La destra, la sinistra e Trump

 

 

Lorenzo Matteoli, 20 Novembre 2016

 

La vittoria di Trump, le sue dichiarazioni, i profili dei suoi probabili collaboratori hanno provocato reazioni di vario segno: esecrazione nella sinistra, entusiasmo nell’area del populismo di vario segno e marca, imbarazzo e confusione nella destra e nell’area centrale delle ideologie.

Dopo quasi due settimane leggendo il diluvio dialettico seguito all’inatteso risultato americano (era in realtà scontato) emergono, dalla generale fluidità, segnali meno scontati, decisamente più complessi della esecrazione di sinistra, dell’entusiasmo populista e dell’imbarazzo del centro (cfr. l’analisi di Luigi Vinci).

Con la scontata intelligenza del “dopo” era difficile pensare a una vittoria di Hillary Clinton erede e a guardia di enormi responsabilità nella politica estera degli ultimi 20-30 anni dei quali 8 di Obama con lei titolare della Segreteria di Stato (il Ministero degli Affari Esteri USA). Una politica estera confusa, contraddittoria, dominata da pesanti e spesso vergognosi interessi e compromessi. I bookmakers online hanno perso enormi cifre su questa scommessa. Una minima conoscenza delle cose americane avrebbe dovuto consigliare prudenza. Il sospetto di voluta manipolazione dei sondaggi di opinione è fondato.

Per mettere a fuoco questi segnali nel generale “rumore” partirei dal recente appello di un gruppo di intellettuali europei per combattere il populismo. (“È tempo di mobilitarsi per fermare i populisti”). Firmare manifesti e lanciare appelli dall’alto delle torri d’avorio sono notoriamente attività istituzionali della sinistra pashmina intellettuale  europea.

Dicono gli intellettuali firmatari:

Le radici della Brexit e della vittoria di Trump, (emblema secondo i firmatari della linea populista che va bloccata) sono in gran parte le stesse:  

  • aumento delle disuguaglianze,
  • ascensore sociale bloccato,
  • paura della perdita di identità moltiplicata per la paura dell’immigrazione di massa,
  • abbandono della questione sociale,
  • sistema educativo e culturale carente
  • diffidenza verso élite ossessionate per i propri interessi personali
  • (diffidenza) verso istituzioni pubbliche percepite come costose e inefficaci.

 

Solidamente vere e documentate: in lingua stradale corrente si chiamano nel complesso incazzatura della gente. La risposta alla giusta inquietudine della gente si chiama necessariamente “populismo”?

La forbice tra have e havenots si è allargata, la classe media si è impoverita, i ricchi e i privilegiati sono diventati più ricchi e più privilegiati. Gli stipendi e le liquidazioni dei grandi manager e gran commis dello Stato e del parastato sono assurde cifre milionarie e multimilionarie. Anche quando gli enti da loro diretti e gestiti falliscono per la loro incompetenza e arroganza. L’accesso al lavoro e alle carriere bloccato dalla mega crisi del 2008. La questione sociale lasciata al volontariato e alla ‘charitas’. Il sistema educativo e culturale dominato dal “Pensiero Unico” dettato dalla conformità corrente celebrata da media, stampa e TV….etc.

Ci si chiede se queste “radici” siano responsabilità o retaggio della sinistra o della destra. Negli Stati Uniti gli anni di Bill Clinton e di Obama non sono classificabili come anni di dominio della destra politica, in Inghilterra Cameron era capo di un governo Lib-Lab, in Francia sono al potere i socialisti di Hollande. In Italia da trenta anni e forse più è al potere un compromesso storico dominato dalla consociazione DC/PCI: la scuola e l’Università sono territori consolidati della sinistra, la stampa, l’informazione e la magistratura anche. I sindacati Italiani hanno imposto la normativa del lavoro senza contrasti da 30 anni e più.

Un sistema che non è stato moderato nemmeno dal ventennio berlusconiano che, anzi, lo ha coltivato, subìto e alla fine ne è stato travolto anche per sua sostanziale insipienza e imbelle responsabilità. Oltre al macroscopico conflitto di interessi.

Se ci sono quindi condizioni che favoriscono una cultura populista non si può dire che queste siano da cercare in ipotetiche politiche della destra conservatrice e questo è particolarmente vero per l’Italia. La sinistra ha invece occupato sistematicamente il potere e il sottopotere (informazione, educazione, magistratura, burocrazia amministrativa, sindacati…) e qualche responsabilità per lo “stallo” generale le va riconosciuta.

Ma il problema è più complesso del ping-pong destra/sinistra.

Il sistema di potere che si è instaurato, non solo in Italia, in 50 anni di degrado della democrazia, è un bubbone poco politico, strutturato da interessi particolari e robusti, di burocrazie, sindacati, banche, corporazioni finanziarie, corruzione pervasiva e diffusa, mafia e vaticano. Privo di precisa marca ideologica, solidamente qualunquista e vuoto di cultura politica. Congiunturale e contingente. Compatto solo sulla tutela feroce del proprio privilegio.

Complice l’assenza di leadership e di visione politica, la decadenza dei partiti, lo svuotamento della responsabilità che deriva dalla delega elettorale. Il vuoto che ha trasformato il Parlamento in un teatro di guitti squalificati.

Su questo aspetto va fatta una considerazione copernicana: non è vero che la povertà degli attori politici ha provocato la crisi del Parlamento come luogo di esercizio della democrazia. È vero invece che lo svuotamento funzionale del Parlamento ha provocato lo squallore attuale della classe politica.

L’impoverimento italiano è dovuto alla massiccia, selvaggia delocalizzazione industriale provocata dalla intolleranza sindacale e non solo dalla avidità degli imprenditori. La crisi finanziaria innescata dal grande furto globale americano del 2008, ha colpito il sistema bancario italiano pesantemente, per l’obbiettiva incompetenza dei nostri banchieri associata alla loro grettezza e alla inerzia degli organi di controllo, intervenuti tardi e male (se mai…) sullo sfascio della finanziarizzazione e dei derivati tossici.

L’Unione Europea dopo il 2008 ha solide responsabilità nella crisi Italiana: Bruxelles e Francoforte hanno permesso alla Germania e alla Francia operazioni che l’Italia non ha potuto fare, consentendo in modo diagonale pesanti salvataggi delle banche francesi e tedesche praticamente alla bancarotta dopo le loro speculazioni sul debito Greco. Le sanzioni alla Russia di Putin, inutili e politicamente opinabili, sono state per la maggior parte pagate dalle industrie e dall’agricoltura italiana.

Mentre i media dei vari regimi in Europa e USA non hanno visto arrivare la catastrofe, la gente l’ha vista, l’ha sofferta e l’ha pagata e ha reagito di conseguenza (Brexit, Trump, Grillo, Salvini, assenteismo, disinteresse, rifiuto). Vedremo cosa succederà in Italia il 4 Dicembre.

Il risultato del referendum, solo nominalmente costituzionale e in realtà assolutamente politico, rivelerà il Paese per quello che è realmente. Dopo sarà interessante vedere cosa succederà.

Dal fluviale dibattito SI/NO, spesso deforme e logorroico, non emerge la vera posta in gioco

Non sono le riforme, più o meno apprezzabili e corrette, oggetto del referendum: il 4 dicembre si deciderà se avallare e sostenere, dopo 60 anni di stalinismo e massimalismo integralista, la trasformazione dell’ex PCI in un partito effettivamente socialdemocratico oppure se abbandonarlo allo sfascio corrente voluto da una minoranza settaria guidata dai vecchi ras, vedovi degli antichi privilegi, intolleranti e assolutamente irrispettosi delle decisioni collegiali.

Le riforme frutto di troppi compromessi e comunque votate da un Parlamento bacato, si potranno sempre emendare, cambiare, ridefinire. L’occasione di avere finalmente in Italia un vero partito socialdemocratico o socialista è una opportunità che difficilmente si potrà ripresentare in tempi brevi e non senza una lunga e tormentata instabilità.

Il NO diligentemente critico dello jure costituzionale, apprezzabile nella saggistica, è una ingenua poesia. Il NO dei ribaltonisti a tutti i costi facilmente coltivato dagli urlatori di piazza, sarà probabilmente vincente.

Torniamo allora alle sette “radici” del populismo indicate dai firmatari (temporibus acti) dell’ultimo appello e chiamata all’impegno.

Sono tutte radici “vere” e obbiettivamente documentate, e la domanda è in quale modo affrontare il problema per la loro eradicazione (se sono radici vanno sradicate…).

Come si fa:

  • per diminuire privilegi e arricchimento sistematico di élite,
  • per rimettere in moto “l’ascensore sociale”,
  • per eliminare il terrore dell’immigrazione di massa,
  • per riaprire la questione sociale,
  • per riformare le strutture dell’educazione e della formazione,
  • per eliminare la diffidenza nei confronti delle élite
  • e nei confronti delle istituzioni pubbliche risentite come costose e inefficaci

Evidentemente il metodo, il “come si fa”, richiede un cambiamento di qualche cosa perché come diceva giustamente  Albert Einstein, i problemi non  si risolvono con gli stessi strumenti che li hanno creati.

Proviamo dunque ad analizzare molto schematicamente, ognuno del punti “radice” e a individuare una strumentazione operativa un “come si fa” che sia diverso dal “come si è fatto” o dal “come non si è fatto” che ha originato il problema.

Per diminuire i privilegi e l’arricchimento sistematico delle élite: ci vuole un regime fiscale diverso, equo non punitivo. L’evasione fiscale si riduce qualificando la spesa pubblica: la gente paga le tasse se sa che i soldi vengono spesi bene. Bisogna inoltre ridurre la finanziarizzazione dell’economia luogo di grande speculazione e di arricchimento di pochissimi a spese dei molti. Il capitalismo finanziario selvaggio va riportato alla dimensione economica.

È necessario rivalutare l’etica delle tasse: pagare le tasse è il tratto fondamentale dell’identità sociale. Chi paga le tasse appartiene alla società, chi non le paga ruba, è un  corpo estraneo, un  parassita sociale. Questi semplici valori vanno riportati alla coscienza della gente come valori fondanti di una società. Aveva ragione Tommaso Padoa Schioppa quando diceva che “pagare le tasse è bello” e venne stupidamente frainteso dai media sciocchi della cultura furbetta.

Per rimettere in modo l’ascensore sociale: bisogna implementare rigorosamente la meritocrazia, partendo dalla scuola elementare per arrivare alle carriere dei massimi livelli burocratici.

Per eliminare il terrore dell’immigrazione di massa: bisogna eliminare l’immigrazione di massa: selezionare chi arriva, respingere chi non ha diritto, respingere i delinquenti, espellere i criminali, educare quelli che vengono accolti alla conoscenza e al rispetto delle leggi e delle tradizioni locali. Con rigore e fermezza.

Per riaprire la questione sociale: ci vuole una politica di welfare giusta, le pensioni da 30 mila euro al mese sono un furto e quelle da 500 Euro al mese sono un delitto sociale.

Per riformare le strutture dell’educazione e della formazione: ci vogliono tre generazioni di maestri e di docenti. Vanno rimediati i danni della demagogia sessantottina e post sessantottina, va ridefinito il sistema delle responsabilità didattiche e accademiche attualmente soffocato da una burocrazia assurda e falsamente garantista.

Per eliminare la diffidenza nei confronti delle elites: va sistematicamente re-istituito e consolidato il privilegio del merito.

Per eliminare la diffidenza nei confronti delle istituzioni pubbliche risentite come costose e inefficaci: è necessario ridurre i costi della burocrazia e aumentare l’efficienza dei suoi servizi.

Questo nei termini più generici e banali: ma la sintetica definizione delle azioni necessarie serve per qualificarle come azioni di solido buon senso e ragione.

Né di sinistra né di destra.

Ecco cosa ha visto nella brutale, scomposta e spesso volgare dialettica di Trump la pancia molle della opinione pubblica americana. Di fronte alla debolezza della candidatura di Hillary Clinton questo “modo” ha vinto. Se sarà il “modo” che Trump presidente adotterà è da vedere. Come sono da vedere gli spazi operativi che avrà a disposizione, che il “sistema” del potere USA gli lascerà occupare, che il military–industrial complex (MIC) gli lascerà occupare, che Wall Street gli lascerà occupare. Non sarebbe il primo presidente degli Stati Uniti che viene assorbito dalla complessa struttura del potere in quel paese. Non tutti sono Franklin Delano Roosevelt. Come saggiamente avvertiva il suo Principe Niccolò Machiavelli gli strumenti per conquistare il potere sono diversi da quelli che ci vogliono per conservarlo.

La domanda resta aperta: se queste modalità siano di “sinistra” o di destra” o se addiritttura non ridefiniscano le due categorie da tempo consunte e obsolete.

Fa riflettere, con qualche ironia, la sinistra americana che ha democraticamente (e anche con qualche violenza) dimostrato contro il risultato delle democratiche elezioni.

 

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
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Una risposta a La destra, la sinistra e Trump

  1. C De Michelis ha detto:

    Caro Lorenzo,

    molto apprezzato il tuo nuovo articolo, anche se non condivido interamente certe affermazioni un po’ rancorose.
    Mi ha sinceramente commosso la citazione del mio amico Tommaso, troppo intelligente e british per essere apprezzata
    dall’italiano medio.

    Condivido il tuo desiderio che nasca in Italia un vero partito social democratico, anche se non condivido i metodi di
    comunicazione troppo arroganti del giovane fiorentino. Let us hope. Ciao

    Carlo

    P.S. perché non ci vediamo una sera con le nostre donne?

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