Il pensiero unico

Il pensiero unico

Lorenzo Matteoli

2, Dicembre 2013

 

 

Secondo le definizioni correnti con “pensiero unico” si intende una ideologia o un sistema di assunti e ipotesi che si (auto)qualifica come unica possibile interpretazione della realtà e che quindi si pone come unica possibile via per la soluzione dei suoi problemi. Il “pensiero unico” è, proprio per la definizione data, fortemente autoreferenziale: ovvero si pone come sua stessa struttura e trova giustificazione all’interno della sua stessa dialettica.

Quando il termine viene impiegato da sinistra esso indica l’idea generica della società capitalista o neo-capitalista, quando viene impiegato da destra lo stesso termine indica l’idea generica della società dirigista o neo-dirigista. Per questo, in qualche modo, il termine ha comunque sempre un connotato negativo o riduttivo.

Il corollario del “pensiero unico” è quello del “vincolo esterno”: la condizione ineludibile imposta dal contesto storico contingente per la quale l’ideologia del  “pensiero unico”  (vuoi di destra o di sinistra) non riesce o non può risolvere i problemi pur essendo, per definizione, l’unica ideologia risolvente disponibile. Il vincolo esterno può essere quello della Globalizzazione, della Cina, del Mercato Comune, dell’Europa, delle Banche, della iper-finanziarizzazione dell’economia, dei Poteri Forti, dei Sindacati, dei Partiti, degli “Italiani”, della Burocrazia, delle Lobbies…etc. Il “vincolo esterno” viene in genere qualificato di destra o di sinistra, ma non necessariamente e le due parti ideologiche possono scegliere, a seconda dell’opportunità e del contesto lo stesso “vincolo esterno”.  Tipicamente di sinistra sono accampati come vincoli esterni i Poteri Forti, le Banche, l’iper-finanziarizzazione, le Lobbies. Tipicamente di destra sono i Sindacati, i Partiti, la Burocrazia. Ambivalenti possono essere la Cina, la globalizzazione, gli “Italiani”, l’Europa…

Negli ultimi anni il termine ha assunto un significato meno preciso e meno connotato ideologicamente. Ovvero ognuno usa il termine secondo la sensazione  di significato che ne ha e la somma di queste sensazioni di significato formerà, in qualche luogo di sintesi, la definizione del concetto. Personalmente uso il termine con connotazione negativa: per me si tratta del pensiero conforme corrente, l’opinione comune come formata dai luoghi comuni imposti dalla stampa, dai media, quello che la gente in genere pensa senza molta riflessione critica sull’effettivo contenuto o portato di quel pensiero. Volendo approfondire o segnare ideologicamente: il pensiero unico è quello che il sistema di potere vuole che la gente pensi, l’opinione comune come volutamente informata dai media di regime o dal regime stesso. Ovviamente sulla definizione presunta, soggettiva o corrente di “pensiero unico” si possono scrivere pagine e probabilmente ne sono state scritte molte ne verranno scritte molte.

Per quanto negativa, supponente o presuntuosa possa essere la opinione corrente sul “pensiero unico” questo è anche il “pensiero dominante” (quello che gli inglesi chiamano mainstream thought) quello che, una volta formato, determina comportamenti collettivi, scelte e decisioni personali o di gruppi che diventano riferimento sociale, condotta sociale e, alla fine, forte indicatore per la decisione politica. Il pensiero dominante è sempre conservatore, anche quando viene confezionato e proposto come di avanguardia e di progresso.

La caratteristica fragile del “pensiero unico” sta proprio nell’assunzione di essere l’unica ipotesi interpretativa e quindi l’unica matrice risolvente: la negazione delle alternative è il suo limite letale. Quello stesso che impedisce di “vedere” le alternative, di collocarsi al di fuori del paradigma imposto.

Qualche riflessione su come si forma il “pensiero unico” può essere utile.  Analiticamente il processo di formazione si basa su una serie di dinamiche a loro volta interagenti: la stampa, la televisione, la scuola, l’università, i centri istituzionali di ricerca, il dibattito politico, la chiesa, il bar, gli amici… Caratteristica comune di tutte le dinamiche interagenti è il riferimento tautologico a se stesso, al ….”pensiero unico”. Ogni luogo di dialettica e di dibattito in modo più o meno determinante è a sua volta informato dallo stesso “pensiero unico” che tende a formare. Il processo è quindi dialettico, ma fortemente “autoreferenziale” ovvero ha se stesso come “struttura”. L’autoreferenzialità del “pensiero unico” è la sua caratteristica più pericolosa, ma anche quella potenzialmente positiva agli effetti di un suo svolgimento non conforme.

Pericolosa perché individuata una dinamica di formazione “forte” questa può essere innescata e usata in modo controllato e strumentale. Potenzialmente positiva perché quando si innescasse una dinamica forte “autonoma” questa potrebbe rinnovare il “pensiero unico” travolgendo ogni condizionamento strumentale e ogni tentativo di controllo.

Questo è grosso modo il campo nel quale si muove oggi la formazione e lo svolgimento del “pensiero unico”: i grandi centri di potere politico e mediatico che tendono a formarlo secondo i loro scopi, le correnti di elaborazione dialettica autonoma che cercano di sfuggire al condizionamento e di innescare i loro fronti di formazione del pensiero unico. All’interno di questo schema semplificato, sopra, sotto o di lato, un terzo luogo che è quello  indefinibile e incontrollabile che chiamerei di endogenesi: sinergie implicite, inespresse che interagiscono positivamente e che si associano e che danno luogo a espressione forte di pensiero originale, imprevedibile, incontrollabile.

Questo è il luogo più interessante e quello che può contenere, nonostante tutto, la via di uscita dalla attuale palude italiana. La associazione sinergica, spontanea e incontrollata di molte diverse volontà e idee su un progetto/azione di rinnovamento radicale che travolge ogni altra dinamica del “pensiero unico” conforme e lo ri-orienta.

Senza riferimenti a ideologie storicamente definite o a fedi o religioni di alcun genere. Una forte, pervasiva, diffusa volontà comune di rinnovamento e cambiamento. Necessariamente scettica, pragmatica, efficace. Non violenta. La leadership e gli interpreti di questo “pensiero” saranno conseguenza e non causa della sua nascita ed evoluzione.

Una ipotesi realistica o wishful thinking?

 

Informazioni su matteolilorenzo

Architetto, Professore in Pensione (Politecnico di Torino, Tecnologia dell'Architettura), esperto in climatologia urbana ed edilizia, energia/ambiente/economia. Vivo in Australia dal 1993
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