Risposta a Don Massimo su Brittany

In un dibattito in corso su Legno Storto ho risposto all’intervento di Don Massimo (di seguito riportato) che difendeva Monsignor Carrasco de Paula (Presidente dell’Accademia per la Vita) che aveva condannato la decisione di Brittany di scegliere di morire.

 

Ecco la posizione cattolica di Don Massimo:

Al contrario di quanto dice l’articolista, il Presidente della Pontificia Accademia per la Vita non è andato oltre alcun religioso e ragionevole limite. C’è infatti contraddizione ad ammettere, da una parte, che è accettabile una valutazione basata sulla fede e sul rispetto dei valori cristiani della vita, e dall’altra dire che questa valutazione va oltre ogni religioso e ragionevole limite. Una valutazione basata sulla fede ovviamente non può non rienrrare nei limiti del religioso. E d’altra parte nella dottrina cattolica il peccato non è tale per una libera decisione di Dio (volontarismo), ma perché è contrario all’ordine dell’essere, che rispecchia l’Essere di Dio stesso. Se dunque un’azione è peccato, nello stesso tempo è necessariamente irragionevole. Del resto, il Card. Carrasco, se ha affermato, in accordo con la dottrina cattolica, che “il gesto di Brittany Maynard è in sé da condannare”, ha anche aggiunto: “quello che è successo nella coscienza noi non lo sappiamo”, e che questi concetti “assolutamente non sono una condanna per questa povera donna che ha già sofferto abbastanza”, tanto più che “l’unico che sa come stanno veramente le cose è Dio”. Queste parole l’articolista si è ben guardato dal riportarle! Quanto all’affermazione: “la dignità è un’altra cosa che mettere fine alla propria vita”, non mi sembra proprio così scandalosa. Quanti, anche non credenti, lo hanno detto prima del Card. Carrasco!  Ad esempio Kant scriveva:  “Noi possiamo disporre del nostro corpo in vista della conservazione della nostra persona; chi però si toglie la vita non preserva con ciò la sua persona: egli dispone allora della sua persona e non del suo stato, cioè si priva della sua persona. Ciò è contrario al più alto dei doveri verso se stessi, perché viene soppressa la condizione di tutti gli altri doveri […]. Il suicidio non è abominevole e inammissibile perché Dio lo ha proibito, ma al contrario Dio lo ha proibito perché, degradando al di sotto dell’animalità la dignità intrinseca dell’uomo, è abominevole”. Sembra proprio che i laici di oggi abbiano rinnegato la loro stessa tradizione culturale e morale! Si cita Seneca quando fa comodo, ma si dimentica che per lo stoicismo il male più grande non è il dolore, ma il vizio, e il bene più grande non è il piacere, l’onore, il benessere, ma la virtù. Secondo questa tradizione, che ha avuto nobilissimi rappresentanti tra i laici dei bei tempi andati, chi affronta il dolore o anche la morte per un bene più alto del semplice benessere è più dignitoso di chi non è in grado di farlo, perché per lui il benessere è il bene supremo, senza il quale la vita perde ogni valore. Il soldato che rimane eroicamente al suo posto nonostante le indicibili sofferenze di una guerra di trincea è più dignitoso del soldato che fugge. Ma oggi tutti i concetti classici – che non sono soltanto strettamente di fede – del valore purificatore del dolore, del dovere superiore al benessere, del sacrificio di se stessi per un bene più alto vanno scomparendo completamente dal sentimento comune, e, quel che è più grave, dai principi educativi della gioventù. Così assistiamo al crescere di una gioventù priva di forza interiore e perciò incapace di affrontare le grandi prove della vita e pronta a disertare, come la triste esperienza insegna, anche di fronte a situazioni molto meno drammatiche di quella della povera Brittany. Ma è il clima della società a contaggiare la gioventù, e questo clima è determinato anche dalla legislazione, come a sua volta la determina

Ecco la mia risposta:

Scrive Don Massimo:…chi affronta il dolore o anche la morte per un bene più alto del semplice benessere è più dignitoso di chi non è in grado di farlo, perché per lui il benessere è il bene supremo, senza il quale la vita perde ogni valore. Il soldato che rimane eroicamente al suo posto nonostante le indicibili sofferenze di una guerra di trincea è più dignitoso del soldato che fugge…

Sarà banale ma è proprio vero che la vita di un condannato a morte che soffre atrocemente per mesi non ha un grande valore e non c’è moralismo o religione che tenga. Qual’è il Dio infinitamente buono che vuole con tanta pervicacia e ostinazione la inutile sofferenza di uno condannato comunque a morire? È quello interpretato da Carrasco de Paula? Per favore …

Troppe parole, troppa filosofia da bar Sport, poca vita, poca morte e poca “humanitas”…Brittany, caro don Massimo, affronta sia il dolore che la morte: infatti è proprio con la morte scelta e coraggiosamente affrontata (non facile come decisione, certo non una vigliaccheria) che Brittany decide di gestire se stessa di fronte al dolore, altra cosa che evitarlo e fuggire. Senza contare l’enorme generosità che la sua decisione comporta di evitare a chi le vuole bene la tortura della lunga inutile penosa agonia.

Tutto l’arzigogolato pensiero cattolico suo “libero arbitrio” dove finisce in questo dibattito?

Il paragone del soldato che resta in trincea e di quello che fugge c’entra come i cavoli a merenda (absit iniuria…): il soldato che fugge vuole vivere, non è convinto della guerra che gli fanno combattere, forse la ritiene ignobile, ingiusta e vergognosa (quasi sempre ha ragione)…il soldato che resta spera di sopravvivere e di vincere, crede di poter uccidere il nemico, crede di essere lui il buono (Gott mit uns…), non si pone problemi, obbedisce agli ordini. Quali che siano, per quale che sia la “causa”. Chi ha ragione dei due? In quale paradigma etico? Cosa direbbe Carrasco de Paula Presidente della Accademia per la Vita? Don Massimo non si accorge con questa metafora di essere favore di chi sceglie di uccidere e di morire e qualifica come vile chi cerca la vita e ha serie ragioni di dubitare della guerra…o no? Un vero capovolgimento di valori e di logica!

La redenzione attraverso il dolore? Soffrire per purificarsi? Il “valore purificatore del dolore”… Quando mai !…Ma affrontare coraggiosamente la morte non è un atto di purificazione? Perchè imporre agli altri, che ci vogliono bene, la tragedia delle proprie sofferenze, il costo della nostra lunga inutile agonia? L’accanimento terapeutico crudele travestito da rispetto religioso per la vita è un buon business per le professioni speculatrici della sanità, un onere non indifferente per la società. Soldi che potrebbero essere spesi veramente per la “Vita” di chi sta male, potrebbe guarire e vivere invece che venire spesi per chi sta male ma non ha speranza di vivere.

Il gesto di Brittany è nobilissimo e carico di significati positivi e di grande valore etico sociale se si esce dalla conformità moralistica di una religione che in questo caso, e in tutti i casi simili a questo, è tragicamente lontana dalla vita reale.

L’invocazione e l’apologia della sofferenza in nome di “un bene più alto” è una strada pericolosa e la storia insegna a quante tragedie ha portato.

In precednza nello stesso forum avevio citato la famosa lettera a Lucilio di Lucio Anneo Seneca:

Lucio Anneo Seneca Lettera LXX, dalle Lettere a Lucilio (I sec. d.C.)

….

La vita come sai non sempre merita di essere conservata. Non è un bene vivere, ma vivere bene.

Perciò il sapiente vivrà quanto tempo deve vivere, non quanto può. Vedrà lui dove dovrà vivere, con chi, in  che modo e facendo che cosa. Egli pensa sempre quale sarà la vita, non quanto essa debba durare. Se gli occorrono molte disgrazie e questioni che turbano la sua serenità, se ne va; e non solo nell’estrema necessità ma appena la fortuna comincia a sembrargli sospetta, considera con cura se non sia il momento di por fine alla vita.

….

 

La legge eterna non ha fatto niente di meglio di questo: ci ha dato un solo modo per entrare nella vita ma molte possibilità di uscirne. Dovrei aspettare la crudeltà di una malattia o di un uomo quando posso andarmene sfuggendo ai tormenti e alle avversità?

Questo è l’unico motivo per cui non possiamo lagnarci della vita: essa non trattiene nessuno. Le cose umane sono così ordinate che nessuno è infelice se non per colpa sua: ti piace la vita? vivi. Non ti piace? puoi tornare da dove sei venuto

 

Quanta saggezza e buon senso! Lucio Anneo Seneca (AD 4-65) nato a Cordoba (Spagna)

Oggi abbiamo invece Monsignor Carrasco de Paula un’altro spagnolo che con incredibile arroganza sentenzia che …”la dignità è altra cosa …”

Una bella dimostrazione di come il pensiero può regredire e abbrutirsi nel dogma e nella povertà di spirito.

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