini di potere e controllo sugli altri, che quel pregiudizio “paga” in termini di consenso di una base popolare disinformata e incapace di informarsi o soggetta, indifesa, all’informazione drogata. 

Perché quel soggetto non ha alternative, è condannato dalla sua “cultura”, dalla sua esperienza di vita a quel comportamento. È quasi impossibile per un soggetto del genere sfuggire alla condanna, anzi la condizione innesca un ciclo perverso: sarà sempre peggio.

Altra interessante conseguenza è che la condizione culturale pregressa è socialmente discriminante: si creano nella società sacche di arroganza e pregiudizio che riscuotono solido consenso per la dinamica stessa che le istruisce. Il fenomeno si trasforma in una condizione politica storica. In questo riflesso secondario la condizione “culturale” davvero diventa determinante di comportamenti sociali e alla fine politici. 

Questa è in sintesi brutale la matrice dei movimenti assoluti e totalitari come il fascismo, e il nazismo, lo stalinismo etc. 

In margine al fenomeno “naturale” sono significativi e deteriori i comportamenti dei pochi che, pur avendo l’esperienza critica per “distinguere” si collocano volutamente sul versante strumentale per utilizzare la dinamica “naturale”  rivoltante, demagogica e populista per acquisire controllo e potere. Questi soggetti sono al margine della criminalità sociale:  una vera metastasi della democrazia.

Altra importante conseguenza della dinamica suggerita dal titolo di questo componimento[2]è la formazione di minoranze sociali evolute, critiche, capaci di valutazione consistente con il cambiamento nella realtà della storia.  

Si forma una “aristocrazia” della cultura politica e sociale che non corrisponde,  necessariamente, a classi di reddito o di patrimonio. Dipende dal vissuto, dalla storia, dagli errori commessi, dalla educazione assorbita nei luoghi e nei tempi.  Una parte della società che è destinata ad essere minoranza, per definizione di elite, fatte salve condizioni storiche eccezionali.

Se immaginiamo metaforicamente come una collina più o meno alta sulla pianura il “vissuto”, il “cumulo” delle esperienze, la “cultura” risultante (in senso kantiano) che ci ”colloca” per “guardare” e per “vedere”, la mia collina è una complessa stratificazione/miscela di eventi, studi, esperienze, competenze, errori che potrei disordinatamente (tutto interagisce con tutto) elencare così: 28 anni vissuti in Western Australia, 36 anni vissuti a Torino,  20  anni vissuti a Milano, 5 lingue parlate e scritte, diploma di High School, Oregon, USA, Maturità Classica, due licei Carducci di Milano e Cavour di Torino, esperto per i problemi di energia con i Radicali negli anni 60 e 70, candidato in Sardegna nel 1978 per il Partidu Radicale Sardu (!), candidato alle amministrative di Torino per il Partito Socialista Italiano nel 1985,  dal 1986 al 1992 assessore allo Sport Turismo e Tempo libero, Verde Pubblico e Impianti per la Città di Torino, laurea in architettura al Politecnico di Torino, ordinario di Tecnologia dell’Architettura, preside della Facoltà di Architettura 1981-1986, dal 1979 al 1986 direttore del Dipartimento di Scienze e Tecniche per i Processi di Insediamento del Politecnico di Torino, 1978 responsabile scientifico del programma Unione Europea UPSE di edilizia economica popolare riscaldata con energia solare (500 alloggi 40 miliardi di lire),  dal 1992 al 1994 addetto scientifico all’Ambasciata Italiana di Jakarta, dal 2000 traduttore di libri per la Nave di Teseo e altri editori (9000 pagine tradotte di diversi autori fra i quali Yanis Varoufakis, Eugene Rogan, Thomas Piketty, Peter Temple, Giuseppe Antonio Borgese, Michael Zantovsky la Biografia di Václav Havel), insegnamenti a Curtin University of Technology, University of Western Australia (Architectural Soustainable Design), University of Washington (Seattle).  

Di questa collina uno strato piccolo, ma molto importante, sono gli anni del ginnasio e del Liceo al Liceo Classico Statale Giosuè Carducci di Milano: il Liceo culla della cultura “liberal” progressista milanese per la tradizione antifascista, per il corpo docente storico, dove sono andati Vittorio Sereni, Bettino Craxi, Claudio Martelli, Gino Strada, Umberto Veronesi, Armando Cossutta, Irene Bernardini, Valerio Onida… 

Da questa collina dal 1994 guardo la pianura sottostante e scrivo i miei pensierini da Scarborough (W.A.).

matteolilorenzo.blog


[1] La definizione di “cultura” secondo Immanuel Kant

[2] “Vedere” è sempre il risultato di dove sei e di dove ti collochi per “guardare”.

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
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3 risposte a “VEDERE” E’ SEMPRE IL RISULTATO DI DOVE SEI E DI DOVE TI COLLOCHI PER “GUARDARE”

  1. Pamela Camillo Taberna ha detto:

    Caro Lorenzo, sono Pamela (uso facebook di Taberna). Mi piace e mi affascina molto leggere i tuoi blog. Nel mio piccolo e da operatore sociale con quasi 30 di “carriera “ ho ormai un’unica convinzione…..come dici tu “ Ognuno “guarda” dal suo punto di vista, dalla sua “storia”, dalla sua “competenza” e vede quello che questa condizione gli consente di vedere.” Nel mio piccolo cerco di aiutare le persone ad andare oltre a ciò: non tanto rispetto all’ideologia politica ma almeno per imparare a tollerare e comprendere l’altro. Questa volta mi sono proprio riconosciuta in uno dei miei principi fondamentali. Grazie

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