Per qualche “pirla” in più

L’ottimismo è pratica sempre difficile e pericolosa: passare per sciocchi irresponsabili è più certezza che rischio. Il pessimismo si addice a “chi sa”, ai “competenti”, agli “addetti ai lavori”. Roba seria. Per qualche strano motivo un atteggiamento “pessimista” sembra, al pubblico generico, più autorevole, professionale, informato di un atteggiamento ottimista o anche solamente obbiettivamente positivo. Nel senso comune il pessimista è uno serio, l’ottimista è un pirla.

Ci possono essere validi motivi statistici nell’assioma: forse statisticamente parlando sono più le cose che vanno male di quelle che vanno bene, sono più probabili gli svolgimenti negativi o catastrofici di quelli positivi e felici e quindi chi è sistematicamente pessimista rischia di avere più spesso ragione di chi invece è tendenzialmente ottimista.

D’altra parte potrebbe anche essere vero che fanno più “male” gli svolgimenti negativi di quanto non facciano “bene” gli svolgimenti positivi nella vita della gente e delle società di uomini e donne, e quindi nell’esperienza esistenziale il bilancio delle sofferenze è sempre più pesante del bilancio delle felicità. Vecchia regola del giocatore d’azzardo: ci si arrabbia di più per cento Euro persi rispetto alla gioia che procurano mille Euro vinti.

La realtà credo sia equilibrata: tanto dell’una cosa quanto dell’altra. Ci sono tante salite quante discese nella infinita rete di esistenze e di avvenimenti.

La letteratura sul tema deve essere vasta e credo che le tesi a favore o contro qualunque ipotesi siano abbondanti.

Ci sono anche altre considerazioni da fare sul tema: chi studia futurologia sa che il futuro più probabile è quello voluto dai più perché il “motore” nascosto delle dinamiche sociali è il sentimento comune della gente, la cultura dominante è quella che guida le dinamiche di evoluzione e di cambiamento della società. Facendo attenzione a non venire ridicolizzati come “deterministi”: diciamo che l’improbabile svolgimento di una società orientata da una cultura positiva è più probabilmente positivo dell’improbabile svolgimento di una società orientata da una cultura negativa.

L’attuale situazione italiana, ma più che italiana europea è quella di una crisi che oramai sta entrando nel decimo anno: la più lunga di tutte le crisi registrate nella moderna economia. Semplificando le cose la crisi partita dalla massiccia finanziarizzazione dell’economia USA degli anni 90, poi estesa al resto del mondo, sembra avere sballato tutti i criteri classici della macroeconomia finanziaria canonica: il paradigma fondamentale che in qualche modo (non sempre molto chiaro) legava occupazione, valore del denaro, salari, inflazione, deflazione, scambi, investimenti, risparmi, liquidità, debiti, crediti, lungo termine, breve termine… non gira più come una volta. E non molti sono capaci di dire esattamente come stia girando, se stia girando, o che altro.

Il dibattito corrente è polarizzato su due fronti: da una parte quelli che sostengono che bisogna investire (denaro pubblico) per far ripartire il ciclo domanda, offerta, occupazione, crescita. Dall’altra quelli che invece sostengono che non si può aggravare ulteriormente il debito di lungo termine e che bisogna invece tagliare la spesa pubblica (specialmente quella inutile) e procedere con filosofia di “austerità”. Lo scontro si è svolto finora senza nessuna permeabilità dialettica, muro contro muro. Da qualche tempo a questa parte la posizione dell’austerità sembra essersi ammorbidita, ma in Europa siamo ancora molto lontani dalle politiche del New Deal di Roosevelt e dal Quantitative Easing di Obama.

L’Eurozona è divisa fra i paesi “forti” (Nord Europa, Germania) e i paesi “deboli” (Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Grecia, Irlanda, Regno Unito). I primi con un debito pubblico contenuto e sostenibile, i secondi con un debito pubblico pesante, ai limiti della sostenibilità, crescita zerovirgola o peggio. Le misure macroeconomiche e di strategia monetaristica dei primi chiaramente antagoniste e conflittuali rispetto a quelle che sarebbero necessarie per i secondi. Tutti vincolati a una moneta unica che se aveva poche ragioni politiche di esistere quando venne istituita oggi ne ha ancora di meno. Ma uscirne è impossibile: l’uscita non è stata prevista nell’istituto, e nemmeno l’ipotesi dell’uscita è stata mai trattata. Oggi l’Europa monetaria si trova senza un chiaro percorso davanti e senza possibilità di tornare indietro. Come sia stato possibile è un interessante quesito e dovrebbe essere posto a “quelli seri”, quelli “autorevoli”, quelli che “sanno”. Quelli che oggi sono schierati sulla linea del cupo pessimismo, per intenderci.

Non ci sono soldi per investire denaro pubblico, non c’è la volontà di aumentare il debito, l’unico strumento di manovra sembra sia l’esazione fiscale da un processo economico oramai esausto. Sfinito dalle tasse.

Un quadro che sembrerebbe giustificare il cupo pessimismo degli “autorevoli”.

Ma non è così. Il quadro non solo giustifica, ma impone un atteggiamento positivo e ottimista. Perché se quello che resta della economia è la banale constatazione che si guadagna producendo beni che vengono comperati e che l’occupazione è una diretta conseguenza della domanda di beni, la cosa da fare è quella di innescare domanda. Ora la domanda è una funzione della percezione di futuro che la gente ha. La percezione di futuro, guarda caso, nasce e cresce nel fertile terreno dell’obbiettivo e pragmatico atteggiamento positivo della gente. Fuori dai giri di parole dall’ottimismo.

Forse abbiamo bisogno di meno serietà, di meno autorevolezza, di meno personaggi “che sanno” e di qualche “pirla” in più.

Ci sarà sicuramente un futuro, il Pianeta continuerà a girare, forse un po’ più caldo, forse un po’ più freddo, non è previsto lo scontro con una mega cometa a breve termine e da migliaia di anni il clima è stato soggetto a cicli ai quali ci siamo adattati, bene o male, con guerre, migrazioni, carestie, e altre miserie. Ma ci siamo adattati con un bilancio storico alla fine sostanzialmente positivo grazie a conoscenza, sapere, tecnologie, pensiero e volontà di futuro.

Non sono le grandi spese infrastrutturali di Junker che salveranno l’Europa: sarà la enorme spesa dei 500 milioni di Europei quando saranno capaci di scattare fuori dalla depressione che oggi li opprime, effetto del sistematico “autorevole” pessimismo di quelli “che sanno”.

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