IL MES NON C’ENTRA UNA MAZZA: LA FRONDA GRILLINA HA ALTRO IN MENTE

Come al solito.

Da giorni, settimane, leggo sulla stampa italiana la battaglia sul MES, e sulla fronda grillina dei No-MES che mette in crisi i numeri del governo. 

Se il governo cade sul MES,  dice Mattarella, si va al voto, con le conseguenze relative che si riassumono in una sola: plausibile vittoria della destra salviniana. 

Un governo “tette, culi, mojitos, datemi i pieni poteri”. Leccate bavose di rosari a gogò. L’apoteosi dell’arroganza incompetente e dei tangentari leghisti al potere. Fuori dall’Europa, i Savoini  (il fotografatissimo mai conosciuto) tornano a Mosca a mendicare mance. Non male come plausibilità. 

Come sempre le battaglie nel teatrino della politica italiano non sono mai quelle dei titoli di testa sui giornali. C’è sempre qualcosa dietro di più vero, di più banale, di più maiale.

Leggendo i nomi della fronda grillina e tajana e le loro contorte puerili motivazioni ho capito la minestra e ve la spiego. Il voto contro il MES della fronda grillina/tajana con il MES non c’entra una mazza.

È il voto dei “tagliati fuori” che sperano nel pasticcio che seguirà di venire riciclati in qualche poltrona,  sottopoltrona o sgabellino. Che la cosa sia rovinosa per l’Italia poco importa.

Anche un bambino è in grado di capire che rinunciare a una possibile risorsa di credito per l’Italia in questo momento disperato è surreale. Per questo motivo e per motivi di evidente saggezza gestionale è necessario approvare la riforma del MES come sarà opportuno utilizzare in futuro la risorsa.

In particolare va smentita la valutazione di 300 milioni come differenza di costo dell’approvvigionamento sui mercati finanziari rispetto alla risorsa MES: i mercati saranno molto più costosi nei confronti della domanda di paesi che non hanno altre possibili risorse: è una banale legge dei mercati.

La riforma va inoltre approvata perché predisposta anche all’Italia concordata da mesi: la non approvazione equivarrebbe a una dichiarazione di ostilità nei confronti di Bruxelles, danneggerebbe gli altri paesi e metterebbe di nuovo l’Italia in una sgradevole situazione con i partners europei.

Paventare condizioni “insostenibili” per quel credito è una farsa insulsa: ogni risorsa di credito pone sempre condizioni che sono in genere congruenti con il mercato finanziario in essere. Rinunciare a una fonte vuol dire rendersi più fragili e aggredibili dalle altre fonti: ovvero la vendita dei nostri titoli ci costerà più cara.

Gli italiani hanno creduto al populismo demagogico dei grillini un paio o tre di volte, è molto probabile che questa disponibilità ad essere presi per babbei non ci sia più per una buona parte di coloro che li hanno votati finora e il crollo nelle “intenzioni di voto” e nelle recenti amministrative è un segnale brutale e chiarissimo (ovvero dal 30% al 7%). Che sarà ancora più chiaro dopo l’ultimo esercizio di puerile incompetenza e fame di poltrone dei “tagliati fuori” con il possibile No-MES.

Per i grillini allo sbando è già pronta l’offerta di Renzi e del PD.

Questa è l’ipotesi che, accecati dalla fame di poltrone, i frondisti grillini e tajanei non vedono e nella quale l’altra Italia spera.

lorenzo matteoli

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
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