Ho tre lauree

HO TRE LAUREE

Quello che dice “ho tre lauree” mi ricorda molto quelli che dicono “lei non sa chi sono io”.

Non ci vogliono lauree per capire il senso di vaccinarsi in una pandemia, né una né tre.

Basta il buon senso e la logica di un dodicenne.

Ma se con tre lauree non capisci,  vuol dire che, nonostante le tre lauree, il buon senso non ce l’hai. Ci sarebbero altre riflessioni da fare. E ne propongo un paio.

Potrebbe anche essere che non capisci proprio perché hai tre lauree.  Vissuto nella convinzione che “tre lauree” ti garantiscono lo strano privilegio di non venire contestato in realtà  sei rimasto ignorante per carenza di verifica e di cervello critico.

Chi non conosce lo sfacelo dell’Istituto Universitario italiano può anche credere che solo personaggi geniali, eccezionali, possono avere “tre lauree”. Ma chi conosce la realtà sa bene che dalle nostre Università escono laureati anche i bauli. Una brava e diligente pecora che si iscrive e paga le tasse, prima o poi, si laurea…per una sorta di “consunzione” istituzionale.

Drammatica un’altra ipotesi: le tre lauree non ti sono servite nemmeno per imparare a informarti e questo la dice lunga su come le hai prese e su come hai studiato. 

È vero che dalle nostre Università, anche con una sola laurea, escono personaggi di grande calibro, super professionisti, scienziati e pensatori.

Ma nessuno di questi si vanterà mai di essere laureato con una, due o quante lauree si voglia. Ecco la differenza con quelli che dicono “ho tre lauree”, scioccamente convinti che questo li autorizzi ad essere creduti per “diritto” acquisito, qualunque sia la cazzata che sostengono.

E mi fermo qui…

lorenzo matteoli

P.S. Comunque anche 25 lauree in legge e in scienze sociali non conferiscono competenza in virologia e controllo  delle epidemie, quindi anche se avete 15 lauree in filologia romanza seguite quello che dicono gli esperti: vaccinatevi.

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TELEFONAMI FRA VENTI ANNI

NIKOLA TESLA

Se ci fosse una tecnologia che produce energia elettrica senza inquinamento, senza rischi ambientali, economicamente  competitiva  e finanziariamente sostenibile, sarebbe sciocco non considerarla.  Una affermazione di limpida banalità e totalmente condivisibile.

Più o meno come dire se mi si offrisse un biglietto della lotteria che vince al 100% qualche decina di milioni di Euro….

Solo un cretino direbbe di no, oppure qualcuno che già dispone di centinaia di milioni di Euro.

Il ministro Dimaio comunque non ha dubbi: nessuno ha fatto proposte, ma se ne fanno …le blocco. Ha dichiarato. Chissà perché.

Questo per dire che mi riesce difficile capire il senso del surreale dibattito suscitato dalla affermazione ipotetico/banale del Ministro Cingolani.

Comunque, quella tecnologia non c’è, ed è difficile prevedere se mai ci sarà. 

Magari non saranno fusioni di nuclei atomici, forse enormi pentoloni di condensatori capaci di catturare e immagazzinare l’energia dei fulmini o il potenziale statico atmosferico di Nikola Tesla…

In venti anni possono succedere molte cose e fra queste non si può escludere la messa a punto di una tecnologia  che produce energia elettrica senza inquinamento, senza rischi ambientali, economicamente  competitiva  e finanziariamente sostenibile….    Ma dalla non esclusione alla certezza c’è un bel buco. 

Evidentemente Dimaio sa cose che i comuni mortali ignorano oppure ha semplicemente detto un’altra coglioneria. Come spesso gli capita.  

lorenzo matteoli

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DUE COMMENTI SULLA CONGIUNTURA

Mario Draghi AKA Whatever it takes …

La conferenza stampa di Draghi ieri: si ha la concreta sensazione che ci sia qualcuno che “governa.  “Whatever it takes” ha dato una bella lezione di fermezza, competenza e dignità politica.

Il clamoroso “buco” dei medievali no-vax-no pass, no-whatever con la patetica manifestazione dei due pellegrini nella stazione di Napoli lascia sperare in un ripensamento generale dei sostenitori di questa pericolosa sindrome sociale. Basata su una enciclopedica valanga di notizie false e grottesche farneticazioni. Una storica sfida alla credulità ignorante.

Salvini contestato dalla linea politicamente solida della Lega (Giorgetti/Zaia/Fedriga) dopo il colpo di mano in Commissione delegato al killer no-Euro (si-minibot!) Borghi. La risposta di Mario Draghi: “Il Governo va avanti.” Whatever it takes…

Forse (forse) è iniziata la lenta curva che immette nel viale del tramonto la politica demagogica bracalona/papeetara. Indovina di chi.

Riparte il dibattito sul nucleare? C’è una mucca nel corridoio di questo dibattito e tutti fanno finta di non vederla.  L’intensità di capitale richiesta per le centrali le rende economicamente insostenibili. La Francia ha pagato, sta pagando e pagherà carissima la scelta che ha fatto 40 anni fa. Cingolani come fisico è affascinato, ma dovrebbe fare i conti spiccioli. Per non parlare della contraddizione ineludibile tra nucleare e transizione alle alternative fluenti che in Italia è già a metà percorso. Se il conto economico tornasse (compreso il budget dell’eterno decommissioning) sarei anch’io per il nucleare di quarta generazione (per ora solo sulla carta). Comunque non si capisce perché agitarsi sulla banalità della dichiarazione di Cingolani.



https://www.qualenergia.it/articoli/20140613-il-nucleare-Francia-decommissioning-alti-costi-Corte-dei-Conti/

lorenzo matteoli

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L’ITALIA CHE LAVORA L’ITALIA CHE RESISTE

BRUNO CACCIA

L’incubo di Kabul che denuncia la sanguinosa responsabilità del cinismo, dell’incompetenza USA e dell’avida aggressione americana negli ultimi 30 anni di politica nel Medio Oriente e nel Centro Asia (cfr l’essenziale articolo di Alberto Negri sul Manifesto 28/08/2021) suggerisce la tentazione di pensare ai Talebani come a una energia rivoluzionaria positiva: “dal loro punto di vista …hanno ragionein fondo il Corano non è poi l’orrore che gli islamofobi dicono… etc. etc.…”. 

Il ragionamento “buonista” prosegue evocando l’arroganza della finanza globale, il furto USA della GCF (Grande Crisi Finanziaria) del 2008, Big Pharma, le multinazionali del petrolio, la Nestlè, le porcherie domestiche del MPS (Monte dei Paschi di Siena) a trazione PCI, …etc. etc. Una brezza molto simile si era sentita in Italia anche negli anni ’70 a proposito delle BR (i compagni che sbagliano secondo il PCI di allora). Secondo questa analisi siamo schiavi di un sistema criminale e quindi dobbiamo liberarci…la violenza è la ovvia e necessaria conseguenza.

…….

Prima di andare avanti nel mio ragionare voglio ricordare il mio breve incontro con Bruno Caccia Giudice procuratore  di Torino ucciso dalla drangheta nel 1983. Anni prima al matrimonio della figlia Paola scambiammo qualche parola e il Procuratore mi chiese come andavano le cose in Facoltà di Architettura. Risposi accennando alla situazione critica, occupazioni, esami di gruppo, e il generale disordine della rivolta studentesca. Forse il rigoroso giudice colse nel mio racconto una vena di condiscendenza o di vaga comprensione per la “rivolta” e mi interruppe severo: “Attenzione!, disse, queste cose si sa come cominciano ma non si sa come finiscono! Gli Istituti dello Stato, sono Istituti dello Stato!”

“Sunt certi denique fines quos ultra citraque non licet hominibus ire…”

 Il giudizio di Bruno Caccia sulla sovversione violenta degli studenti e sul cedimento a quella da parte della Facoltà non lasciava margini a dubbio.

Non ho dimenticato la lezione per l’autorevolezza di chi me la impartiva e la tragica storia successiva del Procuratore Bruno Caccia me la ha confermata in modo indelebile. Gliene sarò sempre grato.

…..

Quindi, tornando a ragionare: è vero ci sono ingiustizie, errori e criminali nella società Europea “democratica laica liberale” ma i valori fondamentali sono sicuramente dominanti: quelli dell’Italia che lavora, dell’Italia che resiste. … per dirla con De Gregori.

Quelli che l’Europa ha conquistato con una storia di secoli e di rivoluzioni, di filosofi, pensatori, poeti, e di milioni di lavoratori e di normali persone civili. E non pochi morti caduti per quei valori.

Questo è  il “mainstream”…, le aberrazioni criminali  ricevono una copertura mediatica privilegiata che tradisce la realtà dove invece sono marginali.

Non bisogna generalizzare.

I valori fondanti del mainstream non possono essere venduti a chi uccide in nome di Allah o di Cristo. O di una qualunque ideologia criminale o fanatica.

Vanno indicate e denunciate le responsabilità, devono intervenire correzioni, si devono innescare iniziative e procedure politiche, giuridiche, legali…istituzionali, a questo servono la democrazia, i magistrati, il sistema giudiziario, le leggi e le Istituzioni: lo Stato.  L’informazione, l’educazione, la formazione.
Il sangue sull’asfalto delle nostre città, e la giustizia sommaria dei predicatori fanatici non sono accettabili. Mai, per nessun motivo.

Nessuna giusta causa giustifica l’arbitrio brutale, l’assassinio sui marciapiedi.

Questo è il limite ineludibile e solo questa può essere la base di qualunque transazione negoziale. Ogni negoziato fra due parti antagoniste si basa su un equilibrio di condizioni e vincoli mutui. Gli obblighi reciproci delle due parti devono essere garantiti da adeguate condizioni vincolanti. In difetto di vincoli la trattativa negoziale non funziona e non verrà rispettata.

La difficoltà dell’Europa, dopo il disastro trentennale degli USA, è proprio quella di trovare e imporre condizioni che costringano la controparte Talebana a rispettare gli accordi.

Per questo sono necessari fermezza, impegno responsabile e costoso di lungo termine, unità multinazionale.

Saranno in grado in leader europei di esprimere una posizione, ferma, credibile, responsabile di lungo termine, con la quale costringere alla condotta decente la controparte Talebana?

Senza questa condizione è inutile aprire trattative.

lorenzo matteoli

L’architetto Luca Deabate mi scrive e io condivido:

ho letto la tua nota su Kabul:

 …ovviamente é (quasi) completamente condivisibile, ma, mentre ci sono  (e in via eccezionale poichè l’argomento non è tra quelli che compongono il mio “sapere” ) ti appunto qualche  cosina tra quelle che penso:  l’errore più grande che ha fatto l’occidente (e che nella sua spocchia continuerà a fare ) secondo me consiste  nel voler “esportare” il proprio  concetto di democrazia e quindi anche , di organizzazione sociale in paesi profondamente differenti per geografia, storia, “filosofia”questo non esime certo un giudizio anche morale sulle nefandezze e sugli orrori che vengono compiuti per esempio dai talebani : senza se e senza ma Voler però organizzare una società su un modello che si ritiene essere l’unico possibile, quello giusto , quello tramandato dalla nostra storia, dalla nostra cultura e dalla nostra religione, voler organizzare i popoli a noi estranei con i  nostri modelli di società, di partiti politici, di scuola, di eserciti, di città, di architettura, di vestiti …. è’ un vecchio vizio dell’occidente in genere e, tra l’altro, delle culture religiose occidentali: siamo così sicuri che, per esempio, i missionari cattolici abbiano portato la civiltà nel sud america o in africa ? Guardiamo Kabul : in pochi anni è stata trasformata in una orrida città a nostra distorta immagine con enormi condomini, forse progettati da “geometri” istruiti in loco   Guardiamo le scuole dell’IRAN ; sembrano orrende copie delle nostreGuardiamo l’esercito messo in piedi dagli occidentali:  organizzato a copia dei nostri si é ovviamente dissolto come neve al sole Perfino i vestiti  abbiamo cercato di occidentalizzare; persino i giocattoli per i bambini; le trasmissioni televisive, i social ….Perchè ?Perchè  noi occidentali abbiamo la superbia di ritenere  di possedere la cultura eletta, la cultura giusta,  e quindi pensiamo che il mondo debba essere forgiato a nostra immagine e somiglianzaIntendiamoci bene nulla comunque a mio avviso giustifica i delitti, le assurdità, le  intollerabili pretese di interpretare  nel unico modo – nell’unico giusto possibile – una religione che , forse  poco centra con i talebani 
Credo che l’occidente però debba profondamente rimeditare se stesso per poter  offrire ad altri i modi e i mezzi per uscire dalla tragedia  che sta subendo  il popolo iraniano (ma quantialtri popoli ? ) Penso che soprattutto sia un problema culturale, sia l’arretratezza del nostro pensiero ad  avere impedito che l’operazione in Afghanistan tentata degli Stati Uniti con l’appoggio di tanti alleati  europei sia miseramente fallita. Gli inglesi , i russi, prima degli americani hanno in Afghanistan fallito per gli stessi motivi occorre forse chiarire a quel popolo che le “terre rare” ed il petrolio dei quali il loro paese e così ricco sono “beni” loro e loro debbono utilizzarli occorre chiarire che i terroristi che in quel paese hanno terreno così fertile vanno combattuti innanzi tutto con la formazione di una “loro” identità culturale nazionale, che devono costruire a loro immagine e somiglianza e non alla nostra immagine 
Fino a quando l’occidente non accetterà di assumere un ruolo  di “fratello” e non più di “padre”, di collaborazione e non di padronanza ,; fino a quando  non studierà  la “loro” cultura invece di voler imporre la propria, fino ad allora dovremo aspettarci terrorismo, donne velate, talebani sciamanti per le strade, lotte fra tribù ….. o -al peggio- un Nord Vietnam 


Nulla può giustificare certi orrori, ma poco può giustificare certi errori commessi. 

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L’INCUBO DI KABUL

L’incubo di Kabul

LA BATTAGLI DI LEPANTO 1571, 7 ottobre

Quello che sta succedendo a Kabul e, peggio se possibile, quello che succederà nel futuro a breve e lungo termine in Afghanistan è la spaventosa ultima spiaggia della civiltà laica occidentale.

Ci giochiamo le conquiste storiche di tre rivoluzioni, il risultato della Battaglia di Lepanto (1571, 7 di Ottobre) e della vittoria Austro Ungarica sui turchi prima nell’assedio di Vienna  (1529) e poi nella battaglia di Vienna (1683, 11 e 12 Settembre). L’ordine del Pianeta dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Se l’occidente non riuscirà a riscattare il collasso USA, se l’Europa non sarà capace di correggere le incertezze di Putin, la complicità iraniana, la doppiezza della Turchia, l’ambiguità cinese, la prevalenza dell’islam nella sua forma più truce, sanguinaria e fanatica diventerà il tratto dominante dei prossimi 50 anni della politica mondiale. Con conseguenze difficili da prevedere sulla cultura, l’economia, il sociale, la nostra civiltà urbana. La vita quotidiana in Europa e nel mondo.

Non si tratta di un a valutazione “islamofobica”, si tratta di una analisi schiettamente fattuale e condivisa in tutto il mondo islamico civile.

L’Europa deve seriamente riflettere sulla sua responsabilità dopo il tracollo USA e prendere iniziative radicali, impegnative, costose, di breve, medio e di lungo termine.

Il problema non è negoziare o meno con i Talebani, il problema è la sopravvivenza dei valori irrinunciabili della civiltà e della cultura laica occidentale per le prossime 50 generazioni. E ancora.

Questo è quello che Mario Draghi sta scrivendo nell’agenda del prossimo incontro dei leader europei.

lorenzo matteoli

(cfr Bernard Henri-Levy, I doveri di un a potenza, gli effetti della ritirata americana, La Repubblica, 28 Agosto, 2021)

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DURIGON NON HA PROPRIO CAPITO

La lettera di dimissioni di Durigon è un bell’esempio di “occasione mancata”. Bastava scrivere “con la presente mi scuso per la stupida e offensiva provocazione e mi dimetto dal mio incarico di governo. Saluto con il dovuto rispetto.”

Tutto il resto è inutile verbosità e un patetico documento di dissociazione mentale: “ho commesso molti errori, ma chi mi ha letto frettolosamente ha frainteso”. Se hai sbagliato tu cosa c’era da fraintendere?

Non c’era nulla da fraintendere e la dedica ad Arnaldo Mussolini del parco di Latina dedicato a Falcone e Borsellino non richiedeva una lettura approfondita per cogliere l’arroganza della provocazione fascista, l’offesa alla memoria dei due magistrati simbolo della lotta alla mafia e la volgare stupidità dell’omaggio al regime fascista.

Disgustosa l’accusa ad altri di essere “in malafede per coprire altri problemi…i limiti del Viminale”. Quali “limiti”? Quali “altri”? Quale “malafede”? Solo il pudico silenzio della vergogna sarebbe stato dignitoso dopo la stupida arrogante provocazione, invece il goffo vetero-fascio offende ancora e insinua ancora nascondendosi dietro generici “altri” e generica “malafede”. Per questa cialtroneria il Salvini esprime la sua “alta stima” e promette “nuovi incarichi”, ovviamente per pagare il suo tributo alla banda di camerati lego-neofascisti, nell’ansia indotta dalla concorrenza di Giorgia Meloni.

Salvini insiste con la surreale pretesa di chiedere le dimissioni di un Ministro serio e competente come Luciana Lamorgese come “compenso” per il dovuto calcio nel sedere del goffo farneticante neofascista, con una logica che non sarebbe tollerata in un povero vecchio in condizioni di estremo alzheimer. 
L’assurdità sfugge a Salvini e Mario Draghi è troppo educato per farglielo notare…ma forse gli dirà con elegante understatement: e mi fermo qui.

lorenzo matteoli

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LA VERGOGNA DI DURIGON

LA PROPOSTA DI DURIGON

La proposta di Claudio Durigon, doppiamente laida, di cancellare la dedica a Falcone e Borsellino e di intitolare il parco ad Arnaldo Mussolini non è stata fatta senza riflessione e senza una precisa volontà strategica. Durigon e la sua banda di neofascisti non sono molto apprezzati dentro la Lega. Fuori dall’eufemismo stanno robustamente sui coglioni dello zoccolo storico leghista mentre Salvini li apprezza, laidamente più attento alla ragioneria dei voti che al loro significato etico, ma in  fondo, ideologicamente connivente.  La oscena proposta di Durigon va inquadrata in questa situazione: sdoganare i fascisti della Lega inquadrandoli come forza effettiva e ufficiale e non come sconci clandestini tollerati. Da qui la resistenza di Salvini, che non ha buttato fuori Durigon immediatamente il 4 Agosto, ma sta ancora cercando di salvarlo (dopo quasi un mese di stallo vergognoso) con l’ultima proposta oscena di uno scambio con il Ministro degli Interni Lamorgese. Proposta inaccettabile da Draghi, che ha sempre condiviso le difficili decisioni del suo Ministro “chiave”. Un’altra ipotesi di lettura, troppo contorta, ma plausibile per stupidità, è che Durigon abbia fatto la proposta per consentire a Salvini di proporre lo scambio con il Ministro  Lamorgese.

Errato il calcolo di Durigon: dopo questa proposta la setta dei fascio-leghisti sarà ancora meno benvista dallo zoccolo duro leghista, errato il calcolo di Salvini: Draghi non scambierà mai un Ministro valido e competente come contropartita per mandare via un indecente provocatore.

L’episodio è una precisa immagine del livello culturale politico del segretario della lega e del suo delegato nel Governo Draghi. L’imbarazzo del Ministro Giorgetti li ha denunciati tutti e due.

lorenzo matteoli

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LE TRE LINEE EMERGENTI DEL NUOVO ORDINE PLANETARIO

SONO MOLTO PREOCCUPATO

La situazione a Kabul non consente ottimismo, l’emergenza non è finita e si profilano nuove tragedie come un attacco all’aeroporto da parte dei terroristi dell’ISIS (che è diverso da alQaeda). I seimila Marines potrebbero trovarsi assediati insieme ai nostri carabinieri di stanza all’ambasciata e ora all’aeroporto in appoggio al console. È difficile pensare a quale epilogo questa ipotesi porterebbe.

Mario Draghi sta organizzando una riunione dei leader europei allargata a Pakistan e Cina per impostare un “corridoio” umanitario per l’evacuazione del personale delle ambasciate e degli stranieri ancora in Afghanistan a quanto pare 11.000 americani e non si sa bene quanti di altre nazionalità. Per ora (26 Agosto 13.30) non si conosce nulla sulla disponibilità dei due Paesi di partecipare e su quale potrebbe essere il loro impegno.

Biden di fronte alla catastrofe provocata dalla sua decisione si muove in modo confuso, confermando il disastro dell’impero US, attualmente impegnato in una cripto-guerra civile tra i 75 milioni di elettori Trump e io 75.5 milioni di elettori Biden.

La controparte Talebana lancia ultimatum e blocca l’accesso all’aeroporto dei cittadini Afghani che vogliono fuggire.

L’onorevole Gentiloni da Bruxelles propone un nuovo ruolo per l’Europa, ma non si vedono attori in grado di interpretarlo, tranne forse il solo Mario Draghi, che è comunque già molto impegnato con il caravanserraglio dei fascioleghisti e dell’arroganza salviniana. La vigliaccheria della viscosità su Durigon è l’emblema della vergogna di Salvini, la sua pretesa di “scambio” con Lamorgese è una offesa alla decenza, la sua dichiarazione di “alta stima” per il nostalgico gerarca di Latina è la misura della sua dimensione culturale e le mutande in mano sono la marca della sua servile collusione con i neo-fascio-leghisti.

No-vax, no-mask, no-green pass, Salvini premier, 5Stelle a ranghi sciolti che si conteggiano, PD languidamente sfrangiato per parrocchie: il momento italiano è cupo.

Tony Blair invita, severo, al recupero dei “valori” europei, ma se guardiamo la platea alla quale l’invito è rivolto, e le proposte per “investire” quei valori, restiamo avvolti in una ovatta tra l’utopia e la velleità.

Tre sono le emergenze: 

  1. il salvataggio dei nostri collaboratori in Afghanistan, controllo dell’Aeroporto, resistenza alla probabile offensiva ISIS;
  2. il quadro di lungo termine globale, se, come pare, gli Stati Uniti non saranno più in grado di svolgere un ruolo di responsabile leadership a causa della loro situazione di cripto guerra civile;
  3. assunzione della responsabilità Europea nella nuova congiuntura planetaria: Cina. Europa, Russia;

Su queste tre emergenze va concentrata l’attenzione degli analisti, ottima lettura l’articolo di Fukuyama sull’Economist

Lorenzo Matteoli

Ecco Fukuyama:

Afghanistan does not mark the end of the American era; the challenge to its global standing is political polarisation at home, says a foreign-policy expert

Aug 18th 2021

Francis Fukuyama dall’E conomist

This By-invitation commentary is the first in a series by outside contributors on the future of American power—taking a broad look at the forces shaping the country’s global standing in the 20 years since 9/11, from the rise of China to the withdrawal from Afghanistan. More articles will be published shortly and available here.

THE HORRIFYING images of desperate Afghans trying to get out of Kabul this week after the United States-backed government collapsed have evoked a major juncture in world history, as America turned away from the world. The truth of the matter is that the end of the American era had come much earlier. The long-term sources of American weakness and decline are more domestic than international. The country will remain a great power for many years, but just how influential it will be depends on its ability to fix its internal problems, rather than its foreign policy.

The peak period of American hegemony lasted less than 20 years, from the fall of the Berlin Wall in 1989 to around the financial crisis in 2007-09. The country was dominant in many domains of power back then—military, economic, political and cultural. The height of American hubris was the invasion of Iraq in 2003, when it hoped to be able to remake not just Afghanistan (invaded two years before) and Iraq, but the whole of the Middle East.

The country overestimated the effectiveness of military power to bring about fundamental political change, even as it under-estimated the impact of its free-market economic model on global finance. The decade ended with its troops bogged down in two counterinsurgency wars, and an international financial crisis that accentuated the huge inequalities that American-led globalisation had brought about.

The degree of unipolarity in this period has been relatively rare in history, and the world has been reverting to a more normal state of multipolarity ever since, with China, Russia, India, Europe and other centres gaining power relative to America. Afghanistan’s ultimate effect on geopolitics is likely to be small. America survived an earlier, humiliating defeat when it withdrew from Vietnam in 1975, but it quickly regained its dominance within a little more than a decade, and today it works with Vietnam to curb Chinese expansionism. America still has many economic and cultural advantages that few other countries can match.

The much bigger challenge to America’s global standing is domestic: American society is deeply polarised, and has found it difficult to find consensus on virtually anything. This polarisation started over conventional policy issues like taxes and abortion, but since then has metastasised into a bitter fight over cultural identity. The demand for recognition on the part of groups that feel they have been marginalised by elites was something I identified 30 years ago as an Achilles heel of modern democracy. Normally, a big external threat such as a global pandemic should be the occasion for citizens to rally around a common response; the covid-19 crisis served rather to deepen America’s divisions, with social distancing, mask-wearing and now vaccinations being seen not as public-health measures but as political markers.

These conflicts have spread to all aspects of life, from sports to the brands of consumer products that red and blue Americans buy. The civic identity that took pride in America as a multiracial democracy in the post-civil rights era has been replaced by warring narratives over 1619 versus 1776—that is, whether the country is founded on slavery or the fight for freedom. This conflict extends to the separate realities each side believes it sees, realities in which the election in November 2020 was either one of the fairest in American history or else a massive fraud leading to an illegitimate presidency.

Throughout the cold war and into the early 2000s, there was a strong elite consensus in America in favour of maintaining a leadership position in world politics. The grinding and seemingly endless wars in Afghanistan and Iraq soured many Americans not just on difficult places like the Middle East, but international involvement generally.

Polarisation has affected foreign policy directly. During the Obama years, Republicans took a hawkish stance and castigated the Democrats for the Russian “reset” and alleged naïveté regarding President Putin. Former President Trump turned the tables by openly embracing Mr Putin, and today roughly half of Republicans believe that the Democrats constitute a bigger threat to the American way of life than does Russia. A conservative television-news anchor, Tucker Carlson, travelled to Budapest to celebrate Hungary’s authoritarian prime minister, Viktor Orban; “owning the libs” (ie, antagonising the left, a catch-phrase of the right) was more important than standing up for democratic values.

There is more apparent consensus regarding China: both Republicans and Democrats agree it is a threat to democratic values. But this only carries America so far. A far greater test for American foreign policy than Afghanistan will be Taiwan, if it comes under direct Chinese attack. Will the United States be willing to sacrifice its sons and daughters on behalf of that island’s independence? Or indeed, would the United States risk military conflict with Russia should the latter invade Ukraine? These are serious questions with no easy answers, but a reasoned debate about American national interest will probably be conducted primarily through the lens of how it affects the partisan struggle.

Polarisation has already damaged America’s global influence, well short of future tests like these. That influence depended on what Joseph Nye, a foreign-policy scholar, labelled “soft power”, that is, the attractiveness of American institutions and society to people around the world. That appeal has been greatly diminished: it is hard for anyone to say that American democratic institutions have been working well in recent years, or that any country should imitate America’s political tribalism and dysfunction. The hallmark of a mature democracy is the ability to carry out peaceful transfers of power following elections, a test the country failed spectacularly on January 6th.

The biggest policy debacle by President Joe Biden’s administration in its seven months in office has been its failure to plan adequately for the rapid collapse of Afghanistan. However unseemly that was, it doesn’t speak to the wisdom of the underlying decision to withdraw from Afghanistan, which may in the end prove to be the right one. Mr Biden has suggested that withdrawal was necessary in order to focus on meeting the bigger challenges from Russia and China down the road. I hope he is serious about this. Barack Obama was never successful in making a “pivot” to Asia because America remained focused on counterinsurgency in the Middle East. The current administration needs to redeploy both resources and the attention of policymakers from elsewhere in order to deter geopolitical rivals and to engage with allies.

The United States is not likely to regain its earlier hegemonic status, nor should it aspire to. What it can hope for is to sustain, with like-minded countries, a world order friendly to democratic values. Whether it can do this will depend not on short-term actions in Kabul, but on recovering a sense of national identity and purpose at home.

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Francis Fukuyama is a senior fellow at Stanford’s Freeman Spogli Institute for International Studies and Mosbacher Director of its Centre on Democracy, Development and the Rule of Law.

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Non possiamo abbandonare l’Afghanistan per loro e per noi

Tony Blair

Toni Blair

Chairman of the Tony Blair Institute for Global Change

Tony BlairFormer Prime Minister of Great Britain and Northern Ireland and Executive Chairman of the Tony Blair Institute for Global Change

The abandonment of Afghanistan and its people is tragic, dangerous, unnecessary, not in their interests and not in ours. In the aftermath of the decision to return Afghanistan to the same group from which the carnage of 9/11 arose, and in a manner that seems almost designed to parade our humiliation, the question posed by allies and enemies alike is: has the West lost its strategic will? Meaning: is it able to learn from experience, think strategically, define our interests strategically and on that basis commit strategically? Is long term a concept we are still capable of grasping? Is the nature of our politics now inconsistent with the assertion of our traditional global leadership role? And do we care?

As the leader of our country when we took the decision to join the United States in removing the Taliban from power – and who saw the high hopes we had of what we could achieve for the people and the world subside under the weight of bitter reality – I know better than most how difficult the decisions of leadership are, and how easy it is to be critical and how hard to be constructive

Traduzione primi due paragrafi:

L’abbandono dell’Afghanistan e del suo popolo è tragico, pericoloso, inutile, non è nel loro interesse e non è nel nostro interesse. Dopo la decisione di restituire l’Afghanistan allo stesso gruppo responsabile della carneficina dell’11 settembre, e in un modo che sembra quasi progettato far vedere al mondo  come siamo stati svergognati, la domanda posta da alleati e nemici è: l’Occidente ha perso la sua volontà strategica? Ovvero: siamo in grado di imparare dall’esperienza, pensare strategicamente, definire strategicamente i nostri interessi e su questa base impegnarci strategicamente? Il lungo termine è un concetto che siamo ancora in grado di afferrare? La nostra politica è diventata incompatibile con il nostro tradizionale ruolo di leadership mondiale? E ci importa? Come leader del nostro paese quando abbiamo preso la decisione di unirci agli Stati Uniti per scacciare i talebani dal potere, ho visto le grandi speranze che nutrivamo su ciò che potevamo ottenere per le persone e per il mondo distrutte dal peso dell’amara realtà: so meglio di chiunque altro quanto siano difficili le decisioni della leadership, quanto sia facile essere critici e quanto sia difficile essere costruttivi. 

Almost 20 years ago, following the slaughter of 3,000 people on US soil on 11 September, the world was in turmoil. The attacks were organised out of Afghanistan by al-Qaeda, an Islamist terrorist group given protection and assistance by the Taliban. We forget this now, but the world was spinning on its axis. We feared further attacks, possibly worse. The Taliban were given an ultimatum: yield up the al-Qaeda leadership or be removed from power so that Afghanistan could not be used for further attacks. They refused. We felt there was no safer alternative for our security than keeping our word.

We held out the prospect, backed by substantial commitment, of turning Afghanistan from a failed terror state into a functioning democracy on the mend. It may have been a misplaced ambition, but it was not an ignoble one. There is no doubt that in the years that followed we made mistakes, some serious. But the reaction to our mistakes has been, unfortunately, further mistakes. Today we are in a mood that seems to regard the bringing of democracy as a utopian delusion and intervention, virtually of any sort, as a fool’s errand.

The world is now uncertain of where the West stands because it is so obvious that the decision to withdraw from Afghanistan in this way was driven not by grand strategy but by politics.

We didn’t need to do it. We chose to do it. We did it in obedience to an imbecilic political slogan about ending “the forever wars”, as if our engagement in 2021 was remotely comparable to our commitment 20 or even ten years ago, and in circumstances in which troop numbers had declined to a minimum and no allied soldier had lost their life in combat for 18 months.

We did it in the knowledge that though worse than imperfect, and though immensely fragile, there were real gains over the past 20 years. And for anyone who disputes that, read the heartbreaking laments from every section of Afghan society as to what they fear will now be lost. Gains in living standards, education particularly of girls, gains in freedom. Not nearly what we hoped or wanted. But not nothing. Something worth defending. Worth protecting.

We did it when the sacrifices of our troops had made those fragile gains our duty to preserve.

We did it when the February 2020 agreement, itself replete with concessions to the Taliban, by which the US agreed to withdraw if the Taliban negotiated a broad-based government and protected civilians, had been violated daily and derisively.

We did it with every jihadist group around the world cheering.

Russia, China and Iran will see and take advantage. Anyone given commitments by Western leaders will understandably regard them as unstable currency.

We did it because our politics seemed to demand it. And that’s the worry of our allies and the source of rejoicing in those who wish us ill.

They think Western politics is broken.

Unsurprisingly therefore friends and foes ask: is this a moment when the West is in epoch-changing retreat?

I can’t believe we are in such retreat, but we are going to have to give tangible demonstration that we are not.

This demands an immediate response in respect of Afghanistan. And then measured and clear articulation of where we stand for the future.

We must evacuate and give sanctuary to those to whom we have responsibility – those Afghans who helped us, stood by us and have a right to demand we stand by them. There must be no repetition of arbitrary deadlines. We have a moral obligation to keep at it until all those who need to be are evacuated. And we should do so not grudgingly but out of a deep sense of humanity and responsibility.

We need then to work out a means of dealing with the Taliban and exerting maximum pressure on them. This is not as empty as it seems. We have given up much of our leverage, but we retain some. The Taliban will face very difficult decisions and likely divide deeply over them. The country, its finances and public-sector workforce are significantly dependent on aid notably from the US, Japan, the UK and others. The average age of the population is 18. A majority of Afghans have known freedom and not known the Taliban regime. They will not all conform quietly.

The UK, as the current G7 chair, should convene a Contact Group of the G7 and other key nations, and commit to coordinating help to the Afghan people and holding the new regime to account. NATO – which has had 8,000 troops present in Afghanistan alongside the US – and Europe should be brought fully into cooperation under this grouping.

We need to draw up a list of incentives, sanctions and actions we can take, including to protect the civilian population so the Taliban understand their actions will have consequences.

This is urgent. The disarray of the past weeks needs to be replaced by something resembling coherence, and with a plan that is credible and realistic. 

But then we must answer that overarching question. What are our strategic interests and are we prepared any longer to commit to upholding them?

Compare the Western position with that of President Putin. When the Arab Spring convulsed the Middle East and North Africa toppling regime after regime, he perceived that Russia’s interests were at stake. In particular, in Syria, he believed that Russia needed Assad to stay in power. While the West hesitated and then finally achieved the worst of all worlds – refusing to negotiate with Assad, but not doing anything to remove him, even when he used chemical weapons against his own people – Putin committed. He has spent ten years in open-ended commitment. And though he was intervening to prop up a dictatorship and we were intervening to suppress one, he, along with the Iranians, secured his goal. Likewise, though we removed the Qaddafi government in Libya, it is Russia, not us, who has influence over the future.

Afghanistan was hard to govern all through the 20 years of our time there. And of course, there were mistakes and miscalculations. But we shouldn’t dupe ourselves into thinking it was ever going to be anything other than tough, when there was an internal insurgency combining with external support – in this case, Pakistan – to destabilise the country and thwart its progress.

The Afghan army didn’t hold up once US support was cancelled, but 60,000 Afghan soldiers gave their lives, and any army would have suffered a collapse in morale when effective air support vital for troops in the field was scuttled by the overnight withdrawal of maintenance.

There was endemic corruption in government, but there were also good people doing good work to the benefit of the people.

Read the excellent summary of what we got right and wrong from General Petraeus in his New Yorker interview.

It often dashed our hopes, but it was never hopeless.

Despite everything, if it mattered strategically, it was worth persevering provided that the cost was not inordinate and here it wasn’t. 

If it matters, you go through the pain. Even when you are rightly disheartened, you can’t lose heart completely. Your friends need to feel it and your foes need to know it.

“If it matters.”

So: does it? Is what is happening in Afghanistan part of a picture that concerns our strategic interests and engages them profoundly?

Some would say no. We have not had another attack on the scale of 9/11, though no-one knows whether that is because of what we did post 9/11 or despite it. You could say that terrorism remains a threat but not one that occupies the thoughts of a lot of our citizens, certainly not to the degree in the years following 9/11.

You could see different elements of jihadism as disconnected, with local causes and containable with modern intelligence.

I would still argue that even if this were right and the action in removing the Taliban in November 2001 was unnecessary, the decision to withdraw was wrong. But it wouldn’t make this a turning point in geopolitics.

But let me make the alternative case – that the Taliban is part of a bigger picture that should concern us strategically.

The 9/11 attack exploded into our consciousness because of its severity and horror. But the motivation for such an atrocity arose from an ideology many years in development. I will call it “Radical Islam” for want of a better term. As a research paper shortly to be published by my Institute shows, this ideology in different forms, and with varying degrees of extremism, has been almost 100 years in gestation.

Its essence is the belief that Muslim people are disrespected and disadvantaged because they are oppressed by outside powers and their own corrupt leadership, and that the answer lies in Islam returning to its roots, creating a state based not on nations but on religion, with society and politics governed by a strict and fundamentalist view of Islam.

It is the turning of the religion of Islam into a political ideology and, of necessity, an exclusionary and extreme one because in a multi-faith and multicultural world, it holds there is only one true faith and we should all conform to it.

Over the past decades and well before 9/11, it was gaining in strength. The 1979 Iranian Islamic Revolution and its echo in the failed storming of the Grand Mosque in Mecca in late 1979 massively boosted the forces of this radicalism. The Muslim Brotherhood became a substantial movement. The Soviet invasion of Afghanistan saw jihadism rise.

In time other groups have sprung up: Boko Haram, al-Shabab, al-Qaeda, ISIS and many others.

Some are violent. Some not. Sometimes they fight each other. But at other times, as with Iran and al-Qaeda, they cooperate. But all subscribe to basic elements of the same ideology.

Today, there is a vast process of destabilisation going on in the Sahel, the group of countries across the northern part of sub-Saharan Africa. This will be the next wave of extremism and immigration that will inevitably hit Europe.

My Institute works in many African countries. Barely a president I know does not think this is a huge problem for them and for some it is becoming THE problem.

Iran uses proxies like Hizbullah to undermine moderate Arab countries in the Middle East. Lebanon is teetering on the brink of collapse.

Turkey has moved increasingly down the Islamist path in recent years.

In the West, we have sections of our own Muslim communities radicalised.

Even more moderate Muslim nations such as Indonesia and Malaysia have, over a period of decades, seen their politics become more Islamic in practice and discourse.

Look no further than Pakistan’s prime minister congratulating the Taliban on their “victory” to see that although, of course, many of those espousing Islamism are opposed to violence, they share ideological characteristics with many of those who use it – and a world view that is constantly presenting Islam as under siege from the West.

Islamism is a long-term structural challenge because it is an ideology utterly inconsistent with modern societies based on tolerance and secular government.

Yet Western policymakers can’t even agree to call it “Radical Islam”. We prefer to identify it as a set of disconnected challenges, each to be dealt with separately.

If we did define it as a strategic challenge, and saw it in whole and not as parts, we would never have taken the decision to pull out of Afghanistan.

We are in the wrong rhythm of thinking in relation to Radical Islam. With Revolutionary Communism, we recognised it as a threat of a strategic nature, which required us to confront it both ideologically and with security measures. It lasted more than 70 years. Throughout that time, we would never have dreamt of saying, “well, we have been at this for a long time, we should just give up.”

We knew we had to have the will, the capacity and the staying power to see it through. There were different arenas of conflict and engagement, different dimensions, varying volumes of anxiety as the threat ebbed and flowed.

But we understood it was a real menace and we combined across nations and parties to deal with it.

This is what we need to decide now with Radical Islam. Is it a strategic threat? If so, how do those opposed to it including within Islam, combine to defeat it?

We have learnt the perils of intervention in the way we intervened in Afghanistan, Iraq and indeed Libya. But non-intervention is also policy with consequence.

What is absurd is to believe the choice is between what we did in the first decade after 9/11 and the retreat we are witnessing now: to treat our full-scale military intervention of November 2001 as of the same nature as the secure and support mission in Afghanistan of recent times.  

Intervention can take many forms. We need to do it learning the proper lessons of the past 20 years according not to our short-term politics, but our long-term strategic interests.

But intervention requires commitment. Not time limited by political timetables but by obedience to goals.

For Britain and the US, these questions are acute. The absence of across-the-aisle consensus and collaboration and the deep politicisation of foreign policy and security issues is visibly atrophying US power. And for Britain, out of Europe and suffering the end of the Afghanistan mission by our greatest ally with little or no consultation, we have serious reflection to do. We don’t see it yet. But we are at risk of relegation to the second division of global powers. Maybe we don’t mind. But we should at least take the decision deliberatively.

There are of course many other important issues in geopolitics: Covid-19, climate, the rise of China, poverty, disease and development.

But sometimes an issue comes to mean something not only in its own right but as a metaphor, as a clue to the state of things and the state of peoples.

If the West wants to shape the 21st century, it will take commitment. Through thick and thin. When it’s rough as well as easy. Making sure allies have confidence and opponents caution. Accumulating a reputation for constancy and respect for the plan we have and the skill in its implementation.

It will require parts of the right in politics to understand that isolation in an interconnected world is self-defeating, and parts of the left to accept that intervention can sometimes be necessary to uphold our values.

It requires us to learn lessons from the 20 years since 9/11 in a spirit of humility – and the respectful exchange of different points of view – but also with a sense of rediscovery that we in the West represent values and interests worth being proud of and defending.

And that commitment to those values and interests needs to define our politics and not our politics define our commitment.

This is the large strategic question posed by these last days of chaos in Afghanistan. And on the answer will depend the world’s view of us and our view of ourselves.   

Authors

Tony BlairFormer Prime Minister of Great Britain and Northern Ireland and Executive Chairman of the Tony Blair Institute for Global Change

Traduzione da “If the West:

Se l’Occidente vuole plasmare il 21° secolo, dovrà impegnarsi. Nel bene e nel male. Quando è difficile e non solo quando è facile. Assicurarsi che gli alleati abbiano fiducia e che gli avversari siano prudenti. Essere riconosciuti per la tenacia, il rispetto del nostro progetto e la capacità di attuarlo.

Richiederà che parti della destra politica capiscano che l’isolamento in un mondo interconnesso è controproducente e parti della sinistra accettino che l’intervento a volte può essere necessario per sostenere i nostri valori.

Dobbiamo imparare la lezione dei 20 anni passati dall’11 settembre con umiltà – e nel rispettoso scambio di diversi punti di vista – ma anche con un senso di riscoperta che noi in Occidente abbiamo valori e interessi dei quali essere orgogliosi e che dobbiamo difendere.

È l’impegno per quei valori e interessi che deve definire la nostra politica e non è la nostra politica che deve definire il nostro impegno.

Questa è la grande questione strategica posta da questi ultimi giorni di caos in Afghanistan. E dalla risposta dipenderà la visione che il mondo ha di noi e la visione che noi avremo di noi stessi.

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ALLORA NOI…CHE? QUALE NEGOZIATO?

ESECUZIONE SOMMARIA DI CIVILI: L’ETICA TALEBANA

Qual è la piattaforma “Allora noi….” che l’Europa può porre sul tavolo senza essere ridicola?

Con questa domanda finivo il mio pensierino di ieri e concludevo che la domanda fa veramente paura perchè non c’è, allo stato attuale, una risposta“seria”.

La guerra non è una risposta seria perché l’Europa non è in grado di mettere in campo,  nel giro di 48 ore o un mese o due mesi, un esercito capace di sostenere una guerra a 10.000 km di distanza dotato di aviazione, droni, intelligence, ingegneria, logistica, trasporti di terra blindati, elicotteri, supporto sanitario etc. etc. etc.

Come è stato ampiamente dimostrato dal ritiro degli americani di una settimana fa: senza gli americani, la loro aviazione, elicotteri, droni e servizi vari hanno dovuto lasciare il paese anche Italia, Inghilterra, Francia, Australia, Polonia, Mongolia, Portogallo, Olanda, Norvegia, Danimarca, Armenia, Azerbaijan, Bulgaria.

La guerra contro i Talebani presenta specifiche difficoltà che non sono facilmente gestibili in termini di tecnica bellica: usano sistematicamente i civili (uomini, donne e bambini) come scudo, collocano i loro comandi e i loro depositi di armi nelle scuole e negli ospedali, mescolano le loro truppe con gli abitanti del Paese.

Sgozzano i prigionieri e uccidono a migliaia i civili che ritengono potenziali soggetti combattenti (cfr foto).

Nessun esercito è facilmente disponibile a rischiare questo genere di conflitto senza una forza talmente forte come uomini, armi e logistica da garantirlo in probabilità vicine allo zero.

Le logiche etiche coraniche non consentono di “credere” agli eventuali impegni negoziali, e una struttura di controllo della effettiva implementazione degli accordi sarà comunque inefficace: oggi, mentre i vertici dei Talebani assicurano pubblicamente del contrario, sono in corso esecuzioni sommarie in tutto l’Afghanistan che controllano.

MSF (Medecins sans Frontieres)  che nel 2004 aveva annunciato il ritiro dall’Afghanistan a seguito dell’uccisione di 5 operatori e dell’attacco a un reparto di Ostetricia dove erano state uccise 8 madri e quattro bambini il 18 Agosto 2021 ha comunicato che gli ospedali di Herat, Helmand, Kandahar, Khost e Kunduz continuano a funzionare.

Emergency (Gino Strada RIP) a Kabul il 1 Agosto ha dichiarato di limitare l’assistenza a pazienti in pericolo di vita. Non ci sono notizie sulla situazione degli altri centri di Emergency nel paese. Anche gli ospedali di Emergency hanno subito attacchi, ma non ci sono dettagli nel merito.

Queste strutture sono in grado di negoziare qualche tutela per il servizio che svolgono, fino a quando lo svolgono, ma se decidessero di abbandonare il Paese la loro effettiva possibilità di farlo in condizioni di sicurezza non è certa. Quindi se non è credibile la guerra come partita “Allora noi…” europea, cosa potrebbe essere proponibile sull’ipotetico tavolo negoziale?

Quattro cose: 

A. blocco di qualsiasi fornitura da parte dei Paesi aderenti all’ipotetico “Allora noi”..
B. blocco di qualsiasi acquisto di oppio da papaveri; 
C. blocco di qualsiasi acquisto di terre rare; 
D. blocco di qualsiasi acquisto di minerale di Litio.

La domanda è: quale credibilità hanno queste quattro misure in un mondo dove operatori terzi capaci di “triangolare” gli scambi sarebbero incentivati dagli enormi margini resi possibili proprio da A, B, C e D? Risposta: nessuna.

Ci sarebbe una ultima possibilità: strangolamento finanziario. Blocco dei pagamenti all’Afghanistan da parte degli ipotetici acquirenti.

Credibilità? Nessuna per l’oppio che segue logiche economiche amministrative clandestine di connotazione mafiosa o criminale. Maggiore credibilità per i pagamenti di terre rare e del litio, ma certo anche l’efficacia di queste misure non potrebbe mai essere totale.

Tutte le misure proposte imporrebbero comunque un enorme sacrificio a tutta la popolazione Afgana, fame, malattie, miseria per decine di anni.

Sono curioso di vedere cosa inventerà Mario Draghi insieme a Merkel, Macron, Putin et al. Spero che sia qualcosa di specifico, micidiale granitico e credibile, ma sono molto scettico.

Ultimo importante dettaglio. Supponiamo che Mario Draghi Merkel Macron Putin et al. siano in grado di porre un granitico “Allora noi…” e si apra il tavolo negoziale.
Avvocato Giuseppe Conte/Mullah Abradar. Quali “diritti umani” vorrà tutelare il nostro negoziatore Giuseppe Conte? Sicuramente quelli sanciti dalla morale laica occidentale, il Mullah dall’altra parte del tavolo sarà fermissino sui diritti umani sanciti dalla Sharia islamica. A quel punto quale sarà la mediazione dell’avvocato Conte? La dimensione delle pietre per la lapidazione delle adultere? La lunghezza del coltello per sgozzare l’infedele? e via di seguito di orrore in orrore.

Cosa si fa quando ci si rende conto che la nostra volontà di negoziare si scontra con un muro? In queste condizioni la sola proposta di negoziare assume un significato orribile.

La mia previsione è quella di una orrenda tragedia a breve termine e di una lunga dolorosa storia fino al logoramento per dispute interne dei Talebani e del loro orrendo fondamentalismo sanguinario e futuro riscatto del popolo Afgano sotto la guida degli Hazari del Panshir.

Una strana oscura speranza in questo momento la propone la Cina, ma è impossibile da valutare. La Cina mettendo sul tavolo una paccata di miliardi potrebbe chiedere contropartite, ma quali? Le chiederà?

Assolutamente da leggere una voce di responsabile utopia, un severo richiamo all’ordine:

https://institute.global/tony-blair/tony-blair-why-we-must-not-abandon-people-afghanistan-their-sakes-and-ours

lorenzo matteoli

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