LA TERZA RIVOLUZIONE RUSSA

Henry Bertrand Levy

Da La Repubblica del 6 Gennaio 2023

L’Ucraina vincerà. Non è un auspicio. Non è neanche un’ipotesi. È una convinzione. La Russia potrà agitarsi quanto vuole. Uccidere. Bombardare. Ricostituire i suoi arsenali missilistici. Potrà creare, come a Stalingrado, dei cordoni, o addirittura dei doppi cordoni, di zagradjtelnij otrjad, le «unità di sbarramento» incaricate di giustiziare i soldati che siano tentati di battere in ritirata o arrendersi. Fin dai tempi antichi esiste una legge incrollabile, che dice che la vittoria non arride allo stratega più bravo (nemmeno Pericle, inerme di fronte alla determinazione delle falangi spartane), né a chi dispone delle armi migliori (le lance perfettamente cesellate impotenti, nell’Iliade, contro la volontà degli dei), né all’esercito più numeroso (i 300 opliti di Leonida che sconfiggono alle Termopili la potente armata persiana), ma a quelli che, come lui, Leonida, o molto più tardi Frank Capra, possono dire: «È per questo che combattiamo: non siamo là, al fronte, per ubbidire a un tiranno che ci usa come carne da cannone, ma per amore di una famiglia, di una patria, di un’Idea». Questa guerra, come tutte le guerre, alla fin fine è fatta di corpi che si scagliano gli uni contro gli altri. Da un lato corpi eroici che si assumono, con cognizione di causa, il rischio di morire. Dall’altro lato, degli zombie che assomigliano, nel migliore dei casi, al soldato Svejk che, sordo agli «esempi di valore» affissi nelle camerate dalla «stupida e vecchia Austria», marcia sulla strada maestra, intirizzito dal freddo, con in testa una sola idea: salvarsi la pelle. È il caso, oggi, di un esercito russo che si sta decomponendo sul campo a gran velocità.


La vittoria ucraina dev’essere totale, senza appello,non assomigliare a quelle mezze vittorie che sono la specialità delle cancellerie e che partoriscono conflitti congelati come Cipro o la Corea. So che la tentazione esiste. Sento questa musichetta che cresce in sottofondo e che, come all’epoca della polemica tra l’ambasciatore Claudel e i surrealisti, ci suggerisce che il prezzo del gas è la chiave della diplomazia. E vedo questo atteggiamento da conferenza di Monaco (stavolta, ahimè, da parte americana) che dice: «Ascoltiamo Kissinger… negoziamo… cessiamo il fuoco… e plachiamo l’orco Putin…».
Sarebbe un errore tragico. Non per ragioni di giustizia (anche se…), ma perché questa guerra è il test di quello che le grandi democrazie, i loro amici e quello che ormai, in Ucraina, è il miglior esercito occidentale, vogliono e possono fare di fronte a cinque re (la Russia, ma anche la Cina, i nostalgici dell’Impero persiano, i militanti della grandezza ottomana, gli architetti di un Califfato con i colori di al-Qa‘ida e dell’Isis…) decisi a fare in modo che questo nuovo secolo, che impiega così tanto a iniziare, divenga, molto presto, il loro. È necessario che la Russia capitoli se vogliamo che la Cina arretri a Taiwan. È necessario, se gli ucraini lo desiderano, aiutarli a riconquistare i territori che gli sono stati strappati in spregio al diritto internazionale, oppure nessuno potrà vietare al neosultano Erdogan di far avanzare le sue pedine nei Balcani, in Siria, perfino in Grecia. È necessario che le donne iraniane, che tengono gli occhi fissi, come Goethe a Valmy, sulla battaglia di Bachmut, sappiano che terremo duro. E non bisogna mai dimenticare che più lontano ancora, a Kabul, il presidente Zelenskij è visto come un eroe che strappa la nuova pagina della storia del mondo che sembrava essere stata scritta nel momento, diciotto mesi fa, in cui è stato offerto un Califfato ai Talebani. Il XXI secolo si gioca a Sebastopoli.
Questa guerra atroce e, tra gli aggressori, questi morti a decine di migliaia, questa messa al bando dalla comunità internazionale e, in fin dei conti, questa sconfitta, non potranno restare senza conseguenze, neppure a Mosca. Certo, conosco bene la solfa sulla Russia immensa, tagliata fuori dal mondo, immobile. Ma lo si diceva già nel 1916 e Lenin stesso, a Zurigo, piangeva di rabbia all’idea di Nicola II acclamato dalla folla al balcone del Palazzo d’Inverno: l’anno seguente, era Ottobre.


Lo si diceva negli anni 80, quando i più lucidi tra i dissidenti, come Aleksandr Zinov’ev, pensavano che l’ordine totalitario, il suo homo sovieticus, le sue cime abissali, sarebbero durate secoli: nel 1989 il Muro cadeva. Come potrebbe andare diversamente all’indomani di questa carneficina? Come potrebbe la Russia uscire indenne da questo caos che ha voluto lei? E come potrà colui che le prometteva la gloria e le avrà portato soltanto sconfitta, obbrobrio, umiliazione, come potrà questo Nerone pronto a lasciar bruciare Roma purché viva il suo delirio di zar in formato ridotto, restare uguale a se stesso, irrigidito nella sua maschera di cera e nelle adulazioni dei suoi stipendiati? Dopo di lui, ognuno di noi lo sa, tutto è possibile. Il peggio come il meglio, gli ultranazionalisti in stile Wagner così come un democratico di cui solo l’Angelo della Storia conosce il nome.


Ma non è proibito sognare. Questa volta non è una convinzione. Non è neanche un auspicio. È una preghiera. Possa la terza rivoluzione russa, quella che verrà, essere quella buona e segnare la fine dei demoni che possiedono perfino alcuni degli spiriti migliori del Paese. Russia anno zero. Come per la Germania nel 1945, è questa la speranza.

(Traduzione di Fabio Galimberti)

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
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