L’astuta irresponsabile strategia di Salvini sul problema aprire o chiudere

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Salvini ha il dono di sapersi sempre comportare all’altezza del livello più vergognoso delle aspettative e delle logiche etico-politiche.
Il giornale La Repubblica ha pubblicato ieri una raccolta delle sue dichiarazioni sul problema “aprire/chiudere” per la gestione della pandemia. Un elenco che illustra come con la stessa irresponsabile sicumera, demagogia e arroganza ha dichiarato tutto e il contrario di tutto. Aprire tutto subito, tornare a lavorare…un giorno. 
Chiudere tutto subito … la cosa più importante è la tutela della gente…un altro giorno.

Non si tratta di un comportamento dovuto alla fragilità mentale** del soggetto. Per nulla.

È un comportamento studiato e attuato con precisa volontà.

Salvini sa bene che i suoi elettori sono divisi fra le due scelte e quindi che prendere una posizione precisa su una delle due vorrebbe dire automaticamente deludere la metà del suo parco voti. Sa anche che i suoi elettori dimenticano rapidamente o ricordano solo le cose che vogliono ricordare.

Quindi i fedeli leghisti che vogliono chiudere tutto ricorderanno solo i suoi appelli a chiudere tutto. Quelli invece che vogliono aprire tutto ricorderanno solo i suoi appelli ad aprire tutto. …chiese, discoteche, bar, ristoranti, caffè, bocciofile, cinema, piscine….

Delle conseguenze delle due strategie al “capitano del Papeete” non gliene potrebbe fregare di meno. 

Se la mia ipotesi non è vera … resta l’altra**: il vero problema è quanto ci metteranno i milioni di italiani che lo votano ad accorgersi di cosa si nasconde dietro la incompetente arroganza del soggetto. I precedenti italiani non sono di conforto: ci sono voluti venti anni e forse per qualcuno molti di più… e qualche milione di morti.

lorenzo matteoli

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La linea pessimista dell’Economist

Apr 17th 2020

AS THE CORONAVIRUS upends productive activity across the world, economic downturns loom everywhere. But some economies will suffer much more than others. During downturns economic performance tends to diverge markedly. In this one, three factors should help separate the bad outcomes from the dire ones: a country’s industrial structure; the composition of its corporate sector; and the effectiveness of its fiscal stimulus. The Economist has used indicators of these to rank the exposure of 33 rich countries to the downturn. Some, such as those in southern Europe, appear far more vulnerable than America and northern European countries. Spain’s economy, for example, is in meltdown. The IMF forecasts that GDP will shrink by 8% this year. For southern Europe’s younger people, who have already lived through one calamitous recession, this covid-19 contraction is an enormous sinkhole from which it will be hard to clamber out.

Traduzione:_

Mentre il CORONAVIRUS sospende l’attività produttiva in tutto il mondo, le recessioni economiche incombono ovunque. Ma alcune economie soffriranno molto più di altre. Durante le crisi la performance economica [fra i diversi paesi]  tende a divergere marcatamente. Tre fattori caratterizzano i risultati terribili rispetto a quelli negativi: la struttura industriale di un paese; la composizione del suo settore aziendale; e l’efficacia del suo stimolo fiscale. L’Economist ha usato questi indicatori per classificare l’esposizione di 33 paesi ricchi alla crisi. Alcuni, come quelli dell’Europa meridionale, sembrano molto più vulnerabili dell’America e dei paesi del nord Europa. L’economia spagnola, per esempio, è in crisi. L’FMI prevede che il PIL si ridurrà dell’8% quest’anno. Per i giovani dell’Europa meridionale, che hanno già vissuto una recessione disastrosa, questa contrazione covid-19 è un abisso dal quale sarà difficile uscire.

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L’INTERVISTA CHE NON E’ MAI STATA FATTA

Questo pezzetto scritto nel gennaio del 2014 sta tornando di attualità. Gianni Armand non lo ha mai riscontrato: a Torino la FIAT conta ancora qualcosa e La Stampa con i suoi giornalisti anche dopo 35 anni non si può permettere di irritare il principato e i suoi eredi.

Lo Stadio delle Alpi, monumento di una grande sconfitta del “sistema Torino” e in particolare del potere FIAT/Stampa, è stato demolito per dimostrare a chi avesse ancora dubbi “chi comanda” a Torino, ma una storia carina che rievoca la vicenda fa ancora paura e la stampa di servizio con le sue livree si adegua.

Dedico questa riedizione al ricordo di Renato Rolando (aka Rambo) formidabile coordinatore del cantiere che ha costruito lo Stadio delle Alpi in 20 mesi “contro” il Sistema Torino. Un Grande Costruttore!

Pubblicato il 24 gennaio 2014 di matteolilorenzo

Lo Stadio delle Alpi emblema di una grande sconfitta del Sistema Torino (Fiat/La Stampa) è stato demolito, ma il ricordo irrita ancora gli eredi del Principato.

L’intervista che non è mai stata fatta

Lorenzo Matteoli

24 Gennaio, 2014

Ieri ero a Torino al circolo canottieri Armida, uno dei più antichi e gloriosi circoli di rematori sul Po.

Aspettavo che mia figlia Federica tornasse dal suo allenamento per mangiare con lei quando vedo rientrare una barca con due rematori molto prestanti e vigorosi. Guardo ammirato e un po’ invidioso e uno dei due mi guarda e dice: “Io lei la conosco…” Io mi presento: “Mi chiamo Lorenzo Matteoli…” Lui dice: “Lo so, io mi chiamo Gianni Armand Pilon e sono un giornalista de La Stampa…” “Ah!” dico io, “ricordo bene, eri giovanissimo allora, eri uno di quelli che mi faceva il culo sullo stadio quando ero assessore…” Poi costretto dalla mia condanna torinese continuo: “…e pensare che lo Stadio delle Alpi è stato l’unica grande opera realizzata a Torino senza tangenti, nel budget previsto e nei tempi previsti..” Mi interrompe Gianni Armand e dice “Ma va! avete raddoppiato, triplicato i costi…” Resto interdetto e spiego: “…altolà, i costi saranno anche aumentati, lo sosteneva il concessionario, ma la città non ha pagato una lira in più del costo previsto nel contratto di concessione, siete voi che avete lasciato credere ai torinesi che l’aumento rivendicato dal concessionario sia stato a carico della città e non avete mai raccontato la vera storia. Non avete mai nemmeno raccontato come si chiuse l’arbitrato e quali furono le conclusioni dell’arbitro Mario Barbuto, presidente del tribunale di Torino… anzi avete sempre giocato in modo equivoco con titoli e testi ambigui implicitamente creando la leggenda di una vicenda oscura ed equivoca dietro la quale si nascondevano storie di tangenti e corruzione…vedo ora che tu stesso sei rimasto prigioniero della immagine che avevate coltivato con la vostra sistematica disinformazione e implicita insinuazione…” Pilon evade dicendo: “…sono passati trenta anni …non ricordo… Poi io non mi occupavo dello stadio…”

Arriva  Federica, Pilon con il suo coequipier prendono il doppio/due di coppia e si avviano allo spogliatoio.

Più tardi, dopo pranzo, cortesemente viene a salutarmi e  molto francamente gli dico …”Sono rimasto scandalizzato…che un giornalista de La Stampa sia così disinformato su un episodio che è stato al centro delle cronache negli anni ‘90 e che ancora recentemente ha avuto forti implicazioni sulla vita della città…mi chiedo: se voi siete vittime della vostra stessa disinformazione come fate a informare i torinesi? Lo scriverò sul mio blog…” Pilon sorride con benevola supponenza e dice “…scrivi….scrivi…”

Ecco dunque “la intervista che Pilon non mi ha mai fatto” e che io non ho mai avuto modo di concedere che non mi ha mai fatta perché non gliela avrebbero mai lasciata fare e se l’avesse mai fatta il giornale non l’avrebbe mai pubblicata.

Il guaio di quasi tutta la stampa italiana è che si possono scrivere solo determinate cose in un determinato modo. Certe verità non si possono scrivere, certe altre vanno taciute o vanno scritte nella specifica ottica e con lo specifico taglio dettato da una convenienza opportuna che tutti conoscono perfettamente, ma che non sta scritta da nessuna parte.

Il risultato di questo “newspeak” (cfr. “1984” di George Orwell) implicito, che a La Stampa di Torino è particolarmente sofisticato e complesso, è una particolare “verità”, una verità torinese virtuale. Virtuale, ma talmente solida che gli stessi giornalisti che lavorano a La Stampa di Torino dopo qualche anno non sono più in grado di distinguere la realtà dalla sua immagine come proposta dalle cronache torinesi del loro giornale che peraltro proprio loro hanno scritto. Per questo sono assolutamente onesti quando si riferiscono alla verità che hanno costruito come alla verità storica effettiva e considerano con sufficiente supponenza chi invece ci si riferisce e la assume: un povero ingenuo che crede ancora che la terra sia una sfera e non sa invece che è piatta, piattissima. Questo il senso del gentile compatimento di Gianni Armand Pilon quando gli raccontavo come stavano veramente le cose dello Stadio delle Alpi numero uno.

Quella che segue è dunque l’intervista che Pilon non mi fece mai, che io mai concessi e che mai venne pubblicata.

Pilon:

Assessore, tutti a Torino erano sicuri che la Fiat Engineering sarebbe stata scelta come concessionaria per la costruzione e gestione del nuovo stadio, come mai le cose sono andate diversamente?

Matteoli:

Basta leggere i verbali della commissione consiliare che ha esaminato i progetti e le offerte dove sono chiaramente espresse le motivazioni sia della scelta della Società dell’Acqua Pia Antica Marcia (SAPAM) come concessionaria che le motivazioni delle esclusioni delle altre offerte: la Fiat Engineering non presentava un documento specificamente richiesto sia dal bando che dalla legge relativa alle concessioni: il piano economico finanziario dal quale risultasse chiaramente l’interesse della Concessionaria a “ben condurre l’opera”. Ma sembra che i verbali e i documenti ufficiali i giornalisti de La Stampa non li abbiano mai letti. O forse li hanno letti…

Pilon:

È incredibile che una società esperta come la Fiat Engineering abbia fatto un simile errore!

Matteoli:

In realtà Fiat Engineering non ha fatto un errore: non aveva scelta. Se avesse presentato un piano economico finanziario corretto avrebbe denunciato le squadre Torino Calcio e Juventus FC la società di Bastino concessionaria della pubblicità al vecchio stadio e la amministrazione della città di Torino con il sindaco Novelli che avrebbero dovuto spiegare la complessa imbarazzante contabilità.

Pilon:

??

Matteoli:

La città da anni cedeva la concessione della pubblicità al comunale alla società Publimondo di Bastino un amico personale di Diego Novelli  per poche centinaia di milioni (300 nel 1988) mentre il contratto valeva due o tre miliardi. Se la Fiat Engineering nel piano finanziario avesse messo la cifra giusta di circa tre miliardi avrebbe provocato imbarazzanti domande a Novelli, Chiusano, Boniperti e Nizzola da parte di qualche diligente magistrato torinese, se avesse  messo una cifra finta non poteva far quadrare i conti. Scelse quindi di dire che non aveva elementi per valutare i cespiti attivi della pubblicità per fare il Piano richiesto dal bando e dalla legge. Ma li conosceva benissimo, come li conoscevano tutti gli altri partecipanti al bando.

Pilon:

… Ma lei come fa a sapere che la pubblicità valeva circa tre miliardi?

Matteoli:

…semplice: la prima cosa che feci come assessore, incontrando forti resistenze sia nella maggioranza che nell’opposizione, fu di  mettere a concorso la concessione della pubblicità al Comunale che venne appunto data a 2,7 miliardi di lire all’anno. Ma lo sapevo anche perché una volta ero andato al Comunale e avevo contato i cartelli, avevo poi telefonato a Publimondo chiedendo una offerta per esporre tre cartelli…

Pilon:

Jdaflivvjad fbijadfv!!

Matteoli:

Già…

Pilon:

… A Torino si diceva che erano state pagate carrettate di soldi ai membri della Commissione per pilotare la decisione…

Matteoli:

Non proprio carrettate: un membro della Commisssione, l’allora Assessore all’Urbanistica Ricciotti Lerro, aveva ricevuto una stecca dalla Fiat per appoggiare il progetto Fiat Engineering. Ci fu un processo e l’assessore ammise e non venne condannato perché, nonostante la stecca presa, non aveva poi votato per la Fiat. Il progetto e l’offerta vincitrice risultarono primi con largo punteggio in un processo di valutazione multicriteria che non lasciava dubbi. Tutte le proposte delle imprese torinesi contenevano almeno una condizione “suicida” che non rispettava le condizioni del bando o quelle di legge per un motivo che compresi solo dopo qualche mese.

Pilon:

Lo stadio è costato molto di più della cifra prevista di 60 miliardi, la concessionaria sostiene di aver speso 250 miliardi: i torinesi sono scandalizzati da questo aumento e credono che ci sia stata una artificiosa sottovalutazione per poter prendere il contratto e poi rivalersi con l’aumento dei costi forzato e la complicità della amministrazione a guida socialista.

Matteoli:

Le cose non stanno affatto così e di nuovo la attenta lettura dei documenti non lascia dubbi. La cifra di sessanta miliardi è sempre stata dichiarata come convenzionale e così sta scritto anche nella convenzione, la città era impegnata a pagare 30 miliardi e li ha pagati. Sul contenzioso è stato aperto un arbitrato che si è concluso con la dichiarazione di incompetenza dell’arbitro il quale ha però stilato comunque un lodo che ha visto la concessionaria soccombere: le sono stati aggiudicati poco più di due miliardi se non ricordo male rispetto ai 250 che chiedeva.

Pilon:

Immagino che la concessionaria avrà fatto ricorso coltivando il contenzioso in sede TAR…

Matteoli:

No, la Concessionaria non ha più proseguito l’azione rivendicativa perché il lodo scritto dall’arbitro era blindato documentalmente e non lasciava spazio per fantasie. Questo il motivo della rinuncia della concessionaria. Avrebbe comunque perso e speso altri soldi in avvocati.

Lo stadio è stato costruito nel budget e nei tempi con un grande vantaggio per la città di Torino. La stampa non lo ha mai fatto sapere ai torinesi perché avrebbe dovuto smentire anni di manipolazione e di disinformazione. Avrebbe perso la faccia insieme ai suoi giornalisti omologhi.

Pilon:

Molto interessante assessore questa informazione che certamente farà molto piacere ai torinesi. La pubblicheremo senz’altro!

Matteoli:

Caro Pilon non la pubblicherete mai anche perché tu non me la hai mai fatta e io non l’ho potuta mai concedere. Lascerete i torinesi con la convinzione che lo stadio sia costato ai cittadini un sacco di soldi e che in tutto l’affare ci siano state equivoche connivenze tra amministrazione e concessionaria. Anzi ti dirò di più tu stesso dimenticherai di questa intervista che non hai mai fatto e che io non ho mai potuto concedere e per molti anni sarai convinto anche tu che lo stadio è costato una montagna di denaro e che ci sono state equivoche connivenze tra amministratori e concessionaria.

È questo genere di disinformazione che condanna Torino alla modestia: chi non vuole conoscere il passato ne sarà sempre schiavo ed è a questa schiavitù che La Stampa e i suoi giornalisti condannano da sempre i torinesi.

Poi il 22 Gennaio del 2014 mi incontrerai all’Armida…

Gianni Armand Pilon leggerà questa finta intervista che lui non ha mai fatto sul mio blog e forse su LSblog, non risponderà, non potrà smentire una intervista che non ha mai fatto e tutto resterà come prima. Gianni Armand Pilon è uno dei migliori giornalisti de La Stampa di Torino: omologo alla linea non scritta né dettata, ma scrupolosamente rispettata.

PS chi vuole dettagliate informazioni sulla vicenda dello stadio le può trovare a:

http://members.iinet.net.au/~matteoli/html/Articles/Diziostadio3.html

E nell’opera di Maurizio d’Angelo a:

http://continassa.blogspot.it/2013/09/operazione-continassa.html

http://www.lulu.com/shop/maurizio-dangelo/operazione-delle-alpi/paperback/product-20436846.html

Una lettura utile anche per Gianni Armand Pilon.

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TASSE, BAMBOCCIONI E SESSANTOTTARI CRONICI

Ecco un altro reperto archeologico scritto il 23 settembre 2011 che si legge ancora bene oggi (almeno io lo leggo ancora bene oggi) e che vorrei dedicare alla memoria di Tommaso Padoa Schioppa che ha il prezioso copyright del termine “bamboccioni“.

23 settembre, 2011

Italian Finance Minister Tommaso Padoa-S…Italian Finance Minister Tommaso Padoa-Schioppa follows a session on finance laws before the 2008 budget’s final vote at the Senate in Rome, 14 November 2007. Once the budget passes the Senate it goes to the lower house Chamber of Deputies, where Prime Minister Prodi has a comfortable majority. The new vote comes amid widespread public discontent over high taxes while the wide-ranging coalition is embroiled in infighting and government members have been implicated in corruption scandals. AFP PHOTO / FILIPPO MONTEFORTE (Photo credit should read FILIPPO MONTEFORTE/AFP/Getty Images)

Non si può pretendere che i giovani ventenni abbiano una corretta e compiuta idea della macroeconomia e la cultura per capire i bilanci dello stato: nessuno glielo ha mai insegnato anche se dovrebbe essere un materia della scuola media o del liceo. Spiegata in modo semplice e chiaro, certo e non con le “equazioni alle differenze” e le relative derivate prime e seconde. Negli Stati Uniti, dove la scuola media produce soggetti capaci di concepire google, word, entourage, l’i.pad, quicken etc., e le enormi plusvalenze post-capitalistiche che la e-economy ha innescato, ma che noi riteniamo ignoranti rispetto ai sofisticati e alti criteri della cultura classica Europea, la materia è insegnata nella High School e si chiama “Social Studies”. I nostri giovani invece, pieni della sicumera e della arroganza saputa residuale dei loro padri sessantottari, invitati alla grande abbuffata della demagogia televisiva, strillano che del “debito dello Stato non glie ne può fregare di meno, perché non sono soldi che hanno preso loro, ma che sono serviti solo per arricchire la cricca…”.

Questi ignoranti indignati e bercianti, che sono nati e vengono assistiti in ospedali pagati con il debito sovrano, che sono andati in asili nido pagati con il debito sovrano, che sono stati educati in scuole pagate con il debito sovrano, che viaggiano su autostrade pagate con il debito sovrano, che viaggiano in ferrovie pagate con il debito sovrano, che utilizzano una sanità pubblica pagata con il debito sovrano, che vanno in università pagate con il debito sovrano, riccamente attrezzate con computer pagati con il debito sovrano, e seguono corsi tenuti da professori pagati con il debito sovrano, che vivono in città che sono servite da municipalizzate pagate con il debito sovrano… è logico, si fa per dire, che non sappiano fare l’elementare collegamento. Così come non sanno collegare l’enorme debito sovrano alla sistematica patologica evasione fiscale che l’80% del loro babbi pratica felicemente da decenni. Ma che il collegamento logico e immediato non lo sappia fare il saputo e tronfio cronico sessantottaro terminale che conduce la trasmissione è molto più grave. Disgustoso inoltre sentirlo gracchiare servili e melensi elogi all’acutezza dell’analisi fatta dalla agitata, ignorante, indignata bambocciona.

Uno dei motivi, fra i tanti, che governano la patologica evasione fiscale in Italia è proprio la ignoranza civile del pubblico. Molti ritengono, o fanno finta di ritenere, che le tasse siano un furto e che sia giusto e doveroso evaderle e truffarle perché non si rendono conto, o fanno finta di non rendersi conto, che sono la base e la struttura fondamentale di una società civile e che pagarle è un comportamento fondamentale per chi appartiene con dignità a una società civile. Nella battuta di TPS (Tommaso Padoa Schioppa), scioccamente derisa allora, che “è bello pagare le tasse” c’era una profonda verità e una onesta sensibilità civile sulla quale converrebbe riflettere. 

Non solo i bamboccioni…cioè voglio dire.

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Care Compagne, Cari Compagni

Ecco un altro commento recuperato dopo dieci anni: sono stato rimproverato ancora recentemente per avere usato il termine “compagni” che era corrente nelle assemblee della sinistra di strada (non caviar, non volvo, non pashmina, non prosecco left… quella  ruspante). Un termine che merita rispetto per la memoria di quelli che hanno onestamente sognato una rivoluzione che, tutto sommato, è stato meglio non fare.
LM dieci anni dopo…

Care Compagne, Cari Compagni.

22 giugno, 2010

Non sono mai stato “comunista”. Giovanissimo, per tradizione di famiglia, mi piaceva Malagodi e di lui ricordo il parlare sobrio, la documentazione stringata, l’utopia dell’onesto governo. Faceva la campagna elettorale con una Seicento Fiat, una scaletta gli consentiva di salire sul tetto e di lì parlava ai suoi 12-20 ascoltatori. Finito il discorso, scendeva dalla scaletta e raggiungeva un’altra piazzetta, fermava la Seicento, saliva sulla scaletta, faceva il discorso ….

Per molti anni sono poi rimasto fuori dall’interesse per la politica fino al 1976 quando mi ritrovai con i Radicali di Giacinto detto Marco Pannella, Francesco Spadaccia, Mauro Mellini, Angiolo Bandinelli, Paolo Vigevano, Adele Faccio, Emma Bonino, Roberto Cicciomessere. Per loro feci proposte e produssi documenti sull’energia e fui uno dei promotori del referendum sul nucleare che oggi viene esecrato come errore e che errore non fu, ma questo non è il tema di queste note. Rimasi con i Radicali fino a quando Pannella non volle dare un “passaggio” a Toni Negri, dal quale venne poi vergognosamente tradito. Negri non mi era mai piaciuto: un pasticcione ideologico pericoloso a sé e agli altri che, dalla sua tutelata cattedra padovana mandava i ragazzini a uccidere e a farsi uccidere. Lo dissi a Giacinto detto Marco in una lettera di dimissioni dal PR e lui mi rispose che “da Radicali non ci si dimette”. Grande verità. Alle amministrative di Torino del 1980, non essendoci una lista del Partito Radicale, votai per Novelli con una dichiarazione di voto che venne pubblicizzata su la Stampa (un Radicale per Novelli). Dal 1985 al 1992 ho poi servito come Assessore nella Giunta di Torino come indipendente per il Partito Socialista prima e poi come iscritto al Partito. Sono uno dei tanti (tantissimi) Amministratori socialisti uscito dall’Italia oscura delle tangenti senza imputazioni, né comunicazioni giudiziarie, avendo dignitosamente servito l’Amministrazione. Una storia politica della quale non mi vergogno e per la quale non ho pentimenti. Dopo il 1992 non mi sono più impegnato attivamente nella politica Italiana, ma la osservo e commento sempre con attenzione. 

Questa lunga premessa per parlare di un episodio di ieri: la lettera irritata dei giovani PD che contestano Fabrizio Gifuni per avere salutato l’Assemblea del PD con “Care Compagne, Cari Compagni.”

I giovani PD denunciano l’appellativo e il suo uso come un gesto “reazionario” e “veterocomunista” e rivendicano di voler appartenere a un Partito che non ha nel suo lessico quell’appellativo. Sono “moderni” i ragazzi. 

La mia prima reazione è stata quella di pensare che i giovani del PD crederanno anche di avere superato la fase del veterocomunismo, ma di quella hanno certamente ereditato l’ottusità e l’intolleranza. 

Il rifiuto di aspetti formali della storia, di simboli, parole, lessico, mentre si mantengono intime strutture culturali e mentali è, a mio avviso, una classica manifestazione di scarsa elaborazione ideologica. Il PCI usava l’appellativo compagne e compagni nelle assemblee, nelle riunioni delle sezioni, lo usavamo nel Partito Radicale e lo usavamo nel Partito Socialista. Magari con atteggiamento diverso, meno categorico e formale rispetto ai compagni del PCI, più affettuoso e più corrente (se posso fare un paragone con altra storia e altri luoghi come gli australiani oggi usano nel colloquiale quotidiano l’appellativo “mate” che in lingua inglese vuol dire appunto compagno/amico). Lo usava con molto calore Marco Pannella e lo usava Emma Bonino e gli altri compagni radicali dei tempi eroici del PR. 

A me il termine, all’inizio, suonava strano (la mia memoria malagodiana aveva ancora un sospetto), ma nel tempo il modo di usarlo, con una vena di benevola ironia, e il messaggio di solidarietà, di partecipazione, di vicinanza che trasmetteva, cominciarono a piacermi. Tanto che lo usavo anch’io quando andavo nelle sezioni delle barriere torinesi a parlare con i “compagni della base”, oppure quando andavo a fare lo speakeraggio ai cancelli della FIAT (un servizio ad elevato contenuto di formazione politica e chi non lo ha fatto non lo può sapere), bombardato dagli insulti sanguinosi dei compagni del PCI, ma ampiamente ripagato dal sorriso e dal saluto, timido e complice, dei rari compagni del PSI. Era dura, negli anni ‘80,  la militanza socialista nella Stalingrado della FIAT.

Spiegavo ai miei colleghi in Facoltà l’intensità del rapporto con i ”compagni della base” e la grande responsabilità che veniva innescata dalla loro fiducia e dalla loro attenzione, ma non avevo molta comprensione da parte della soi-disant sinistra accademica, privilegiata e supponente (ma tu cosa ci fai con quelli là…).

In fondo il termine veniva, e viene ancora oggi, da una storia che non può essere rinnegata solo perché è crollato un muro. Una storia di sacrifici, di battaglie, di onesta utopia, di gente che ci ha creduto e che per quell’utopia ha sofferto non poco.

Ecco perché, pur non essendo mai stato comunista, apprezzo il gesto naturale di Fabrizio Gifuni e mi fanno un po’ pena i giovani fighetti “moderni” che lo hanno contestato: la giovane anima del PD rifiuta un appellativo che ha una storia difficile, ma anche eroica e positiva e conferma di avere ereditato, intatta, dal vecchio PCI la supponenza e l’intolleranza.

lorenzo matteoli

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La catena di comando

Se si controllano le cronache della vicenda Coronavirus si incrociano diverse contraddizioni. La più evidente è la differenza fra alcune date fondamentali.

Il 31 Dicembre 2019 funzionari del Governo cinese informano il WHO (World Health Organization) di un focolaio di 41 pazienti con una “strana forma di polmonite” a Wuhan (Wubei) nelle adiacenze del mercato “umido” di Huanan. Un facile conto consente di collocare alla fine di novembre 2019 il possibile inizio della diffusione del virus: la “fuga” del virus dalla sua fonte prima intorno ai primi di novembre 2019.

In Italia, secondo “voci” apparse sulla stampa, erano state segnalate in Lombardia (Bergamo?) “strane polmoniti” fin dal mese di novembre 2019.

L’11 gennaio 2020 si registra il primo decesso in Cina.

Il 30 gennaio 2020 il WHO dichiara l’emergenza sanitaria globale.

Il 21 di febbraio ”inizia” ufficialmente l’epidemia in Italia.

L’8 di marzo l’Italia viene “chiusa”.

L’11 di marzo il WHO dichiara la situazione “pandemica”.

Leggeremo nei prossimi mesi/anni ampia documentazione su diverse versioni di questa “cronologia” e forse ci sarà qualche chiarimento su quelle che allo stato attuale sembrano ovvie incongruenze.

Avremo anche molte informazioni su tutte le contraddizioni, incertezze, errori delle diverse autorità italiane (e internazionali) alle diverse scale: internazionali, nazionali, regionali, provinciali, comunali. Dal quadro complessivo risulterà una sola cosa in modo chiaro e non eludibile: il clamoroso e colpevole fallimento del sistema di governo, la latitanza di una qualunque autorità credibile, gli atteggiamenti dilettanteschi e irresponsabili di coloro che avrebbero dovuto invece dare informazioni e direttive certe, chiare, ferme e farle rispettare. Il vuoto di competenza e di autorità. Il Paese abbandonato al caos dell’assurdo ottimismo e dell’assurdo rigore.

La bagarre sulle responsabilità sarà la solita storia infinita così tipica delle cose italiane e insistere sulla questione non è solo inutile è anche inutile nella sua inutilità. Se esiste questo concetto.

Il problema interessante è invece un altro: siccome è prevedibile (e previsto) che nel prossimo futuro situazioni di questo genere si ripeteranno, cosa sarà necessario fare per evitare che si ripeta anche il carnevale dei dilettanti responsabili italiani?

 Va istruita e definita una “catena di comando” capace di identificare in tempi rapidi le possibili emergenze, verificarne la portata e la plausibilità, dare l’allarme con le istruzioni per la reazione preventiva e difensiva di breve, medio e lungo termine. Istruire il feed back di controllo e gestione degli avvenimenti.

Ogni presidio territoriale della rete sanitaria nazionale dovrà essere dotato del materiale per la tutela degli operatori e dei cittadini esposti in qualità e quantità adeguate. La catena di comando, verticale, dovrà essere autonoma e indipendente da qualunque livello amministrativo periferico (regioni, province, comuni) e da qualunque altro potere esecutivo (polizia, carabinieri, esercito). I tempi di reazione dal vertice all’estrema periferia della rete non dovranno essere superiori ai pochi minuti.

La rete dovrà avere una autonomia economica verificata su diverse ipotesi di gravità.

Che probabilità ci sono che venga istruita una struttura di questo genere in Italia? 
Nessuna
.

I boy-scout del potere litigheranno fra di loro, l’arroganza e l’incompetenza si scateneranno nella consueta danza della irresponsabile stupidità e alla prossima tragica emergenza si verificherà esattamente quello che si è verificato dal novembre del 2019 all’aprile del 2020 con il Covid19.

…e piangeremo di nuovo quando Bocelli canterà nel Duomo della Milano deserta.
…nella Repubblica dei calicchi.

lorenzo matteoli

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Pane al Pane 9 anni dopo

Rileggere le cose che scrivevo 9 anni fa certe volte mi provoca imbarazzo, ma certe altre è invece occasione di positiva sorpresa e critica riflessione. Oggi ho trovato questo pensierino di quasi dieci anni fa che mi sembra ancora interessante.

26 Dicembre 2011

L’insofferenza per il PD e in genere per la sinistra post PCI è diventata un tratto corrente del pensiero  che si ritiene progressista, socialmente attento e aperto, “liberal”. Il termine inglese che non è tradotto dall’italiano “liberale” storicamente di diverso significato. Ho spesso avuto lo stesso atteggiamento di insofferenza e di sarcasmo critico, irritante per molti: ad esempio quando uso il termine soi disant sinistra (sedicente sinistra) per indicare quella sinistra intellettuale, spesso accademica e quasi sempre ampiamente privilegiata. Quella che altri critici chiamano cachemire left, pashmina left, gauche caviar, mercedes linke è, data la ricchezza dei termini disponibili, una realtà in molti paesi europei. Esiste come precisa area della società e non solo come terminologia sarcastica o polemica usata dai reduci e dalle vedove di quello che avrebbe potuto essere il Partito Socialista Italiano. E non è stato.

In molte occasioni ho spiegato le ragioni del mio scetticismo nei confronti dei resti del PCI (PdS, DS, PD, SEL,  etc.) per controbattere l’accusa che molti mi fanno e hanno fatto di essere rancoroso e viscerale nei confronti del PCI e delle sue code. 

Una cosa che non  ho mai fatto è stata quella di elaborare una critica positiva: (cioè proporre) come dovrebbe essere, secondo me, oggi, una sinistra dignitosamente e politicamente praticabile, non di etichetta, non di conformismo comodo e utile per la carriera (in genere accademica, televisiva, parastatale o nella magistratura).

E’ facile infatti deridere Bersani, per la sua goffaggine. Costretto dagli eventi e dalla ingessatura ideologica e culturale alle più imbarazzanti svolte e contraddizioni. Lo spazio di manovra  che gli è consentito è obbiettivamente limitato se non azzerato: una gabbia ideologica feroce. Non può denunciare gli errori storici (gulag, carri armati, massacri) senza offendere alcuni mostri sacri ancora attivi e potenti, anche ad alto livello, non può distinguersi dalla linea corporativa e obsoleta sindacale senza essere accusato di complicità con i padroni, non può abbracciare una linea di urgente e dovuta riforma del mercato del lavoro senza venire massacrato dalla demagogia dell’ala operaista del suo partito, lo zoccolo duro, è costretto a dichiarazioni di asservimento nei confronti del settarismo giustizialista anche quando questo è un evidente strumento di massacro della dialettica democratica del paese,  se denuncia la pirateria imprenditoriale dei “poteri forti” bancari e aziendali espone le sue cooperative alla stessa accusa per gli stessi comportamenti. Promuove referendum per la statalizzazione degli acquedotti e si lega le mani sul dibattito della urgente necessità di liberalizzazione del costoso parassitismo delle municipalizzate italiane….e via di seguito esemplificando. La gabbia ideologica che oggi costringe Bersani a votare insieme a  Berlusconi le manovre di Monti. Un incredibile ossimoro politico senza precedenti nella nostra storia al quale probabilmente nessuno dei due schieramenti sopravviverà.

La camicia di forza ideologica che gli stata cucita addosso da mezzo secolo di mistificazione dialettica è strettissima per cui per il povero Bersani non è più possibile dire pane al pane e vino al vino, perché si trova sempre fra i piedi qualche pezzo di pane ammuffito che deve però ingoiare e qualche bicchiere di vino acido che deve comunque bere. Per questo è costretto a riparare nella metafora colorita (se piove, piove per tutti, il maiale non è tutto di prosciutto, siam mica qui a tenere il piede in due scarpe, orco boia…) e altri simili evasivi divertimenti.

Caduto il muro (materiale e ideologico) nel 1989 il PCI, e la sinistra conforme al PCI, è riuscito solo a cambiare nomi, ma non è riuscito a cambiare né il manifesto né le sue espressioni verbali.  Non ha avuto il coraggio e la fantasia di capire che, se voleva sopravvivere, doveva diventare, esplicitamente e con franchezza, il partito della media borghesia: il grande, antico e solido strato sociale che, non solo in Italia, ha sempre compreso la grande maggioranza dei cittadini e non è mai stato rappresentato da una destra elitaria, ricca e ottusa da una parte e da una sinistra marxista, demagogica, altrettanto reazionaria e ottusa dall’altra. E nemmeno da un centro schiacciato dai due poli estremi. La sola idea di venire definito “partito della media borghesia” è probabilmente un incubo per la dirigenza ex PCI, che non ha mai fatto la rivoluzione proletaria, che non l’avrebbe mai fatta e che non la farà mai, ma che non lo vuole ancora ammettere.

Varrebbe la pena fare una seria riflessione sui valori di questa bistrattata media borghesia che da qualche secolo europeo a questa parte è stata il motore e la struttura di tutto il progresso sociale, ha fatto tutte le guerre, ha pagato tutte le crisi. Laica, istituzionale, decente, tenace, competente, meritocratica, sospettosa di qualunque rivoluzione settaria, insofferente per le finte lotte di classe e per i privilegi ingiusti. Intollerante della demagogia e, purtroppo, da sempre silenziosa e moderata per definizione e per ineludibile e necessaria tara genetica. 

I valori della  vera costante, permanente, quotidiana rivoluzione del senso comune della responsabilità e della competenza: una difficile pratica severa e rigorosa.

Ci vuole coraggio e fantasia non solo politica per trasformare il vecchio partito comunista, appesantito dalla burocrazia della finta rivoluzione, in un partito moderno senza una specifica riduttiva, castrante, grammatica ideologica, senza i pregiudizi storici nei confronti della socialdemocrazia, e senza i complessi per gli errori del passato onestamente ammessi, denunciati e riconosciuti. 

La differenza fra gli elettori persi e quelli che si acquisirebbero non dovrebbe lasciare dubbi, ma non è facile nella palude ideologica post-marxiana e dopo l’ubriacatura demagogica del defunto operaismo ritrovare una linea per dire “pane al pane e vino al vino”. Trovare gli uomini capaci di farlo. Ma che forza avrebbe ! Ma  è vero solo per il vecchio PCI?

Lorenzo Matteoli

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La Repubblica del calicchi

Giuseppe Calicchio direttore del Pio Albergo Trivulzio in quota Lega


Nella mia riflessione di ieri esprimevo una preoccupazione sul futuro dell’Italia

Con il passare dei giorni e delle settimane la crisi si allarga ad attività industriali di portata macroeconomica (auto, mobilità, trasporti, confezioni, distribuzione, tessile …chimica, siderurgia). In pratica la “iugulare” della struttura economica dei paesiindustrializzati/terziari. 
Molte cose non saranno più come prima, ma molte cose non saranno più. 
…..
L’Italia dopo la pandemia sarà profondamente diversa, senza un radicale rinnovamento della cultura politica, della classe politica, della cultura dirigente, della classe dirigente saremo una colonia europea.

Leggo precisamente nel merito in un articolo su Critica Sociale* Francesco Forte** s scrive, sulla base di una precisa valutazione dell’attuale regime (Conte2):

Dalla ipotesi che l’economia italiana nel 2020 abbia una recessione dello 1-3% rispetto allo scorso anno, ora dai primi di febbraio, quando è stata varata dal Consiglio dei ministri la dichiarazione di emergenza da corona virus con durata di sei mesi sino al1 luglio, si prevede che la recessione nel primo semestre sia del 10%, così trascinando l’Italia verso un baratro se non si preparano sin da ora energiche contromisure.  Il regime gestionale con la cabina di regia del premier e della Protezione civile non basta, è troppo monocratico, troppo assistenzialista, senza esser in grado di inserirsi nell’intrico europeo e in quello delle sue politiche fiscali e monetarie. E, last but not least, è troppo poco rappresentativo della nazione, in cui vi è una maggioranza politica effettiva diversa, da quella del governo composta da PD, Leu e 5 Stelle, che riesce a stare al potere solo perché uno dei partiti che lo compone, Italia Viva, non ha ancora staccato la spina, pur sostenendo tesi completamente diverse da quelle della triade a guida Conte.    Occorre una diversa cabina di regia, e solo la Presidenza della Repubblica, in modo democratico, la può dare, in quanto espressione dell’unità e identità nazionale.

esprime una ipotesi risolutiva robusta e molto interessante:

Occorre una diversa cabina di regia, e solo la Presidenza della Repubblica, in modo democratico, la può dare, in quanto espressione dell’unità e identità nazionale.  Infatti, il Presidente della Repubblica, eletto dal Parlamento con maggioranza qualificata (oltrre che dai delegati delle Regioni) non rappresenta solo la maggioranza, ma tutta la nazione. Ed esiste, come previsto dalla Costituzione  un organismo collegiale coordinato dalla presidenza della repubblica, democratico, aperto a nuovi membri, denominato”Consiglio Supremo di Difesa”, che – come si legge nel portale della Presidenza della Repubblica, “è un organo di rilevanza costituzionale preposto all’esame dei problemi generali politici e tecnici attinenti alla sicurezza e alla difesa nazionale”.

Nell’articolo Francesco Forte espone con chiarezza la forza costituzionale della proposta, il rigore e la tutela che l’Istituto del Consiglio Supremo di Difesa  garantisce alle istituzioni democratiche della Repubblica.

È facile prevedere che questa proposta nei prossimi mesi verrà sovranamente ignorata dalla canizza dei pericolosi dilettanti che manderanno in rovina il Paese. Assisteremmo all’arrembaggio degli incompetenti, alla prevaricazione degli arroganti, all’umiliazione della professionalità e al trionfo degli stupidi irresponsabili sulla generale sciagura.
La Repubblica dei calicchi.


Lorenzo Matteoli

*Titolo:  La Costituzione offre a Mattarella la garanzia della sicurezza nazionale sanitaria e della ricostruzione
**Presidente del Comitato Scientifico di Critica Sociale – Professore Emerito di Economia Pubblica- Dipartimento di Economia e Diritto, Università Sapienza di Roma

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La pandemia come tragica occasione di apprendimento

Ne avremmo fatto volentieri a meno, ma non c’è stata opzione: la pandemia si è imposta d’imperio. Chi ha cercato di negarla, pensando che fosse atteggiamento sufficiente per bloccarla, è stato punito con conseguenze tragiche per l’arrogante presunzione in qualche caso e per l’ignoranza in altri casi. Le due alternative trattate con assoluta obbiettività: una interessante equazione, puniti nello stesso modo gli ignoranti e gli arroganti.

Molti hanno citato il “cigno nero” di Nassim Nicholas Taleb, ma a sproposito. Non era “altamente imprevedibile” era stata prevista non solo dal Pentagono e da Bill Gates, ci sono in letteratura interessanti trattati sul fenomeno (Propagation Phenomena in Real World NetworksDariusz Kól, Damien Fay, Bogdan Gabryś, Springer 2015). 

Da Cassandra in poi i profeti di sciagure non hanno mai avuto molto successo, e forse non è poi un gran guaio, infatti se venissero sempre ascoltati vivremmo in un costante incubo, ma un competente atteggiamento probabilistico invece della totale distrazione forse sarebbe più utile.

A parte queste indicazioni di grande griglia la crisi sta denunciando la complessa fragilità della società terziaria affluente: la aleatorietà dell’occupazione nel settore dei servizi “non essenziali” (ristoranti, caffè, bar, palestre, impianti sportivi, piscine, resort invernali ed estivi, parrucchieri, discoteche, cinema, teatri, musei, gallerie, sex workers,  …). La chiusura per tempi non definiti di questi servizi ha creato e sta creando milioni di disoccupati, molti giovani e giovanissimi, che si trovano sul lastrico nel giro di 48 ore. Molte piccole imprese chiudono e probabilmente non saranno più in grado di riaprire alla fine della crisi: un problema strutturale con limiti di tempo incerti.

Tutto l’indotto dei grandi eventi sportivi e culturali (alberghi, ospitalità, turismo indotto, festival, olimpiadi, campionati sportivi di vario livello, congressi, seminari di studio…) praticamente azzerato. Altri milioni di disoccupati che diventeranno strutturali alla fine della crisi pandemica.

Con il passare dei giorni e delle settimane la crisi si allarga ad attività industriali di portata macroeconomica (auto, mobilità, trasporti, confezioni, distribuzione, tessile …chimica, siderurgia). In pratica la “iugulare” della struttura economica dei paesi industrializzati/terziari.

Molte cose non saranno più come prima, ma molte cose non saranno più.

Un settore in particolare verrà stravolto sia quantitativamente che qualitativamente: la fascia di quelli che “non ce la fanno”. La fascia della povertà strutturale o di sistema che la pandemia ha moltiplicato per ordini di grandezza, la risposta volontaristica, umanitaria, francescana, non sarà più sufficiente. Va progettata una soluzione sociale, umanitaria, politica. L’alternativa è inaccettabile.

Il governo Conte2 sta affrontando la crisi cercando una difficile collaborazione Europea: il debito pubblico aumenterà sicuramente oltre livelli sostenibili e quando si “ripartirà” in modi e tempi per ora indefinibili il problema dovrà essere affrontato con misure straordinarie di portata immane, plurigenerazionale. La pandemia sta predisponendo le cose, si comporta come uno strano filtro che esalta le buone qualità e le cattive: produce eroi sociali e vergognosi speculatori.

L’Italia dopo la pandemia sarà profondamente diversa, senza un radicale rinnovamento della cultura politica, della classe politica, della cultura dirigente, della classe dirigente saremo una colonia europea.

lorenzo matteoli

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La tragica farsa delle mascherine italiane

Questa storia non è necessariamente tutta vera, ma nemmeno tutta falsa. Si basa su quanto letto sui giornali e su quanto si può sospettare dalla lettura dei giornali. 

Il governo nomina un super-commissario per far fronte all’emergenza coronavirus. Il supercommissario ha poteri eccezionali, può comprare senza gare, può sequestrare, può importare in totale esenzione da tributi doganali. In pratica legibus solutus dovrebbe essere in grado di risolvere nel modo più diretto ed efficace tutti i possibili problemi.

Prendiamone uno ad esempio: le mascherine igieniche in grado di bloccare le microgoccioline impestate e proteggere chi le porta dall’infezione per “via aerea da uomo a uomo”. Ce ne vogliono milioni, subito. In Italia nessuno le produce. A quanto pare si producono in quantità enormi solo in Cina.

Il super-commissario organizza un consorzio fra le più grandi industrie italiane del settore confezioni che dovrebbero convertire le loro linee industriali per produrre mascherine a milioni e dichiara: “ fra 96 ore saremo in grado di produrre milioni di mascherine.”

Dopo quindici giorni non si è prodotta una mascherina: manca il tessuto necessario per confezionarle…ma intanto centinaia di industrie vere e finte mandano offerte per produrre mascherine. La maggior parte delle proposte sono inattendibili, ma le offerte vanno esaminate e trattate burocraticamente … ci vuole tempo…. 

Si continua a non produrre nulla. 

Dopo 8 giorni, il Commissario dichiara che sono in produzione milioni di mascherine che vengono inviate alle Regioni. Le Regioni dichiarano di non avere ricevuto nessuna mascherina. Il Commissario organizza una indagine per sapere dove sono finite le mascherine. Non si sa.

A domanda il Commissario risponde che non intende far polemiche e che comunque la risposta non interessa più a nessuno.

Qualcuno produce quintali di mascherine di carta, assolutamente inutili sia a proteggere chi le porta sia a proteggere dal contagio gli astanti. Una vera patacca. Le mascherine vanno certificate: permeabilità, potere filtrante etc. Non si sa quale laboratorio sia in grado di fare le prove e fornire il certificato, e tantomeno quando.

Dopo 15 giorni non si è ancora prodotta una mascherina “certificata”.

Ed ecco l’intervento mafioso: Dove si producono mascherine certificate da WHO? In Cina.  Come vogliono essere pagati i Cinesi? Cash. Il nostro uomo a Shanghai.  Individuare industrie cinesi e comprare mascherine. Quante? Tutte quelle disponibili in 6 ore. Milioni. Organizzare trasporto via aerea in Romania, passaggio dogana rumena “amica”. No questions asked. Trasportare in Italia via cargo-charter in nottata. Dopo 12 ore (ora più ora meno) dalla prima telefonata: le mascherine cinesi sono pronte in Italia per consegna immediata. 

Corollario: Una analisi precisa di quello che è successo potrebbe essere un fantastico manuale per definire cosa è necessario fare in Italia per rendere il “sistema Italia” efficace e competitivo. Ovviamente evitando metodi e procedure mafiose. Che in una Itala “efficace e competitiva” non camperebbero a lungo.

Lorenzo Matteoli

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